Astor Piazzolla “Il genio che ho sposato tre volte”

PUBBLICATO IL 16 maggio 2012

Astor Piazzolla«Porto nel mondo il nome di Astor perché ho creato la Fondazione Astor Piazzolla, d’accordo con la famiglia». Laura Escalada Piazzolla, la seconda moglie del genio del tango, ha vissuto, viaggiato e condiviso con lui sedici anni, dal 1976 al 1992, anno della sua scomparsa.

Era una giornalista televisiva quando ha conosciuto quello che sarebbe diventato il futuro marito, giunto in trasmissione per un’intervista: «L’ho incontrato nel programma del pomeriggio dove lavoravo. Quando c’era la pubblicità veniva a parlare con me e io ero emozionata, non lo potevo credere, pensavo: Astor Piazzolla viene a parlare con me!»

Il maestro era già molto celebre a quell’epoca…

«Sì infatti, poi io ero una musicista, sapevo valorizzare la gente di talento e lui era un genio»

Quando vi siete sposati?

«Era aprile, nell’ottanta e qualcosa – non mi ricordo – era come qui che non esisteva il divorzio, Astor si era già sposato una volta, aveva due figli Daniel e Diana che gli avevano dato anche dei nipoti. Ma noi vivevamo insieme già da anni e a lui non piaceva andare in giro senza poter dire: questa è mia moglie. Quindi siamo andati in Paraguay. Ma quella è stata solo la prima volta, noi ci siamo sposati tre volte»

Tre volte?

«Sì, perché quando sono tornata a casa dal Paraguay con il documento del matrimonio mia madre mi ha detto: ma non è autentico! Infatti il nostro, quello argentino, era rosso mentre quello che avevo io valeva solo fuori. Quindi ci siamo sposati di nuovo, questa volta in Normandia, in Francia, un matrimonio molto particolare. Ma anche quello non valeva realmente. Alla fine ci siamo sposati a Buenos Aires e quella volta mia madre è stata contenta»

Giravate per il mondo, avete vissuto in tante città…

«Sì, Roma, Parigi, Buenos Aires, Stati Uniti. Ed è proprio in America che mi sono resa conto che un brano di Astor cantato in inglese è perfetto. Ero abituata a sentire il lunfardo o il castellano, invece ho scoperto che è in inglese è fantastico»

Com’era questa vita sempre in giro?

«È stata dura: lui voleva che io gli stessi sempre accanto ma gli altri musicisti odiavano avere una donna sempre in mezzo. Io dicevo “meglio che vai da solo è più facile”, ma non voleva, lui aveva bisogno di sua moglie sempre, non sapeva stare solo. E poi non era un uomo pratico, non portava neanche i soldi in tasca. Una volta mi ricordo che era andato a parlare con un giornalista ed è ritornato da me furioso, io gli ho detto: “che ti è successo?” e lui: “Niente, volevo pagare un caffè e mi sono accorto solo all’ultimo che in tasca non avevo una moneta!”»

Com’era la vita interamente dedicata lui?

«Io mi trovavo bene perché aveva un grande rispetto per me. Era un uomo molto raffinato con un carattere riservato, schivo, geloso della sua intimità. Non era un esibizionista e anche dare una carezza in pubblico non gli piaceva. Gli piaceva mangiare bene e io sono diventata un brava cuoca grazie a lui. I vestiti li compravo io, lui non se ne occupava. Era un uomo buono e delicato anche in privato, se mi faceva un dispetto me lo faceva come un bambino. Era un uomo semplice nella vita, non giocava, non beveva, non aveva vizi. L’unico vizio era quello della pesca. Gli piaceva andare in mare a pescare»

Molti raccontano che gli piaceva scherzare, è vero?

«Sì, quando era nell’orchestra di Troilo, che lo chiamava “el gato” faceva delle cose terribili, una volta nella cassa di un contrabbasso ha nascosto un gatto vero! Spaventando tutti e il gatto per primo, poverino. Faceva tutto in silenzio e poi faceva la faccia di uno che diceva: “perché mi guardate? non sono stato io”. Ma non era solo così, era una persona seria. Ascoltava tutto quello che succedeva, io lo chiamavo “uomo spugna”, uno pensava che era distratto e invece dopo due giorni ripeteva in maniera molto precisa le cose ascoltate per caso. Di solito lavorava la mattina presto, scriveva molto fino al primo pomeriggio, mai la sera»

Lei ha lasciato tutto per lui, lo rifarebbe?

«Io rifarei tutto. Io sono una donna felice, penso che poca gente può dire questo nella vita. Naturalmente abbiamo fatto cose difficili, Astor andava curato molto, dal primo giorno, io non ho incontrato un uomo sano, era già malato, aveva fumato tanto, tantissimo ed è stato questo che gli ha provocato l’infarto. Aveva smesso di fumare da un giorno all’altro, con una grande forza di volontà e mi diceva: “Adesso sento il gusto per il cibo e l’odore del tuo profumo, che è tanto bello”. Ma era già malato, perché dopo aver fumato tanto le arterie erano distrutte»

Parliamo del musicista, come era considerato Astor all’epoca?

«Era un innovatore e tutto quello che è “diverso” causa paura nella gente. La gente non capiva se era un tango “nuevo” il suo. Ma era un tango necessario. L’epoca del ‘40 con le orchestre numerose e la folla di gente che ballava, era finita. Negli anni ‘80 il tango diventa meno popolare e le orchestre si impoveriscono: più di un quartetto o di un quintetto non si formava, e non perché c’era la crisi ma perché era in atto un cambiamento. In quel periodo è arrivato il rock, la musica che veniva dall’estero e il tango iniziava a “nascondersi”, c’era una nuova linea musicale che non era la nostra»

E Astor come si inserisce in questo contesto?

«Astor era da ammirare per la sua integrità con la sua musica. Aveva il coraggio di fare fronte a tutte le avversità. A quel tempo era odiato perché accusato di distruggere il tango, ma la sua era un’avanguardia, lui ha diffuso il tango in tutta Europa. Solo dopo che l’Europa ha conosciuto il tango di Piazzolla, ha scoperto anche il tango prima di Piazzolla»

Come reagiva Astor all’accusa di distruggere il tango?

«Lui ha sempre guardato all’Europa, siamo sempre venuti qui. Astor diceva sempre: “A Buenos Aires tutti dicono che la mia musica non si balla e qui in Europa invece la balla tutto il mondo”»

E come viveva questo conflitto con Buenos Aires?

«Ne soffriva immensamente. Lui aveva bisogno di Buenos Aires. Mi aveva raccontato di un posto che si chiamava 676 dove lo seguiva un sacco di gente e anche se il locale era piccolo, andava gente che lo capiva. Ma erano pochi, in radio non mettevano la sua musica. Lui in quel periodo ha scritto “Tre minuti con la realidad”»

Oggi come viene vissuto Piazzolla secondo lei?

«È uno in più dei grandi musicisti del ventesimo secolo. Un artista che ha lasciato un segno per l’eternità»

Come si può definire la sua musica: classica o tango?

«Per lui è sempre stato il tango. “Io faccio la musica di Buenos Aires” diceva, “Io suono il tango”. Era il tango di una grande evoluzione musicale, quello che ha fatto il giro del mondo, ed è stato apprezzato dalla gente. Ora Astor è considerato un culto della musica ed è un personaggio di rilievo, ma lui non pensava a questo, faceva le cose che sentiva e voleva fare, non pensava agli altri e all’effetto che provocava»

L’uomo e l’artista coincidono in Piazzolla?

«Assolutamente, tutto. Astor era curioso e la curiosità apre le porte di tante cose che tu ignori, è come una parola che non sai che vuol dire, la cerchi nel dizionario e ti stupisce. La curiosità è la madre delle invenzioni.

Tutti i brani di Astor sono indimenticabili perché è una gamma di varietà, nella sua musica senti tante emozioni diverse, la gioia la tristezza l’amore, in ogni brano c’è tutto»

Astor è nato a Mar del Plata ma quando aveva tre anni è emigrato con la famiglia a New York, poi è tornato in Argentina e poi di nuovo in America. Lui si sentiva argentino o americano?

«Argentinissimo! Amava il jazz americano e la musica colta e stare in America gli ha permesso di conoscere tutti i grandi maestri del jazz fin da bambino. La costruzione del jazz è molto più difficile del tango e alla gente del tango spesso non piace il jazz. Astor però era argentino e amava Buenos Aires e soffriva molto la lontananza. A me ogni tanto mi diceva “Andiamo a Buenos Aires e rimaniamo a vivere lì”. Ma era una lotta, con tutti. E il guadagno era insufficiente al punto che decidemmo di andare a Parigi. Ma gli mancava l’Argentina e spesso mi diceva “Tornare a Buenos Aires e sentirne l’odore, mi fa ritrovare la mia vita con tutte le cose che mi danno la forza di andare avanti”»

E con l’Italia che rapporto aveva?

«Si chiamava Astor Pantalone Piazzolla, aveva già addosso il nome Italiano! Era quello del nonno Pantaleone nato a Trani, in Puglia, dove siamo stati tante volte e dove lui ha suonato nella Cattedrale. Io andrò lì fra pochi giorni per un concerto, sono molto affezionata a quella città e tutti sono carini con me»

Quando venivate a Roma andavate in albergo o in casa?

«All’inizio andavamo all’Hotel Plaza e all’Inghilterra, poi avevamo un appartamentino nel centro storico, dove ancora io abito quando vengo. Roma per Astor rappresentava la famiglia, gli ricordava il nonno. E così tutta l’Italia: venire qui era come stare a casa, a lui piaceva tantissimo. Ma la vita ci ha portato a Parigi, dove c’era il lavoro più importante, quello che gli ha dato più possibilità»

Come siete arrivati a Roma?

«Astor era andato in televisione, alla Rai, diverse volte. Mi ricordo una registrazione di Mina quando disse: “Finalmente oggi posso presentare un uomo, un genio al quale ho chiesto tante volte di cantare un suo brano e oggi sta qui: è il maestro Astor Piazzolla”. Aveva la barba all’epoca, era prima del ‘76, era ancora un po’ sovrappeso. Mi ricordo molto bene queste parole di Mina, un’artista che amo molto»

Fu lei e poi Milva che hanno fatto conoscere Astor…

«Lui è venuto a suonare a Roma per loro e poi Milva è venuta a Buenos Aires per cantare con Astor, un avvenimento eccezionale. Milva è una grande professionista, impeccabile, molto precisa, molto esigente con sé stessa. Con Astor hanno avuto un ensemble perfetto»

Cosa c’è di italiano in Astor Piazzolla?

«La melodia di Astor è tipicamente italiana, improvvisamente esplode e ti da un brivido: questo è carattere italiano. Astor era figlio unico e aveva un forte senso della famiglia che considerava sacra. Così come valorizzava i sentimenti: gioire e soffrire erano cose importanti. Per il dolore e l’intensità che questo provoca, aveva un grande rispetto»

A 20 anni dalla scomparsa cosa è cambiato? 

«A me Astor manca sempre. Io parlavo con lui di tutto. Sento sempre un vuoto dentro di me, ma devo pensare che ho vissuto la parte più importante della mia vita con una persona che mi apprezzava e che voleva stare con me. Il suo sguardo poi era tanto speciale, tanto tenero: aveva gli occhi marroni con dei puntini d’oro, un colore incredibile. E poi il patrimonio musicale che ha lasciato è importante, è come lasciare i figli, come lasciare una famiglia. E quando fai questo, hai fatto qualcosa di grande nella vita»

Si ricorda un brano più di altri?

«Sì, è un pezzo che non ha mai scritto, solo suonato. Una sera a Parigi si è messo al piano e ha cominciato a suonare un brano struggente, da far piangere. Era al buio e io l’ho ascoltato in silenzio. Poi si è alzato ed è venuto verso di me, allora gli ho chiesto: “Cos’era? È tremendo, fa piangere” e lui: “è l’unica cosa che sento dopo aver visto i bambini del Biafra”. Nel pomeriggio eravamo stati a una conferenza sulla fame nel mondo. Quel brano non lo ha mai scritto, solo suonato»

Una musica che arriva diretta… come il grande successo di Libertango…

«Ogni concerto che organizzo io finisce con Libertango: risolleva gli animi e fa ricominciare a vivere. Ogni anno dedico ad Astor il Festival Piazzolla di Mar del Plata che dura tutto il mese di marzo, lui era nato l’11. Il programma è ricco di appuntamenti musicali e di danza, ci sarà la serie dell’angelo con dei ballerini contemporanei»

Qual è la forza di Astor Piazzolla, perché piace tanto?

«Perché è autentico. Tutto quello che è autentico attira l’attenzione e commuove. Un oggetto d’arte quando lo vedi e lo puoi apprezzare, stai vedendo il lavoro di una persona che l’ha fatto con il cuore, l’amore e tutto il suo essere»

Cosa pensa del tango che oggi è ballato in tutto il mondo?

«Io credo che sia un fenomeno ciclico. Nel nostro paese ora si balla di meno di qui, come ad esempio a Roma. Ma non bisogna mai dimenticare l’essenza del tango. Il tango è nato con due signori che hanno ballato in un angolo di una via con una chitarra, inventando i passi. Il tango è libero non ha una struttura né codici. Queste sono cose inventate con il tempo e le esigenze pratiche nelle milonghe. Mio padre e mia madre non hanno mai avuto un insegnante e hanno sempre ballato! Non sono andati in una scuola perché il tango viene da solo. E poi non si deve fare una confusione con il sesso, con la cosa peccaminosa. Ballare è una emozione, è una cosa diversa. Se si segue questa linea si vede ballare la gente con la gioia»

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