Il tango, il gelato e

il culto della personalità

PUBBLICATO IL 21 marzo 2016

Cominciamo dalla fine. Cominciamo da un bel gelato.

Quasi mezzo secolo fa il gelato per noi bambini dei primi anni settanta, noi che nelle foto dell’epoca vestiamo colori dal giallino all’arancione al marroncino, il gelato era quella cosa che colava lungo le dita se non la mangiavi abbastanza velocemente dal cono.
C’era il gelato della latteria ed il gelato dell’omino con il carretto che stava all’ingresso del parco. Poi c’era il gelato delle cremerie del centro, quello sì che era una cosa di lusso. I gusti non erano mai moltissimi, di solito erano solo sei, ma erano sempre diversi perché ognuno faceva il gelato alla sua maniera. Io avrei potuto riconoscere ad occhi chiusi il gianduia di Fiorio da quello di tutti gli altri.
I gelati confezionati c’erano già dagli anni sessanta, certo, ma il gelato preferito era sempre quello “vero”.

Poi negli anni ottanta arrivò il cornetto Algida, se tu lo vuoi un cuore di panna per noi. Il Maxibon, ciu gust is megl che uan. Il Magnum, per chi insegue il piacere.

Ed un giorno a metà degli anni novanta, pranzando con il mio capo in un bar che vendeva gelati artigianali, lui chiese alla cameriera se avessero anche gelati confezionati perché li preferiva.

Gli strateghi della comunicazione hanno fatto bene il loro mestiere: hanno persino convinto il pubblico di avere una scelta. Di più: una scelta esclusiva ed imperdibile con le “serie limitate”, versioni speciali del Magnum da cogliere al volo perchè sarebbero durate solo per un mese.
Insomma il gelato industriale come oggetto di culto e simbolo di uno stile di vita sensuale e godereccio – in realtà uno stile di vita fondamentalmente massificato ed effimero.

Ma cosa c’entra il tango con tutto questo?
Più di un anno fa il mio amico Pecco Biff scrisse questa frase piccola e luminosa:

“Niente fa più Tango di chi esprime la propria personalità! Tutto il resto, chiacchiere e distintivo!”

Ero quasi sorpreso di riconoscere così tanta verità in un’espressione così relativizzante.
Eppure se devo pensare a qualcosa di davvero caratteristico del tango, qualcosa che lo rende radicalmente diverso dagli altri balli di coppia, è proprio la totale libertà espressiva e la possibilità di rinunciare agli schemi precostituiti (ed acquisiti durante l’apprendimento) per lasciare progressivamente spazio all’espressione della propria personalità.

La libertà espressiva è connaturata al tango fin dal principio e storicamente si è riproposta a fasi alterne. Gli stilemi del tango sono stati messi in discussione anche in passato ed il modo di ballare è stato rivoluzionato varie volte.
Un articolo del 1933 descrive con precisione le caratteristiche del NEOTANGO (usa esattamente questa espressione!) ed in cosa si differenzia dal precedente tango che si ballava negli anni ’10.
Anche noi, nei primi anni del duemila, abbiamo visto una piccola rivoluzione nel mondo del tango: il nuovo approccio proposto da Gustavo Naveira e poi esploso con la popolarità di Chicho Frumboli. Questo approccio, successivamente conosciuto come “tango nuevo”, metteva in discussione le forme in voga fino a quel momento e ripartiva dai concetti basilari di equilibrio e dinamica per riorganizzare questo ballo in una nuova tecnica ed insieme anche una nuova estetica.
Naturalmente gli artefici di questa rivoluzione sono diventati dei divi, i portavoce di una volontà di liberarsi dagli schemi precedenti ed esprimere il proprio tango in una forma più moderna, che esprimesse meglio l’animo delle grandi metropoli del duemila.

Ma anche la libertà del tango nuevo con gli anni si è a sua volta cristallizzata in nuovi canoni.

FrumboliEd abbiamo tutti visto il risultato: un’intera generazione di ballerini si è trasformata in pochi anni in una fila di copie più o meno riuscite del loro idolo, tanto che lo stesso Frumboli in conclusione ha ritenuto di fare ammenda e dichiarare pubblicamente in una famosa intervista del 2009 che nella sua follia creativa non è stato capace di trasmettere il senso del tango che gli arrivò dai suoi maestri, e che ora le coppie che vede ballare in pista sono un po’ tutte uguali.

“Hace diez años, cuando iba a las milongas, podía quedarme mirando a una pareja bailar toda una vuelta en la pista porque había algo que me atraía, me hacía mantener la mirada en ellos. Hoy no observo más de veinte segundos porque son todas iguales. Ves una pareja circular y la que viene atrás está haciendo lo mismo, y la de más atrás también. No hay ninguna que me atraiga, que me emocione. Salvo si voy a los pocos lugares tradicionales que quedan.”

Com’è potuto succedere che un’idea che si fondava sulla libertà espressiva diventasse a sua volta uno schema precostituito, seriale, massificato?

Si tratta di un limite intrinseco del CULTO DELLA PERSONALITA’

Il culto della personalità è ciò che porta ad identificare un desiderio con una persona.
Nel caso del tango il desiderio è quello di successo, di sentirsi appieno parte del mondo del tango, di sentirsi giusti e nel giusto, di ballare bene, di essere prima di tutto riconosciuti nella comunità del tango e poi di conservare e migliorare la propria visibilità.
Identificare questo desiderio con una persona (p.es. con una coppia di bravi maestri), è ciò che crea una setta, una comunità religiosa che vede in queste persone degli IDOLI.

L’idolo è il punto di riferimento condiviso ed indiscusso della setta: per avere successo nella setta occorre prima di tutto riconoscere l’idolo e poi seguire un percorso di avvicinamento che conduce ad impersonare al proprio meglio questo idolo.

Il culto della personalità, inutile negarlo, è ciò che foraggia in abbondanza il marketing tanguero.

Nel momento in cui un bravo maestro (o una coppia di maestri) diventa un idolo, la sua posizione sul mercato diventa più che solida, granitica. E’ un prodotto che si vende da solo senza nessuno sforzo: basta pronunciarne il nome e la gente arriva a frotte senza neanche farsi la domanda, per il solo motivo che tutti sanno che bisogna andare lì. Perlomeno finchè non si affaccia al mercato un nuovo idolo.
I fatti dimostrano che molta della popolazione tanguera ha desiderio di idoli, di punti di riferimento da elevare a divinità del tango; è altrettanto evidente che i venditori di tango hanno tutto l’interesse ad utilizzare questa pulsione ed identificare e creare idoli ad uso commerciale.

Qual è il prezzo da pagare?
La monocultura, la standardizzazione. La perdita dell’individualità e della personalità.

Nel momento in cui il modello da idolatrare diventa totalizzante anche i canoni condivisi di bellezza cambiano: in conclusione la bravura di un ballerino si identifica con l’aderenza al modello-idolo sacrificando l’espressione della singola personalità.

Questo meccanismo può concretizzarsi in qualunque ambiente: ho fatto l’esempio del tango nuevo ma gli stessi meccanismi, identici, si possono rilevare in ogni circostanza in cui un qualunque stile o punto di riferimento diventi oggetto di culto.
Il meccanismo di identificazione con l’idolo non dipende dall’idolo stesso, che in fin dei conti non è altro che una persona, ma dalle dinamiche che si costruiscono attorno a questa persona.

Difatti il tango nuevo ha svolto il suo ruolo storico e poi è passato di moda e molti dei suoi seguaci ne hanno progressivamente preso le distanze per affidarsi a nuovi modelli.
Non è però cambiata però la modalità, anzi negli anni si è consolidata ancor più la spinta verso la massificazione.
I punti di riferimento sono cambiati, ci sono altri idoli ma la filosofia di base è la medesima.
Si studia molto: esiste quasi un fanatismo dello studio, una ricerca del dettaglio e della finezza tecnica che porta a risultati in qualche caso notevoli.
Un percorso di raffinamento progressivo orientato alla perfezione, che in questo caso significa incarnare in modo PERFETTO il proprio idolo del momento.

Anche il marketing del tango nel corso degli anni è diventato meno “ruspante” e più scaltro, più consapevole dei meccanismi che determinano il successo di un prodotto.

E come successe con il piumino Moncler per i paninari (tutti arancione nel 1985, tutti verde nel 1986) in questo panorama che vede aumentare ogni anno sia i volumi degli appassionati che quello dei maestri, vediamo dominare poche, pochissime coppie come punti di riferimento imperdibili del tango.

Questo argomento naturalmente non è sfuggito a chi ha vissuto l’intera storia del tango contemporaneo e che ha avuto modo di vedere nascere ed affermarsi tutte le dinamiche di moda che ora sembrano naturali ed irrinunciabili.
E tutti i “pionieri” della nuova era del tango, quella iniziata a Parigi nel 1983, ci parlano di un periodo, quello degli inizi di questa nuova epoca, in cui la libertà espressiva era tenuta in considerazione come un grande valore.

Antonio Lalli nella nostra intervista a Radio Crossover Tango ci racconta dei ballerini che vedeva in milonga a Buenos Aires nel 1996:

“La cosa bella era che ognuno aveva il proprio stile. Che facesse riferimento al barrio o che fosse uno stile personale, la cosa bella è che ognuno aveva delle proprie particolarità e il proprio stile. Non come oggi che sono tutti fatti con lo stampino, non si vede niente di diverso. Invece lì la bellezza era la diversità che vedevi di coppia in coppia.”

Anche Vanina Bilous, ballerina storica e partner di Alejandro Aquino nella tourneè mondiale con l’orchestra di Osvaldo Pugliese, intervistata da Pepa Palazón ci racconta dell’importanza della soggettività nel tango:

– Parlando di maestri, hai provato diversi maestri con diversi stili ma sempre con una stessa filosofia. Qual è la filosofia di Vanina?
– Quella di essere vero. Ed è difficile essere vero ballando il tango quando c’è una struttura già molto costruita. A me per esempio sono capitati momenti in cui avevo così tanta ammirazione per alcune persone che mi era inevitabile copiarle.

Però a un certo punto mentre stavamo provando dicevo a me stessa: “no, ma così lo fa Milena Plebs”, “no, così lo fa Alicia”, o “vedi, è come lo fa Ines Borquez”; quando continui a praticare, lungo il cammino vedi cose che ti fanno dire “vorrei ballare così” e finisci per copiare, anche senza volerlo.
Però una cosa è apprendere qualcosa di già masticato, un’altra cosa è ricostruire alla tua maniera ciò che ti han dato già masticato. E succede così: che quando balli qualcosa di sincero, non importa quello che fai: calza su di te.
Quando balli mentendo, invece si vede: tutti quelli che ti guardano se ne accorgono. E’ naturale! E c’è gente a cui piace l’artificiale, e gente a cui piace il naturale.
– Era come una pazzia, una passione quella che ti prendeva quando vedevi ballare gli anziani: “cosa staranno facendo?” e dovevi decodificare i loro movimenti. Ma dopo dieci anni di scuola nazionale di danza che ti riempie di tecnica fino a fartela uscire dalle orecchie, la capacità di lasciar fluire il tuo istinto si addormenta, e non bisogna permettere che questo succeda.
La tecnica è meravigliosa, ti libera, però non puoi dimenticare quello che senti, perchè altrimenti non balli. Ballare è una cosa, poi solo dopo uno cerca quello che gli dà sicurezza, professionalità, la pratica.. però il ballo è ballare, e quello che facevano questi signori era ballare.
E allora di quale tecnica stai parlando? Era una tecnica perfetta, però naturale.

E infine Maria Nieves, forse la prima star internazionale del tango insieme a Juan Carlos Copes, la cui vita è raccontata nel film “Un tango màs” (“Our last tango”) di German Kral

Maria, intervistata da Pepa Palazón nel 2012, ci racconta che:

“Ai nostri tempi per essere milonguera, bisognava portare ogni domenica un nuovo passo. E non era che io copiavo da quella, da quella, da quell’altra.. tutti dovevamo essere diversi.
Quindi tutti CREAVANO. Questo era molto bello, tutti ballavano differentemente.
Ora sono come come clonati. Totalmente.”

Come concludiamo? Con un bel gelato!

Proprio a metà degli anni novanta, quando il prodotto industriale sembrava dominare definitivamente il mercato, si iniziò ad assistere all’inizio di una controtendenza.
La ripresa di una produzione artigianale.
Inizialmente si vedevano prodotti un po’ approssimativi che puntavano principalmente sulla varietà. Si vedevano gelaterie con una trentina di gusti diversi, e facevano a gara a chi lo faceva più strano: ricordo una gelateria a Torino che proponeva – tra gli altri – gelati al barbera, al gorgonzola, agli spinaci.

Poi, assieme al successo dell’agriturismo, vicino a Torino nei tardi anni novanta venne proposta la prima agrigelateria con latte e frutta di propria produzione. Fu un successone.

E poi dai primi anni del nuovo millennio iniziò un nuovo impulso ed una nuova sensibilità per il prodotto artigianale, che portò ad una maggiore attenzione ai sapori ed agli ingredienti di base, in sostanza alla qualità del prodotto. Ed iniziò a moltiplicarsi questo tipo di offerta, più varia ed originale.
Una produzione ispirata quella tradizionale, ma reinterpretata in chiave moderna.

Che si tratti di gelato o di tango, senza tecnica non si arriva da nessuna parte; ma la bellezza, la qualità e la ricchezza di ciò che facciamo dipendono da quanto riusciamo ad interpretarne lo spirito, l’essenza, e poi riempirlo con la nostra personalità.

La nostra e non quella di qualcun altro.

HA SCRITTO PER NOI #
Roberto Finelli

Nasce a Torino nel '67 e trent'anni dopo sceglie il tango, ma il tango fa finta di niente. Passano gli anni e nel frattempo Roberto viaggia ed insegue il tango prima in Italia, poi in Europa, poi in un terzo continente a tua scelta. Il viaggio prosegue tuttora e si è spostato nella quarta dimensione

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