Le “Golondrinas” di Buenos Aires ricercando il nido del tango

PUBBLICATO IL 18 luglio 2012

Di tanto in tanto, a ondate, le milongas di Buenos Aires si riempiono di stranieri. Ora un po’ meno, a dire il vero, data la crisi economica che colpisce il nord del mondo, e la strana mescola di prezzi locali sempre più alti e valore del “peso” ugualmente elevato al cambio, che rende di giorno in giorno meno appetibile un viaggio in Argentina. Per fortuna, Di Sarli riesce a mettere d’accordo tutti, sia i fanatici di Pugliese sia quelli di D’Arienzo.

E così, fra le note del bandoneón di Troilo e quelle del pianoforte di Maderna si insinuano con maggiore o minore frequenza, a seconda della stagione, persone che poco hanno a che vedere con lo stereotipo criollo: uomini allampanati e biondi che ballano con gli occhiali sul naso e la cintura dei pantaloni sopra la linea dell’ombelico, donne (altrettanto lunghe) che prima di entrare in milonga hanno saccheggiato l’atelier di Christian Dior (di Parigi).

Turisti, si direbbe. Sì, molti sono turisti: soprattutto lo sono quei gruppetti o quelle coppie in scarpe da ginnastica, giacca a vento e zaino che vengono accomodati nei tavoli agli angoli, un po’ defilati, e che, estratte cineprese e fotocamere, si dedicano alla parte tanguera del loro safari fotografico sudamericano, fra le balene della Penisola Valdez, i gauchos della pampa e gli spruzzi delle cascate di Iguazú. Quelli sono i veri turisti: restano un paio di ore, il tempo di fare il loro spuntino di empanadas e di scolarsi la bottiglia di Valmont, e poi a nanna in hotel, che domani c’è l’aereo.

Però gli altri stranieri, turisti, ma proprio turisti turisti, non lo sono. Uno non è un semplice turista se prende lezioni di tango per anni a Roma, a Parigi o a New York, compra vestiti assurdi (le donne) e scarpe bicolori (gli uomini) e si fa ventiquattro ore di aereo per fermarsi una settimana a ballare a tutte le ore in tutte le milonghe di Buenos Aires. Queste persone, più che turisti, sono pellegrini del tango, sono uomini e donne che realizzano il loro viaggio della vita, che giungono alla loro Mecca o al loro Santiago de Compostela intimo e personale per il quale si sono preparati per mesi se non per anni.

E poi ci sono le golondrinas. Non sono turisti, e nemmeno pellegrini. Spesso si distinguono poco anche per abbigliamento: l’altezza è genetica, fuori discussione. Sono stranieri, è vero, ma chi non è un po’ straniero (o, se vogliamo, quale straniero non è un po’ porteño…), a Buenos Aires, dove nell’elenco telefonico ci sono cognomi di tutto l’orbe terracqueo finora conosciuto? Sono golondrinas, sono rondini, che regolamente appaiono nelle milongas e settimane o mesi dopo spariscono, per poi misteriosamente sempre tornare. Sono “il francese”, “l’austriaca”, “quella di Singapore”, “la tana” , “il gallego”, “la svedese”. Per alcuni di noi hanno anche un nome, per tutti sono presenze importanti, e la milonga non sarebbe la stessa senza di loro. Qualcuno parla castigliano, altri si arrangiano, ma tutti comunicano col cuore la stessa lingua del tango. E tutti siamo felici quando li rivediamo, e ci sentiamo un po’ tristi quando se ne vanno, anche se sappiamo che prima o poi avremo la gioia di vederli tornare. Come cantava Carlos Gardel nel tango Golondrinas.

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