Il tango silenzioso di Massimo Pennacchini

in mostra a Milano

PUBBLICATO IL 20 marzo 2016

Qualcuno sicuramente conosce Massimo Pennacchini come “il pittore del tango”. Questo perché, da vent’anni a questa parte, il tango è stato il principale soggetto dei suoi quadri.

Ho incontrato Massimo a Milano, in occasione dell’inaugurazione della mostra “Tango Silencio”, organizzata da SpaziArti UnGallery in corso Buenos Aires (che altro, sennò?) 23 e aperta fino al 1 aprile.

Prima di questo incontro non lo conoscevo, lo confesso, ma ci ha messo poco a stregarmi, con i suoi quadri e la sua gentilezza. La mostra è piccolina, ma densa di opere che raffigurano il tango in tutte le sue espressioni tradizionali. Più un quadro disturbatore, ipercolorato e pop, in cui una ragazzina impertinente sbeffeggia le sensualissime ballerine protagoniste delle opere che le stanno di fronte. Quest’opera irriverente svela un’altra faccia di Pennacchini, autoironica e giocosa.

Sono arrivata all’inaugurazione con calma, come si può fare solo in un pigro sabato pomeriggio, marito tanguero in erba al seguito. Siamo stati accolti con calore dagli organizzatori, da Massimo e dalla sua bella moglie, musica di tango elettronico in sottofondo.

Non sono esperta di vernissage, ma questo decisamente mi ha riservato un colpo di scena, di cui sono stata protagonista.

Ecco cosa è emerso durante la chiacchierata che ho fatto con Massimo.

Pennacchini-tango-a-Palazzo-Reale

Quando è cominciata la tua passione per il tango, e perché?

“Circa 20 anni fa, in tempi non sospetti. Il tango non era ancora famoso, in Italia, o almeno non quanto lo è ora. Ero alla ricerca di un argomento esclusivo, nuovo, per la mia pittura, che in quel periodo non era solamente figurativa, ma anche informale. Ho sempre amato la rappresentazione del corpo umano, ma volevo anche che la mia pittura trasmettesse delle emozioni. Un viaggio in Sudamerica mi ha dato l’ispirazione definitiva: il tango mi dà la possibilità di rappresentare figure umane in movimento, e al contempo di esprimere attraverso la mia arte una gamma pressoché infinita di emozioni umane, dalla passione alla solitudine, dalla gelosia alla nostalgia”.

Una domanda sorge spontanea: tu balli?

“No, non ballo, e non ho mai voluto cominciare a farlo, anche se le occasioni per imparare non sono mancate (Massimo ha collaborato e continua a collaborare con Miguel Zotto e Daiana Guspero, per esempio n.d.r.). Ciò che mi frena è il timore di cambiare la mia visione, la mia idea di tango, contaminandola in un certo senso con la tecnica. Finora, ho potuto rappresentare il tango come emozione: non voglio scoprirmi intento a pensare ai passi, meglio concentrarmi sulla parte emozionale dell’abbraccio. Mai dire mai, però”.

Come nasce un tuo quadro, dalla scelta del soggetto, alla tecnica che usi, alla scelta dei colori?

“La tecnica è cambiata in questi vent’anni, ha subìto un’evoluzione. Certo, i quadri sono sempre figurativi, ma mentre all’inizio prediligevo i colori della terra, quasi non-colori, come il bianco, il nero, il grigio, e tutte le sfumature del marrone, pian piano ho cominciato a inserire altri colori. Primo, e più importante, il rosso, soprattutto negli abiti delle ballerine. Per quanto riguarda la scelta del soggetto, le mie opere partono da rappresentazioni fotografiche: per esempio, sono l’unica persona alla quale è concesso accesso illimitato alle prove degli spettacoli di Zotto. Lì raccolgo il materiale di base, da cui poi parte la mia ricerca. Una volta in studio, seleziono le immagini che mi trasmettono qualcosa, che diventano la base delle mie opere, e comincio a rielaborare figure, temi, colori”.

Pennacchini-notte-di-tango

Ci sono delle figure ricorrenti, nei suoi quadri.

“Sì, quando una figura mi interessa la rappresento più volte, declinandola in più situazioni, analizzando come funziona in situazioni diverse. Infatti, sono due i piani di lettura che cerco di offrire a chi osserva i mie quadri: il primo, più immediato, riguarda la rappresentazione delle emozioni tipiche di un rapporto uomo-donna. E quindi amore, passione, gelosia, abbandono, nostalgia… il tango ne offre una varietà quasi infinita! La pittura figurativa, però, è una forma d’arte solo apparentemente semplice, anche se molti si limitano a una lettura superficiale dell’opera, fermandosi al primo e più immediato livello di lettura. Una seconda chiave interpretativa delle mie opere è legata alla storia: il tango è nato in un momento particolare dell’Argentina, alla fine dell’Ottocento. In quel periodo, Buenos Aires era abitata da una commistione impressionante di culture, di popoli, provenienti letteralmente da ogni angolo del mondo. Lingue diverse, storie diverse, esperienze diverse, solitudine e lontananza dalla propria terra d’origine, eppure questa gente ha trovato un modo meraviglioso di comunicare insieme: il tango. Tango che veniva ballato in un abbraccio cuore a cuore (è l’unica danza che ce l’ha), in una taverna, dopo giornate di lavoro duro e nostalgia. Il mio dunque vuole essere un messaggio di integrazione: la musica, l’arte, sono momenti importanti di comunicazione e di rispetto tra culture diverse”.

Un’ultima curiosità: come mai hai scelto questo titolo per la tua prima mostra milanese, “Tango Silencio”?

“Il tango, oltre e prima che danza, è musica. Le mie opere però rappresentano un tango senza musica, un tango silenzioso, in continuo movimento nelle mie tele: ecco perché Tango Silencio.”.

Pennacchini-Club-Tango

Invito tutti i milanesi, tangueri e non, a visitare la mostra, aperta fino al 1 aprile 2016.

Tutte le informazioni sul sito di SpaziArti UnGallery.

Per i curiosi che volessero poi sapere di più su quello che è successo durante l’inaugurazione della mostra, colpo di scena incluso, vi invito a dare un’occhiata al mio blog: www.raccontango.com.

Vi aspetto!

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