Mirada y cabeceo, il cuore del tango/5

PUBBLICATO IL 16 dicembre 2014

Di Franco Garnero

Si avvia alla conclusione questa maxi inchiesta sui codigos della milonga. Hanno detto la loro prima gli organizzatori delle milonghe tradizionali (nella prime tre puntate) e i maestri poi (nella quarta), ora andiamo a sentire cosa hanno da dire chi le milonghe – di tutti i tipi – le frequenta in prima persona. Tanti sono entusiasti di quelle dove imperano mirada e cabeceo, ma non manca chi, invece, ha avuto esperienze decisamente negative. E non ha esitato a condividerle, anche con toni accesi.

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“Ballo da quasi 8 anni – ci tiene a precisare Marcello all’inizio della sua riflessione – e seguo regolarmente corsi collettivi e lezioni individuali o di coppia con la mia ballerina, vado a ballare almeno un paio di volte la settimana e mi piace girare”. “È anche per questo – aggiunge – che ho voluto fare l’esperienza delle milonghe tradizionali, dato che noi balliamo solo con abbraccio chiuso, e quest’anno sono stato in quelle di Rovigo, Padova e Torino, vale a dire quelle non troppo scomode da casa mia, che vivo nel Lodigiano”. “La mia esperienza – afferma – è stata negativa perché ogni volta sono stato messo a sedere ben lontano dalla prima fila e, anche se capisco i meccanismi di amicizia e consuetudine, penso anche che uno appena arrivato andrebbe incoraggiato piuttosto che ostacolato”. “Dopo aver ballato una prima tanda con la mia ballerina – continua – ho provato a seguire le regole e invitare solo con mirada, ma non sono mai riuscito a incrociare lo sguardo di nessuna e anche questo mi pare strano perché, di nuovo, l’ultimo arrivato dovrebbe essere aiutato a entrare nell’ambiente, visto che sono un ballerino, diciamo, almeno medio e sicuramente una persona educata”. “Vorrei capire poi – osserva – come vengono assegnati i posti a sedere, la mia impressione è che non si segua l’ordine di prenotazione ma piuttosto il criterio dell’amicizia, il che non sarebbe giusto”. “So bene inoltre – continua Marcello – che le ballerine hanno il diritto di non ballare con chi non gradiscono ma, in tutte e tre le mie esperienze, ho visto prevalentemente ballerini e ballerine molto dozzinali e quindi temo che i criteri di selezione siano, esattamente come nelle milonghe classiche, quelli dell’amicizia e non della curiosità o della bravura”. “Dico questo – aggiunge – perché, stando parecchio seduto, ho avuto modo di guardarmi bene intorno, e questa faccenda della mirada e cabeceo mi è sembrata piuttosto una pagliacciata, non tanto per me che ero nuovo, ma proprio per i frequentatori abituali; ho visto tanta gente che si faceva le boccacce, si agitava sulla sedia, muoveva la testa in modo esagerato, si scambiava segni con le mani, a dimostrazione che si conoscevano bene tra di loro tanto da scherzarci su e quindi mi sono trovato di fronte il solito gruppo di amici che, semplicemente, si invitavano tra di loro come sempre, ma con un altro sistema, che a loro piace chiamare mirada e cabeceo, ma che a me spesso è sembrato solo un gran gesticolare e che dubito assomigli a quello in uso a Buenos Aires”.

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“Siccome – osserva ancora Marcello – il livello di queste milonghe, nelle poche volte che ci sono stato, mi è sembrato modesto, con qualcuno bravino, alcuni principianti e una grande maggioranza di ballerini assolutamente normali, la mia impressione è che questa gente, per venire incontro a una profonda esigenza umana di sentirsi ‘in’ a danno di chi è ‘out’ e di poter decidere a chi dare la cartolina verde e a chi quella rossa, abbia creato un club molto chiuso dove non si balla, come danno a intendere di credere i diretti interessati, un tango migliore che altrove ma, proprio come in tutte le scuole dove gli allievi ballano solo tra di loro, ci sia soprattutto l’illusione di essere al top solo perché non si fanno entrare gli estranei, che molto spesso sono migliori di loro o, semplicemente, diversi”. “In tutti e tre i casi – dice ancora Marcello – ho fatto tanti chilometri e speso parecchio per passare delle pessime serate, per cui che non mi vengano a dire che chi organizza o frequenta queste milonghe voglia mantenere vivo il vero tango perché mi sembra che vogliano solo sentirsi molto esclusivi”. “Questa della mirada e cabeceo – conclude – in sé è una bella idea ma è rovinata dalla mentalità e dalle abitudini italiane; tanto per fare un esempio, a Buenos Aires le ballerine si concentrano sulla pista e sui ballerini e, mi raccontano, non si distraggono mai a parlare con le amiche, quindi quando si voltano per rifiutarti, lo fanno perché ti hanno visto ballare e la maggior parte delle volte, se sei un ballerino capace e attento, ti accettano”. 

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Anna invece preferisce sottolineare che “sono rarissimi i ballerini che sanno che è la donna che fa la mirada e loro a riceverla ed eventualmente rispondere con i cabeceo e così va a finire che fiumi di miradas intense e ripetute vanno perse nell’arido terreno inconsapevole”. “Mi capita spesso – aggiunge – di passare una serata a spargere generosamente le mie miradas a tutti i ballerini che vorrei abbracciare ma queste raramente vengono colte”. Anna ritiene che “la tipologia della sala può aiutare, ma non è indispensabile, perché ti puoi concentrare su un ballerino quando ti passa accanto, ma è inutile nasconderci che la scelta di dove ci si siede è importante”. “In ogni caso – ricorda – a me l’hanno insegnata Stefano Giudice e Marcela Guevara e me l’hanno raccontata tutti gli amici che sono stati a Buenos Aires, dove funziona ed è elemento fondamentale e ineludibile”. “Avevo trovato – dice ancora – molto interessante la lezione in cui Giudice aveva spiegato l’importanza di difendere la propria scelta quando si alzano contemporaneamente due ballerine per rispondere a un unico cabeceo, salvo poi andare a invitare l’altra ballerina la tanda successiva; così come la dama che cade nell’equivoco e, una volta rimasta in piedi da sola, difende il proprio orgoglio andando in bagno o al bar dove, pare, si trovano tutti quelli a cui è andata storta”. Secondo Anna “dovrebbe essere insegnato come tutto il codice comportamentale della milonga, che è purtroppo ampiamente disatteso, viste le condizioni attuali”. E si dice convinta che “al momento è prioritario questo rispetto a quello, perché senza mirada e cabeceo si può anche vivere, ma è molto più difficile tollerare la presenza di tutti quei ballerini, e in buona misura anche ballerine, che non sanno come ci si comporta in una milonga e pensano che ballare bene sia solo avere un voleo elegante o atteggiare il viso in un certo modo”. “Per quanto riguarda la prenotazione e assegnazione dei posti – osserva ancora – la mia esperienza non è invece così positiva; capisco la necessità di bilanciare il rapporto uomini/donne che può essere garantito dalle prenotazioni, ma non altrettanto l’assegnazione della sedia”. “Ho la netta impressione – continua – che, se io non sono amica dell’organizzatore, o non sono un habitué, che mi capita? La mia sedia sarà almeno in terza fila, dopo una spianata di altre donne, di altri sguardi, di altre mirade”. “Il ballerino – conclude Anna – sarà facilmente indotto a pensare che chi siede in terza fila sia una ballerina di terza classe, quindi no grazie, non desidero che altri scelgano e mi assegnino il posto, credo che il buon vecchio criterio del chi prima arriva, meglio alloggia possa funzionare bene anche in questa situazione”.

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“Ballo da quattordici anni – dice Luigi – e questa faccenda delle milonghe tradizionali è da un po’ che ne sento parlare e vedo tanta gente riempirsi la bocca con la qualità, il rispetto per i codici, per la ballerina e così ho voluto andare a provare quella di Rovigo, di cui avevo sentito dire un gran bene”. “Week-end da dimenticare – si lamenta – perché mi sono fatto da Torino un viaggio del boia, chilometri, benzina, autostrada, cena, albergo e mi sono ritrovato seduto in ultima fila, nessuno che mi filasse, con cui parlare, ho fatto un paio di tandas con delle tipe disperate come me, anche loro non frequentatrici abituali, come mi hanno detto loro stesse, e che nessuno invitava, proprio soldi buttati”. “Il giorno dopo, tornando a casa – dice ancora – ho ripensato a tutta la faccenda e anche ‘sta storia del rispetto della ballerina di qui e di là non mi convince, come se nelle milonghe classiche le donne venissero trattate a pesci in faccia, ma quando mai”. “Sì, è vero, può capitare – precisa – che un principiante non abbia ancora capito che quando una ballerina gira la faccia o abbassa lo sguardo vuole dire ‘no’ e le gira intorno per arrivare a guardarla negli occhi ma, per il resto, tutto si svolge con la massima educazione e, in più, si balla e ci si diverte, mentre a Rovigo c’era un clima glaciale, tutti ingessati, rigidi, come se avessero paura di rompersi”.

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Anche Tiziana è abbastanza perplessa sulle milonghe tradizionali. “Ballo e studio seriamente da molti anni e un paio di anni fa sono andata alla milonga tradizionale di Genova, non ricordo come si chiama, e poi altre volte in Lombardia e Veneto, ma non mi hanno entusiasmato”, racconta. “Soprattutto la prima parte della serata è piuttosto strana, fredda, poco accogliente, mi sono ritrovata lì, intruppata con altre donne, costretta a sedermi dove aveva deciso qualcun altro, senza nessuno che conoscessi accanto a me e ci ho messo un bel po’ a sciogliermi”. “Ballare ho ballato – ricorda – ma niente di che, né come qualità né come quantità, devo dire però che la sensazione più forte che mi è rimasta dentro è stata quella iniziale, di un ambiente finto, dove la gente si atteggiava, recitava, più che scegliere spontaneamente una modalità naturale di comportamento”. “È anche per questo – confida – che dopo un po’ ho smesso di frequentare questo tipo di milonghe e non mi è neanche più venuta l’ispirazione di andare a qualche encuentro milonguero anche se, a onor del vero, tutte le persone che conosco mi dicono che sono molto belli e che lì ci si diverte parecchio”.

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Alessandro balla invece da circa 6 anni e prende lezioni private due volte al mese. “Ho iniziato subito con l’abbraccio chiuso – dice – perché ho visto i miei maestri e mi è piaciuto subito il loro stile, cioè l’abbraccio chiuso in spazi ridotti”. “Non è stato – assicura – un cercare le milonghe tradizionali, col tempo ho escluso quelle dove la pratica dei codigos non è utilizzata, non si tratta solo di mirada e cabeceo, ma di tutto un modo di comportarsi in milonga e ritengo che dovrebbe essere materia d’insegnamento al pari dei passi e delle figure ma, purtroppo, ci sono maestri che non sanno neppure cosa sono”. “Purtroppo – aggiunge – gli impegni lavorativi non mi permettono di frequentare molti raduni, ma vado a ballare tre, quattro volte la settimana, spostandomi anche di parecchi chilometri e quest’anno ho partecipato a quattro raduni, ognuno di questi mi ha lasciato ricordi diversi, non solo inerenti al ballo, perché c’è lo stare insieme, il conoscere luoghi, condividere pranzi e cene con persone che hanno le stesse passioni”. “L’episodio – racconta – che mi è rimasto più impresso è accaduto in un raduno in Portogallo, era il mio primo e non avevo molta esperienza di ballo, ho mirato una ballerina mai vista, abbiamo ballato una tanda senza scambiare una parola, solo piccoli cenni di apprezzamento e un cenno di ringraziamento a fine tanda, durante il raduno ho ballato ancora con questa ballerina, ci siamo parlati solo l’ultimo giorno”. “Ho avuto, però – continua – la sensazione di conoscerla da tempo, in quelle tande ballate senza parlarsi ci siamo comunque raccontati inconsapevolmente”. “I codigos – afferma – sono fondamentali per una milonga ordinata e rispettosa per tutti; molti me li hanno insegnati i miei maestri, altri li ho appresi col tempo”. “Io – prosegue – pratico solo mirada e cabeceo, anche con le amiche e le compagne di corso e di viaggio, diversamente, se le ballerine non mirano, non ballo”. “Capisco – dice ancora – che da certi individui questo tipo di locali non sia apprezzato, certo in un mondo dove la prepotenza e la cattiva educazione la fanno da padroni, trovarsi a rispettare regole e comportamenti diventa dura e, se questo fa selezione, pazienza”. “A volte – afferma – quando non ci sono alternative, pur di ballare, mi adatto alle milonghe non tradizionali, ma regolarmente rimango deluso nel vedere ballerine trascinate in pista e abbandonate a fine tanda al loro destino, persone che si fiondano in pista senza curarsi di chi in pista c’è già o attraversano la pista a testa bassa, urtando tutti o ancora necessitano di una superficie di parecchi metri quadrati per le proprie evoluzioni e così via”. “Le milonghe tradizionali – sostiene – sono poche perché i troppi raduni, festival, incontri, vanno a discapito delle milonghe stabili, inoltre anche gli organizzatori ci mettono del loro organizzando serate in concomitanza con altri locali anche a pochi chilometri di distanza, frammentando cosi gli avventori”.

(5. Continua)

HA SCRITTO PER NOI #
Franco Garnero

Torinese, amante dei viaggi, dello sport, della vita all'aria aperta e delle buone letture, inciampa nel mondo del tango nel febbraio del 2010. Grazie a una dedizione ossessiva e monomaniacale è da tempo, per unanime giudizio, il miglior ballerino del suo pianerottolo e l'indiscusso punto di riferimento tanguero di tutto il (piccolo) condominio dove abita.

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