Mirada y cabeceo, il cuore del tango/4

PUBBLICATO IL 15 dicembre 2014

Di Franco Garnero

Tango milonguero, codigos, mirada e cabeceo, ordine in pista. Tutto molto approssimativo. Sono tante le cose che non vanno nel tango italiano e, sul banco degli accusati, si trovano soprattutto i maestri che, secondo molti, pensano solo al botteghino, insegnando passi su passi e dimenticandosi di parlare di come andrebbe vissuta la milonga. Santiago de Leon, maestro argentino che ha lavorato molto in Europa e negli Stati Uniti e ora si trova in Italia con la moglie Eugenia Deanna, anche lei argentina, afferma che “la mirada e il cabeceo sono una cosa molto articolata e ben radicata nella nostra cultura e hanno un percorso molto lungo, che comincia quando entri in milonga e magari saluti un’amica e le dici, tra l’altro, che vorresti ballare con lei una tanda di Canaro, così quando ne senti le prime note, è normale lanciarle un’occhiata e che lei ti faccia un cenno per farti capire che è d’accordo”. “Oppure – continua – mentre balli e vedi una ballerina che ti interessa, ti fermi davanti a lei per farle vedere qual è il tuo tango, non per farti bello o per vantarti, ma per farle capire il tuo modo di ballare, in modo che lei possa vedere, valutare, eventualmente apprezzare e quindi rispondere in modo positivo o negativo a una tua occhiata; tutto questo dialogo continua nel modo di avvicinarsi, di abbracciarsi, di sentirsi, di iniziare il brano”.

Santiago ed Eugenia

“Qui, e per qui dico Europa e Stati Uniti – continua – è tutto diverso, voi fate tutto in fretta, siete sempre schiavi del fast food, per cui non avete il gusto, la pazienza, per questi comportamenti, per saper attendere; è normale, da voi, che uno vada da una ballerina e le batta su una spalla per attirarne l’attenzione e invitarla a ballare”. “A Buenos – assicura – sarebbe impensabile una cosa del genere e, di certo, quel ballerino riceverebbe un rifiuto e in quella serata in quella milonga non gli riuscirebbe di fare più una tanda”. “Ora – precisa – non voglio essere frainteso, ma con una ballerina è come avvicinarsi a un cane, devi prima entrare in confidenza, creare un legame e fartelo amico; poi, magari, bisogna anche essere capaci a fare il colpetto sulla spalla, perché vedo che qui nessuna ballerina si sente offesa per questa invasione corporea e della privacy, che per noi è importante preservare dato che il tango è già un’esperienza così intima che va preparata con cura”. “In ogni caso – dice ancora Santiago – è normale che ogni zona abbia il suo tango, Torino non è Milano o Berlino e nessun posto è come Buenos Aires; in Europa si balla soprattutto salon, che non è male, mentre in Argentina si balla solo milonguero, ma questo vuol dire anche conoscere, apprezzare e fare propria la cultura della milonga”.

Beatrice Laghi 01

Beatrice Laghi, direttore artistico di Vogliovedertiballare, insegna tango dal 2003 ed è spesso a Buenos Aires per continuare la sua formazione. “Io – afferma – insegno mirada y cabeceo perché è la maniera migliore per l’uomo di non ricevere dei rifiuti e per la donna di sollecitare inviti, dato che le ballerine spesso si lamentano che non vengono invitate, ma la ragione, il più delle volte, è perché non sanno fare una mirada”. “Purtroppo – continua – da noi non se ne conosce la vera arte, cioè la capacità di fare una mirada senza che nessuno se ne accorga, perché a Buenos Aires questa viene considerata una capacità importante quanto quella di fare bene un giro o una sacada”. “È una cosa qualificante – insiste – e, come insegno agli uomini a riaccompagnare la dama a sedere, oppure che è bene, dopo una posa plastica, risollevare e rimettere in asse la ballerina, allo stesso modo spiego che bisogna saper invitare”. Al riguardo ricorda quando conobbe Adrian Argon “nel corso di un festival che avevo organizzato a Ischia e, dopo l’esibizione, stavamo conversando del più e del meno; lui, però, all’improvviso si alza e mi dice che ha ricevuto una mirada e deve andare a ballare, facendomi l’occhiolino, per sottolineare che non era solo bravo a ballare ma anche a gestire gli inviti. In effetti, io, che ero seduta accanto a lui a chiacchierare e lo avevo guardato in faccia tutto il tempo, non mi ero accorta assolutamente di nulla”. Nelle sue esperienze a Buenos Aires, ricorda di aver anche dovuto imparare “a essere più rapida delle altre, perché i ballerini buoni venivano tutti prenotati nelle prime battute della cortina, tutti i giochi per quella tanda erano fatti in cinque secondi”.

Nancy y Fernando

Ma torniamo ad ascoltare il parere di due argentini, Nancy Miceli e Fernando Gargaglione, insegnanti storici di Torino. “Mirada e cabeceo – affermano – sono un sistema educato, rispettoso e intelligente, basta guardarsi un attimo negli occhi, senza fissarsi, e il gioco è fatto, per lui la mirada e il cabeceo significano avere la certezza che chi ballerà con lui lo farà perché lo desidera e non per cortesia od obbligo, per lei significano poter scegliere con chi ballare e non sentirsi in obbligo di accettare un invito perché è imbarazzante il dover rifiutare”. Nancy sottolinea a sua volta che “in Italia, e sopratutto in Piemonte, quasi non viene praticato, noi conosciamo una sola milonga a Torino che lo pratica, a Buenos Aires lo si vede in tutte le milonghe”. “Questa pratica – continua – richiede una sensibilità raffinatissima, a Buenos Aires è un sistema che è nel sangue della milonga, si mettono in gioco le emozioni, quello che c’è dentro di noi; in Italia si ha paura di rischiare eccessivamente, si ha bisogno di sperimentare gradualmente le emozioni e far diventare naturale l’azione”. “Non dobbiamo strumentalizzare questo metodo – dice ancora Nancy – e le strutture non servono in questo caso, basta comunicare e mettersi in gioco”. “Io sono così abituato alla mirada e il cabeceo – interviene Fernando – che, pur essendo maestro e sapendo come funziona qui, non riesco ad abituarmi, mi succede spesso di andare in milonga e magari non ballare perché le donne stanno a guardare per terra, a parlare fra di loro o guardando ballare le coppie in sala; dovrebbero solo ricordarsi sempre che incrociare uno sguardo in milonga non significa un interesse personale ma solo voglia di ballare”. Nancy e Fernando si sforzano di insegnarlo nelle loro lezioni perché, spiegano,  “sono codici primordiali, abbiamo bisogno di applicarli per rispetto e buona educazione, in questo modo l’uomo osserva le donne, ne sceglie una, sempre da lontano, la cerca con lo sguardo e, se si incrociano gli sguardi, l’uomo fa il cabeceo; lei, a sua volta, contraccambia col cabeceo o fa un sorriso consentendo l’invito o si alza aspettando l’arrivo di lui, senza perdere il contatto visivo sino a che non si trovano di fronte; in caso contrario, se non le interessa l’invito, lei fa finta di non averlo visto, così non si sentirà nell’imbarazzo di dover ballare se non vuole, perché il tango è elegante, una faccenda da gentiluomini in tutti i suoi aspetti, è complice, è unico”. Entrambi ritengono che “tutti quelli che hanno possibilità di comunicare devono educare chi va in milonga ma principalmente noi maestri dobbiamo trasmettere questo nelle nostre lezioni perché fa parte della comunicazione dei corpi; insegnare tango non è solo spiegare una figura, nel tango la comunicazione delle coppie deve nascere dalla mirada e il cabeceo perché questi comportamenti sono già collaudati da anni e sono tradizionali”. “Ed è una cosa che conviene a tutti – insistono – si farà capire agli uomini che eviteranno di ricevere spiacevoli rifiuti ai loro inviti, che eviteranno di ballare una tanda con una ballerina che lo gradisce poco, che non ha bisogno di attraversare la sala da ballo per vedersi soffiare la ballerina con cui voleva ballare all’ultimo istante e, nel caso fosse un ballerino esperto o ambito, eviterebbe di ricevere continui inviti da donne con cui non vorrebbe ballare. Capendo questo sistema, la donna potrà scegliere con chi ballare, eviterà di dover inventare scuse banali per rifiutare un ballo o far finta di non vedere l’invito fingendo magari di parlare, eviterà di dover declinare l’invito e rimanere passiva in attesa che qualche ballerino la inviti”. Loro li insegnano nella loro scuola, ma, spiegano, “quasi mettiamo in difficoltà i nostri allievi perché, quando vanno in milonga, non riescono ad applicarli, non è colpa loro ma del sistema che c’è adesso nelle milonghe”. La domanda che ci si dovrebbe porre, secondo Nancy e Fernando è perché abbiamo bisogno di insegnarlo in Italia. “E la risposta è facile – spiegano – perché, essendo noi argentini, siamo nati e cresciuti nell’ambiente con questi codici, fa parte del Dna della milonga, a Buenos Aires non abbiamo bisogno che i maestri ci insegnino questi comportamenti perché li viviamo sul campo come una cosa naturale, li impariamo da soli, osservando i maestri della milonga, i cosiddetti milongueri, loro hanno l’esperienza, non parlano con la bocca ma con i loro corpi, se non entri in questo mondo e non lo impari, sei fuori del gioco, vuol dire che non hai capito niente del tango”. Sulla qualità del tango che si può trovare in Italia Fernando dice che “c’è l’intenzione ma non ci si arriva e la colpa è dei maestri, degli allievi, del sistema; i maestri hanno paura di perdere gli allievi perché questi vogliono subito imparare ad alzare le gambe, a esibirsi ed essere protagonisti perché è questo che vedono nelle milonghe”. Per questo, continua “è difficile arrivare a un buon tango, il protagonismo è un gran problema e non capisco questo fiorire di corsi di coreografia; i maestri insegnano quello che gli allievi vogliono invece di educare e trasmettere la vera essenza del tango e il tango rispecchia la società in tutti i suoi aspetti, per cui dovremmo chiederci se siamo ordinati, rispettosi nella vita quotidiana”. “Secondo noi – prosegue Nancy – oggi bisogna rieducare e comunicare i veri pilastri del tango argentino in tutti i suoi aspetti, dalla mirada al cabeceo, dall’eleganza all’abbraccio, al rispetto dei ruoli, come della pista e di chi è intorno a noi, capire che bisogna proteggere la donna, accompagnarla al tavolo alla fine del brano, non attraversare la pista, conoscere le orchestre per poterne interpretare storicamente la musica nello spazio fisico e far capire che nella milonga si balla e non si insegnano i passi, per questo ci sono le scuole, dove vanno rispettati i tempi di ogni ballerino e quelli di apprendimento di ogni compagno”.

Dario Moffa 01

Dario Moffa, fondatore di Essentia, riconosce a sua volta che “mirada e cabeceo sono concetti molto interessanti, hanno un sapore storico ma – precisa – non li insegno nelle modalità argentine perché la quasi totalità delle milonghe italiane non è attrezzata per questo, ci devono essere delle condizioni precise che qui non vedo”. Ecco perché, aggiunge, “insegno un approccio all’abbraccio che morbidamente si sviluppa e serve a iniziare il ballo”. “Sono stato – ricorda – a degli encuentros milongueros e lì si trovano sale luminose, che ti consentono di giocare con la mirada e arriva gente da tutta Europa per parteciparvi, nonostante questo, però, non lo insegno perché poi è difficile da applicare, preferisco concentrarmi allora su una mirada corporea, fondata sull’ascolto e il rispetto dell’altro”.

Aurora Fornuto

Aurora Fornuto, insegnante e musicalizador, ritiene che, mirada e cabaceo siano “un sistema geniale per far funzionare una milonga, il migliore, perché evita imbarazzi da parte di tutti”. “Però – aggiunge – non ci appartengono, facciamo fatica a utilizzarli, non ci viene così spontaneo guardare negli occhi un estraneo e io per prima non ne sono capace, quindi non lo insegno, perché altrimenti mi sentirei finta”. “Ho visto – continua – tanti tentativi in questo senso, ma non credo che imporre un codice sia la buona via”. Forse, conclude, “le scuole grandi, con molti allievi, potrebbero insistere di più su questa modalità, io però sono una piccola realtà e mi interessa lavorare di più su altri aspetti”.

(4. Continua)

HA SCRITTO PER NOI #
Franco Garnero

Torinese, amante dei viaggi, dello sport, della vita all'aria aperta e delle buone letture, inciampa nel mondo del tango nel febbraio del 2010. Grazie a una dedizione ossessiva e monomaniacale è da tempo, per unanime giudizio, il miglior ballerino del suo pianerottolo e l'indiscusso punto di riferimento tanguero di tutto il (piccolo) condominio dove abita.

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10 commenti

  1. Cesare Zecca ha detto:

    > le donne stanno a guardare per terra, a parlare fra di loro

    Capitato anche ieri, qui a Bologna, alla milonga Suonny (ex TPO). Non è una milonga MyC: in questi casi se vuoi mirare, ti devi mettere nei pressi e iniziare la posta e spesso proprio non c’è verso. Insomma, la tizia parla parla parla. Sono paziente, mi muovo spostandomi un po’. E parla parla parla. Insomma, non guarda neppure una volta. Dopo un tempo lungo passo altrove. A fine serata la incontro con lo sguardo e col corpo mi comunica un qualcosa “Perché non mi hai invitata?”. Già. Tentare il MyC anche in forme ibride può essere frustrante.
    Ecco, il parlare. Non di rado il rumore parlatorio è elevato: per coprire il ciarlare i volumi della musica aumentano e questo comporta che anche le persone parlino più forte. Bruttissimo. Ma ‘sta cosa del parlare eccessivo come problema collaterale dovuto all’assenza di MyC? A Montevideo, a Buenos Aires? Succede? Non succede?

    • Franco Garnero Franco Garnero ha detto:

      Ciao Cesare. Grazie per l’assiduità con cui ci segui. In effetti tu poni un problema non trascurabile. Mirada e cabeceo dovrebbero essere la modalità base dell’invito. Già il solo parlarne così tanto evidenzia però che un problema, tra la gente che frequenta le milonghe, c’è. Anche a me capita di imbattermi spesso in situazioni simili a quella che hai raccontato tu. Di solito taro la mia reazione sulla conoscenza che ho della ballerina. Se so che non è pratica di queste cose, cerco garbatamente di farle capire che gradirei fare una tanda con lei e, di solito, ci azzecco, a dimostrazione che la mirada, specie agli inizi, è pratica pressoché sconosciuta. Se invece so che è più esperta, non insisto perché, evidentemente, non gradisce. Non so neanche poi se davvero le lezioni al riguardo possano avere una qualche efficacia. A me è capitato un paio di volte di seguire delle lezioni, abbastanza affollate, di mirada e cabeceo. Ho cercato di farne tesoro e cerco di impratichirmi ma tanti che erano lì con me, che conosco, neanche ci provano. Dev’essere l’italica idiosincrasia verso le regole, di qualunque genere.

    • Maria Cogorno ha detto:

      Proprio ieri mi trovavo in una milonga, peraltro molto accogliente e, per il parlottare continuo che quasi sovrastava la musica, il buon musicalizador a un certo punto prendeva il microfono e faceva una battuta scherzosa, ironica “parlate pure se volete”. Sembrava che avessero sparso una polverina, perché anche la pista era irrequieta. Altre volte non è cosi, e devo dire che in questa milonga, non da tutti, ma la mirada è praticata. A volte, ho l’impressione che le serate si sviluppino in un modo piuttosto che nell’altro senza una precisa ragione, come quando ci si alza al mattino e non si sa come andrà la giornata, anche se si ha qualche sentore. È il medesimo sentore che ho quando entro in milonga, e mi sembra di capire, a fiuto, se sarà una buona serata o no.

      • Franco Garnero Franco Garnero ha detto:

        Vero, cara Maria, anche se all’inizio può suonare strano, spesso si sente come andrà una serata già solo entrando in milonga. Per il resto, il buon Gavito, tra le sue tante perle di saggezza, era solito anche esortare i convenuti a non disturbare il rito del tango con risate o chiacchiere troppe rumorose.

    • Cesare Zecca ha detto:

      Ma il parlare che sovrasta la musica, come dice Maria – peraltro in qualche modo correlato al fatto che non si usa MyC a e al fatto che le donne, aspettando inviti “diretti” non mirano e quindi possono parlare (troppo) – è diffuso anche a Montevideo e Buenos Aires o è un problema italiano?

      • Franco Garnero Franco Garnero ha detto:

        Che io sappia è un problema non diffuso a Buenos Aires o Montevideo. Non sono ancora mai stato da quelle parti ma gli amici mi raccontano che le ballerine sono concentrate solo sul tango e attente a cogliere eventuali segnali dai ballerini più ambiti. Il parlottare, mi dicono, avviene a bassa voce e a mezza bocca, senza mai volgere lo sguardo verso il proprio interlocutore. Questo, ovviamente, quando hanno voglia di ballare, altrimenti si rilassano a conversare come tutti, ma mai ad alta voce.

  2. Vincenzo Muollo ha detto:

    Ciao Franco. Bellissima iniziativa questa di spiegare mirada e cabeceo. Premetto che non ho ancora letto il tuo articolo in modo esaustivo, solo sommariamente qua e là. Io tuttavia non sono così d’accordo di dover necessariamente imporre questo codice in pista. A me sembra un indottrinamento forzato pensare che il tango debba essere solo su invito di cabeceo o solo su musica dell’epoca d’oro o solo milonguero (o solo nuevo). Per me chi pensa che il tango sia solo una cosa o l’altra, è indottrinato, si limita e limita le possibilità del tango. Maggiormente rafforza questo mio modo di pensare il fatto che da 5 anni il tango è un patrimonio immateriale dell’umanità, quindi non è solo argentino; è vero che in Argentina ci sono le milonghe con codigo, però non sono la maggioranza, ma è altresì vero che quasi tutte funzionano con cabeceo. Tuttavia siccome il 50% delle milonghe principali a Buenos Aires sono piene di stranieri, anche gli argentini hanno imparato o mal-imparato a non cabecear. Ma l’Italia o, meglio, il resto del mondo, non è Buenos Aires. E, secondo me, si dovrebbe applicare la regola dell’uso locale. Paese che vai usanza che trovi. Oramai il tango è di tutti. Noi siamo ballerini e insegniamo il tango da oltre 15 anni, in classe dico e insegno come fanno a Buenos Aires e come si fa il cabeceo, però poi non lo applico spesso in pista, anche se spesso mi diverto a farlo. Questo per dire che lo insegno ma non lo pratico assiduamente e non lo impongo. In Italia, e nel resto del mondo, le piste non sono sovraffollate come a Baires. E, siccome c’è un po’ più di spazio qui in Europa, viene anche più naturale muoversi in modo diverso. Beh grazie per lo spunto e attendo volentieri la parte 5. Un caro saluto.
    Vincenzo

    • Franco Garnero Franco Garnero ha detto:

      Ciao Vincenzo. Grazie a te per l’articolato intervento e per i tuoi complimenti. Se leggerai anche le prime puntate, vedrai che alcuni organizzatori, proprio come te, hanno fatto l’elogio della diversità. Altri hanno parlato anche di Buenos Aires. E mi sembra di capire che questo, vale a dire la non omologazione, sia l’orientamento prevalente. Per la V puntata non dovrai attendere molto.

  3. Riccardo ha detto:

    È proprio vero quello che si dice: dal modo di ballare si capisce in quale scuola hai imparato a ballare. Oggi ho capito che vale anche per il modo di invitare. Nel bene e nel male.

    • Franco Garnero Franco Garnero ha detto:

      Proprio così, caro Riccardo. Sono tanti i tratti distintivi di una scuola, uno dei non più trascurabili è di sicuro la modalità di invito e il comportamento in milonga. Abbiamo visto, proprio in questa puntata, come ogni maestro abbia al riguardo la propria posizione ben definita, che inevitabilmente viene trasferita agli allievi.

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