Dino Saluzzi

PUBBLICATO IL 4 luglio 2012

«Il tango non morirà e non cambierà mai, fino a quando rimarrà rispettata la sua essenza originale»


Dino SaluzziDino Saluzzi nasce nel 1935 in un piccolo paese del Nord dell’Argentina e già a 7 anni gli viene messo in mano un bandoneon del padre Cayetano, musicista di talento. Crescere a Campo Santo, un conglomerato rurale di poche anime ingabbiato tra l’immensità della Cordigliera delle Ande e la struggente malinconia delle pampas sconfinate, ha un effetto inesorabile sulla vena creativa del piccolo Dino. L’artista cresce con il suono drammatico del bandoneon nelle orecchie, cosa che gli permette di trasformare il rumore degli spazi in cui vive in esperienze sensoriali profondissime, che diventano musica quando da ragazzo si trasferisce a Buenos Aires. Le sonorità andine e il candombe si mescolano, nei suoi primi brani, a echi di canzoni europee e alla milonga. E al tango, naturalmente. Molti oggi lo considerano come il vero erede di Astor Piazzolla, perché come lui non si è accontentato di replicare la tradizione del tango ma l’ha intrecciata con altri stili e culture. “È vero, il tango si è emancipato, ma non dobbiamo dimenticare

 le meravigliose melodie del tango del periodo romantico, quello più musicale. Mi riferisco ai temi di compositori come Enrique Delfino, Julio De Caro, Augustin Bardi, quasi tutti italiani. Tutto quello che viene dopo mi sembra che manchi un po’ di un’espressione spirituale. Infatti, se oggi ancora si balla il tango lo dobbiamo a questi personaggi e alla loro musica”. Insieme a Piazzolla, Saluzzi ha “liberato” il tango dalla retorica che lo aveva tenuto al palo per almeno un trentennio, dalla fine della “decade de oro” in poi. Ma mentre Piazzolla scelse di proporre un tango rielaborato con ritmi emergenti (e vincenti) come quelli del jazz, di più facile ascolto, Saluzzi andò a sviscerare echi ancestrali della musica tradizionale andina, cercando le contaminazioni con le tendenze musicali contemporanee. Un approccio alla composizione, quello del bandoneonista di Campo Santo, tanto poetico quanto anarchico con temi che invitano a un ascolto attento, meditativo, in una sorta di rapimento onirico se non addirittura mistico. «Non è tanto importante la forma della musica quanto il suo contenuto. La musica degli anni ’20 di Vienna, per esempio, era completa ma solamente accessibile a un pubblico qualificato. In quel caso il potere della conoscenza rendeva quel tipo di musica esclusivo. A me piace quando la musica diventa uno strumento di comunicazione per tutti, inclusi i dilettanti, quelli che conoscono poco o nulla della musica». E il tango ha una fortissima componente comunicativa che risiede nello spirito stesso della sua musica, spiega Saluzzi: «Il tango non morirà e non cambierà mai, fino a quando rimarrà rispettata la sua essenza originale. Però attenzione, ci sono musiche che aprono porte e spazi e musiche che ne chiudono. Il futuro del tango è nella musica stessa e nello spirito del musicista, il quale compone i suoi temi in relazione agli elementi che lo circondano, quindi al folklore. Elementi che poi lui interpreta e converte in musica». Fattosi conoscere a livello internazionale partecipando negli anni ’70 a uno degli album più belli del sassofonista jazz argentino Gato Barbieri (Chapter One: Latino America), Saluzzi ha più tardi incontrato lungo il suo percorso artistico altri importanti jazzisti quali Charlie Haden, Charlie Mariano e Al Di Meola. Oltre che col jazz, il bandoneonista si è confrontato con la musica classica: da qui la collaborazione, ormai ben collaudata, con la violoncellista tedesca Anja Lechner. Saluzzi ha coinvolto nei suoi progetti il fratello Felix “Cuchara” Saluzzi, che, con Anja, completa il trio (foto) che ha lavorato alla produzione dell’ultimo album “Navidad de los Andes”, un’opera musicale che approderà all’Auditorium di Roma il 21 marzo (http://www.auditorium.com/eventi/5094437). «Mi sarebbe piaciuto lavorare con il compositore e direttore d’orchestra Horacio Salgan. Io amo la musica e i musicisti ma credo che in molti, forse troppi, basino la propria carriera sulla rivisitazione, la reinterpretazione dei successi altrui. Non dico che dobbiamo essere tutti creativi ma che per rispetto della musica e del lavoro degli altri, dovremmo essere più esplorativi, avere più coraggio». Saluzzi quel coraggio di esplorare spazi musicali ignoti, lo ha sempre avuto.

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