I «piropos» di Buenos Aires tra trucco, tacco e profumo

PUBBLICATO IL 4 luglio 2012

la Milonga del Sueno PortenoDalla mia postazione di lavoro, la consolle della milonga «Sueño Porteño» del tanguerissimo barrio di Boedo, sono in posizione privilegiata per ascoltare e vedere cose molto interessanti. I ricordi dei vecchi «milongueros», ad esempio, come quello che la settimana scorsa si avvicinò alla cabina per ringraziarmi di avere passato una tanda di Fresedo, orchestra che ai suoi tempi non poteva permettersi di andare ad ascoltare: Fresedo infatti suonava in locali troppo eleganti e cari per le tasche di molti.

Ma sono anche parecchio interessanti le reazioni degli stranieri all’atmosfera della milonga porteña, soprattutto di quelli che vengono a Buenos Aires per la prima volta. Una delle reazioni più ricorrenti, e per questo degna di chiacchierarci un po’ sopra, è quella di non poche donne italiane ai complimenti e alle avances che i porteños dedicano loro durante le pause fra un tango e l’altro. Dico italiane, perché sono quelle che, una volta conosciuta la mia nazionalità, trovano più facile farmi le loro estemporanee confidenze, ma non escludo che anche altre non argentine pensino la stessa cosa. Innanzitutto, costoro si sentono a disagio per l’abitudine tutta porteña nel non cominciare a ballare alla prima nota del tango, rubando ad esso qualche decina di secondi, per dedicarli a chiacchierare, a conoscersi, a scambiarsi notizie ed eventualmente proposte. «Ma come? Sono qua per ballare», mi dicono, «e questi vogliono rimorchiare! Possibile che pensino subito solo a quello?». Ecco, questa reazione mi mette molto in imbarazzo: si tratta evidentemente di due codici culturali che differiscono di quel tanto che non permette loro di essere percepiti come dissimili di primo acchito, mentre poi «en la cancha», come direbbero a Buenos Aires, ossia una volta scesi sul terreno di gioco, del contatto fisico (in senso sportivo, per carità!) evidenziano tutte le loro diversità.

Le connazionali che mi fanno questo tipo di confidenze, come bene dicono, sono venute «a ballare», non a rimorchiare. Però si sono vestite con gli abiti più seducenti ed eleganti, si sono truccate e profumate, hanno indossato con voluttà scarpe che manderebbero in estasi qualunque feticista, sono venute in milonga a ballare tango, che tutti sanno essere il ballo passionale se ce n’è uno, e poi… Poi, basta: perché il gioco, per loro, sostanzialmente (e narcisisticamente) era tutto lì. Come fare capire loro che la reazione del complimento, anche esagerato, del «piropo», come si dice, da parte del maschio argentino, è prima di tutto un omaggio a tutto questo sforzo, a quest’impegno di tempo e di quattrini? È come se il milonguero dicesse «Voglio ricambiare questo tuo mostrarti femmina-femmina, mostrandomi maschio-maschio, ossia cercando prima di tutto di sedurti, altrimenti, che maschio sono?». «Lustradas», «boleos», «sacadas», «barridas» e armamentari simili non sono nati né si sono evoluti perché i maestri potessero guadagnarsi il pane quotidiano insegnandoli, ma si sono sviluppati come segnali di seduzione, che possono giustamente essere accettati o rifiutati, ma che non si possono ridurre a pura tecnica, ed hanno un loro valore nella pur breve relazione interpersonale che si sviluppa durante un ballo. Ovviamente c’è modo e modo, di proporsi come di rifiutarsi, e qui sta il divertente – e anche l’imprevedibile – del gioco della milonga, ma ridurre una serata in milonga porteña a una serie di tanghi, valses e milongas ballati nella ricerca di una perfezione ginnica che magari non si era riuscita a trovare frequentando il solito «giro» in Italia, è un errore che può costare molto caro: con un viaggio nel ruspante mondo della milonga porteña ci si può comprare ben più di una asettica e rilassante «vacanza tango» in qualche bellissimo «resort» mediterraneo!!

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