L’omo tanguero nun ha da puzzà

PUBBLICATO IL 17 giugno 2015

Di Franco Garnero

L’occasione è la serata d’inaugurazione della sede estiva dell’Oficina tanguera di Umberto Ferrero, che quest’anno è ospitata dal Garden, uno storico locale da ballo della prima collina torinese.

A un tavolino sono seduti Santiago De Leon, da un anno in Italia con la moglie Eugenia Deanna, Daniel Montano, da 13 anni a Roma, di passaggio sotto la Mole per assistere gli attori di un film che si devono improvvisare ballerini di tango e qualche ordinario avventore: l’una è passata da un pezzo e si guarda la pista, i ballerini e si parla, guarda un po’, di tango. Il tema del dibattito – di esagerata ambizione – è dare vita a una didattica che vada al di là del movimento dei piedi o del corpo per arrivare a esprimere il senso più profondo del tango.

Milonga affollata 01

“Gli italiani ci mettono passione, tanta passione, nel tango”, conviene Daniel guardando la pista. “E questo è bene, anche se non è una scoperta, perché lo sanno tutti che gli italiani sono uomini e donne carichi di passione, ma questo non basta perché mi sembrano ancora abbastanza lontani dall’aver pienamente compreso l’essenza del tango”. “Direi – rilancia Santiago – che soprattutto manca il senso di appartenere a una comunità, e lo si vede dai dettagli. Per esempio io apprezzo molto che Umberto, al microfono, presenta anche le serate, le milonghe organizzate dagli altri”. “E – spiega – se non si ha il senso di appartenere a una comunità, ne consegue anche poco rispetto della pista”.

“Cioè?”, chiede uno dei mangiaspaghetti presenti, già tutto contento di suo perché, per la prima volta, quella sera gli è venuto un lapis decente. “Questo concetto di comunità – spiega Santiago – si sviluppa in tanti modi, per esempio adesso la pista è semivuota eppure ci sono ancora coppie che si toccano, che si scontrano”. “Se tu senti di far parte di una comunità – prosegue – e ogni milonga con i ballerini di quella determinata serata lo è, ti viene spontaneo ballare non solo con te stesso e il tuo partner del momento o con le coppie che ti stanno intorno, ma con tutte quelle che sono in pista con te”. “Si deve – insiste Santiago – sempre tendere a quella armonia globale e collettiva ma, purtroppo, troppo spesso, anche chi pensa a queste cose, di solito pensa che l’armonia globale la si debba raggiungere in realtà con tutti gli altri ballerini che si adeguano al suo ritmo; il segreto, invece, consiste nell’essere consapevoli che noi tutti come individui o coppie non siamo più importanti degli altri presenti e fonderci nel tutto”.

“Un altro esempio – osserva ancora Santiago – riguarda i tanto celebrati mirada e cabeceo che però, come codici rigidi, sono privi di senso e di utilità”. E precisa che “bisogna insegnare agli allievi ad andare oltre a tutto questo perché, quello che dovrebbe accadere in realtà è che, quando inizia una tanda di Biagi, tanto per dire un’orquesta a caso, io cerco con gli occhi la ballerina che so che balla volentieri Biagi con me e lei fa altrettanto per lo stesso motivo e questo, che potrebbe apparire come un banale caso di mirada e cabeceo ben riuscito, in realtà è molto di più, è un riconoscersi, un rispetto di noi stessi e degli altri che condividono la stessa comunità”. “Allo stesso modo – sottolinea Santiago – nessuna ballerina alzerà gli occhi verso di me, faccio un altro esempio a caso, quando c’è una tanda di vals, perché tutte sanno che io non lo ballo volentieri, mentre, se arriva in milonga una faccia nuova, tutti saranno interessati a vedere come balla questa persona, le sue caratteristiche e preferenze e, se la sensazione è che può appartenere alla comunità, saranno in tanti a cercarla o a cercarlo con gli occhi”.

Milonga affollata 02

Daniel preferisce invece declinare un altro esempio. “Abbiamo deciso – annuncia – di sviluppare nei prossimi corsi il concetto igienico del tango”. “Come? Cosa vuol dire? Che ballare il tango fa bene alla salute?”, chiede un altro indigeno ansioso di fare la sua bella figura perché ha letto qualche articolo sulla tangoterapia. “La ballerina – chiarisce il maestro argentino – deve imparare a dire di no, a chi puzza, a chi è sudato, a chi si comporta male e, dopo quattro o cinque volte che un ballerino viene abbandonato in mezzo alla pista dopo un brano o che si becca solo dei no, o smette di frequentare le milonghe, e il problema è risolto, o capisce che è lui ad avere un problema e quindi si comporta di conseguenza, lo corregge, e anche questa è una buona soluzione”. “Ma questo – insiste Daniel – non è solo un fatto di igiene, perché una ballerina che si comporta in questo modo, che ha questa sua dignità e sicurezza in se stessa, si saprà poi muovere in pista in tutt’altro modo, con un’altra autorevolezza, con un’altra enfasi, e allora il concetto di marca condivisa, di ballare e sentire insieme la musica smettono di essere parole sentite a lezione, rimaste però lettera morta, per diventare esperienza concreta”.

“In effetti – si inserisce un terzo avventore aborigeno – ho seguito al Festival di Asti uno stage di Arce e Montes e Sebastian diceva che lui i maestri li imitava in tutto e non solo nel modo di ballare, ma anche nel comportamento dentro e fuori la pista; per esempio, aveva notato che, dopo aver fumato una sigaretta e prima di riprendere a ballare, andavano sempre in bagno a lavarsi i denti”.

Un’altra tanda si è conclusa e ora risuonano le note di una cortina. “Un’altra cosa che non funziona nel tango italiano – osserva Santiago – è che troppi maestri, argentini come italiani, trascurano la propria formazione”. “Dovrebbero – continua – andare almeno ogni due anni a Buenos Aires per un paio di mesi, a luglio e agosto, quando tutte le scuole in Europa e negli Stati Uniti sono chiuse e quindi tutti i professionisti si ritrovano in Argentina e si ha così la possibilità di studiare, di confrontarsi e non c’è nessuna diminuzione nel fare una cosa del genere”. “Per esempio – insiste – io studio sempre con un gruppo di colleghi, perché è da questi confronti che noi cresciamo, che il tango cresce”. Purtroppo, continua “ormai l’Italia è piena di maestri argentini che sono più italiani degli italiani e che tornano a casa una volta ogni tanto e mai per studiare, ma solo per rivedere amici e parenti”.

Per il resto, è sempre Santiago a parlare, “si sono fatti anche errori, che avranno bisogno di anni per essere rimediati, nel proporre il tango nuevo senza un adeguato corredo culturale”. “Non è il caso di cercare capri espiatori perché in tanti ci sono cascati e anche io non ne sono rimasto del tutto fuori, ma per fare un po’ di soldi in più si è dato spazio a un modo di ballare privo della consistenza culturale e della complessità del tango”.

Gavito 01

“In Italia – ragiona Daniel – si sta compiendo un buon percorso ma, prima che si balli un buon tango in modo diffuso, si deve ancora aspettare una cinquantina d’anni; voi qui avete iniziato 25 anni fa e 25 anni di tango sono troppo pochi per ottenere un livello alto e capillare di consapevolezza e di sensibilità”. “Al momento – puntualizza – ci sono in cattedra i pionieri, i ballerini della prima ora, ma questi dovranno passare e dopo di loro devono vedersi ancora almeno altre due generazioni di maestri prima che si arrivi alla comprensione, e all’insegnamento, del tango nella sua interezza e complessità”. “In Argentina – conclude – si inizia a ballare il tango a quindici anni perché tutta la famiglia lo fa, i genitori come i nonni, ed è chiaro che in una situazione del genere non sono solo i passi a essere insegnati ma tutta la cultura del tango”.

Santiago è sostanzialmente d’accordo ma vuole chiudere con una riflessione più ampia. “Certo – conviene – ci vorrà del tempo per avere un buon tango in Italia, ma l’obiettivo non deve e non può essere fare dell’Italia una succursale, un’imitazione dell’Argentina”. “Questo Paese – riconosce – ha tradizioni culturali troppo forti e troppo radicate, è quasi impossibile sostituirle con altre”. “Più probabilmente – afferma – come è accaduto con altre forme d’arte, quando sarà passato un adeguato lasso di tempo, vedremo un tango italiano, che nulla avrà da invidiare a quello argentino, di pari dignità anche se diverso, una sua particolare evoluzione, proprio come esiste, per esempio, la salsa Los Angeles”.

Si sentono gli accordi della “Cumparsita”. È ora di cambiarsi le scarpe e andare a casa.
 

 

HA SCRITTO PER NOI #
Franco Garnero

Torinese, amante dei viaggi, dello sport, della vita all'aria aperta e delle buone letture, inciampa nel mondo del tango nel febbraio del 2010. Grazie a una dedizione ossessiva e monomaniacale è da tempo, per unanime giudizio, il miglior ballerino del suo pianerottolo e l'indiscusso punto di riferimento tanguero di tutto il (piccolo) condominio dove abita.

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4 commenti

  1. Marco ha detto:

    Molto interessante la conclusione di Santiago che io leggo così: noi italiani non siamo argentini, abbiamo un retroterra culturale, musicale diverso, e perciò non balleremo mai un tango come un argentino od una salsa come un cubano, per quante volte andremo a Buenos Aires o all’ Avana.
    Noi abbiamo posture, linguaggi del corpo e codici di interazione diversi, ed è inutile scimmiottare il “maestro” di turno.
    Ma questo è un bene: i nostri anziani (ed anche io) balliamo la marurka, la polka, il valzerino o la taranta e questo ci permette di contaminare ed interpretare il tango, che, essendo un linguaggio universale e vivo, cresce ed evolve attraverso questi innesti, così come ha sempre fatto, dalle sue origini africani fino alle contaminazioni elettroniche ed etniche di oggi.
    Non amo il tango standardizzato, fossilizzato, vagamente talebano, insomma da museo: il tango è materia viva, ed è bello che se ne esplorino le potenzialità, ovviamente ballandolo nel rispetto e nella armonia dei codici che vigono nella sala o nel gruppo in cui mi trovo in un certo momento
    Marco
    Bologna

    • Franco Garnero Franco Garnero ha detto:

      Ciao Marco. Grazie per il tuo interessante contributo.
      Ovviamente non posso parlare a nome di Santiago che, se vuole, può intervenire a sua volta per chiarire il suo pensiero. Ti dico quindi quello che ho capito mentre lo ascoltavo l’altra sera e poi aggiungo qualche riflessione personale. Nulla da dire sulla tua premessa. Tutto chiaro, specie per quanto riguarda i codici di interazione. Proprio Santiago, nella nostra inchiesta sui codigos pubblicata alla fine dell’anno scorso, diceva che qui ci sono dei modi di invitare che farebbero inorridire i ballerini di Buenos Aires ma che qui funzionano non solo perché il ballerino li sa gestire con eleganza ma anche perché la ballerina li accetta senza problemi.
      Credo invece che tu ti discosti dalle intenzioni di Santiago – e io pure non concordo con te – quando dici che è “inutile scimmiottare il maestro di turno”. Detto così siamo tutti d’accordo; se invece parliamo di “imitare”, di “copiare” il maestro di turno, non c’è altro modo di imparare il tango o altro sino a che non si è divenuti maturi e autonomi; il che, tradotto in tempo, significa come minimo una decina di anni di studio e di pratica assidua per i più dotati.
      Ci andrei molto cauto, poi, e credo che Santiago ne converrebbe, nel vedere nei balli nostrani dei proficui innesti nel grande corpo del tango. In realtà il tango ci ha messo un po’ a essere diverso dalle sue componenti originarie ma poi è diventato un linguaggio abbastanza normato e codificato. Ci sono parecchi libri che ne parlano ed evidenziano un’evoluzione dovuta alla musica, all’abbigliamento socialmente consentito alle ballerine (che prima impedivano certi movimenti e poi li favorivano) e alle possibili innovazioni ma, dopo il giro, introdotto, se ricordo bene, negli Anni Quaranta, non ci sono più state grandi innovazioni, anche se è evidente che la differenza tra un ottimo ballerino degli Anni Ottanta e uno dei giorni nostri balza sicuramente agli occhi.
      Fai bene a rifiutare il tango standardizzato e fossilizzato propugnato dai talebani. Anche su queste parole nessuno può dissentire. Ma se tu dici di vedere positivamente le occasioni offerte dal tango elettronico ed etnico, ti esorto a leggere con attenzione quello che dice, sempre Santiago, proprio in questa chiacchierata, sui guasti prodotti dai sacerdoti del tango nuevo. Non ho riportato tutte le sue parole per ragioni di spazio, ma ti posso assicurare che il suo giudizio su questa variante del tango è tutt’altro che tenero o incoraggiante. Per concludere, anche io penso che sia bello e importante esplorare le potenzialità del tango, purché all’interno dei vasti confini del canone.

  2. Maria Cogorno ha detto:

    Scusate, posso dire che è deprimente? quanti, quindi, tra noi, avrebbero la possibilità di vedere l’ipotizzato buon tango diffuso? se devono passare 50 anni, direi quasi nessuno tra quelli che hanno letto l’articolo. Caspita! Però si tiene conto che, rispetto agli albori del tango, la possibilità e velocità di trasmissione di conoscenza, dati, esperienza, presente e futura, corre a velocità di globalizzazione? E il tango non ne è esente. Voli low costs e video di ogni tipo in rete dimostrano che le distanze si accorciano e i tempi, verosimilmente, altrettanto.

    • Franco Garnero Franco Garnero ha detto:

      Ciao Maria. Grazie per il tuo intervento che permette di approfondire il discorso.
      Certo che puoi dire che è deprimente. Perché no? Quanti, tra noi, avrebbero la possibilità di vedere l’ipotizzato buon tango diffuso? È la stessa domanda che si è posto Daniel nel corso della chiacchierata e si è risposto da solo: “Nessuno”.
      Non vedo però dove sia il problema. Anzi, a ben pensarci, quello che hanno detto i due maestri argentini è assolutamente banale. È chiaro che per fare le cose bene ci vuole tempo. È noto a chi segue lo sport che per decenni gli inglesi, inventori del calcio, giudicarono irrilevante gareggiare con il resto del mondo per il semplice fatto che, avendolo loro iniziato molto prima, lo giocavano molto meglio degli altri. Lo stesso nel basket: per decenni gli Usa hanno mandato alle Olimpiadi squadre di terza o quarta fascia, composte in toto da ragazzini acerbi, eppure, a parte il contestato episodio di Monaco, hanno sempre vinto l’oro a mani basse. Poi hanno iniziato a perdere e così hanno cominciato a schierare i professionisti e hanno di nuovo vinto, ora invece possono perdere anche con la squadra migliore o quasi. Sono migliorati gli altri, mica peggiorati loro. Lo stesso si può dire del tango, come è possibile che chi lo balla da 20/30 anni – intendo un Paese non un ballerino – lo balli come chi lo pratica da 150? Dolersi di questa ovvietà non ha senso. L’importante è divertirsi, e questo è sempre possibile, a ogni livello. Non è che io mi diverto di più se so o se mi dicono di essere bravo. E, ancora più importante, è sapere quanto cammino ancora c’è da fare. Una delle ragioni per cui una comunità non cresce – e al momento mi sembra che la comunità torinese, che conosco bene, cresca ben poco – è perché si sente già “imparata”. La boria è ormai la merce più diffusa nelle milonghe, mentre, a parte rari casi, non ho mai conosciuto un argentino che non sia umile nei confronti del tango e consapevole di quanto si debba lavorare per migliorarsi. Invece vedo continuamente gente che balla da un paio d’anni e a mala pena riesce a stare dritta pontificare come se fosse Gavito (che peraltro non ha mai pontificato in vita sua).
      Ma non era questo il punto della chiacchierata con Daniel e Santiago. Loro parlavano non tanto di perizia nel ballo quanto di cultura del tango. Ed è per questo che non credo la tecnologia o la capacità di spostamento che noi ora abbiamo rispetto al passato ci possano essere di qualche aiuto. Sì, guardando mille volte un video di Naveira posso affinare un movimento, ma di certo non imparo a riaccompagnare a posto la ballerina a fine tanda, a non andare addosso a chi mi balla accanto, a chiedere scusa quando questo comunque accade, a rispettare la ronda, a non fare il maestrino con chi ha iniziato un mese dopo di me e così via, all’infinito. Queste cose, per essere digerite e assimilate, hanno bisogno di anni e anni e non si imparano nei video.
      Un altro esempio? Quali e quante scuole potrebbero sopravvivere se smettessero di insegnare i passi e cominciassero a insegnare solo la camminata per i primi quattro anni? Forse un paio per ogni grande città. E questo vuol dire che in Italia, al momento, non vi è una cultura del tango diffusa e capillare. Vi possono essere, e chi lo nega, alcuni talentuosi e virtuosi ballerini, ma sono due cose completamente diverse.

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