Quando QUERER diventa QUEER

PUBBLICATO IL 11 luglio 2012

Entro nella Confitería Ideal, al civico 380 di Suipacha, alle dodici meno un quarto di mattina. Con l’entusiasmo che quasi lambisce il soffitto. È la prima volta che viaggio nella mecca del tango, non volevo perdermi nemmeno un evento. Così, quando ho pizzicato quell’annuncio su internet sono entrato in fibrillazione. Nel giro di pochi minuti mi sono messo in contatto con gli organizzatori, ho prenotato il pacchetto completo workshop più ingressi alle serate e gli ho spedito per mail la copia del bonifico. E ora eccomi qua. Al Buenos Aires Querer Tango Festival. Querer in spagnolo significa amare, tango significa passione, che voglio di più, mi aspetta una giornata di fuoco, non vedo l’ora di calzare le scarpe e buttarmi nella mischia.

Mi accosto al bancone della segreteria, dietro armeggia una ragazza dai capelli biondo platino tagliati corti alla maschiaccio.

«Buenos días!» la saluto sfoderando il mio spagnolo made-in-italy. «Sono qui per il festival.»

Trenta secondi dopo che le ho consegnato il passaporto, la fanciulla me lo restituisce insieme a una cartellina blu notte.

«Ci trovi il materiale» sorride con professionalità. «Gli ingressi per la milonga e i voucher dei corsi.»

Ringrazio e mi allontano. Scorgo in lontananza un’area parcheggio, scelgo un tavolo a caso e mi siedo. Sistemo la cartellina proprio sotto il mio naso. Sul davanti, ricamato a caratteri dorati, il titolo della manifestazione. Querer Tango…. Oddio, manca una erre. C’è scritto Queer Tango Festival. Apro la cartellina, tiro fuori i depliant, non è possibile, l’intestazione è la stessa su ognuno di loro. Buenos Aires Queer Tango Festival. Che vuol dire queer? Mai sentita questa parola. È spagnola o inglese? Chi se ne frega, non sarà una consonante di meno a rovinarmi il buonumore. Do una controllata veloce al programma dei corsi, non vorrei che mi fossi sbagliato pure là. No, il workshop che inizia fra pochi minuti coincide con quello che ho prenotato sul sito. Postura e comunicazione: come giocare usando l’abbraccio. Con Fernando e Miguel, i due fuoriclasse del tango porteño. In parallelo, nell’altra sala, danno Boleos Lineari con Daniela e Ingrid. Due uomini da una parte e due donne dall’altra, che strano. Decido che non è il caso di preoccuparsi, ripongo il materiale e mi avvio fischiettando come un nano di biancaneve.

La sala da ballo è un androne immenso con le pareti rivestite di legno e la pista delimitata da una doppia fila di colonne di marmo, subito fuori c’è un banchetto con dietro una ragazza sul dark. Il nero radicale dei suoi abiti contrasta col rosso spinto delle labbra e i contorni degli occhi, un ciuffo anarchico di capelli color petrolio le scende in diagonale sul naso.

«Hola! Sono qui per il corso su postura e comunicazione.»

Con uno scatto deciso alza la testa e si riporta indietro la frangia.

«Mi dai il voucher?»

Non è una donna.

«La prenotazione» insiste.

C’impiego qualche istante per reagire. Apro la cartellina blu, estraggo il foglio dei corsi e glielo passo. Lei, lui, ancora non riesco a inquadrarlo, stacca uno dei quadratini e lo lascia cadere in una scatola mezza piena.

«Sei single o accoppiato?»

«Single.»

«Non c’è problema. Tanto ogni dieci minuti si cambia coppia.»

Oltrepasso la soglia e sfocio nel salone. Dovrei spalancare la bocca di fronte a quest’apoteosi di eleganza un po’ neoclassica, un po’ barocca, invece no, è il pubblico che mi lascia sconcertato. Calvi muscolari in canotta selvaggia, baffoni cinquantenni stile village people, uomini col trucco e i capelli lunghi, donne rasate a zero coperte di tatuaggi, sembra la fiera della diversità, pure un paio di drag-queen in tuta da ginnastica che sfiorano i due metri. Sto per ingranare la retromarcia, quando mi sfreccia davanti un viso conosciuto. È Valter. L’afferro per un braccio prima che sparisca in questa folla variopinta. Lui si volta, serio, un attimo dopo la sua espressione si riempie di sorpresa.

«Ehi, ciao!» mi dà il cinque. «Pure tu qui?»

«Già.»

«Sei il primo di Roma che incontro.»

«Senti» vado al dunque. «Mi spieghi che significa queer?»

Rimane un attimo bloccato, poi mi punta addosso un dito incredulo.

«Vuoi dire che…»

«Ti giuro, non lo so.»

Scoppia a ridere.

«Allora che ci sei venuto a fare?»

Mi stringo nelle spalle.

«Su internet ho letto che c’era il Tango Festival» del mio irrisorio e fatale equivoco linguistico preferisco tacere. «Proprio nei giorni che stavo a Buenos Aires.»

Scuote la testa, non ci crede.

«La comunità Queer » mi rivela, «comprende tutti quelli che non si riconoscono sotto un’etichetta sessuale.»

«Tipo i gay e le lesbiche.»

«No, no» s’irrigidisce. «Ecco, vedi? Quando dici gay, tu senza volere introduci una categoria, imprimi lo stesso timbro a un gruppo di persone. Invece no. Per i Queer esistono due estremi, il maschio e la femmina. E uno può spaziare in libertà attraverso tutte le sfumature intermedie. Qua ci trovi omosessuali, chiaro. Ma anche bisessuali, transessuali, transgender, intersessuati.»

«Allora tu…»

«Sono omosessuale.»

«Ma a Roma…»

La frase mi si spegne nella gola, vorrei dirgli che quando lo vedo non gli schiodo mai gli occhi di dosso, che mi fa morire d’invidia perché sta sempre appiccicato alle tanguere più spaziali della milonga.

«Roma è una città provinciale» mi fa. «Se balli con un altro uomo, dopo un po’ si girano tutti, senti i commenti che ti fioccano sulla schiena tipo raffiche di mitra. Qua a Buenos Aires è diverso. I matrimoni fra persone dello stesso sesso sono legali già da due anni. Poche settimane fa il parlamento ha approvato una norma secondo cui un cittadino avrà il diritto di cambiare il genere sulla carta d’identità a seconda della sua percezione. Ci pensi, ognuno sarà libero di scegliere se essere uomo o donna a prescindere dal suo apparato sessuale.»

«Senti» taglio corto. «Ma il festival è aperto anche agli etero?»

A ogni domanda che pongo Valter mi guarda sempre più avvilito.

«L’eterosessualità è una delle sfumature.»

«Che c’entra col tango?»

«Nel tango si fa una confusione enorme tra ruoli e sessi» emette un sospiro profondo. «I ruoli sono due, chi porta e chi viene portato. Chi l’ha detto che il primo dev’essere impersonato per forza da un individuo di sesso biologico maschile? E che a essere portata dev’essere per forza una femmina? È una convenzione sociale. Nel tango non contano i cromosomi, conta la sensibilità. Chiunque può fungere da Uomo o Donna. O svolgere entrambi i ruoli.»

«In teoria sì.»

«Non puoi capire che ti perdi. Quando ti conducono in un tango chiudi gli occhi e lasci che sia l’altra persona a decidere. Può essere un maschio, una femmina, che ti frega. L’importante è che si stabilisca la connessione.»

«Senti, Valter…»

«Dimmi.»

«Quindi tu… oltre a portare, sai anche ballare da donna, giusto?»

«Certo.»

Giro su me stesso come un faro arrugginito, questo pubblico variegato che più variegato non si può.

«Io quando inizia lo stage ballo con tutti, te lo giuro» incrocio gli indici e li bacio. «Me ne fotto dei sessi, le convenzioni sociali. Il tango è sentimento, non c’entra coi cromosomi, eccetera.»

«Eh.»

«Però ti chiedo un favore» tra un po’ unisco le mani e casco in ginocchio. «I primi dieci minuti, giusto per riscaldarmi. Te li fai con me?»

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