“I racconti di Nelly sono cominciati da Carlos Gardel”

PUBBLICATO IL 10 settembre 2014

 

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Pubblichiamo l’intervista a Nelly Omar in occasione dell’anniversario della nascita il 10 settembre del 1911. Una delle più celebri cantanti di tango e folclore d’Argentina è scomparsa nel 2013 a 102 anni.  Figlia di un immigrato italiano di Genova, è stata scoperta da Ignazio Corsini,  ha realizzato il primo disco con l’aiuto di Francisco Canaro ed è stata l’amante di Homero Manzi che ha scritto per lei Malena, Sur, Ninguna e Solamente Ella. E’ stata molto amica di Evita Peron, sostenitrice del peronismo al punto di essere perseguitata dalla seconda dittatura e costretta a rimanere “muta” per 17 anni. Nel 1996 è stata nominata Cittadina illustre della città di Buenos Aires. Nel 2009 e nel 2010 le sue ultime apparizioni al teatro “Luna Park” di Buenos Aires dove, già centenaria, ha fatto il tutto esaurito.

 

di Bruna Bianchi 

Al telefono è spiccia e sospettosa.  Non è facile incontrare Nelly Omar se non è lei a volerlo,  lo si capisce alla svelta.  Devo dire che sono italiana come lei, nata Nilda Elvira Vattuone,  per farle accettare una chiacchierata  in un bar.   Mi era capitato anche un’altra volta , a Buenos Aires, di ricevere un abbraccio commosso da una cantante di tango a me sconosciuta al bar del Chino, giù a Pompeya antica, al dirle che ero italiana. Questo laccio che gli argentini  non possono rompere mai con l’Italia e i loro genitori emigrati, ha sempre commosso anche me.  E così ho conquistato l’appuntamento con la cantante di tango più amata d’Argentina,  nel quartiere di Palermo.

Era trascorso solo un giorno dal suo centesimo compleanno.  Indossava un vestito d’organza (era primavera) e un giacchino di lana pesante. Sulle labbra aveva un filo di rossetto e mi è parsa subito una persona elegante e contenuta, sicura di sé e decisa a centellinare i ricordi che immaginava le avrei voluto carpire.  Come altri giornalisti argentini, anche io l’avrei intervistata. E invece non è andata proprio così.

I racconti di Nelly sono cominciati da Carlos Gardel.  Parlava di lui come se lo avesse incontrato il giorno prima nella saletta delle registrazioni radio. Per l’ennesima volta a Buenos Aires, stavo provando  quell’incredibile sensazione di partecipare dal vivo a qualcosa avvenuto ottant’anni prima. Ero in piena epoca anni ’30 quel giorno. Nelly Omar aveva studiato recitazione, teatro e canto , ma se anche non l’avesse fatto, non sarebbe cambiato molto, perché in Argentina ho incontrato tanta  gente comune che recitava come fosse un  attore di teatro.  È una delle altre cose più affascinanti di Buenos Aires il marchio indelebile che ha lasciato la cultura teatrale italiana che si è poi mescolata con la capacità di questo popolo di vivere le emozioni e raccontarle a livello di pancia e non di testa. Ecco dove mi arrivavano i racconti di Nelly: nella pancia! Ogni sua parola era una specie di abbraccio accogliente, un richiamo ad andare con lei nel passato, il suo.

La sua mente era lucidissima e la memoria per le date infallibile. Ho provato a farle trucchetti per capire se ripeteva a memoria cose già dette mille volte e risapute o se stava raccontando proprio a me la sua storia. Naturalmente mi ero preparata prima di incontrarla. Ero andata anche a vedere dove aveva studiato Homero Manzi e pranzato nella trattoria (il bodegòn) dove si rifugiava spesso per buttare giù le sue poesie che poi diventavano tanghi. Manzi era un poeta, il poeta del tango. Mi incuriosiva sapere perché si era innamorato così follemente di una cantante come Nelly Omar, figlia di un emigrante di Genova, aspirante aviatrice (proprio al velodromo aveva conosciuto Evita Peròn con la quale è rimasta amica fino alla morte),  e con un carattere forte e deciso, al contrario del suo. Erano tutti e due sposati e nessuno dei due all’epoca avrebbe tradito con tanta facilità come si potrebbe fare oggi. La loro storia non poteva perciò che essere di tutt’altro livello, decisamente intellettuale, così  come era l’ambiente del tango i primi anni del secolo ‘900 a Buenos Aires, quando i poeti del tango hanno inserito altro struggimento, stavolta amoroso,  a quello più spirituale del bandoneòn.

Nelly Omar mi ha congedata sotto casa con una decisione: incontrarmi di nuovo. E la prossima visita poteva essere in casa, dove entravano soltanto pochi e fidatissimi amici.

Ho avuto l’impressione che mi ha vista commossa più che interessata alla sua lunga vita,  perché in fondo era proprio così che mi sentivo:  una che ha appena ricevuto il regalo di aver potuto capire meglio i tanghi che ballavo e ascoltavo, i loro protagonisti e quel fertile terreno colto in cui si muovevano all’unisono, oggi scomparso. 

L’anno successivo, al mio ritorno a Buenos Aires, la visita a casa sua è stata una delle cose più emotive  e ricche che mi ha offerto Buenos Aires in tanti soggiorni di spasmodica ricerca delle origini del tango.

Nelly viveva in un appartamentino di due stanze all’ultimo piano di un palazzo anonimo del barrio di Palermo. Alle pareti c’erano solo quattro quadretti , uno accanto all’altro, regalo di Homero Manzi.  Sul comò c’era una vecchia fotografia di Evita e Peròn passata a colori dal bianco e nero.  Il cappello di Gardel, che aveva promesso di mostrarmi, non si trovava più. Le lettere di Manzi erano state bruciate dalla sorella decine di anni prima, in un impeto di rabbia gelosa. Nelly ha raccontato di nuovo la sua vita e l’amore che Manzi provava per lei tanto da andare a bussare alle finestre della casa al pianterreno dove viva all’epoca col marito. Lei non lo voleva affatto e l’ha detto così decisa che ho dovuto crederci. Con la stessa decisione e con la ricostruzione esatta delle date, ha confermato che il tango “Malena” era stato scritto per lei.  Nelly era una musa ispiratrice, non v’è dubbio. Cosa può esserci di meglio per un artista che deve comunicare con l’anima? Nel 2011 in nessun giornale argentino era emerso che Nelly riteneva assolutamente scritta per lei la canzone Malena,  anzi, si sosteneva  che era stata Maria di Toledo la cantante ispiratrice. Eppure non ho mai percepito arroganza o orgoglio nelle parole di Nelly, che a centouno anni poteva permettersi di dire tutto quello che pensava, come le parole di delusione verso la presidenta Cristina Kirchner che si l’aveva nominata ambasciatrice del tango e del folclore, ma si era scordata di mandarle un telegramma il giorno del suo centesimo compleanno.  Ad un certo punto è andata in camera da letto, ha estratto la chitarra dal fodero e l’ha suonata. La voce roca della “Gardelita”  mi ha offerto una zamba meravigliosa!

Le ultime parole di Nelly, al congedarmi da lei,  – spaventata dall’idea di non rivederla più l’anno successivo al ritorno a Buenos Aires – sono state rivolte a me: non restare sola.  Lei si era sposata quattro volte e altrettante era rimasta vedova.  Era la cantante più stimata e amata d’Argentina, ma il suo desiderio più grande era quello di potere ancora andare a teatro con un uomo serio, sensibile e colto. Ci aveva riso su raccontando di aver conosciuto un paio d’anni fa un ottantenne che voleva sposarla e doveva appoggiarsi al suo braccio perché neppure si reggeva in piedi.

Il 20 dicembre dello scorso anno Nelly è morta nel sonno. Non si era più ripresa da due cadute in casa.

Ascolto i cd che mi ha regalato, continuo ad amare il tango e non sono più sola.

Bruna.bianchi@ilgiorno.net

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Bruna Bianchi

Bruna Bianchi è giornalista di Quotidiano Nazionale (Il Giorno- Milano). Balla tango argentino dal 2000. Nel 2004 sono iniziati i suoi soggiorni a Buenos Aires dove ha approfondito le origini del tango e la storia dell'immigrazione italiana. "Nerista" di indagine e inviato per Il Giorno e Qn, nel 2012 ha pubblicato il giallo "Diabolico tango" edito da Eclissi ambientato tra Milano e Buenos Aires.

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