Pellegrinaggio a Buenos Aires/03 – I preparativi: la ricerca dei maestri

Reportage da Buenos Aires per gli amanti del tango

PUBBLICATO IL 30 gennaio 2017

Dopo sette anni di ossessione da tango mi sento pronto per il mio primo pellegrinaggio a Buenos Aires. A convincermi non solo la cabala ma anche la fortunata coincidenza di essere ormai in pensione e quindi non si tratta della solita toccata e fuga di due – o al massimo quattro – settimane: mi fermerò nella culla del 2×4 per tre mesi. “Pellegrinaggio a Buenos Aires” è il racconto di questa avventura, tra dettagli pratici, curiosità e note di costume, senza la presunzione di esporre verità assolute ma con l’unico obiettivo di condividere le mie esperienze e le mie impressioni personali, che vi invito, se volete, a commentare.

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Nito ed Elba

Una volta presi i voli e trovata la casa – e imparato un po’ di spagnolo – ci siamo messi a cercare i maestri. Abbiamo scelto di stare a Buenos Aires sul finire dell’estate e l’inizio dell’autunno non solo perché volevamo avere un clima più mite per andare in Patagonia o per le nostre altre destinazioni turistiche ma anche perché volevamo evitare la ressa di luglio e agosto come quella del periodo delle feste di fine anno e avere meno turisti, meno gente e – forse – più attenzione, più autenticità. Abbiamo quindi messo in conto che sarebbe diventato più difficile trovare una buona scuola perché in questo periodo dell’anno tutti i maestri argentini di una certa notorietà sono nell’emisfero Nord a guadagnare in valuta forte, ma non si vive di solo tango e quindi va bene così.

Di nuovo siamo arrivati al film già visto: se chiedi agli amici che sono tornati da Buenos Aires con occhi sognanti di darti qualche dritta non hai un’indicazione precisa che sia una e, se chiedi ai maestri, peggio che mai, non cavi un ragno dal buco. Solo Santiago de Leon, di Creacion tango, maestro argentino contro corrente che ama condividere e includere ci è stato davvero d’aiuto.

Dana Frigoli e Adrian Ferreyra

Siamo partiti dall’idea di lasciar perdere le lezioncine prima delle milonghe: a che serve vedere un passo con un tizio, magari anche famoso, per un’oretta senza la possibilità di approfondire, praticare, entrare nel merito del tipo di tango che lui propone? Siamo convinti che per imparare qualcosa si debba fare un percorso insieme, che in Italia può essere di qualche anno, qui sarà per forza di cose solo di qualche mese ma che non può ridursi assolutamente a una botta e via. La cosa più importante – abbiamo ragionato con Santiago – è trovare il tipo di scuola che sviluppa, che propone il tipo di tango che già si pratica e si predilige a casa propria. Noi, per esempio, amiamo il tango milonguero, per cui è inutile andare a seguire, tanto per fare un esempio, le lezioni alla Dni Tango perché, sebbene si tratti di un’ottima scuola, i video della sua maestra di punta – Dana Frigoli – evidenziano un tango radicalmente diverso dal nostro (pur tenendo presente che lei è capace e noi no). E così i primi nomi e i primi contatti che abbiamo raccolto sono quelli di El Chino Perico, Nito y Elba, Roberto Canelo, Eduardo Pareja e Laura Grandi, Elina Roldan, Hugo Daniel, Ana Maria Schapira. C’è da dire che i loro video – che contano anche poche visualizzazioni – sono tutt’altro che incoraggianti, diciamo che, per stare nel politically correct, si tratta di maestri “diversamente giovani” ma, se si vuole studiare il milonguero, bisogna andare dai milongueri e, se si cerca il vero sapore di Buenos Aires, bisogna andare dai vecchi milongueri. Vedremo poi sul campo se continuare con loro o cambiare.

Hugo Daniel e Guillermina Quiroga

Sempre parlando con Santiago abbiamo capito che ugualmente importante è avere uno chaperon di qualità. Il panorama del tango come del mondo porteno è così vasto e diversificato che è una pia illusione sperare di potersi orientare da soli senza perdere tempo prezioso. Un amico in loco diventa così fondamentale, per i ristoranti, i negozi e, naturalmente, le milonghe. Perché, al di là di quei nomi che conosciamo tutti – Viruta, Canning, Confiteria, dove comunque non si può non andare – la vera sfida è entrare in quelle milonghe dove i turisti non riescono ad arrivare, dove, spesso, si entra solo se invitati.

Lo chaperon, va da sé, è personaggio ben diverso dal taxi dancer che pure è molto diffuso, niente da dire su chi decide di approfittare della loro compagnia ma, francamente, a noi non interessa. E così, esauriti i preparativi, con i nomi di un tanguero docente universitario e di una libera professionista ugualmente innamorata del 2×4 suggeriti da Santiago, è finalmente venuto il momento di salire sull’aereo e partire. 

Le prossime puntate parleranno, ed era anche ora, dell’esperienza diretta sul campo.

HA SCRITTO PER NOI #
Franco Garnero

Torinese, amante dei viaggi, dello sport, della vita all'aria aperta e delle buone letture, inciampa nel mondo del tango nel febbraio del 2010. Grazie a una dedizione ossessiva e monomaniacale è da tempo, per unanime giudizio, il miglior ballerino del suo pianerottolo e l'indiscusso punto di riferimento tanguero di tutto il (piccolo) condominio dove abita.

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2 commenti

  1. Gianfranco Cappa ha detto:

    Grazie!Scrivi bene e sinteticamente.

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