Pellegrinaggio a Buenos Aires/14 – Mirada y cabeceo? Roba da signorine

Reportage da Buenos Aires per gli amanti del tango

PUBBLICATO IL 20 marzo 2017

Dopo sette anni di ossessione da tango mi sento pronto per il mio primo pellegrinaggio a Buenos Aires. A convincermi non solo la cabala ma anche la fortunata coincidenza di essere ormai in pensione e quindi non si tratta della solita toccata e fuga di due – o al massimo quattro – settimane: mi fermerò nella culla del 2×4 per tre mesi. “Pellegrinaggio a Buenos Aires” è il racconto di questa avventura, tra dettagli pratici, curiosità e note di costume, senza la presunzione di esporre verità assolute ma con l’unico obiettivo di condividere le mie esperienze e le mie impressioni personali, che vi invito, se volete, a commentare.

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La giornata di giovedì 9 inizia con la nostra lezione settimanale da Roberto Canelo. Continuiamo a esserne molto soddisfatti: è il terzo appuntamento solo sulla camminata ma lui riesce ogni volta ad alzare un poco l’asticella dandoci anche i compiti da fare a casa per la prossima volta. Ci sembra – o forse è solo un’illusione – che serva davvero a qualcosa. Proseguiamo alla tardecita del Nuevo Chiqué alla Casa de Galicia, dove siamo già stati. Non male ma niente di indimenticabile.

Venerdì torniamo al Yira Yira. Arriviamo presto e ci vediamo la fine della lezione, va beh che siamo a Buenos Aires ma sembra di essere a Torino: in cattedra ci trovi di tutto. Forse per via delle troppe aspettative – visto che la settimana precedente ci eravamo così divertiti – mi sembra tutto moscio. Come dice sempre il nostro maestro di casa: “Non cercare il tango di ieri, concentrati su quello di oggi”. L’ingresso è salito a 130 Ars (7,89 euro) perché c’è la musica dal vivo con l’esibizione di una orquesta un po’ insignificante – il Sexteto Visceral – preceduta da una triste esibizione, triste nel senso che i due (modesti) non fanno manco un sorriso per tutto il tempo, fanno il loro compitino e poi si ritirano contegnosi. Anche la serata lascia un po’ a desiderare: tanta gente, tanti turisti, tanto disordine in pista. Piccolo aneddoto alla faccia della gentilezza portena: un ballerino locale viene scaricato dalla sua ballerina all’inizio del quarto brano; invece che correre in un angolo a riflettere sulle proprie miserie, esce tronfio dalla pista dalla parte opposta e si trova davanti Chiara e la invita a voce. Per fortuna lei parla bene lo spagnolo e lo rimette a posto. Standing ovation da parte delle sue compagne di tavolo.

Sabato decidiamo per la seratona. Prima al Salon Canning, che però – lo capiamo subito – è riservato alle coppie ufficiali: visti tanti ballerini che in settimana folleggiano liberi e felici qua e là dedicarsi esclusivamente alla legittima consorte. A me è andata bene perché ho comunque inanellato una – seppur piccola – serie di tande eccellenti, a Chiara un po’ meno per i motivi di cui sopra.

A mezzanotte ci spostiamo alla Viruta, che è a due isolati di distanza. Anche qui arriviamo che le lezioni sono ancora in corso. Plurale d’obbligo perché tra il salone al primo piano e quello della milonga vera e propria ci saranno una mezza dozzina di coppie di maestrila viruta al lavoro: una catena di montaggio. Tutte le classi sono per absolute beginners, come diceva David Bowie. Verso la mezza si inizia a ballare e per qualche tanda la sala è dominata dagli allievi, sostituiti a poco a poco dai normali avventori, in larga parte devoti al tango acrobatico. Bah, non ci aspettavamo niente di buono ed è tutto confermato: buio pesto, luci colorate spesso intermittenti, frequentissime tande di salsa o di rock and roll, botte da orbi in pista senza pagare pegno perché tanto non si vede a un passo, per lo stesso motivo addio a mirada y cabeceo. Ne parlo con un ballerino locale in piedi accanto a me e gli dico che la cosa non mi piace molto e che non deve piacere neanche alle ballerine. “Perché – mi risponde lui – alle donne piace la cara dura e il ballerino deve essere maschio anche nell’invito”. Mi è dispiaciuto che il mio spagnolo non fosse abbastanza buono da potergli chiedere se intendeva dire che le ballerine vanno afferrate per i capelli e trascinate in pista. Porca miseria, un altro mito porteno che se ne va in frantumi.

HA SCRITTO PER NOI #
Franco Garnero

Torinese, amante dei viaggi, dello sport, della vita all'aria aperta e delle buone letture, inciampa nel mondo del tango nel febbraio del 2010. Grazie a una dedizione ossessiva e monomaniacale è da tempo, per unanime giudizio, il miglior ballerino del suo pianerottolo e l'indiscusso punto di riferimento tanguero di tutto il (piccolo) condominio dove abita.

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