Non mi pento, soy casinera

PUBBLICATO IL 23 giugno 2015

Che non significa quello che state pensando, ma qualcosa di molto preciso, amo tutta la salsa ma in particolare quella cubana che si ballava nei casinò dell’Havana alla fine degli anni ‘50, el baile de casino, la stessa che si vede ancora oggi nelle sale caraibiche italiane. “Che c’entra con un blog di tango?” direte.  E io vi cito Il musicologo Robert Farris Thompson che nella sua dettagliata analisi delle origini del tango (1) che

Salsa Havana

Salsa Havana

tanto amate (amiamo) scrive: “Quando l’habanera afro-cubana, un’affascinante combinazione di parole e rimo, giunse nella capitale argentina dopo il 1850, innescò una sequenza che portò allo sviluppo di tre danze diverse: milonga, canyengue e tango”. Ma l’habanera è anche una delle radici della salsa.  Insomma, se una sera sei in milonga e quella dopo ti muovi a ritmi caraibici sei lecitamente il risultato di una mezcla e forse hai qualche avo in Congo. Confortata dal sacro testo (che vi consiglio caldamente di leggere) quattrocento pagine divorate con avidità, nei primi approcci al tango non tacevo la mia identità salsera, ma presto mi accorsi che si storceva il naso, eccome. Si tagliava corto, la replica standard era: “allora ti muovi troppo”. Caspita, la dissociazione che è cardine del ballo caraibico (ma anche del tango, non vi pare?!!?) liquidata con una battuta.

Si, veniamo al punto della questione, una forma di pre-giudizio. Che è reciproco, di chi balla tango e non bazzica salsa e viceversa. Curiosamente però si radicaleggia in senso opposto. Il ballerino di salsa eccede in immaginario positivo per il tango, è convinto che sia, in ordine, triste, difficile e sensuale come nessun altro ballo. Il tanguero, invece, in negativo: pensa della salsa che   sia, in ordine, caciarona, semplice e di   arrembaggio in senso (molto) stretto. I luoghi comuni hanno sempre qualcosa in comune, mancano di verifica.

 

Tango Marbella

Tango Marbella

Numericamente, con la statistica dell’occhio e croce, l’offerta di serate di tango è più capillare del caraibico. Tuttavia una media di salsa è un flop se non vende almeno un centinaio di ingressi, mentre una milonguita infrasettimanale sopravvive anche al di sotto di questi numeri. L’età media nel tango si sta abbassando, ricordo che una decina di anni fa entrai per curiosità in una milonga, c’erano quattro gatti sui quattordici anni (parlo di età media del felino) e scappai a gambe levate… verso una serata di salsa. Ma oggi non è più cosi, si vedono anche molti junior, e, nel contempo, nel caraibico, la seconda giovinezza ha fatto il suo trionfale ingresso, vista di ottimo occhio dai gestori che apprezzano più una pensione acquisita che un incerto stipendio. Così, in barba alle nostre ginocchia usurate, impazza l’ enrosque tanto nel tango come nella salsa. Già, se i tangueros pensano di avere l’esclusiva della dannatissima, sappiano che i cugini salseros si affannano altrettanto per una perfetta esecuzione dell’omonima. E qui veniamo alla questione, spinosa, della tecnica. Se è vero, come è vero, che con un corso, persino un po’ raffazzonato, dopo sei mesi-un anno ti barcameni in un “quanto basta” di salsa e bachata elementare, ma dopo lo stesso periodo di tango sei a livello di alfabetizzazione, pensare che il ballerino di caraibico non abbia la stessa fame di tecnica, qualità, crescita del tanguero è un grosso errore di valutazione.

 
Lo sanno benissimo le scuole. I corsi collettivi prolificano. La preparazione dei maestri, un po’ come accade nel tango, va dallo scalzacani che arrotonda dopo un paio di anni di pista al professionista con salda didattica che porta dalle basi fino a livelli più elevati di tecnica, interpretazione, musicalità.  L’offerta è    vasta però perché non si balla, semplicemente, “salsa”, ma tutte le sue varianti. Pensano i tangueros di essere i soli ad avere segmentato la danza in stili differenti che richiamano altrettanti abbracci e tecniche, milonguero, salon, nuevo, fantasia e poi ancora nella milonga e vals. Devono ricredersi, nel caraibico succede altrettanto. Agli albori, in Italia, almeno vent’anni fa, ci si cimentava tra salsa stile cubano, venezuelano e portoricano, ma poi si sono aggiunte Los Angeles, New York e collettivi di bachata, chachacha, per ogni stile un corso, per ogni corso allievi e cosi via.  Non di musica sto parlando, che la lista sarebbe ben più lunga, ma di codici di ballo a volte cosi radicalizzati da diventare incompatibili, veri e propri ostacoli perché adottano   geometrie e comandi differenti, macro insiemi ben distinti, vissuti anche come invadenti reciprocamente, sia in locali caraibici che milonghe. E questo nonostante le musiche abbiano attraversato continenti, fuso culture lontanissime e siano ritornate a noi come linguaggi universalmente noti. Divide et impera! Ma no, non drammatizziamo, nonostante l’aria seriosa del tanguero medio e quella festaiola del salsero, entrambi meriterebbero la ola per il solo fatto di alzarsi dal divano in pieno inverno, lasciare le adorate pantofole e raggiungere al freddo una qualunque scuola che li introduca al magico mondo della pista.  Perché decidono, i due, pur con scelte diverse, di affrontare il panico da principiante, del non sapere dove mettere i piedi, pur di far parte del mondo a parte che è il ballo?  I motivi sono vari e permettono generalizzazioni verosimili.  Alcune. Di immagine, dire al collega: “stasera ballo tango e/o salsa” fa figo, “vado in disco”, passati i trenta, compassionevole.  Fisiche: se la palestra ti smonta ma hai letto che il ballo è ottimo esercizio fisico, investi in ringiovanimento a tutto tondo, butti giù un po’ d zavorra e rinnovi il look. Sociale: il ballo ti porta a uscire non solo di casa ma anche dal guscio, si assiste spesso a sorprendenti trasformazioni, il petto si apre, il portamento è più eretto e fiero, i tacchi femminili elevano, si impara a rapportarsi con la comunità danzante. Socializzante: di solito è detto in senso ironico, quasi a stigmatizzare una delle motivazioni trainanti delle piste da ballo, l’incontro con l’altro sesso. Non vi è ombra di dubbio che il ballo aumenti considerevolmente la potenzialità di avvicinarsi, e intendo proprio fisicamente, infrangendo la distanza sociale voluta dal codice prossemico. Ma oltre alla fisicità, si impara a gestire anche l’emotività della vicinanza. Se è un nuovo sussurro che si cerca e si trova, che sia. Se è un’intimità circoscritta alla pista che si vuole, che sia quello.  Il facile intorto della salsa versus tango è una leggenda metropolitana, siamo noi artefici della nostra danza e più danziamo e meglio lo sappiamo. A ben vedere tuttavia, se proprio vogliamo cercare il pelo nell’uovo (mai trovato!) pare più verosimile un corteggiamento ballando tango, se non altro hai il tempo dalla tua. Una tanda è una tanda, hai la durata di quattro pezzi per colpire al cuore o almeno suscitare fremiti. Quattro salse o bachatas di fila non le chiede nessuno, perché sarebbe esplicito che l’obiettivo è il numero di cellulare, addio corteggiamento.
 
Per tutte le suddette generalizzazioni, e soprattutto perché è obiettivamente vero, si capisce l’importanza, prima o dopo, ma meglio prima, di avere dei buoni maestri, tango o salsa non fa differenza. La padronanza che deriva da solide basi non è solo fisica, ma anche emotiva. Ballare non è muovere gambe a schemi, ma spostare peso con intenzione musicale e senza fatica, ricevendo energia dalla terra, esattamente come un bambino si alza incerto, muove i primi passi e poi cammina e corre, se vuole. Chi non ci insegna questo ci fa torto. Se senza bastone non stiamo in piedi, restiamo a vita degli im-becilli della danza e non c’è  ben-essere senza consapevolezza e padronanza del proprio agire in uno spazio fisico e sociale al quale si ambisce. Il fatto che si debba riempire un corso o tenere alta una serata fa parte delle leggi del mercato e sappiamo come quello del ballo muova numeri non da poco, ma mai dovrebbero dimenticare gli addetti ai lavori che la materia è l’individuo, cioè il nostro corpo e la nostra psiche.

 

Una ultima considerazione sulla regina della pista, la musica. Spesso mi è capitato che tangueros, della salsa, mi dicessero: “non mi piace la musica”. Tranchant. E mi sono domandata quanto può avere inciso su un commento così drastico il fatto che, in generale, si conosce quella riempipista, strutturalmente semplice e assediata da tormentoni per facilitare il ballo. Come nel tango chi determina la serata è il dj e se questo sa leggere la pista, adegua la sua scaletta. L’evento di musica di nicchia tale è, non fa conto sulla quantità di pubblico, ma in molte serate stabili non si va troppo per il sottile. Così la vastità e qualità di ciò che venne chiamato, ad un certo punto, per convenzione, “salsa” è sconosciuta persino alla maggioranza di chi la balla. Ma io ho il ricordo dei concerti all’Havana, orchestre di grande pregio, ore di musica dal vivo, mitiche descargas, l’equivalente della jam session, rivedo il provocante corteggiamento danzato a rumba nei cortili, risento il son, musica tradizionale, suonato nei locali di Santiago de Cuba ma soprattutto ho avuto, per mia fortuna, tutors che mi hanno insegnato ad amarla. Ho il ricordo così dei raduni che organizzavamo per incontrarci e ripercorrere la storia della musica, scoprendone di meravigliosa, con la collaborazione di grandi appassionati e musicisti. Lezioni di ascolto e musicalità le chiamavamo, ma si ballava anche, e molto, viaggiavamo per approdare alla musica.  Per questo il tango è stata una nuova scoperta, appassionante, ma non ha segnato alcun abbandono per il vecchio amore, come spesso, invece, succede.

 

Sono musiche che apportano un’energia differente, questo è vero, distinti vasi comunicanti. Salsera y tanguera mi sento.

 

 

1)      Robert Farris Thompson, Tango – Storia dell’amore per un ballo, Roma , Elliot Ed. 2007

 

 

 

 

HA SCRITTO PER NOI #
Maria Cogorno

Maria Cogorno, alias Marilu, genovese, appartiene alla manovalanza tanguera da quasi cinque anni. A nulla sono serviti i buoni consigli degli amici salseros "lascia perdere, hanno certe facce, non ridono mai". Testarda, una sera è andata a curiosare e la prima marca è stata fatale. E' convinta che se suona una milonga quando entra nel locale, porti bene. E cosi viaggia, di milonga in milonga, per scoprire se il magico rito si ripete.

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2 commenti

  1. Marco ha detto:

    Ciao Maria,
    il tuo post mi è proprio piaciuto!
    Anche io sono un “tanguero” ed un “salsero”, ed anche a me il bellissimo libro di Thomson ha fatto capire le radici comuni che legano il tango e la salsa (e naturalmente il mambo); ho sempre amato e praticato questi due balli, ma quando parlo di tango con gli amici salseri e viceversa, vengo visto nel migliore dei casi come troppo curioso e nel peggiore un “casineiro” come dici tu.
    Allora, una sera ho messo assieme alcuni amici che ballano solo salsa ed altri che ballano solo tango, e con una cara amica musicista abbiamo ascoltato e ballato milonghe e tanghi anni 20, andando a ricercare dentro queste musiche il famoso un-dos-tres-pausa; risultato: i salseri si riconoscevano in quelle musiche ed i tangueri capivano di più cosa vuole dire e come si interpretano i controtempi.
    Ogni tanto ci riproviamo, ma ti assicuro che è difficile allagare questa esperienza: amo questi due balli, ma a volte sono sconfortato dalla diffidenza al nuovo ed alla tendenza a chiudersi nelle rassicuranti mura dei canoni classici che questi due ambienti esprimono.
    Marco
    Bologna

    • Maria Cogorno ha detto:

      Caro Marco, che bella idea la tua serata musicale salseros-tangueros. Qualche tempo fa ero ad un evento di tango durato più di una settimana, musicalmente molto vario per l’alternarsi di tdjs. Ad una pomeridiana su una milonga, con un bravo salsero, un po’ in disparte, abbiamo ballato salsa. Calzava benissimo, scivolava via come l’olio. E quanto ai controtempi, ballando salsa, è vero, li infiliamo dappertutto. Quindi anche tu, a parte questo fortunato esperimento, hai notato come i due mondi si osservino.. a debita distanza??!!! Peccato, peccato. Sei di Bologna? caspita, una delle città con più antica tradizione di salsa, e cubana in particolare. Ricordo, dalle vostre parti, l’amico dj Pachanga, uno dei massimi esperti di musica cubana in Italia.

      Un abbraccio!

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