Dov’è finita la relazione nel Tango?!

PUBBLICATO IL 7 ottobre 2015

di Maria Calzolari

Il tango è ballo di relazione per eccellenza, anzi forse potremmo dire che il Tango è il ballo di relazione. Su questo credo converremo tutti: la connessione alta tra i ballerini all’altezza del cuore, il dialogo corporeo che si trasforma in un dare e ricevere continuo. Non a caso si parla della coppia nel tango come di un animale a quattro zampe, quasi fosse possibile (e non solo in termini posturali, di corpo) realizzare una fusione di anime mentre si balla. Molti libri parlano del tango in questi termini e forse è questa la chiave di volta che rende questo ballo diverso dagli altri, più profondo, più rivelatorio, più intenso.

 yin e yang

 

Qualche sera fa mi trovavo in una deliziosa milonga di Bologna e osservavo le coppie ballare in pista, con l’occhio che mi proviene dalla mia formazione di sociologa, prima ancora che di insegnante di tango. Mi piace osservare i fenomeni da un punto di vista anche sociale. E notavo che nessuno, o quasi, ballava il tango stando davvero in relazione. Presuntuoso da parte mia affermare questo? Non credo, perché io per prima conosco la differenza (che ho sentito dentro di me) tra il ballare in relazione e il ballare come prestazione. Non c’è nulla di sbagliato nel ballare per sentirci bravi, o all’altezza delle aspettative proprie e del “pubblico tanguero”, tutti desideriamo il riconoscimento da noi stessi e dagli altri, ma che cosa ci stiamo perdendo mentre balliamo con questi presupposti? Perdiamo l’essenza del tango. Basta osservare gli sguardi di chi sta ballando, l’intenzione dei loro corpi, per comprendere cosa stia accadendo dentro quella coppia. Un occhio attento e sensibile coglie chi balla restando in relazione e chi lo fa uscendone. Non mi stupisce tutto questo, perché ho sempre ritenuto che la milonga sia uno specchio micro di ciò che accade nella società macro. E siamo in un periodo storico nel quale la relazione si è completamente persa, soppiantata dall’illusione di stare in relazione, che ci proviene soprattutto dall’utilizzo esasperato dei social network e dei media.
 
 

Dov’è finita la relazione?! Nel tango, come nella vita?!
 

 

Azzardo un’ipotesi. Stiamo perdendo la distinzione dei ruoli maschile e femminile, c’è una grande confusione su questo punto. Siamo in un momento storico in cui le donne si comportano più come uomini, hanno sviluppato quello che in psicologia si chiama maschile interiore, in maniera molto accentuata e in ragione di questo si affermano in maniera molto forte, cadono spesso nel bisogno di avere il controllo di tutto e finiscono per “comandare”. Mentre gli uomini si stanno spostando più sul loro femminile interiore, sono molto più protettivi di anche solo 50 anni fa e più sensibili. Non trovo che tutto questo sia sbagliato, anzi, c’è qualcosa di davvero importante in queste conquiste e da salvaguardare, ma senza esasperarlo. Questa confusione di ruoli nel tango si vede chiaramente. Quando si entra nei due ruoli del tango spesso la donna fatica a lasciarsi andare e continua a cercare di detenere il ruolo di guida che le è così familiare nella vita di tutti i giorni e l’uomo fatica a prendere in mano la situazione e a guidare con decisione. Sono anni che noto questa dinamica tra i miei allievi e anche nelle milonghe. E la relazione salta, perché il tango ci chiede che i ruoli vengano rispettati! Non credo sia un caso che il Tango sia così popolare oggi. E’ un modo per riappropriarsi del proprio ruolo anche a livello sociale. Il tango funziona quando la donna è nel suo femminile e l’uomo nel suo maschile ed è comune l’intenzione di dialogare costantemente. Ciò non significa poi, né per l’uno, ne per l’altro, perdere le proprie conquiste sociali, ma semplicemente permettersi di ritrovare il proprio ruolo di partenza. Ed è fantastico, a mio parere, questa riconquista! Per la donna riconquistare il proprio femminile non c’entra nulla con tacchi alti e mise deliziose. Stare nel proprio femminile è mollare la presa, abbandonarsi fiduciose, affidarsi e lasciar fare all’uomo, senza velleità di controllo. Perché se balliamo con un tacco 9, ma siamo sempre all’erta su tutto quello che l’uomo ci sta proponendo, di femminile ci rimane solo il tacco purtroppo!

 L'abbraccio

L’altra sera tutto questo mi è stato confermato da un commento di apprezzamento che mi è venuto proprio dopo essermi immersa nel tango con il mio compagno di ballo, godendoci un dialogo tra corpi dove i ruoli erano rispettati e c’era la volontà di ascoltare ogni più piccola piega di noi: il respiro, i micromovimenti sincronizzati del corpo, la lentezza dei movimenti stessi, il contatto. Tutto questo dovrebbe appartenere al tango teoricamente sempre, ma spesso lo si perde. Ballare stando in relazione richiede intenzione e molto lavoro interiore e su di sé, per imparare a restare davvero aperti all’altro e a rispettare i ruoli. Mi fa piacere che la relazione arrivi agli occhi di chi osserva, perché questo mi conferma la parte di responsabilità che hanno gli insegnanti nel trasmettere l’importanza dello stare in relazione nel tango. Qualcuno potrebbe ritenere che la relazione si possa spiegare, il come stare in relazione si possa affermare a parole. Questo è assai difficile. Noi impariamo quello che respiriamo e vediamo, più di quello che ci viene detto. A livello psicologico questo è chiarissimo. Avete mai notato i bambini rispetto ai genitori? Imitano. Non sono importanti le parole che vengono loro dette, ma quello che vedono, sentono, respirano. Se un genitore dice “a” e fa “b”, il bambino non impara “a”, ma fa sua l’incoerenza del genitore ed emula “b”. I famosi neuroni a specchio! Jean Jaurès diceva “Non si insegna quello che si vuole, dirò addirittura che non si insegna quello che si sa o quello che si crede di sapere: si insegna e si può insegnare solo quello che si è”. Ne convengo. Come insegnanti credo abbiamo la responsabilità di trasmettere l’essenza del tango e quindi di partire da un lavoro su noi stessi, per essere noi per primi in relazione quanto più possibile mentre balliamo e per valorizzare la dimensione relazionale di questo ballo. Poi sarà scelta dell’allievo accogliere tutto questo e farlo proprio, oppure non riconoscerlo come buono per sé. Perché insegnare passi e struttura in un certo senso ci compromette meno, trasmettere il senso relazionale del tango è impresa più ardua, ma almeno dal mio punto di vista più affascinante.
 

 

 

HA SCRITTO PER NOI #
Maria Calzolari

Sono Presidente dell’Asd OliTango, la prima associazione di Bologna che unisce il Tango alle discipline olistiche www.olitango.it. Sono insegnante di Tango Argentino diplomata MIDAS e Operatrice di TangoOlistico®. Di formazione sociologa, ballo tango dal 2007 e scrivo per passione, nel 2013 è uscito il mio romanzo “Amore... a passo di Tango” (Ed. Pendragon) che riflette il mio modo di intendere e vivere il tango. Tengo un blog sul mio sito www.mariacalzolari.it

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10 commenti

  1. Paola ha detto:

    Poiché sono molto avanti negli anni,non mi vergogno a chiedere a ballerini che non mi hanno mai fatto ballare,una tanda..contrariamente a 10 ,15 annifa dove un no era seguito anche da osservazioni assurde,ora,forse per cavalleria,il mio invito è sempre raccolto con un sorriso e,non è raro,che fine tanda,con aria un po stupita,mi si esclami,ma è stato proprio bello!grazie!alcune donne vanno dicendo in giro che mi accontento,invece per me è un piacere ballare con principianti a cui cerco di infondere incoraggiamento e sicurezza e perché no piacere!ai più esperti,trasmetto la voglia di interpretare e la passione che mi ispira la musica ed il desiderio di trasmetterla,se poi le donne,a volte tendono alla guida,non è per assumersi il ruolo maschile,ma perché, avendo il ballo nel sangue possono diventare impazienti

    • Maria Calzolari Maria Calzolari ha detto:

      Ciao Paola, anch’io non mi vergogno a chiedere ai ballerini di ballare. Non c’è nulla di male, al massimo ci si prende un no. Anch’io a volte amo ballare di più con una persona principiante che ci mette passione e che c’è mentre balla, e come te cerco di trasmettere sicurezza. Comprendo l’impazienza, ma si capisce dalle tue parole che ami molto il tango e questo sicuramente arriverà ai ballerini.

  2. Valeria ha detto:

    Carissima Maria, comprendo e condivido quanto esprimi in modo vhiaro, efficace e anche sintetico nel tuo articolo. Fai bene a sottolineare la ‘responsabilità’ (sono io a definirla così) degli insegnantinel trasmettere lo spirito dell’abbrccio e della connessione, cosa che non sempre avviene, anche se è vero che poi….ognuno fa quel che può. Però cambiare è sempre possibile. Ho apprezzato anche la testimonianza della tanguera Paola, che aggiunge speranza al mio crescere nel tango, in un po’ di sfrontatezza e …nell’età. Un abbraccio-abbraccio, Valeria

    • Maria Calzolari Maria Calzolari ha detto:

      Valeria cara, le donne di oggi hanno una forte tempra, si sa, ma è così bello aggiungo lasciarsi portare senza pensare a nulla, lasciando che sia… il nostro lato femminile è importante tanto quanto la nostra determinazione e quel pizzico di sfrontatezza che mette un po’ di pepe. Ti abbraccio

  3. Cara Maria condivido le tue affermazioni nel profondo. Spesso, molto spesso ciò che dici accade in milonga. Del resto il tango non può essere una bacchetta magica che mette in relazione con se stessi e con l’altro malgrado noi! L’abbraccio è come un rito e troppo spesso viene vissuto con fretta per passare subito ai passi…alla prestazione.
    Essere performanti sembra essere l’obiettivo, non essere in relazione. Quando accade la tanda ti lascia una leggerezza profonda.
    Ti abbraccio
    Manu

    • Maria Calzolari Maria Calzolari ha detto:

      Ciao Manu, è proprio quello che intendevo. Io stessa ci sono passata attraverso e quando si è nella prestazione, nel tango come nella vita, mentre si è in relazione, si perde se stessi e il proprio potenziale. Quando si è disposti a stare davvero nel sentire ecco che tutto si colora, e talora si “complica”, e ci sono molti più errori, ma la relazione è un’avventura e quando si balla in relazione è tutta un’altra cosa. E gli errori diventa nuovi spazi creativi e quando balli non sei mai sola, l’altro è sempre con te. Io, che pure insegno, adoro sbagliare con il mio ballerino e cerchiamo sempre di trasmettere l’importanza di salvaguardare la relazione a discapito della prestazione. E’ meglio perdere un passo, ma non perdere l’altro.
      Ti abbraccio
      Maria

  4. Anna ha detto:

    Condivido l’approccio umano e sociologico espresso da Maria nel suo articolo – del resto lo ha già espresso nel suo romanzo ‘a passo di tango’ e lo si vede attuato quando balla..
    L’occhio della sociologa conferma le reazioni ed emozioni umane di molte/i frequentatori appassionati del tango. Ci piacerebbe che fosse veramente vissuto come ‘ballo di relazione’ e meno come ‘esibizione’. Forse così diventerebbe un ballo per socializzare per tutte/i e forse, anche le donne non più giovani avrebbero qualche chance in più (qualsiasi riferimento a persone reali è puramente casuale!!)…

  5. Cesare Zecca ha detto:

    Ascolto, leggo le osservazioni sul tango che provengono da persone con diversi “classi” di punti di vista.
    Maria Calzolari evidenzia alcuni aspetti: quello relazionale, quello archetipico che, per sua sensibilità e percorso, le sono molto cari.
    Qui a Bologna Flora Benedetti usava un termine interessante: descrive il tango come “arte relazionale”.
    Ecco che cambiando un po’ il punto di vista, oltre all’aspetto relazionale, viene sottolineato quello artistico.
    Altre persone potrebbero sottolineare l’aspetto sociale, alcune quello seduttivo, altre quello musicale. Haim Burstin, nel sul libro “Il tango ritrovato” riportava il pensiero (non ricordo se suo o rioplatense) che il tango è
    o – ballare per sé
    o – ballare per il/la partner
    o – ballare per coloro che ti osservano (e spettegolano! 😉 in milonga
    Dunque altre sottolineano anche l’aspetto introspettivo, estetico o quello esibizionistico.

    > Non credo sia un caso che il Tango sia così popolare oggi.
    Non ho che soli quattro anni di esperienza in questo mondo.
    La mia impressione è che il tango NON sarà MAI popolare. Dove è pooplare? Sul Rio de la Plata. Ma nel resto del mondo, dove il tango lo si sceglie quando l’infanzia è già andata da un pezzo, il tango non è popolare.
    Ha una complessità che è elevata e, in genere, nel mondo fisico, in quello sociale, sistemi o discipline complesse rimangono strutturalmente, per natura, esclusivi: sono relativamente poche le persone che riescono a gestire in maniera sufficiente tutti o almeno una parte sufficiente di questi aspetti. Forse solo il fatto di vivere il tango fin da piccoli permette, sul Rio de la Plata, che molte persone ne facciano parte della propria vita e che esso sia diffuso, popolare.

    Se facessimo come i fisici, potremmo provare a portare al contorno, all’estremo ciascuno di questi aspetti a detrimento degli altri e troveremo varie cose che non il tango.

    Se massimizzassimo l’aspetto relazionale finiremmo nel tantra.
    Se massimizzassimo l’aspetto estetico nella sfilata di moda milonghera.
    Se massimizzassimo l’aspetto musicale nel tango suonato, nel tango d’ascolto.
    Se massimizzassimo l’aspetto sociale potremmo immaginare un club di appassionat* di tango che ne discutono, lo ascoltano, ne leggono la letteratura ma non lo ballano.
    Se massimizzassimo l’importanza dell’abbraccio ecco quello che mi viene in mente ciò che mi raccontò un amico che passò alcune vacanze in una comunità buddista in Germania in cui mezzora ogni giorno era dedicata esclusivamente agli abbracci (ma non era tango!).

    Ma allora, quale è la dimensione principale del tango?
    Penso che non ci sia una risposta, non c’è una dimensione principale, neppure quella relazionale.
    Ed è bene che sia così.
    Questa è l’armonia, il fascino e la straordinaria unicità (complessa) del tango.

  6. paolo ha detto:

    Leggo con attenzione quanto riconduce alla sociologia,alla psicologia di quanti praticano tango. Personalmente posso contare su una sola esperienza di tango coinvolgente e appagante. In una crociera-tango successe quel che voi (ballerine/maestre) sperimentate nelle milonghe e fu così che da sprovveduto principiante mi sentii coinvolto e incoraggiato da signore che avrebbero potuto ballare con ballerini ben più esperti. Ne avvertii comunque la gioia di avermi fatto saltare il fosso e con mia meraviglia mi accorsi che stava maturando un particolare stato di grazia dove tutto era fluido,connesso sia fisicamente che musicalmente. Solo occasionalmente qualche tanda mi fa ricordare quella esperienza di relazione, direi,empatica.Non ho la fortuna di poter praticare in ambiente che dia importanza all’abbraccio,che mi rimane come unica risorsa e a malincuore osservo ostinazione nel complicare il tutto con intrecci e svolazzi di gambe con la musicalità ridotta ad optional.Tuttavia non riesco ad immaginare che alle origini del tango e nel suo evolversi,nel riproporsi in varie epoche,ci fosse tanto da riflettere sulla psicologia di chi balla.Non voglio ridurre al solo aspetto ludico ed esibizionistico del ballo in genere e del tango in particolare, ma rivestirlo col la genuinità della relazione solo nella sua accezione più profonda…mi pare una sovrastruttura quasi per qualificarlo nella sola forma strettamente “milonguera”,intendendo tango la dove si prediliga abbraccio in continua connessione a pelle.

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