Pellegrinaggio a Buenos Aires/19 – Scampoli di conversazione

Reportage da Buenos Aires per gli amanti del tango

PUBBLICATO IL 21 aprile 2017

Dopo sette anni di ossessione da tango mi sento pronto per il mio primo pellegrinaggio a Buenos Aires. A convincermi non solo la cabala ma anche la fortunata coincidenza di essere ormai in pensione e quindi non si tratta della solita toccata e fuga di due – o al massimo quattro – settimane: mi fermerò nella culla del 2×4 per tre mesi. “Pellegrinaggio a Buenos Aires” è il racconto di questa avventura, tra dettagli pratici, curiosità e note di costume, senza la presunzione di esporre verità assolute ma con l’unico obiettivo di condividere le mie esperienze e le mie impressioni personali, che vi invito, se volete, a commentare.

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La nostra esperienza a Buenos Aires volge al termine e non c’è più molto da raccontare. Queste ultime settimane si susseguono nel segno della ripetizione delle milonghe e delle lezioni che ci piacciono di più. Il desiderio di andare in giro a fare esperimenti sta calando così come anche le occasioni per farlo perché non è che il panorama porteno, per quanto vasto, sia infinito. Una delle poche novità degli ultimi giorni è che, parlando con i locali in milonga, abbiamo scoperto che il nostro amato Roberto Canelo viene considerato l’allievo prediletto di Rodolfo Dinzel, il che spiega tante cose.

Prima del consuntivo finale, però, nel perdurante tentativo di capire meglio il tango porteno, c’è ancora il tempo di condividere alcuni scampoli di conversazione di cui sono stato testimone in queste settimane. Eccoli in ordine sparso.

All’Obelisco, intorno a mezzanotte, mentre suona La Cumparsita, un anziano signore ci ferma sulla porta e inizia questo monologo: “Fate bene a divertirvi insieme finché potete … io non ho potuto mai ballare con mia moglie, adesso ho 77 anni, lei se n’è andata nel 2002 e ho iniziato con il tango subito dopo, per combattere la solitudine”. “Mi ha preso completamente – ricorda – abitavo in provincia ma ho affittato la mia vecchia casa e mi sono trasferito qui in centro così con i soldi risparmiati nei viaggi mi pago gli ingressi alle milonghe”. “Non so se ballo bene – continua – ma certo ballo tanto: sinora ho calcolato di aver fatto sui 140mila tanghi con 30mila donne, ma preferisco ballare con le straniere perché sono più brave”.

Al Yira Yira, seduto al tavolo con un argentino di mezza età, guardiamo le coppie che passano e lui pare contrariato. “Qui – si lamenta – il problema è che non si studia, si va a ballare pensando che si possa imparare il tango solo respirando l’aria di Buenos Aires, in questo modo una donna ha bisogno di almeno quindici anni per formarsi”.

A El Beso siamo agli inizi di una serata affollata e divido il tavolo con due argentini, vedono entrare una signora e uno dice all’altro: “Me gusta bailar con esa mujer porque tiene  metejon”. Mi intrometto e chiedo cos’è questo benedetto “metejon” di cui non avevo mai sentito parlare prima. “È lunfardo – mi spiegano – e vuol dire passione profonda e ossessiva, in questo caso per il tango, naturalmente”. “Lo si può dire – continuano – di un uomo come di una donna, in particolare se agli inizi, per evidenziare che stanno imparando in fretta non tanto per le doti tecniche o fisiche ma per l’amore per il tango che ribolle dentro e che li rende particolarmente piacevoli nell’abbraccio”.  

Al Salon Canning, chiacchierando al bar con una signora sui quarant’anni, norvegese, conosciuta qualche sera prima. “Sei poi andata alla Viruta?”. “Sì, ieri sera”. “Com’è andata?”. “È stata una esperienza molto particolare e non sempre piacevole”, mi risponde. “Mirada y cabeceo erano di fatto impossibili – aggiunge – gli uomini passavano a invitare come al mercato, alcuni ballano in modo sublime, altri atroce, verso la fine in tanti erano ubriachi e hanno cercato di abbordarmi in modo decisamente grossolano”. “Si è ballato nei modi più diversi anche se prevaleva l’abbraccio aperto – ricorda – molti davano l’idea di pensare che se vuoi l’abbraccio chiuso è perché sei interessata a loro dal punto di vista sessuale e allora cominciavano a stringere per davvero. Non credo che ci tornerò”.

Di nuovo a El Beso, sempre guardando la pista, seduto accanto a un vecchio milonguero: “La pista – mi confida – è come un colectivo, se è vuota è aburrida (noiosa) e se è piena, hai presente com’è un colectivo pieno di gente che neanche riesce a tenersi?”.

Siamo all’Obelisco. Chiara, per via della pioggia, si è presa un brutto mal di gola e, a metà serata, si è seduta in disparte avvolta in uno scialle. Dopo una mezz’ora due argentini vanno a vedere come sta e se per caso fosse triste perché nessuno la faceva ballare che ci avrebbero pensato loro a rimediare. Lei ringrazia e spiega che è solo un problemino di salute. In quel momento passa lì davanti Roberto Segarra, 96 anni splendidamente portati, 80 di tango, che va a ballare regolarmente molte sere la settimana e che, pochi giorni prima, si è esibito al Salon Canning in modo più che apprezzabile. Segarra si avvicina e le chiede se ha mal di gola. Alla risposta affermativa le confida: “Anch’io, è il tempo, ma conosco un rimedio infallibile”. “Quale?” chiede Chiara speranzosa. “Respirazione bocca a bocca”, risponde lui ribaldo. Risata generale. E si allontana dicendo: “Vedi, si lamentano, ma se suggerisci una cura non ti vogliono ascoltare”.

Da Gricel, con una signora cinquantenne, mia ballerina abituale, tra un brano e l’altro: “Come è andata la settimana?”, le chiedo tanto per avviare il chamuyo. “Come vuoi che sia andata, come l’Argentina, tra alti e bassi e tante incertezze, anche la mia vita è così, tutti i giorni, per fortuna posso ancora permettermi il tango una volta la settimana”.

HA SCRITTO PER NOI #
Franco Garnero

Torinese, amante dei viaggi, dello sport, della vita all'aria aperta e delle buone letture, inciampa nel mondo del tango nel febbraio del 2010. Grazie a una dedizione ossessiva e monomaniacale è da tempo, per unanime giudizio, il miglior ballerino del suo pianerottolo e l'indiscusso punto di riferimento tanguero di tutto il (piccolo) condominio dove abita.

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