La via romana del Neotango

Quando e come ha iniziato a diffondersi il Neotango?

PUBBLICATO IL 24 settembre 2017

di Elio Astor

Dalle radici al Neotango – Il tango mi ha incontrato nel 1993, e lo ballo dal 2003. Ho un po’ nostalgia di quello che era lo spirito dei primi anni, in cui i maestri invitavano gli allievi a sviluppare ciascuno il proprio stile di ballo, in cui c’era spazio per una socialità vera, in cui non esistevano i mondiali di tango argentino e in cui nessuno veniva a cercarti per dirti quale tango devi o non devi ballare, il tango era lì e si esprimeva in base al carattere di ciascuno di noi, chi in maniera più eccentrica, chi in maniera più elegante ma sempre con grande rispetto degli altri e della natura popolare del ballo. Popolare nel senso che rispecchia la propria fisicità, i propri “difetti”, la propria indole, e le persone di qualsiasi estrazione sociale possono trasformarsi la sera in tangheri senza bisogno di indossare una maschera, esprimendo nel ballo il proprio modo di essere.

Questo veniva puntualmente insegnato a lezione da moltissimi maestri: “trovate il vostro tango”, questa era l’invito ad una ricerca interiore ed espressiva che tutti avevamo accolto con entusiasmo.

Nelle milonghe ai brani classici si alternava qualche tanda moderna, con brani come “Il tango di Nefelis”, “Oblivion” di Piazzolla, o le milonghe di Hugo Diaz, che ballavamo con piacere, erano proposti al Giardino del Tango, alla Peña di José Capuano, ai Portici di Cesare Magrini, ed erano i preferiti di molti di noi.

Tanto che dopo qualche anno iniziarono a fiorire milonghe come il Barrio, Culturaltango, il Querer, in cui la programmazione musicale prevedeva un 70% di tango tradizionale ed un 30% di musica moderna, in gran parte argentina (Otros Aires, Bajofondo, Tanghetto, Narcotango, ma anche brani di Gianna Nannini, o di Kroke, o di Madonna.

2009- La svolta conservatrice – Fu allora che Frumboli, che era uno dei miei idoli, in una famosa intervista, predicò un ritorno alla musica tradizionale.

Sempre nel 2009 altri due importanti fatti hanno contribuito a rendere sempre più tradizionali le milonghe a Roma ed in Europa: la dichiarazione del tango come patrimonio immateriale dell’Umanità da parte dell’UNESCO, e la diffusione dei Campionati Mondiali di Tango della Città di Buenos Aires.

Come conseguenza del primo la musica del tango del trentennio 30/40/50 è stata messa all’interno di una teca dorata per essere conservata inalterata nei secoli, e come conseguenza del secondo “il tango de pista” è stato standardizzato in un modello da imitare in cui tutti i ballerini adottano lo stesso stile, e viene meno la parte artistica e creativa di questo ballo meraviglioso in cui ognuno può ricercare “il proprio tango”.

Era il momento di intraprendere un’altra strada – Ma come? Il ballo che più amo non potevo vederlo relegato ad un trentennio musicale lontano e che non tornerà mai più, che ragione c’era di togliere anche quella poca musica moderna che dava un po’ di brio e attualità alla serata ed era ballata con entusiasmo dalla maggior parte dei ballerini? Fino agli anni 70, come testimonia Alberto Podestà, nelle milonghe di Buenos Aires si è sempre ballato anche il rock&roll e la musica tropicàl, che ragione c’era di tanto oscurantismo?

Era il momento di prendere iniziativa. Organizzai per la prima volta a Roma una milonga in cui il tango tradizionale non era contemplato, in cui si potesse spaziare musicalmente dai ritmi del tango elettronico alle contaminazioni musicali. La serata contò 180 partecipanti, in un bar a San Giovanni.
C’era chi l’amava e chi la detestava, e questo mi fece capire che era veramente qualcosa di nuovo e bello.

Gestire musicalmente una serata in cui si balla l’antico ballo dell’abbraccio, su musica di oggi, era chiaramente qualcosa che scardinava l’argentinità del ballo, era qualcosa che stava scomodo a molti, specialmente a coloro che amavano la cultura, l’aspetto folklorico e retrò del tango argentino, in cui la poesia di una “vitrola que llora” è la ragione della propria vita e spesso del proprio lavoro.

Nel 2009 fondai anche l’Associazione Tangoeventi, che ho presieduto fino al 2016 curandone anche la programmazione musicale che prevede una forte apertura verso il moderno ed il sociale.

Ballare il tango è come incontrare un vecchio amico – Felix Picherna, che è stato uno degli ultimi musicalizadores testimoni dell’epoca d’oro del tango, sosteneva a ragione che quell’epoca non sarebbe tornata più, nessuno mai più scriverà tanghi con le stesse parole, con la stessa intensità, con la stessa poetica e la stessa accuratezza nell’esecuzione musicale di allora.

Ma più le persone si abituano a ballare sulla musica di quel trentennio, fin dai primi passi, più ai loro orecchi la musica di oggi risulterà strana, sconosciuta o “imballabile”, e questo, come contro-reazione, porterebbe allo scioglimento o all’impoverimento dei musicisti o potenziali musicisti di tango.

I successi maggiori delle orchestre di tango moderne, persino quelle argentine di tango elettronico, sono quelli che riprendono brani classici, perché le melodie sono, in qualche modo, conosciute, risultano familiari.

Una ritmica familiare, il “compàs”, l’arrastre che aiuta il movimento del passo, e la struttura ed il fraseggio permettono anche ad un ballerino principiante di ballare un brano sconosciuto. Oppure il brano lo conosciamo e l’abbiamo ascoltato ed assimilato talmente tanto da poterlo interpretare nel ballo con lo stesso gusto e scioltezza, e questo è il caso di molte composizioni di Pugliese, Salgan, Piazzolla. Ad esempio “A Evaristo Carriego”, grande e amata composizione di Eduardo Rovira nella celebre interpretazione dell’orchestra di Osvaldo Pugliese risulterebbe di difficile interpretazione nella biomeccanica del tango alla pari di Oblivion di Piazzolla o dell’aria sulla quarta corda di Bach, o di Nothing else matters degli Apocalyptica o di Ariele e Calibano dei Sineterra o del Tango di Roxanne senza averli mai ascoltata prima.

Ho passato più di 5000 ore dietro la console, tanto in milonghe tradizionali quanto in quelle alternative, passando musica anche a Buenos Aires ed in festival internazionali. C’è un episodio che mi è rimasto impresso, ed è stato per certi versi molto illuminante nel mio percorso.

Stavo mettendo musica in una milonga tradizionale, di quelle in cui se metti una tanda di Pugliese non è da tutti gradita, e in un guizzo proposi una tanda dell’Orquesta Fervor de Buenos Aires, orchestra moderna che suona brani tradizionali: 9 de Julio, Felicia, Meditacion e Loca. La pista rimase semivuota nonostante la superba interpretazione. Non c’era alcun motivo di non ballare quella tanda, anche da parte del più classico dei ballerini.

Con il cuore affranto per aver dato un momento spiacevole ai ballerini, ma anche con tanta voglia di comprenderne le cause, passai qualche settimana a lavorare su quei brani aggiungendo fruscio elettrostatico e meccanico, tagliando le frequenze audio e deteriorando artificialmente le tracce per farli suonare come un vecchio vinile rovinato dal tempo.

Proposi la stessa tanda nella stessa milonga e magicamente le coppie si alzarono per ballare pensando si trattasse di qualche orquesta olvidada.
E’ più facile spezzare un atomo che un pregiudizio diceva un tale.

La musica non nasce con il fruscio, le orchestre di Di Sarli, di D’Arienzo, di Donato, la OTV… non avevano alcun fruscio quando suonavano dal vivo alla radio o nei saloni delle milonghe dell’epoca d’oro del tango. La musica dal vivo è l’unica, vera, tradizione! Ed indipendentemente dal pregiudizio sul suono mentre balliamo è bello ascoltare sonorità e parole vicine al nostro mondo, il resto è amore per il retrò, che è bello esprimere nelle milonghe tradizionali, ben coscienti di incarnare uno spirito retrò e folkloristico, di far parte di una rappresentazione storica di un periodo passato, e di recitare ballando qualsiasi brano dell’epoca de oro.

La Neolonga – Negli ultimi anni sto investendo tempo ed energie nel progetto della Neolonga, con il supporto dei grandi amici e maestri Manuel Lodovici e Veronica Carbini (Felinotangoclub), il cui obiettivo è quello di invitare i ballerini di tango a ballare la musica di tutto il Mondo, per farla conoscere e interpretare con la stessa disinvoltura di un brano di Pugliese del 50, e per farla diventare il “vecchio amico” di cui sopra.
Nonostante il progetto sia tanto ambizioso quanto controcorrente, la Neolonga è diventata negli anni il punto di riferimento a Roma per tutti coloro che preferiscono le sonorità moderne, e non sentono la necessità, per ballare tango, di conformarsi agli usi e costumi delle milonghe tradizionali di Buenos Aires, pur conoscendone e rispettandone le radici e condividendone il ballo.

Dalla comunità della Neolonga sono nati due gruppi musicali d’avanguardia molto interessanti ed apprezzati, che propongono musica moderna da ballare dal vivo, gli Alma de Tango ed i Bluestango Project.

La Neolonga si inserisce nel panorama emergente europeo del Neotango, un fenomeno in crescita che vede tra i suoi appuntamenti fissi annuali il Roma Neotango Festival, che si svolge da 7 anni  nel weekend di Pasqua.

A chi frequenta la Neolonga può capitare di confrontarsi con qualche ballerino di tango tradizionale, con delle opinioni diverse, chi non conosce il neotango argomenta di musica elettronica, di tango nuevo, di calci che volano ovunque, e lo scontro più duro è con coloro che hanno fatto del tango tradizionale una ragione di vita e di lavoro, perché è inutile confrontarsi, sai già che non cambieranno mai opinione. Ma che senso ha scontrarsi se si sta camminando mano nella mano su due strade diverse?

A parte il ballo dell’abbraccio, nel neotango non ci sono le sovrastrutture del tango tradizionale, ed ora che questo è assodato più che mai si sente il bisogno di andare verso una separazione pacifica e non antagonistica tra il tango tradizionale da una parte che segue il suo percorso fatto di campionati, standardizzazione e pulizia del ballo, rispetto dei codici della antica milonga argentina, eleganza nell’abbigliamento e nei modi di fare, rispetto e conoscenza della cultura e delle radici.

Dall’altra parte il neotango, che sta tessendo la sua rete in tutta Europa, che propone un rinascimento musicale in cui il ballo dell’abbraccio possa incontrare la musica di oggi, promuovere la produzione di nuovi brani, la formazione di nuove band che amalgamano generi musicali differenti, abbracciare la filosofia gender, abbandonare il machismo, le file di uomini in cerca della ballerina migliore durante le cortine come se stessero al mercato ortofrutticolo, la competizione per accaparrarsi i migliori e per apparire migliori nell’abbigliamento e nello stile, oppure semplicemente diversi da come si è nella realtà.

Roma sta dando quindi un importante contributo facendo conoscere e promuovendo la cultura del neotango come un’alternativa non solo musicale ma anche relazionale e sociale che possa essere al passo con i tempi per chi vuol trascorrere, al termine di una dura giornata di lavoro, una serata ballando il ballo dell’abbraccio più bello al mondo in un contesto informale, sorridente, tranquillo e avulso da regole e stereotipi.

ARTICOLI CORRELATI #

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*