Mirada y cabeceo, il cuore del tango/6

PUBBLICATO IL 17 dicembre 2014

Di Franco Garnero

Si conclude con questa sesta puntata la nostra inchiesta su mirada e cabeceo e le milonghe tradizionali. Abbiamo pubblicato una scheda con i recapiti di questi locali che aggiorneremo periodicamente, un sondaggio di cui presto pubblicheremo i risultati; hanno parlato gli organizzatori, i maestri e ora, nelle ultime due, gli avventori. Che raccontano le loro storie ricche di critiche ma anche di entusiasmo, come quella di Lucia. “Ballo da 5 anni, 2 di corso, e poi ogni tanto qualche stage in giro”, dice. Sa bene di “non aver finito di imparare, all’inizio ho cominciato con abbraccio aperto, qualche volta abbraccio chiuso, ma avevo molta difficoltà ad abbracciare persone che non conoscevo, quindi abbracciavo ma non troppo, sempre un po’ sul chi va là”. “Ho cominciato a ballare – ricorda – dopo 9 mesi che andavo in milonga a guardare, ho frequentato le milonghe vicine a me e va bene, tutto bene, devi imparare e vai a ballare, migliori con il tempo, almeno sembra e magari incominci a desiderare di ballare meglio con qualcuno in particolare, poi passa il tempo, si accorgono di te e ti fanno ballare, le prime soddisfazioni, vai avanti e, a mano a mano che acquisti sicurezza, strano, ma desideri di più, arriva il momento che vuoi scegliere e selezionare, sempre se possibile, i tanghi e i ballerini, insomma diventi un po’ esigente, stai crescendo, stai cambiando, il tango sta prendendo piede e passione e vuoi ballare anche meno, ma bene”.

“Si balla bene – precisa – anche nelle milonghe vicino casa, non voglio sminuirle ma, magari, sembra più come andare a un festone di amici scatenati, esagitati, che ancora ti invitano con la manina e ti senti quasi obbligata a dirgli di sì per amicizia o perché ti scoccia dire di no, ci rimarrebbero male e non vuoi ferirli”. “Non è questo il fine ma – continua – magari non balli volentieri con loro però succede che ci balli, insomma a volte le milonghe sembrano delle palestre dove scalciare e fare figure impossibili e magari fuori tempo e ti fanno sentire anche incapace, almeno ci provano, oppure devono provare l’ultima figura fatta a lezione e la provi, poi la riprovi e poi ti chiacchiera spiegandoti come va fatta, mentre a te non te ne può fregare di meno e poi te la fa rifare, uffa anche basta, e qui ce ne sarebbe da raccontare”.

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“Poi – dice ancora Lucia – con il tempo ti assale la voglia di vedere altro, di misurarti con altro, vuoi vedere se riesci a ballare anche con altra gente, in altri posti, insomma è come se tu cercassi il tuo posto, il tuo tango, vuoi scoprire se anche altri ballano come te, se puoi trovarti bene in altri posti, allora vai alla scoperta, parti con tutto l’entusiasmo del mondo, anche se sai che fai tardi e la mattina magari ti devi alzare presto, ma non te ne frega niente”. “Vuoi ballare – prosegue – e sentirti una regina anche solo una volta a settimana, non ha importanza, prendi e vai, e si apre un mondo scopri, la mirada e il cabeceo di cui magari prima non sapevi nulla e, a volte, anche adesso mi mettono un po’ in difficoltà ma è la forma migliore per chiedere, per rifiutare e nessuno, me compresa, rimane male per un rifiuto, una forma di educazione e rispetto della persona e del ballo, ma queste sono finezze che vengono con il tempo, dopo, quando vuoi andare oltre, e il tango si è impossessato di te, dopo aver superato la paura di abbracciare, l’insicurezza dei tuoi passi, di fare le cose a tempo, insomma superato qualche ansia, insomma cominci a viaggiare in su e in giù a destra e a sinistra, vedi che c’è educazione e che la gente sa ballare, composta, precisa, senza fare cose esagerate, poche gambe per aria, ronda quasi perfetta e poi anche se capita un calcio c’è educazione ed entrambi si scusano nel senso che non ha importanza chi ha sbagliato, basta poco, uno sguardo, una mano”. “Comunque – osserva – vedi le loro belle espressioni soddisfatte e poi, ogni tanto, ti invitano e magari balli anche bene, poco, ripeto, poco ma bene e vai a casa soddisfatta anche se devi fare 170 km per tornare e ti devi fermare per il sonno, non importa, hai trovato della qualità e la vuoi come una droga; da lì poi scopri i raduni che sono un tripudio di bellissimi abbracci e sensazioni e ballerini bravi precisi e attenti, insomma nei raduni la concentrazione di ballerini di qualità è alta, dove cogli cogli, cogli bene, si dice dalle mie parti, e li c’è la fregatura, stai bene e vuoi stare bene, non ti va più di essere strattonata o calpestata, vuoi ballare in un altro modo, non importa se poco ma bene e succede che non frequenti più i posti di prima, non ti fa voglia, si trovano milonghe dove ci sono gruppi stretti e vai sì ma non balli, come alle maratone, per esempio, o in alcune milonghe locali, ecco lì non ci vado più, piuttosto sto a casa, vado ogni 15 giorni ma me la godo, ballo, rido e i raduni generalmente li adoro proprio per questo, ti fan ballare, ridi, ti fanno compagnia, si mangia insieme, non sempre, ma sono più compagnoni, più sociali, se non ti conoscono ti invitano ugualmente, sembrano più aperti, curiosi di provare il nuovo, lo sconosciuto, insomma una gran festa”. “Io – confessa Lucia – li adoro e, quando posso, vado, evito maratone dove ballano tutti fra di loro che se non sei brava non ti invitano, dove sei se frequenti o se fai amicizia con personaggi in vista del tango e anche ai festival non riesco a ballarci”. “Ci sono milonghe e milonghe – sostiene – dove si osservano i codici e l’abbraccio chiuso e le altre dove c’è ogni sorta di ballerino; secondo  me sono poco frequentate da chi ormai si è appassionato ai codici e comunque è tutto un ricambio, nel senso che la gente va e viene, sai dove inizi, ma dopo vai dove preferisci, verso quello che vuoi veramente e adori”. “L’unica cosa che a volte mi contraria un po’ – conclude – è il costo dei raduni, se vanno avanti così sarà difficile andarci perché ci vogliono troppi soldi”.

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Giorgio invece è un frequentatore occasionale di milonghe dove si pratica l’invito con mirada e cabeceo. “Ci sono andato – spiega – per curiosità e perché dei miei amici, frequentatori assidui, mi hanno suggerito di fare quest’esperienza, a dir loro interessante e formativa”. “Penso – continua – che tutto sommato abbiano ragione e sono rimasto favorevolmente colpito da un ordine in pista e un rispetto verso lo spazio degli altri ballerini che altrove ormai è diventata merce rara”. Con la mirada e cabeceo, però, confessa, si trova “piuttosto male e, alla fin fine, non riesco a invitare, ballo poco, a guardare gli altri mi sale il nervoso, insomma quando poi torno alle solite milonghe e invito le ballerina coi soliti sistemi mi sento molto sollevato, ballo e mi diverto di più”. “Oltretutto – continua – se nelle milonghe con MyC cedo alla tentazione, sempre forte, di alzarmi dalla sedia e andare a cercare le ballerine più da vicino, magari mi guardano male o mi riprendono esplicitamente e questo è davvero spiacevole, perché mi sembra che non abbiamo più l’età per essere presi per le orecchie”.

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Giorgio parla anche delle difficoltà a invitare con mirada e cabeceo. “Mi sembra – racconta che le ballerine guardino tutte da un’altra parte, forse sono distratte o non mi guardano perché non mi conoscono, così mi hanno detto i miei amici più esperti, consigliandomi di riprovarci con pazienza”. “Insomma – dice ancora – catturare il loro sguardo da lontano mi pare un’impresa e inoltre sono timido, guardarle negli occhi è difficile, poi non capiscono il cenno che tento di sfuggita e si girano e poi, in fondo, temo sempre di non andargli bene e che mi dicano di no”. “Certo – prosegue – è anche peggio prendersi un bel no davanti a tutti come può succedere nelle milonghe normali ma, in questi locali, mi succede molto meno spesso, specie dove le donne sono tante e stanno tanto a sedere”. “In genere – assicura – è difficile che ti assestino un no secco o che si fingano impegnate in una conversazione o cose del genere, a meno che non l’abbia fatto qualche loro amica che se la tira quanto loro”. “I miei amici – precisa – mi hanno detto che con la mirada e cabeceo all’inizio è un po’ come quando si era principianti, ti assale la timidezza, la sensazione di non essere all’altezza, l’idea che nessuna ballerina vorrà ballare con te, ma poi le cose cambiano, le ballerine cominciano a fidarsi e a capire i tuoi gesti, ma soprattutto impari il gioco e più ancora impari a non prendertela quando le ballerine guardano gli altri e te no”. “Mi hanno consigliato – suggerisce – di non fissarmi su una sola ballerina ma di scorrere con lo sguardo con calma, qualcuna ci sarà prima o poi che ti guarda anche solo per curiosità o perché è rimasta seduta il primo pezzo; di essere deciso e franco con il sorriso e il gesto del capo per invitare, di continuare a guardarla fino all’ultimo perché se no pensa che ha sbagliato o che hai cambiato idea e passa subito a un altro”. “Mi hanno anche detto – afferma – che a Buenos Aires è così e che gli uomini che ci vanno i primi tempi non ballano niente e vanno in crisi, in ogni caso posso dire che non ho imparato il gioco e che restare in un angolo mi scoccia proprio; sarà che non ho nessuna voglia di entrare in crisi, ma solo di divertirmi quanto posso e, soprattutto, non ho voglia di ritornare principianti quando ormai altrove mi è facile trovare con chi ballare”.

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Rosa a sua volta dice di aver re-incontrano il tango 3 anni fa. “Dico re-incontrato – spiega – perché  è stato per me come un qualcosa di già vissuto”. Ha fatto lezioni di coppia fino alla scorsa stagione. “Da quest’anno però – precisa – ho deciso di lavorare su me stessa iniziando a frequentare lezioni di tecnica femminile con diverse maestre e cercando di carpire da ognuna di loro quello che sento essere il mio tango”. “La scuola che ho frequentato principalmente – prosegue – insegnava un abbraccio aperto che, nel corso del tempo, è mutato arrivando a un abbraccio chiuso o quasi”. Confessa però di non essere mai stata soddisfatta di quell’abbraccio e di aver cercato fin da subito fuori dalla scuola il “suo abbraccio” che, col tempo, ha capito essere un abbraccio chiuso, “abbraccio che non conoscevo – assicura – ma inconsciamente ne conoscevo l’esistenza”. “Al tango milonguero – racconta – ci sono arrivata semplicemente perché non poteva che essere cosi; ricordo una sera in milonga, muovevo i miei primi passi di tango, un primo invito, alla fine del tango lui con un po’ di titubanza mi dice, sai io sono milonguero, avrò fatto un’espressione che senza bisogno di parole diceva, mi lon … che? e lui, non sai cos’è? ehmm … no! … ballo con un abbraccio stretto …. segue altra mia espressione … mamma mia, e quanto ci voleva … balliamo stretti no!? Galeotto fu quell’abbraccio!”. “Spontaneo, a quel punto – continua – è stato cercare milonghe tradizionali e successivamente gli encuentros milongueros”. “Prima di entrare in questo mondo – confessa – non conoscevo nulla del tango né tanto meno conoscevo i suoi codigos, ho iniziato a scoprirli man mano che respiravo l’ossigeno delle milonghe, apprendendo con spontaneità e naturalezza soprattutto l’invito con mirada e cabeceo”. “La mia tanda – sottolinea – inizia ancor prima dell’abbraccio del tango, amo il fascino della mirada, quel discreto corteggiamento rivolto esclusivamente al mio prescelto tanguero, tanto che ormai non mi sentirei più a mio agio nelle milonghe non tradizionali”.

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Marisa frequenta spesso le milonghe con MyC e codigos. “Mi piace – spiega – l’emozione dell’abbraccio chiuso e il gioco degli sguardi, ci si trovano bravi ballerini, non si prendono calci in pista da fenomeni da circo equestre che sorpassano, non stanno in ronda, tagliano in diagonale e fanno acrobazie, si balla molto di più tutti”. “Inizialmente – continua – mi infastidiva e mi era di ostacolo la necessità di prenotare, spesso con molto anticipo, e il numero chiuso mi sembrava segnale di chiusura, appunto, di volontà di selezionare i partecipanti”. “Nella maggior parte dei raduni – dice ancora Marisa – se non stai in campana a beccare quando si aprono le iscrizioni on line e non ti iscrivi entro poche ore resti fuori, specie se vuoi iscriverti da donna single”. “Ho capito ben presto, però, che numero chiuso e prenotazione obbligatoria sono in realtà un elemento fondamentale delle milonghe con MyC, più ancora di quanto non succeda per le maratone”, afferma. E sottolinea che “le finalità più immediate sia delle prime che delle seconde sono quelle di evitare l’eccessivo sovraffollamento e di regolare, per quanto è possibile, la proporzione tra uomini e donne anche se non sempre ci si riesce”. “Ma quello che voglio dire – insiste – è che se si vuole applicare MyC e codigos, una sex ratio equilibrata e un numero di persone non eccessivo sono elementi imprescindibili perché è ovvio che non si può mirare se si è troppi in sala ma ho capito presto anche che tutto perde senso se c’è una stesa infinita di donne sedute a consumarsi gli occhi inutilmente”. “È per questo – precisa – che MyC non possono funzionare se non si dà a ciascuno un posto a sedere, cioè se c’è tanta gente in piedi che si piazza davanti a chi vorrebbe mirare perché non sa dove stare, oppure si affolla al bar o nei corridoi o, peggio ancora, negli ingressi in pista bloccando tutto, impedendo a fine tanda di riaccompagnare la ballerina e liberare la pista”. “Teoricamente si potrebbe mirare e invitare col cabeceo in qualunque situazione ma, in pratica, funziona con spontaneità e senza casini solo se tutti stanno in una situazione abbastanza comoda, solo cioè se gli organizzatori ci sanno fare a gestire gli spazi e le luci, a disporre le sedie in modo che tutti vedano tutti, a prevedere corridoi dove andare e venire senza problemi e non ultimo che, semplicemente, ci siano posti a sufficienza per tutti”. “Questo – confessa – ci ho messo un po’ a capirlo, è condizione essenziale ed è impossibile da realizzare senza la prenotazione obbligatoria e, a volte, il numero chiuso”.

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Maria Letizia racconta a sua volta di aver iniziato con l’abbraccio aperto ma di aver scoperto in fretta di trovarsi meglio nell’abbraccio chiuso “perché nella scuola che ho frequentato all’inizio del percorso gli insegnanti, pur prediligendo l’abbraccio aperto nei primi mesi di apprendimento, e nel momento iniziale di ogni nuova tappa, ci hanno lasciato liberi di sperimentare e a me personalmente l’abbraccio chiuso veniva d’istinto”. “Quando sono stata a Buenos Aires per la seconda volta – continua – ballavo da circa 3 anni, mi sono resa conto che lì si ballava così e che a me stava bene, i ballerini non sembrava avessero bisogno di discostarsi per interpretare la musica, la connessione e la dissociazione di cui erano padroni permetteva di rimanere vicini anche durante movimenti apparentemente complessi”. Ha deciso di frequentare le milonghe tradizionali perché nelle altre “il protagonista della serata non sono né la musica, né la socialità, né il tango inteso come ballo, la milonga non è curata dagli organizzatori con l’intento di mettere ciascuno a proprio agio, all’interno di queste sale c’è una ricerca di esibizione che rende nevrotico l’ambiente, tutto sembra incentrato sul bisogno di esibirsi e la soddisfazione che alcuni ne ricavano”. “Sento come tangibile – aggiunge – la competizione fra le ballerine che aspettano d’essere invitate, balla soltanto chi fa parte di un gruppo e soltanto con i suoi appartenenti, i ballerini sono arroganti e disattenti alla ronda e alla pista, pretendono spazio anche se questa è molto affollata e quando sono ballerini capaci la loro attenzione è esclusivamente per il compagno o compagna di tanda”. “Al contesto – osserva ancora Maria Letizia – non sembra venga data importanza, le altre coppie sono considerate rivali da ignorare o addirittura osteggiare e da ciò spesso derivano gravi conseguenze per l’andamento della serata, a Buenos Aires avevo potuto vedere situazioni differenti in sala, direttamente connesse al tipo di organizzatori che ne curavano l’allestimento, addirittura nella stessa sala poteva cambiare da un giorno all’altro l’atmosfera e l’energia, l’accoglienza e la familiarità che ci trovavi, e questo per il fatto che gli organizzatori non erano gli stessi ogni giorno”. “Un paio di anni fa – ricorda – stavo smettendo di andare a ballare pur non avendo mai pensato di smettere di studiare il tango poi, durante una vacanza al Nord, sono andata a ballare per caso e sono rimasta incantata dalle milonghe che ho trovato in questa parte d’Italia, in particolare a Rovigo, scoperta davvero casualmente, mi sono trovata in una bella e magica sala, Buenos Aires a trecento chilometri da casa, ora in Toscana non ballo quasi più e, se capita che vada in milonga con amici, è soltanto per bere una cosa in compagnia”. Maria Letizia pensa quindi che il tango “non sia soltanto divertimento, ma che abbia comunque una dimensione ludica che lo rende prezioso” e lo considera “un percorso impegnativo ma anche un gioco prezioso e mi pare ovvio che abbia le sue regole, è un gioco fra adulti e dunque le sue regole rispecchiano quelle del vivere civile, rispettano la tradizione che l’ha generato e lo preservano dall’impoverimento”.

06 Myc 13Ricorda che mirada e cabeceo nascono “da un’antica tradizione ma servono ancora perché funzionali al tango”. “Nelle milonghe commerciali – prosegue – gli uomini hanno il monopolio dell’invito e spesso lo usano con arroganza, ben sapendo che difficilmente avranno un no esplicito e secco, se ciò avviene il ballerino si sente ferito nell’orgoglio e diventa vile e vendicativo, la donna spesso preferisce subire e accettare piuttosto che fronteggiare le problematiche che ne deriverebbero”. “Ne consegue – dice ancora – che i maschi, anche i meno capaci e più sgradevoli, trovano facilmente donne con cui ballare senza doversi affaticare a imparare la postura, il ritmo … senza dover insomma imparare il tango, nelle sale dove non si pratica MyC può capitare di vedere, con una certa frequenza, questo tipo di individuo che durante la tanda fa scuola alla malcapitata di turno che, a suo dire, non lo segue nel ballo compiacendolo”. Al contrario, precisa, “l’ambiente delle milonghe tradizionali pretende senza dubbio un altissimo grado di rispetto, puoi trovare anche qui gente scortese e arrogante ma è veramente molto raro, vi è attenzione per i dettagli, lo si vede dalla cura dell’ambiente, e quasi per automatismo le persone che lo frequentano sono abitualmente individui che curano il proprio aspetto”. “Quando ci sono capitata le prime volte – racconta – sono stata accolta con gentilezza e non ho avuto difficoltà a integrarmi ai frequentatori abituali perciò non mi risulta che siano particolarmente chiuse o elitarie”. Non si spiegare, però, per quale motivo le milonghe tradizionali siano così poche. “Dal punto di vista degli uomini – afferma – richiede dei requisiti faticosi da raggiungere e pochi sono quelli disposti a confrontarsi alla pari con le donne, dunque non hanno interesse  rispetto a questo tipo di organizzazione; un altro aspetto riguarda la generazione che balla e organizza serate di tango costituita, almeno nella mia realtà, da quarantenni in generale poco inclini al rispetto delle regole; vi è poi anche una piccola parte di pseudointellettuali ignoranti che pensano che il tango privato dei codigos sia più popolare e democratico”.

(6. Fine)

HA SCRITTO PER NOI #
Franco Garnero

Torinese, amante dei viaggi, dello sport, della vita all'aria aperta e delle buone letture, inciampa nel mondo del tango nel febbraio del 2010. Grazie a una dedizione ossessiva e monomaniacale è da tempo, per unanime giudizio, il miglior ballerino del suo pianerottolo e l'indiscusso punto di riferimento tanguero di tutto il (piccolo) condominio dove abita.

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