Pellegrinaggio a Buenos Aires/16 – Tango cileno

Reportage da Buenos Aires per gli amanti del tango

PUBBLICATO IL 3 aprile 2017

Dopo sette anni di ossessione da tango mi sento pronto per il mio primo pellegrinaggio a Buenos Aires. A convincermi non solo la cabala ma anche la fortunata coincidenza di essere ormai in pensione e quindi non si tratta della solita toccata e fuga di due – o al massimo quattro – settimane: mi fermerò nella culla del 2×4 per tre mesi. “Pellegrinaggio a Buenos Aires” è il racconto di questa avventura, tra dettagli pratici, curiosità e note di costume, senza la presunzione di esporre verità assolute ma con l’unico obiettivo di condividere le mie esperienze e le mie impressioni personali, che vi invito, se volete, a commentare.

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Nel nostro giro del Cile – chi è interessato ai dettagli mi può scrivere a garnero@hotmail.com, risponderò molto volentieri – non poteva mancare una puntata in milonga.

Il sito di riferimento per le informazioni del caso è milongas-in.com/milongas-in-america.php?c=Chile, dove si possono trovare gli appuntamenti della settimana. Indirizzati dalle non poche ballerine cilene incontrate nelle varie milonghe di Buenos Aires noi ci siamo però diretti al Takuu (in Calle Seminario 360, una via tranquilla in pieno centro, zona Providencia) dove si balla tango dal giovedì alla domenica. Noi ci siamo andati di giovedì. Ingresso popolare – 3.500 Clp (4,94 euro) compresa la consumazione anche alcolica – per un locale non grande, la pista è più o meno quadrata, direi di un 6 metri per 6, pavimento accettabile. Tutt’intorno ci sono dei salottini rialzati con panche a U per quattro/sei persone e tavolino in mezzo. Per me non è stato facile perché ho dovuto continuamente preoccuparmi di fare lo slalom per evitare i non pochi ornamenti e decorazioni che pendevano dal soffitto ben più in basso della mia testa. La formula è la solita: lezione prima della milonga; si balla dalle 21,30 alle 2. Presenti una dozzina di persone, quattro uomini e otto donne, ansiosissime del loro turno con il maestro. Mediamente tutti esprimevano un tango di qualità anche se, a parte i due insegnanti, c’era una bella epidemia di gomiti alzati. A voler fare i difficili, poi, ballavano tutti come gli squali, cioè senza fermarsi mai, senza fare mai una pausa e anche il rispetto della ronda non era la priorità massima, va anche detto però che, quando ci sono non più di tre coppie in pista contemporaneamente, questo non è proprio un problema.    

Musica varia, prevalentemente tradizionale, con alcune peculiarità: sino alle 23 solo tanghi e niente cortine. Dopo il social time gestito dal maestro – un ragazzo sui 25 anni molto elegante e pulito nei movimenti – si passa invece alla consueta suddivisione tra tande e cortine.

All’ingresso le nostre facce nuove vengono accolte con caloroso entusiasmo, quindi prendiamo posto e ci facciamo qualche brano tra di noi. Poi torniamo a sederci e io cerco gli occhi della maestra che accetta di buon grado di ballare con me, ma veniamo interrotti dopo un paio di brani dal momento delle chiacchiere e degli annunci, declamati in modo impeccabile dal maestro nonostante l’esiguo numero dei presenti. Dopo si riprende a ballare e, visto che il maestro, dopo una ventina di minuti, esce per fumarsi una sigaretta, lo raggiungo per fare due chiacchiere. Mi racconta che la milonga del giovedì è gestita da lui, dalla sua compagna e dalla musicalizadora, mentre del venerdì, del sabato sera e della domenica pomeriggio se ne occupa un altro gruppo. Aggiunge che quello è l’unico locale di tango milonguero della città, alle mie domande chiarisce che per milonga milonguera da quelle parti si intende una sala da ballo
dove si propone solo tango perché negli altri locali della città il 2×4 viene mescolato ad altri tipi di ballo. Gli chiedo come mai sono così in pochi e mi spiega che quel numero è normale il giovedì e che verso mezzanotte si raggiunge il massimo, ma mai più di una ventina di presenze. Precisa che la colpa è dell’amministrazione cittadina che non riconosce la differenza – sul piano normativo e degli obblighi burocratici – tra una milonga e una discoteca ma sottolinea anche che nel fine settimana, il Takuu è pieno, vale a dire che si arriva a un’ottantina di ballerini. Dopo avergli raccontato a mia volta un po’ di cose su come va il tango in Italia, gli chiedo come ci si invita a Santiago, dato che avevo già incassato un paio di due di picche e Chiara ancora non si era alzata dalla sedia. E lui mi dice candido che il modo più comune è quello di myc e io gli manifesto le mie perplessità dicendogli delle due fanciulle che mi hanno ignorato, non voltando la faccia da un’altra parte ma proprio non reagendo in alcun modo alle mie mirade e che a Chiara era successo altrettanto. Non abbiamo potuto approfondire ulteriormente perché è venuta a chiamarlo la fidanzata per parlare di altre cose.

Torno dentro e mi rimetto a ballare qualche tanda con Chiara, intervallate dai tentativi di entrambi di fare nuove esperienze. Visto che per nessuno di noi due c’era modo di ballare con i locali, verso la mezza ce ne siamo tornati in albergo. Uscendo però mi fermo a salutare il maestro e non resisto alla tentazione di dirgli che sono veramente esterrefatto dalla pessima accoglienza ricevuta nella sua milonga, che mi aspettavo, visto l’evidente carattere semifamiliare della serata, che lui segnalasse ai presenti che i due nuovi erano amici venuti dalla lontanissima Italia (evento molto raro per quella milonga) per ballare con loro e che almeno lui, in quanto padrone di casa, facesse almeno una tanda con Chiara, proprio come aveva fatto la maestra con me. Essendo il mio spagnolo decisamente limitato credo di non essermi espresso con molto garbo eppure il ragazzo, invece che mandarmi a stendere, si è sorbito il mio pippone con la coda tra le gambe e in evidente imbarazzo, limitandosi a cenni di assenso con il capo.

Una volta in strada Chiara mi ha detto che avevo un po’ esagerato e devo riconoscere che non aveva tutti i torti. È chiaro che ognuno di noi è libero di fare e/o non fare quello che gli pare e che una serata storta può sempre capitare. A settembre, per esempio, girando per il Friuli, siamo andati a ballare a Trieste, in una bellissima milonga in riva al mare, purtroppo molto poco adatta al tango. Anche quella sera Chiara non si è schiodata dalla sedia – e anch’io non è che abbia ballato tanto – ma va anche detto che il posto era affollatissimo e non ben illuminato, per cui sono cose che possono capitare. Essere però entrambi ignorati in quel modo in un locale piccolo e bene illuminato dove c’erano oltre noi altre 16 persone che ballano solo tra di loro tutti i giovedì dell’anno, beh, diciamo che la curiosità e il gusto per la scoperta di nuovi abbracci non abita lì.

Per digerire un’ottima e abbondante cena siamo tornati al Takuu due sere dopo, di sabato. Questa volta l’ingresso era a 5.000 Clp (7,06 euro), sempre comprensivi della bebida; altra organizzazione, una sessantina i presenti e abbiamo ballato tutta la sera senza problemi, a parte le decorazioni della sala all’altezza del mio mento.  

HA SCRITTO PER NOI #
Franco Garnero

Torinese, amante dei viaggi, dello sport, della vita all'aria aperta e delle buone letture, inciampa nel mondo del tango nel febbraio del 2010. Grazie a una dedizione ossessiva e monomaniacale è da tempo, per unanime giudizio, il miglior ballerino del suo pianerottolo e l'indiscusso punto di riferimento tanguero di tutto il (piccolo) condominio dove abita.

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