El Cafè de Los Angelitos (I Parte)

PUBBLICATO IL 13 settembre 2007

Buenos Aìres, città di memorie, è popolata da fantasmi e da ricordi dei tempi che furono. Il porteño nega ostinatamente di separarsi dal suo passato.

¿Dónde está? pregunta y vuelve cierto
el día del ayer, esa locura
donde habita un pasado que perdura
pues la pregunta afirma que no ha muerto.

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Nell vecchio angolo di “Rivadavìa y Rincón” si sentono ancora risuonare echi del vecchio “Cafè de los Angelitos”. Lo aveva fondato nel 1890 con il nome di Bar Rivadavìa un italiano chiamato Batista Fazio. Originariamente fu definito “de malandras y caferatas” la cui traduzione nel lunfardo di base corrisponde, più o meno, a gente di malaffare. Il commissario di Balvanera definì i malviventi “Verdaderos angelitos”, senza sapere che stava battezzando il nome di uno dei più famosi caffé di Buenos Aires.

Quando nel 1919 lo acquistò don Angel Salgueiro per la somma di settantacinquemila pesos, già avevano reso famoso l’angolo le presenze di Gabino – il menestrello negro dell’inno a Paysandú-, Higinio Cazón, José Betinotti, José Razzano, Carlos Gardel, Roberto Cassaux, Florencio Parravicini ed i precursori del socialismo argentino che avevano la loro Casa del popolo cinquanta metri più a est dalla stessa strada Rivadavìa.

Raccontano che era frequente vedere arrivare Juan B. Justo, don Alfredo Palacios –allora giovane militante della política con il cipiglio di esser stato il primo deputato socialista di America-. Seppe regalare anche degli altri nomi indimenticabili che Juan Manuel Gálvez cita tra gli amici e maestri della sua gioventù: José ‘Pepe’ Ingenieros.

L’aneddotica è inesauribile. Fu al “Cafè de los Angelitos” dove una notte del 1917, don Mauricio Goddart -direttore artístico dell’Odeón- scritturò il già famoso duetto criollo Gardel-Razzano, che debuttò con il disco Cantar eterno y El sol del 25. E fu anche lì dove Carlitos, celebrando una delle vittorie del suo celebre puledro, Lunático, organizzò un convitto che durò fino all’ultimo canto del gallo.
anche i radicali si recavano al caffé. Inaugurato il nuovo edificio del Congresso all’angolo di Rivadavia y Entre Ríos, molti politici del vecchio partito di Alem erano soliti rifugiarsi nel circolo sociale con i loro avversari i socialisti. E nella decade del 30 fu il malvivente Muñoz -Carlos de la Púa- quello della crencha engrasada che seppe animare gli incontri dei poeti, periodisti che trovavano la tavola sempre ben apparecchiata.

 

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Il tempo, l’infinita traiettoria di questo fiume, ha cambiato la città, placando le voci, segnando i volti, tracciando gli oblii. Il feroce angolo di Rivadavia y Rincón andò così trasformandosi nel noioso periplo di venditori ambulanti. Il caffé di notte pagava la sua penitenza riscoprendo i tanghi.
I porteñi non avvertivano che poco a poco stavano perdendo un altro dei loro santuari -come dice Bossio-. L’ultimo baluardo di questa indimenticabile successione di caffé che popolarono la avenida de Mayo dalla fine del secolo scorso, chiuse le sue porte nel 1993. Tra tutti, solo il Tortoni restò in piedi. Il Berna è un fantasma del suo antico splendore nell’angolo della Avenida y Sáenz Peña. Gli altri, sono solo nomi della memoria. Il Café de los Angelitos era diventato un’angolo disabitato, con la tappezzeria mortificante costituita da una etichetta di manifesti con i suoi due cherubini che dall’alto del cornicione richiamavano la città ad una redenzione che tardava ad arrivare. Da qualche tempo il Cafè è stato riaperto.(continua)

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