Vacanze Romane: diario di viaggio di una golondrina porteña

PUBBLICATO IL 26 marzo 2015

Roma, tutte le strade conducono al tango

(Almeno a me)

 

Donna in viaggio, argentina, 37 anni, della vergine, ‘scrivivente’, oservatrice della realtà e delle sue crepe fantastiche, narratrice di storie proprie e altrui, insegnante di Tai Chi, lettrice vorace, secondo nome Libertad… Tutto questo non importa quando mi attorciglio in un abbraccio e ballo un tango. Comunico col mio compagno occasionale in un linguaggio corporale, avvolti in un ritmo emozionato.

 

Non è stato facile aver cominciato a scrivere in un’altra lingua che non  è la mia originale; però l’avventura di comunicare mi motiva incredibilmente e sebbene debba cambiare il mio ballo con nuovi giri idiomatici e scoprire la ricchezza di queste nuove parole, eccomi, circondata da dizionari, annotazioni e quaderni di colori, a 10.000 km. da mi Buenos Aires querido, in un pomeriggio invernale incantevolmente  grigio, che questa città d’acqua mi offre.

Sono uscita a milonguear por ahí* (da qualche parte), e sono apparsa a Roma, sotto la pioggia.

Non è per caso, Roma m’ispira, mi sento innamorata, che città mgnifica! Rinnovo i miei voti d’amore con l’Italia dopo una decade. Ogni volta che l’abito trovo più meandri, mi perdo in posti diversi, il Tevere dipinge altri colori e le stradine con le loro finestre pittoresche hanno sempre un bar aperto e un ristretto che mi tira sù. Sono felice, che ci possiamo fare! Dammi un tango, dammi Roma, un cornetto con nutella e farai sorridere questa donna.

 

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Una argentina milongueando a Roma

1° milonga fuori da Buenos Aires: Cafetín de Roma

 

Di come abbiamo saputo che esisteva il Cafetín, è una storia facile. Prima di uscire da Buenos Aires abbiamo scritto a vari gruppi di Facebook con tematica tanguera, e ci ha risposto Juan in perfetto ‘castellano porteño’ perché è nato in Argentina. Di come ci siamo arrivati… è un altro cantare.

Siamo usciti a mezzogiorno da Ostia, abbiamo presso il treno fino a Pramide (1) e lì ci siamo separati; Iván se n’è andato per conto suo a percorrere la città ed io ho continuato fino a Piazza del Popolo (2) per incontrare un mio amico che non vedevo da dieci anni, che tra l’altro è un appassionato dalla storia della città eterna dov’è nato.

 

Iván ha capito velocemente che le creste del Colosseo non si vedono da tutti i punti della città, e che se vuoi uscire senza una cartina in un luogo del mondo sconosciuto e senza saperne la lingua, è possibile che neppure lo trovi.

scarpe colosseo1 

Io ho capito la smisuratezza degli dettagli storici, quando avevo passato mezz’ora a chiacchierare con Cris e i nostri piedi avevano fatto appena duecento metri. Spiegare l’ubicazione dell’obelisco del centro della Piazza, il perché e il chi, c’è voluto un bel po’; la scoperta di una targa antichissima che passa inosservata altrettanto, e l’uscita per Porta Flaminia da quella che in tempi remoti era la cinta muraria, un altro po’. Ci siamo andati a bere un tè a un bar pirata e ci mettiamo al corrente dei casi nostri (autobus andata e ritorno 3, 4).
 

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Alle 19 da un ora il sole invernale si era nascosto lasciando i sampietrini sotto il controluce arancione dei lampioni. Mi ritrovo con Iván e prendiamo 4 mezzi per arrivare al Pigneto (5, 6, 7, 8); poi abbiamo saputo che ne bastava uno. Ci allontaniamo dalla città, guardando ancora un po’  storditi la notte, l’umidità circolare delle luci che enfatizza l’inverno e scendiamo a tentoni in un’autostrada di varie corsie e oscurità gialla. Andiamo in giro a casaccio, senza mappa, e nessuno degli indiani che stavano chiudendo i negozi conosceva Via Benedetto Bordoni. Camminiamo per un isolato lunghissimo, abbiamo svoltato a destra e poi a sinistra… Una signora stava uscendo da un edificio e ci ha visto persi, ‘Venite che domandiamo a Ezio’. Ci ha portato a un bar cento metri più in là; Ezio era il proprietario e finalmente lui conosceva la strada; noi non capivamo niente, allora l’impiegata che era romena cerca nel suo cellulare e dice ‘Venite che vi porto io’. Facciamo cento metri indietro ed ecco la stradina, però niente a che vedere con un posto milonguero. All’indirizzo indicato, nel folto borgataro della notte, troviamo un’entrata appena illuminata che diceva “Partito Rifondazione Comunista”. Lei dice ‘È chiuso’. Però il mio compagno di viaggio cerca di aprire la porta e questa cede. Davanti a noi si apriva una scalinata con piccole candele ai lati, e là sotto delle persone dietro una scrivania. Qui si balla tango? domandiamo e lì per lì ascoltiamo la musica che veniva da un po’ più in là.

 

Si! Aquí se baila tango!!!
 

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Ci ha ricevuto Francisco parlando in argentino (non in spagnolo, in argentino) con lievissimo accento italiano. Ci ha detto che era presto, che c’era la lezione, di restiamo; ci ha raccontato allora che la milonga si organizza tutti i mercoledì da sei anni, e che entra nel vivo alle 23.30. Pablo diede la sua lezione e dopo la gente arrivò a mucchi secondo la sua previsione. Circa 70 persone hanno riempito il posto, la pista girava  e i cappotti si ammucchiavano. La mia prima ‘tanda’ fuori da Buenos Aires se l’è presa il ‘Profe’.

Quando è arrivato Juan mi sono sentita veramente sollevata. Ci aveva invitato a dormire, era quasi mezzanotte, non ci conoscevamo, e solo a pensare di tornare ad Ostia alle tre del mattino mi faceva male tutto il corpo. Poi risulta che Juan y Manuela vivono a dieci minuti da quella che si sarebbe convertita nella ‘milonga nostra di ogni mercoledì’, per la ‘buena onda’ che si respira e che gli organizzatori trasmettono.

 

Balliamo molto e gradevolmente. Io sentivo il corpo abbastanza sfasato, per il viaggio, la lunga giornata, il fuso orario e la camminata per Siena il giorno prima. Però il clima era così accogliente, che mi sono messa i tacchi e dai a ballare.

L’ambiente mi era familiare, con pennellate sottili che mi risvegliavano all’improvviso in un universo diverso. Le cose sono le stesse, ma anche no. 

 

Alle tre del mattino il nostro anfitrione milonguero, Juan, ci offrì cappuccino e cornetti con nutella – alimento per l’anima che mi mancherà in altri posti del mondo – assieme ai suoi amici che, ancora non lo sapevo, sarebbero diventati la bellissima geografia umana milonguera del mio passaggio per Roma.

Abbiamo dormito nel salotto, al calduccio, dove il giorno dopo faremo colazione ascoltando in vinile ‘La niña del agua tiene de’scamas la cabellera…’* e poi 20 canzoni romane.

Ci sentiamo come a casa nostra, e ancora non sapevamo che la nostra amicizia sarebbe cresciuta tanto. Felici e grati col sole ben alto ritorniamo ad Ostia; dobbiamo riposare che domani c’è milonga!
 
 

HA SCRITTO PER NOI #
Violeta Celano

Violeta Celano Donna in viaggio, sia fuori che dentro. Argentina, raccontattrice di storie proprie e d'altrui. Insegnante di Tai Chi. Ho studiato cinema e storia, ho lavorato in radio, diverse pubblicazioni culturali ed organizzazione di spettacoli. Anche ho ballato da sempre, perché ballare ti fa libero. Sono uscita dalla mia città per trovare 'il Tango fuori da Buenos Aires' ed eccomi. I miei racconti parlano per me. Saluti! Violeta.

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10 commenti

  1. angela angela ha detto:

    Mi piace molto quest’articolo sgrammaticamente colto, che declina i verbi come vengono, ma usa con puntualità il termine “borgataro”. Sa perdersi con leggerezza un po’ qui un po’ là per poi ritrovarsi al mattino. Lo spirito c’è, sia quello argentino che quello romano, il ritmo è la ronda degli incontri, il tango quello imprevedibile, la città quella eterna! Che si vuole di più quando a mancare non è nemmeno la Nutella!
    Divertente passeggiata tanguera, confusa quanto basta a rendere tutto un po’ magico! Amo Roma e poi… conosco Juan!!!
    Cara Violeta, continua a viaggiare dentro e fuori se poi la segnaletica è anche la stessa, è fatta :))
    Un abrazo
    Angela*

    • Violeta Violeta ha detto:

      Grazie Angela per il tuo commento, mi piace quando un testo si legge con attenzione, sarà perché mi piace tanto scrivere come leggere. Come dice il testo, è difficile cercare lo spirito originale di quello che penso in castigliano. La frase che usa il termine ‘borgataro’ in spagnolo è “en la espesura barrial de la noche”, ed è una delle due frase che non aveva una traduzione letterale, quindi l’abbiamo cercato insieme a chi ha fatto la lettura e correzione della mia traduzione, trovando questa “nel folto borgataro della notte” che veramente mi piace tanto, anche di più di quella originale.

      Un abrazo!

      Violeta.

  2. patrizia ha detto:

    Felicissima che questa tua esperienza romana abbia lasciato il segno! Ci vediamo Mercoledi al Cafetin! 😉

  3. Cesare Zecca ha detto:

    Dimenticavo…
    Non ho potuto non andare alla permanenza a Romadi un’altra ghenga milonghera porteña. Che meraviglia!

  4. Héctor Celano ha detto:

    Excelente artículo!!! Violeta en pleno vuelo poético despliegas las alas de la creatividad… ¡¡Salud!!

  5. JoSe ha detto:

    Seguramente alguien lo ha dicho, ahora no lo recuerdo; pero cada ciudad es distinta a sì misma, su “Ser” lo dan los ojos que la observan… Y esta Roma es tan linda como el almita de quien la describe.
    Tiene sus recovecos, sus luces y sus grises que sabe esconder a veces… Sus noches de sol brillante donde puede dejarse fluir en màgicos remolinos de tango, aquella mùsica que brota primero del cuore y despuès se puede oir con el cuerpo.

    Un beso grande Viole!!
    (la mejor manera de viajar es dejarse llevar por los remolinos de la vida)

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