El Cachafaz, il più grande ballerino di tango di tutti i tempi

PUBBLICATO IL 19 dicembre 2014

di Simona Bertocchi

Josè Ovidio Bianquet, detto El Cachafaz, fu il più grande ballerino di tango di ogni tempo. Nacque il 14 febbraio 1885 nel Barrio Boedo di Buenos Aires. Il suo soprannome, nel linguaggio lunfardo, significa scugnizzo, faccia tosta, sciupa femmine. Di origini francesi, cresciuto nel quartiere di San Cristobal, imparò a ballare il tango a dieci anni, quando ancora si ballava per le strade. Abitava nella Calle La Rioja, nel Sud Balvanera e, oltre a correre dietro alle ragazze o a fare il ladruncolo di quartiere, sperimentava i primi passi di tango seguendo il suo genio e li insegnava ai più grandi in cambio di dolciumi. Ci si sfidava a colpi di tango nei barrio di Buenos Aires e Cachafaz li vinceva tutti. Non solo il suo ballo era unico, lo era anche il suo aspetto: aveva tratti somatici vagamente indios, pelle butterata, capelli lucidi di brillantina e sguardo tenebroso. Portava addosso un’eleganza impeccabile da vero dandy.

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Cominciò presto a esibirsi nei saloni da ballo più conosciuti della città e nei locali: l’Hansen, il Velodromo, l’Empire. Nel 1911, ottenuto il successo, viaggiò negli Stati Uniti e in Francia, una volta tornato a Buenos Aires aprì una scuola di danza, insegnò il tango a politici, principi e autorità per 100 dollari l’ora. Tra le sue compagne di ballo (e di vita) vi furono Emma Boveda, Elsa O’Connor, la quale si diede poi al teatro, e la partner storica, Carmencita Calderón. Non era costante nelle sue doti amatoriali, rimase sempre quello che in Italia di definisce un mammone e non si volle mai accasare. Con  Carmencita Calderón formò la coppia più celebre del tango; contagiati da questa passione, portarono la loro danza in tutto il mondo. Lavorarono anche per la Compagnia di Rivista di Francisco Canaro.

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Disse di lui Carmencita in un’intervista: “Indossava sempre una giacca nera e pantaloni a righe (nero e grigio) per il tango figurato e uno smoking nelle milonghe. Non era bello, era buio e brutto come quella faccia butterata, ma il suo modo era gentile e simpatico. Nervosamente tremante quando era arrabbiato. Lo incontrai al Club Sin Rumbo. Ero andata lì con le mie sorelle minori che avevo cresciuto da quando mia madre era morta. Stavo seduta, quando un conoscente cominciò a insistere perché ballassi con un uomo che era lì. Sapevo bene chi fosse, La Tarila, un grande ballerino dell’epoca. Accettai e, alla fine del brano, lui mi chiese ‘Lei accetterebbe di essere la mia compagna e la compagna di El Cachafaz?’ Quando sentii quel nome quasi mi prese un colpo”. Instaurò un’amicizia profonda con il cantante Carlitos Gardel, altro mito del tango. Il loro ufficio era il Caffè Corrientes e il loro segretario un cameriere, certo Aristotile Onassis. Il suo ballo, oltre che nella leggenda, è rimasto nella pellicola di “Tango”, del 1933, in cui lo si vede ballare con Carmencita, che ai tempi aveva circa 20 anni. Nel 1919, a Parigi, si esibì al “Garron” dove si esibiva il grande Manuel Pizzarro e la sua orchestra, tuttavia il rigore europeo gli stava stretto e tornò con sollievo in Argentina.

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Buenos Aires non lo accolse come avrebbe voluto ma El Cachafaz non abbandonò il tango, che continuò a ballare fino alla morte. La fama lo rese ricco sfondato, ma quando morì aveva sperperato tutto in una vita godereccia senza limiti. Se ne andò ballando a soli 57 anni, era il 7 febbraio 1942, il cuore non gli resse dopo un doppio vals. Quel terribile giorno lo ricorda nell’intervista anche la sua ballerina: “Poi una sera, finito lo spettacolo, in un posto chiamato El Rancho Grande, a Mar del Plata, andai in un appartamento con la proprietaria per ascoltare alla radio la telecronaca della partita Argentina e Uruguay. All’improvviso si affacciò alla porta e disse: ‘Carmencita , ti aspetto alla fine della partita per berci un whisky’. Dopo un po’ una donna entrò urlando per dire che Don Benito era per terra nel cortile. Quando lo vidi steso a terra pensai che fosse solo caduto. Sono passati 55 anni”. Gli amici veri gli furono accanto fino alla fine e fecero una colletta per i suoi funerali. Carmencita ballò il tango per il resto della vita anche per lui, a 96 anni si esibiva ancora nei locali. Nel 2005 danzò con Jorhe Dispari a “La Baldosa”, morì quello stesso anno. Non vi fu il funerale.

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La famiglia diede la notizia solo due giorni dopo, quando era già stata cremata nel cimitero della Chacarita, lo stesso in cui fu sepolto anche El Cachafaz. Nel tango “La piba senza tiempo” , scritto per lei nel 1974, c’è l’essenza della sua vita: “Carmencita Calderón, tu sei la ragazza senza tempo, milonguera di alto rango, sei eterna come il tango che ti porta con il suo ritmo…”.

HA SCRITTO PER NOI #
Simona Bertocchi

Simona Bertocchi, scrittrice toscana, tra i suoi libri uno è dedicato al tango: “Lola Suárez”- Giovane Holden Edizioni. Appassionata di viaggi, di ricerche storiche, di vino e film in bianco e nero e ossessionata dal tango che sente addosso anche quando abbandona la pista. Organizza e conduce eventi culturali in Toscana e si occupa di volontariato in uno sportello d’ascolto antiviolenza per donne e minori.

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