Mondo lunfardo. Le parole e la voce del tango

PUBBLICATO IL 9 dicembre 2014

Di Simona Bertocchi
 
Celedonio Flores è stato per tutti  “El Negro Cele”, uno dei più conosciuti poeti di lunfardo che nei suoi testi faceva vivere una scomoda realtà sociale, gli amori tormentati, i disagi di un popolo, la nostalgia verso il proprio Paese di origine, la violenza della vita di periferia. In poche parole Celedonio scriveva il tango e lo faceva per la gente, non per pochi intellettuali, la sua poesia era per il popolo, era in lunfardo.

El Negro Cele, oltre che un poeta, fu anche un bravo scrittore e giornalista, pubblicò due libri: Chapaleando Barro e Cuando Pasa el Organito.

Nacque a Buenos Aires nel 1896 e morì nella sua città nel 1947.

La famiglia Flores era umile e dignitosa e indirizzò Celedonio verso gli studi commerciali ma l’arte aveva un richiamo più forte ed egli abbandonò presto quegli studi. Più propenso verso la musica si iscrisse al Conservatorio e studiò il violino, non sazio frequentò anche un corso di pittura presso l’accademia delle Belle Arti.

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Era il 1910 quando si trasferì con la famiglia dal centro alla periferia di Baires, divenne così un porteño orillero (l’abitante dell’estrema periferia di Buenos Aires) dove incontrò il tango e la poesia che raccolse in un quaderno a cui diede il titolo Flores y yuyos (“Fiori ed erbacce”) che solo in seguito pubblicò. Era bravo, vinse un noto concorso letterario con un poema ironico e scanzonato ma di grande riflessione: Por la pinta (“Per mera apparenza”). Fu grazie a questo prezioso premio che incontrò Carlos Gardel che ricercava nuovi testi per i suoi tanghi .

Celedonio aveva appena 18 anni, era un ragazzo paffuto e dal fare bonario quando incontrò l’uomo del tango: Carlos Gardel, al quale propose il testo di Margot che il Morocho del Abasto (Carlos Gardel) avrebbe poi inciso.

In Margot un giovane innamorato si lamenta del comportamento frivolo della sua bella che non si cura della madre che si sacrifica e lavora duro per sopravvivere a una vita di difficoltà. Lo stile di questo testo fu imitato poi in tutti gli altri suoi lavori: una voce narrante si scosta dalla scena per fare uscire la propria malinconia, il proprio lamento e una critica spesso feroce.

Fu un grande successo e nacque un bellissimo sodalizio artistico. Il poeta per Gardel scrisse altri 20 tanghi. Tra i più noti: El Bulín de la Calle Ayacucho  Mano a mano.

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Mano a mano fu scritta nel 1923 e rappresentò il più alto esempio della poesia lunfarda di Flores perché descrive  “la situazione più cara agli autori della letteratura porteña, lo sgarbo ricevuto da parte della donna e la conseguente riflessione accusatrice, con un fondo di tenerezza”.

Il testo narra di un amore tormentato e sfortunato. C’è la voce narrante del porteño che si tormenta di un amore spesso contrastato e vissuto nelle difficoltà sociali, tra scene di proletariato e di immigranti. Il lunfardo rese quel canto più immediato, diretto, semplice nella sua profondità. Metafore e modi di dire comune giungevano al cuore della gente.

Nel suo brano Corrientes y Esmeralda, del 1934, l’autore si riferisce alle due grandi strade di Buenos Aires, Corrientes ed Esmeralda, per narrare un ironico e pungente affresco di quanto accadeva agli angoli di queste due arterie, punti di incontro di tante persone in una Buenos Aires degli anni Venti.  Ancora oggi in quella parte di città oggi nota come El Barrio de Carlos Gardel, si può vedere una lapide dedicata a questo tango.

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Nei testi successivi Flores prese una maggiore consapevolezza del suo talento e si mostrò calando ogni barriera puntando soprattutto sulla critica sociale che l’uso del lunfardo rese ancora più acuta.

Non è esagerato dire che El Negro Cele morì di tristezza e rabbia quando, nella prima decade degli anni ’40, la censura ufficiale proibì i testi lunfardi nei tanghi con l’accusa di essere immorali in base a un decreto emanato da monsignor Franchesqui. Per molti anni i testi di tango sarebbero stati modificati brutalmente e i testi resi innocui alla morale pubblica.

Carlos Gardel nacque in Francia da una relazione extra coniugale tra Paul Laserre e Berthe Gardes. Obbligata a lasciare la Francia, Berthe espatriò in Argentina quando Carlos aveva solo due anni.

Il bambino trascorse la sua infanzia e gioventù a Buenos Aires in una zona popolare del quartiere di Abasto e per questo fu soprannominato “El morocho del Abasto” (anche se per molti era ancora “El Francesito”).

Erano gli anni delle bande giovanili, dei ladruncoli di periferia, dei malavitosi e anche Gardel fece parte per un po’ di quel mondo lunfardo.

Per via della sua poca voglia di studiare, Carlos abbandonò la scuola nel 1906.

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La sua voce baritonale incantava e lui, consapevole di ciò, sperava di esibirsi in qualche teatro, disposto anche a fare una lunga gavetta. Fu così: venne assunto come macchinista teatrale ed ebbe l’opportunità di conoscere il cantante e musicista Arturo de Nava, che lo avrebbe preparato al canto.

La fortuna arrivò tra il 1911 e il 1913, quando il cantante José Razzano gli chiese di formare un piccolo gruppo con il chitarrista Francisco Martino e il cantante Saul Salinas. Fu il successo. Per la casa discografica Taggini il cantante e il suo quartetto incisero le prime opere che erano canzoni popolari argentine  di stile “zambas”, “tonada”, “milongas” e “chacareras”.

Salinas alla fine del 1913 lasciò il gruppo che prese il nome di Terceto Nacional. Poco dopo anche Martino se ne andò e rimase il Duo Nacional Gardel-Razzano che tutte le sere si esibiva al Cabaret Armenonville di Buenos Aires.

L’8 gennaio 1914 il duo Gardel e Razzano debuttò al Teatro Nacional di Buenos Aires e successivamente nei teatri argentini. Durante una tournée in Brasile incontrarono il celebre tenore italiano Enrico Caruso.

I tanghi di Gardel furono quasi tutti scritti con i versi in lunfardo e ne incise più di 900.

Non mancò la recitazione nella sua carriera e infatti fu protagonista del film Flor de durazno (“Fiore di pesca”). Era un uomo in sovrappeso, pesava più di cento chili e non era molto alto, faticò tantissimo per ritornare in forma e riportare la sua immagine di bel tenebroso.

Ovviamente in quell’epoca e in un’Argentina machista non poteva permettersi di non mostrarsi con una donna accanto, per quanto si diceva che fosse omosessuale. Si fidanzò ufficialmente con la giovanissima (aveva 14 anni) Isabel del Valle.

Dal 1921 tornò a formare un quartetto con i chitarristi Josè Ricardo e Guillermo Barbieri. Fu un successo planetario.

Era il 1924 quando a Radio Low Grand Splendid incise con l’orchestra di Francisco Canaro e l’anno successivo con quella di Osvaldo Fresedo.

Si separò da Razzano che, a causa di problemi alla gola, non poteva più cantare. L’amico, però, gli rimase sempre accanto e amministrò i suoi beni.

Nel novembre 1925, al teatro Goya di Barcellona, Gardel incise i primi dischi col sistema elettrico e diede inizio a una nuova tournée spagnola.

Nel 1928 collaborò col chitarrista José Maria Aguilar al teatro Fémina di Parigi insieme a Joséphine Baker. Giunse poi in Italia per un breve soggiorno ma fece subito  ritorno in Francia per esibirsi all’Opera di Parigi e proseguire per i teatri spagnoli.

Dal  1929 al 1933 , tra una tournée e l’altra, girò alcuni film; Luces de Buenos Aires, Esperame, La cosa es seria e Melodia de Arrabal in cui cantò i suoi migliori tanghi.

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Dall’Europa portò il suo talento negli States dove si fermò molti anni, partecipò a note trasmissioni radiofoniche e fu protagonista dei film Cuesta abajo, Mi Buenos Aires querido, Tango en Broadway e El dia que me quieras.

Tra il 1934 e il ’35 incise i suoi più grandi successi tra cui Volver, Por una cabeza, le canzoni di tango per eccellenza.

La tournée del 1935 toccò l’America latina: Puerto Rico, Venezuela, Colombia.

Il 24 giugno 1935, all’aeroporto di Medellin, l’aereo su cui viaggiava si scontrò con un altro fermo in pista durante il decollo. Gardel morì carbonizzato e con lui la sua band: i musicisti Guillermo Barbieri, Angel Gominco Riverol e il paroliere Alfredo Le Pera.

Il suo corpo fu rimpatriato solo dopo otto mesi.

Tra i suoi tanghi più amati: Caferata, del 1926; Desdén del 1930; Silencio del 1932; Melodia de arrabal del 1933; Volver del 1934; Por una cabeza del 1935; El dia que me quieras del 1935.

Gardel non fu mai un grande ballerino di tango pur conoscendo Benito Bianquet, il migliore tanguero di tutti i tempi che tutti chiamavano “El Cachafaz”. In una sua esibizione del 1917 in Cile, a Viña del Mar, Gardel fu accolto con manifesti in ogni angolo della città in cui si diceva che avrebbe danzato la sera nel teatro Olimpia. Gardel la prese a ridere e, una volta a Buenos Aires, raccontò l’aneddoto al Cachafaz dicendo: “Se un giorno ti inviteranno a Viña del Mar devi stare attento: ti faranno cantare!”*

*cfr. Massimo Di Marco El Cachafaz ed. DMK 2001

HA SCRITTO PER NOI #
Simona Bertocchi

Simona Bertocchi, scrittrice toscana, tra i suoi libri uno è dedicato al tango: “Lola Suárez”- Giovane Holden Edizioni. Appassionata di viaggi, di ricerche storiche, di vino e film in bianco e nero e ossessionata dal tango che sente addosso anche quando abbandona la pista. Organizza e conduce eventi culturali in Toscana e si occupa di volontariato in uno sportello d’ascolto antiviolenza per donne e minori.

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