Mirada y cabeceo, il cuore del tango/2

PUBBLICATO IL 3 dicembre 2014

Di Franco Garnero

Non solo l’Italia, ma l’Europa tutta è percorsa da una schiera di devoti al tango milonguero, che si dà appuntamento a distanza di settimane a Malaga come a Rovigo, ad Alba come a Vienna non solo per ballare apilado ma anche per ritrovarsi in milonghe che sembrano essere diventate dei templi, dove si rispetta la ronda, lo spazio, dove i tavolini e le sedie sono distanziati e ben disposti, dove c’è posto a sedere per tutti e la luce è sufficiente per guardarsi da un lato all’altro della sala e invitarsi con mirada e cabeceo. Ci sono realtà attive da decenni e altre nate a ottobre, come quella di Montjovet, in bassa Valle d’Aosta, voluta da Monica Lessa che, oltre al resto, con la sua associazione, “Alma tango” vorrebbe portare il tango anche ai ragazzi disabili. “Per me – osserva – la mirada e il cabeceo sono un codigo di comunicazione tra i ballerini, è molto importante insegnarlo e praticarlo visto che non fa parte della cultura europea; è necessario impararlo, perché  già da questo si capisce quanto tango hai in te.” “Dietro la mirada e il cabeceo – assicura – esiste un mondo, una cultura, a cui diamo il nome di tango, ma che è una filosofia, un comportamento, che nel ‘Tango brujo’ si dice essere una religion”. “Direi – aggiunge – che come in molte situazioni si nasce e non si diventa, non si può escludere un ballerino o una ballerina che per timidezza o altro non comunica usando questo codigo nelle milonghe; sono delle limitazioni, come nella vita, e il tango è vivo e si manifesta in moltissimi modi, questo è uno dei tanti”.

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Monica dice poi di amare “la milonga tradizionale, il tango classico e tutto lo charme dei codigos,  che sono importanti per non togliere l’anima del tango, ed è per questo che ho deciso di dare vita a ‘Desde el alma’, una milonga tradizionale ma anche molto democratica, in modo da non mettere in imbarazzo i non esperti di mirada e il cabeceo; ho diviso la sala in donne, uomini e gruppi, sentivo dentro di me l’esigenza di organizzare una cosa del genere, ma ero combattuta a causa dei commenti di molti milongueri, che non apprezzavano la mia iniziativa ma, dopo un breve scambio di idee con delle amiche, sono arrivata alla conclusione che non avevo niente da perdere e che dovevo fare quello che sentivo, e così è stato”. Ricorda che i suoi maestri in Italia non glielo hanno insegnato e di averlo imparato a Buenos Aires, “vivendo, provando, giocando finché è diventato parte di me; magari sono facilitata, poiché sono nata in Brasile, e non mi sento distante come cultura ed è anche per questo che mi piace insegnarlo nella mia scuola, la vita è un gioco e non dobbiamo prendere uno sguardo che ci evita come un rifiuto o una delusione, perché non c’è nulla di personale”. Non è entusiasta del tango che si balla in Italia perché, spiega, “in generale qui si dà più valore all’apparire che all’essere, anche se il tango già di per sé è un’esibizione: in passato, a Buenos Aires, nelle sale da ballo tutte le coppie di ballerini lasciavano da sola una coppia in pista, quella che per loro era la più brava, per ammirare i loro passi e il loro gioco, la loro intesa”. “Il problema – continua – è che in Italia a volte non si rispetta il fatto che i piedi devono stare a terra e così spesso ci si fa del male, soprattutto quando non si è abbastanza esperti da tenere l’equilibrio e il peso nel piede di appoggio e, soprattutto, la ronda”. Monica ha una serie di aneddoti curiosi di quando ha iniziato a praticare la mirada e il cabeceo. “Mi ricordo una volta a Buenos Aires – racconta – vedo un viejo milonguero che mi guarda insistentemente, avevo già ballato con lui e in quel momento mi stavo preparando per lasciare la milonga, gli faccio un cenno e gli dico ‘no gracias’, lui mi risponde molto seccato, non ti ho chiesto nulla … lì ho capito che dovevo solo girare lo sguardo e stare zitta! Se non si ha voglia ballare, basta guardare da un’altra parte”. In un’altra occasione era seduta vicina a una ballerina argentina, “un ballerino la guarda insistentemente, fino ad avvicinarsi, lei molto distrattamente si guarda le scarpe cercando di non alzare lo sguardo, io credendo di essere carina, le dico, guarda il ballerino ti sta mirando, lei mi guarda con gli occhi molto aperti e si gira senza una parola … mi sono sentita sprofondare … due lezioni importantissime!”. Il suo consiglio è di “stare sedute fino a che il ballerino non ti viene a prendere proprio davanti alla sedia per evitare equivoci”.

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Ivan Cordisco si è invece dedicato a organizzare tour “milongueri”. “Ci ritroviamo – spiega – in 10, 15 persone e partiamo alla volta di milonghe dove si balla come piace a noi, ultimamente siamo stati a Rovigo, Brescia, Verona, Modena, Perugia, esperienze molto divertenti e aggreganti, anche se faticose”. Oltre ai tour organizza un seminario di tango argentino in stile milonguero il 6 e il 7 dicembre, con Philippe Gonella e Renata Lacchini e, con il loro aiuto, organizzerà il primo raduno milonguero internazionale del Piemonte il 6, 7, 8 marzo 2015, a Piobesi d’Alba. Ivan ha una teoria sulle ragioni che spingono molti uomini a non usare  mirada e cabeceo. “Come dice un mio caro amico di Rovigo – spiega – MyC sono il termometro del proprio livello di tango, se le ballerine ti ignorano ci saranno dei validi motivi, per cui bisognerebbe farsi delle domande e darsi delle sincere risposte”. Precisa poi che, nelle milonghe che frequenta abitualmente, “MyC è praticato adeguatamente poiché da tempo non frequento più quelle in cui non si pratica; però per trovare milonghe dove i codigos e MyC siano rispettati bisogna uscire dalla regione e fare parecchi chilometri, l’unica eccezione è la ‘Milonga 1910’ di Torino, un appuntamento mensile dove si sta provando con discreto successo a inserire MyC come consuetudine”. Anche lui auspica che le scuole italiane facciano “molto di più, dovrebbero farne un mantra, dedicare del tempo durante le lezioni a istruire gli allievi sul modo di stare in milonga, su MyC, sui codigos, invece passi su passi, sequenze, sacadascolgadas, ganci e poi in milonga si crea il caos”. Ribadisce che lui ormai balla solo più usando MyC. “A volte – ammette – non ballo molto, ma non importa, io insisto e cerco di spiegare il più possibile quanto è utile soprattutto per le ballerine e devo dire che qualche risultato l’ho ottenuto, ma è una goccia in mezzo al mare”. Confessa poi di non avere una grande opinione del tango che si balla in Italia: “perché regna il caos, la ronda non esiste, MyC non si utilizza”, spiega. E ama ricordare di quella volta che, parlando con una ballerina, le dice: “Io ballo solo con mirada y cabeceo, lei non mi fa finire la spiegazione e mi interrompe così, mirada y cabeceo? mai sentiti, saranno bravi, ma non li conosco, devo imparare ancora molto sulla musica”.

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Claudia Mosconi, che organizza a Verona una apprezzatissima scuola (Viasacchiundici Accademia Tango) e una milonga tradizionale (La candombera), ricorda che “i codigos milongueros non nascono da una legge scritta, ma da un costume, da una consuetudine e sono l’insieme di quelle piccole attenzioni che vorremmo fossero rivolte a noi stessi in una milonga; la loro applicazione garantisce la serenità, la soddisfazione e riduce al minimo le difficoltà e il senso di frustrazione che a volte si accompagnano alla pratica dell’invito”. E sottolinea che “vengono da un tempo antico e da un Paese, l’Argentina, in cui nessuno cerca di superarti quando fai la fila, in cui se qualcuno ti urta passando per strada, si ferma per scusarsi anche se ha fretta, in cui è ancora in uso una certa galanteria nei confronti delle signore”. “Forse – prosegue – in passato certe regole di educazione erano diffuse anche nel nostro Paese, ma sta di fatto che oggi, non essendo spontaneo il rispetto in milonga, si è reso necessario codificare il comportamento da adottare; questo ha dato adito a molti equivoci sull’argomento e sento spesso associare al mondo milonguero le parole rigidità, complicazione, snobismo”. “In contrapposizione – precisa – sedicenti maestri di tango e organizzatori improvvisati di serate promuovono i loro eventi parlando di ambiente popolare, di libertà, di accoglienza, ma quale milonga è più popolare di quella dove si balla il tango da sala, discreto e intimo, con rispetto verso gli altri ballerini e con grande attenzione all’aspetto sociale del tango? Quale milonga è più libera di quella dove nessuno viene importunato e costretto a rifiutare un ballo e, se non se la sente di rifiutare, a soffrire per i dodici minuti di una tanda indesiderata, e in cui le donne invitano tanto quanto gli uomini? Quale milonga è più accogliente di quella in cui vige la regola del rispetto, e la persona che abbracciamo per ballare non è lo strumento della nostra esibizione ma l’interlocutore consenziente di un dialogo intimo e delicato?”.

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Per comprendere questi vantaggi, però, è necessario sapere che il tango è un ballo sociale, che il tango in sala si balla per il partner e non per il pubblico, che c’è differenza tra il tango social e il tango escenario, che i ruoli dell’uomo e della donna nascono da una storia di orgoglio e di fierezza, e altri importanti concetti di cui molto spesso gli allievi ignorano l’esistenza”. E si rammarica che i maestri che non trattino “questi aspetti del tango con gli allievi, spesso lo fanno intenzionalmente, con lo scopo di appianare la strada eliminando la fatica dello studio, del rispetto delle regole, il senso di frustrazione dei primi tempi e promettendo il massimo divertimento nel minor tempo possibile, quando invece sappiamo quanto può essere lunga la strada che ci porta al ballo piacevole e consapevole”. “Spesso – continua – questi maestri, che dovremmo forse chiamare più propriamente animatori, sono quelli che tengono lontani il più possibile i loro allievi da esperienze esterne, dissuadendoli dal frequentare altre realtà e cercando di impedire loro di farsi una propria opinione; per fortuna in alcuni prevale la curiosità, ma quando si avvicinano alla realtà milonguera talvolta trovano un ambiente chiuso e un atteggiamento non proprio accogliente; d’altra parte, chi balla da anni e percorre chilometri per trovare una buona ronda, non è disposto a farsela rovinare”. “La situazione al momento appare piuttosto complicata a Claudia. “Abbiamo – osserva – un mondo tanguero che spesso ha poco a che vedere con il tango, in cui molti, maestri e allievi, sicuramente si trovano benissimo e hanno modo di raggiungere i loro obiettivi, altri che percepiscono che c’è dell’altro e prima o poi sfuggiranno nell’altro mondo; poi abbiamo un mondo milonguero sempre più autoreferenziale, che ha poco ricambio e in cui la semplice consuetudine dell’educazione nell’invito diventa legge severa, e in cui il ballo perde creatività e freschezza per la volontà di proteggerlo da qualunque contaminazione, dimenticando che la contaminazione è la genesi del tango, la sua natura e la condizione unica che gli garantisce la sopravvivenza”. “Gli elementi che lo hanno generato – ricorda ancora Claudia – nuotano e si mescolano in un brodo di culture e di incontri, e si nutrono di differenze, non di purezza; questo non significa affatto che il tango può essere cualquier verdura, al contrario chi lo diffonde è tenuto a sapere molto bene di che cosa parla e deve conoscere i concetti fondamentali e imprescindibili, senza i quali si insegna ginnastica e non tango: la musicalità, la comunicazione con il partner, il rispetto della pista”. “Il tango però – dice ancora – ha bisogno di ossigeno, di ricambio, in una parola ha bisogno di libertà”.

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Molto più rapida è la riflessione di Alfonso Fuggetta, patron dell’AldoBaraldo di Torino, che nel 2012, per un paio di mesi, ha organizzato una milonga tradizionale con divisione tra ballerini, ballerine e coppie. “Considero i codigos della milonga e la mirada e il cabeceo in particolare – afferma – elementi molto importanti per poter apprezzare una bella serata di tango”. “Vorrei però anche smitizzare un poco questo fenomeno – aggiunge – perché non mi sembra che siano delle unicità del tango”. “Si dice tanto – sottolinea – che il tango è un ballo sociale ma, onestamente, io non conosco balli che non siano sociali”. “E anche il comportamento, l’educazione in sala – continua – mi sembrano elementi comuni a tanti altri balli di coppia; quando ero un ragazzo e andavo per balere, prima di invitare una ragazza ero ben certo che lei gradisse perché un ‘no’ mi avrebbe trasformato nello sfigato della serata e non avrei più ballato neanche un brano, per cui si lavorava di mirada e cabeceo per essere sicuri di non prendere fregature e anche il comportamento educato in pista era quasi obbligato perché è quello che la maggior parte delle ragazze preferisce”.

(2. Continua)

HA SCRITTO PER NOI #
Franco Garnero

Torinese, amante dei viaggi, dello sport, della vita all'aria aperta e delle buone letture, inciampa nel mondo del tango nel febbraio del 2010. Grazie a una dedizione ossessiva e monomaniacale è da tempo, per unanime giudizio, il miglior ballerino del suo pianerottolo e l'indiscusso punto di riferimento tanguero di tutto il (piccolo) condominio dove abita.

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3 commenti

  1. Monica ha detto:

    Caro Franco ti ringrazio per quello che hai pubblicato, mi è piaciuto molto questo scambio di conoscenze, vorrei solo gentilmente precisare che Alma Tango, non è il nome della mia associazione, ma il nome di un percorso di studio con i ragazzi disabili. Grazie ancora e un abbraccio.

    • Franco Garnero Franco Garnero ha detto:

      Ciao Monica. Grazie a te per aver collaborato a questa inchiesta e per la doverosa quanto gentile precisazione. Sentendo molte persone può capitare di confondersi su qualche dettaglio. Ora è tutto più chiaro. Un abbraccio a te.

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