Anibal Troilo, simplemente Pichuco

PUBBLICATO IL 13 dicembre 2014

di Gianni Marasco

L’11 luglio del 1914 nasce a Buenos Aires, nel quartiere di Palermo, colui che è unanimemente considerato uno dei più grandi talenti musicali sorti nel Rio de la Plata. Bandoneónista, direttore e compositore, Anibal Troilo detto Pichuco (negretto: soprannome datogli dal padre) rappresenta un pilastro nel mondo musicale legato al tango. La sua vocazione artistica emerse quando ancora frequentava la scuola: la leggenda vuole che un giorno, a dieci anni, giocando a calcio in strada, scagliasse il pallone dentro un café. Correndo a raccoglierlo, venne folgorato da un suono magico proveniente dal locale; entrò e vide un greco che suonava uno strumento stranissimo. Anibal ne rimase incantato. Fu così che Pichuco incontrò il bandoneón e il bandoneón incontrò Pichuco. La madre voleva che facesse il farmacista, ma si rassegnò presto visto che lui passava ore a giocare con un cuscino simulando di suonare il bandoneón. Fu allora che gli comprò lo strumento da cui non si separerà per tutta la vita. Troilo non ebbe una ricca educazione musicale, ma era dotato di un talento smisurato che subito emergerà. Iniziò i suoi studi con Juan Amendolaro, che dopo soli sei mesi sentenziò: “Non hai più nulla da imparare”. Il debutto lo fece a 11 anni nel cinema Petit Colon. In seguito suonò sotto la direzione di artisti come Juan Pacho Maglio, Elvino Vardaro, Osvaldo Pugliese, Alfredo Gobbi, Lucio Demare. Nel ‘32 fu chiamato anche da Julio De Caro e, successivamente, suonò con altre grandi orchestre come quelle di D’Arienzo, di D’Agostino e di Cobián. Nel 1937 debuttò con un’orchestra tutta sua e, da quel momento, l’ascesa fu continua.

Troilo 01 

Lo stile bandoneónistico di Troilo è facilmente riconoscibile e rimase relativamente invariato per tutta la sua carriera. Pichuco ereditò la classe di Pedro Maffia, la forza interpretativa per dirigere di Pedro Laurenz, il fraseggio di Ciriaco Ortiz. Da sempre però egli possedeva un suono che gli era proprio: un modo inconfondibile di interpretare il tango strappando le note dal pentagramma in modo intimista e suonando persino i silenzi. Uno stile che è stato il più completo di tutti, il più puro, quello con più anima. Una maniera di suonare che andava al di là delle epoche e delle mode del momento. In altre parole, Troilo è stato il creatore di uno stile semplicemente perfetto, che ha influenzato generazioni di bandoneónisti, su tutti Astor Piazzolla e Lepoldo Federico, che da lui ereditarono persino l’atteggiamento fisico che egli aveva con in suo strumento. In un’intervista Piazzolla  parlava di come Pichuco accarezzasse i bottoni del bandoneón, tutto il contrario di lui che, a suo dire, maltrattava lo strumento. Con il magico tocco delle sue dita artigiane egli era in grado di sprigionare coinvolgente allegria (per esempio nella “Trampera”) ma poteva persino portare un uomo a piangere. Nel ’53 Troilo cominciò una collaborazione che sarà tra le più feconde di tutta la sua carriera, quella con il grande chitarrista Roberto Grela. Del quartetto facevano parte anche il chitarrista Edmundo Zaldivar e il contrabbassista Kicho Díaz. Il gruppo funzionò parallelamente all’orchestra di Pichuco e le sue interpretazioni sono tra i pezzi di maggior qualità di tutto tango. Per capirlo basta ascoltare il pezzo intitolato “Silbando”.

Troilo 04 

Troilo non è solo stato uno dei più brIllanti bandoneónisti, “El Bandoneón mayor de Buenos Aires” (così lo definì in poeta Julian Centeya), ma il suo essere artista a 360 gradi lo vedeva svettare anche come direttore d’orchestra, compositore e persino maestro di canto. Stilisticamente è un erede della sensibilità rinnovatrice imposta dalla scuola di De Caro. I suoi maestri sono stati due cultori di questa tendenza: Osvaldo Pugliese ed Elvino Vardaro. Le registrazioni risalenti ai primi anni risentono inevitabilmente del “darienzismo” allora imperante e hanno un ritmo ben marcato. Ma l’arrangiamento fantasioso e originale lasciava presagire successivi sviluppi nella strumentazione. Nel decennio tra il ’41 e il ’50 si assiste a un progressivo rallentamento del ritmo e a una impressionante trasformazione degli arrangiamenti dell’orchestra. Ciò avviene grazie anche al fiuto di Troilo nell’individuare le qualità nei musicisti della cui collaborazione si avvaleva. Gente del calibro di Argentino Galván, Emilio Balcarce, Raúl Garello, Ismael Spitalnik o il formidabile pianista Orlando Goñi. La sua maestria risultò essere decisiva anche per le concezioni rivoluzionarie di Astor Piazzolla che, fin da giovanissimo, ebbe l’onore di partecipare alla sua orchestra come bandoneónista e, in seguito, come arrangiatore. “El Gato” lo soprannominava Troilo e ne apprezzava il genio, che spesso sconfinava in un tipo di tango “non ballabile”, di cui egli sapeva frenare le audacie: “No Gato: la gente vuole ballare, non paga il biglietto per ascoltare. Non perdiamo il ballo, perché se perdiamo la milonga suoniamo”. Successivamente Troilo dimostrando ancora una volta il suo intuito e la sua generosità spinse il caro amico a formare una propria orchestra che gli permettesse di dar sfogo alla sua grande creatività musicale. In seguito Piazzola gli dedicherà il tango “El Gordo triste” con le parole di Horacio Ferrer (superba l’interpretazione di Roberto Goyeneche).

Troilo 02 

Troilo riuscì ad avere un perfetto equilibrio tra repertorio cantato e strumentale. I suoi cantanti sono stupendi come del resto il repertorio. Egli stesso cantava molto bene ma non aveva un bel timbro di voce. Seppe però proiettare la sua vocazione nei cantanti che scelse senza sbagliarsi: Francisco Fiorentino, Alberto Marino, Edmundo Rivero, Floreal Ruiz, Jorge Casal,Roberto Goyeneche e molti altri. Per tutti Pichuco ha rappresentato una vera università del tango cantato.

Anche come compositore fu straordinario: “Toda mi vida”, “Garúa”, “Garras”, “Sur”, “Romance de barrio”, “Che bandoneón”, “Discepolín”, “La última curda”, “Maria”, “Yo soy del 30” sono solo alcuni esempi. Collaborò con i grandi poeti del tango: Enrique Cadìcamo, José Maria Contursi, Cátulo Castillo, Homero Expósito e, naturalmente. Homero Manzi. Si racconta che, una notte, dopo la morte di Manzi, egli interruppe una partita di bacarat e si rifugiò in casa per comporre in un sol fiato “Responso”, un lamento riconosciuto come uno dei tanghi più brillanti di tutti i tempi. Spesso però rifiutava di suonarlo, lo faceva su richiesta del pubblico ma pare che soffrisse nell’eseguirlo.

Pichuco amava la buona vita, la buona tavola e le buone compagnie. Durante gli ultimi anni ebbe seri problemi di sovrappeso. La sua ultima performance dal vivo è stata il 17 maggio del 1975 al teatro Odeon di Buenos Aires. Il titolo della serata era “Simplemente Pichuco”.  Anibal Trolio  morì il giorno successivo.

HA SCRITTO PER NOI #
Gianni Marasco

Tanguero dal 2009, appassionato di musica da sempre, fin da subito ho cercato di approfondire la conoscenza del tango ballato e non. Mi sono così trovato ad affiancare lo studio della salida basica a quello delle grandi orchestre, dei poeti e musicisti che ne hanno fatto la storia. E’ così nata la serie “Los Astros del Tango” che nel corso di questi anni abbiamo rappresentato alla milonga "Ai due Ponti” di Siena non a scopo didattico ma con il solo obiettivo di far osservare il tango da un altro punto di vista. (F.B. Gianni Marasco) Frase preferita:"Stiamo navigando nel vasto oceano del tango. La cosa importante è conoscere le correnti che ci conducono al porto del cuore della gente”. (Osvaldo Pugliese)

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2 commenti

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