“El conventillo de la calle Olavarria”

Luoghi difficili, ma fertili, in cui diverse culture si sono intrecciate

PUBBLICATO IL 3 gennaio 2018

di Victor Hugo Del Grande

Ci soffermiamo ancora sul tema del “conventillo”, grande caseggiato, quartiere, del quale si parla con un taglio storico-culturale, raccontando la storia degli enormi flussi migratori europei e della fusione culturale che si realizzò tra le genti di diversa nazionalità lì pervenute e l’argentino delle periferie o della campagna, che alla fine era un immigrato tanto quanto loro.

Buenos Aires e Rosario erano città portuali e ospitarono le più grandi concentrazioni di conventillos e migranti. In realtà c’è l’altra faccia della medaglia che vede il conventillo come un affare immobiliare per i ricchi e le grandi famiglie dell’epoca.

Per esempio a Rosario la famiglia Lagos, proprietaria del famoso giornale, il loro nome è su una strada che taglia tutta la città; cosi come nel sud, la famiglia Arijon.

​C​ercavano di costruire la maggior quantità di abitazioni con il minimo confort possibile, per contenere i costi ed aumentare il profitto. A volte erano dei lunghi corridoi con delle abitazioni a lato, da sei a dieci stanze, con un bagno e un lavabo in comune per tutti. Si faceva la fila per lavarsi o andare in bagno, in mezzo a pozzanghere e fango, promiscuità e litigi. Le stanze erano di 4 metri per 4, senza decorazioni, fatte con mattoni a basso costo e tetti di lamiera.

L’alto tasso di umidità che c’è a Rosario anneriva i muri. Non c’era corrente elettrica. Il padrone posizionava un lampione all’esterno,  nelle  stanze gli inquilini mettevano delle candele. Fuori un campanello, con delle pile in genere umide.

Nel tango “Gira gira” Discepolo utilizza una metafora su questi campanelli per parlare dell’indifferenza della gente: «Cuando esten secas las pilas de todos los timbres que vos apretas»  (Quando saranno esaurite le batterie di tutti i campanelli che tu suonerai).

I pavimenti erano di terra o mattoni e a volte di cemento. Le finestre e le porte erano fatte di legno scadente e vetri sottilissimi. Per lo più avevano nella stanza un letto matrimoniale, qualche scatola di legno, un tavolo appoggiato al muro e un braciere.

Il costo della stanza assorbiva più della metà dello stipendio di un operaio, e moglie e figli cercavano di integrare. Il resto del salario era per la sopravvivenza e le spese basiche. Poteva accadere che il padrone cacciasse in strada una famiglia che rimaneva lì con i pochi beni, se non in grado di pagare l’affitto. ​ Le donne lavavano i vestiti a turno, stiravano anche per lavoro, come la mamma di Gardel. ​ ​Qualche “Gringo” vendeva verdure all’interno.​

Alla fine del 1800 a Rosario c’erano più di 6000 conventillos. Considerando che in ognuno c’erano di norma cinque o sei stanze, se si moltiplica il loro costo per il totale, si deducono guadagni enormi e sempre in mano a pochi.

Come possiamo constatare l’inizio della storia dei conventillos fu anche frutto di una speculazione economica, vista la domanda di abitazioni per l’aumento crescente della popolazione immigrata.

È pittoresco parlare degli abitanti, dei loro costumi, la loro lingua, il lunfardo, infine il tango, ma è alquanto riduttivo se non raccontiamo anche la loro sofferenza, non solo il traumatico abbandono della propria terra, cultura e storia, ma anche la difficile condizione che trovarono nel Nuovo mondo.

Sarà per questo che mio padre non mi parlò mai di essere nato in un conventillo? Forse si vergognava? O gli provocava dolore ricordarlo? Non lo saprò mai. Mi confidò questa parte della sua vita solo prima di morire.

Rimasi molto colpito e dispiaciuto di non aver potuto sentire della sua viva voce tante storie di vita e tango.

I suoi racconti, infatti, iniziavano da quando aveva comprato una casa in calle Pasco, probabilmente dopo aver lasciato la difficile situazione del conventillo, della sua infanzia, i suoi amichetti italiani, ma questo è un altro tango.

Mi piace ricordare che era solito canticchiare questa milonga:

“EL CONVENTILLO” , Milonga  1965

Musica: Ernesto Baffa – Fernando Rolon. Testo : Arturo De La Torre – Fernando Rolon

Yo nací en un conventillo                         Sono nato in un conventillo
de la calle Olavarría,                               della via Olavarria,
y me acunó la armonia                             e mi cullò l’armonia
de un concierto de cuchillos.                  di un concerto di coltelli.
Viejos patios de ladrillos                         Vecchi cortili di mattoni
donde quedaron grabadas                       dove rimasero registrate
sensacionales payadas                             sensazionali improvvisazioni
y, al final del contrapunto,                      e, alla fine di un contrappunto,
amasijaban a un punto                             ammazzavano un tizio
p’amenizar la velada.                                per rallegrare la serata.

Cuando pude alzar el vuelo,                     Quando ho potuto alzare il volo
pianté del barro al asfalto,                     c ambiai dal fango all’asfalto,
pretendí volar tan alto                             ho voluto volare cosi in alto
que casi me vengo al suelo.                      che quasi cado in picchiata.
Como el zorro perdí el pelo                     Come la volpe persi il pelo
pero agarré la manía                                ma presi la mania
de lofiar la gilería                                    di truffare gli stupidi
y al primer punto boliao                            e al primo stordito
con algún fato estudiao                            con una mossa ben studiata
dejarlo en Pampa y la vía.                        lasciarlo in mezzo alla strada.

Una noche, un tal Loyola                         Una sera, un tal Loyola
me embroco en un guay fulero,               mi incastrò in un brutto guaio,
batida, bronca, taquero,                          soffiata, litigio e polizia
celular, biaba y gayola;                            volante, pestaggio e galera
di concierto de pianola                            lasciai le impronte digitali,
manyando minga’e solfeo
y, aunque me tengo por feo,                   e, anche se non sono bello,
colgué mi fotografía                               appesi la mia fotografia
donde está la galería                              nella galleria
de los ases del choreo.                           degli assi dei delinquenti

Hoy que estoy en los cuarenta,              Oggi che ne ho quaranta,

en el debe de la vida,                              nel debito della vita,
chapé una mina raída                              ho preso una donna navigata
que tiene más de la cuenta.;                  che ne ha più del necessario:
ando en un auto polenta,                         viaggio in macchina di lusso
diqueándome noche y día                       dandomi arie notte e giorno
sin saber la gilería                                  e non sanno gli sciocchi
que me está envidiando el brillo,            che mi invidiano il portamento
que nací en un conventillo                       che sono nato in un conventillo
de la calle Olavarría.                              della via Olavarria.

Victor Ugo Del Grande

HA SCRITTO PER NOI #
Victor Hugo Del Grande

Il Maestro VICTOR HUGO DEL GRANDE nasce a Rosario, grande città portuale dell’Argentina, attraversata dal Paranà. Insegna tango da tempo, dopo aver dedicato molti anni allo studio e alla pratica della lirica che lo ha portato in Italia, negli anni’90, a cantare come tenore. La sua formazione, in Argentina, è però poliedrica: studia canto e tecnica vocale, ma anche teatro, compone ed interpreta musica popolare argentina e tango. Con la serietà e la passione che hanno attraversato gli incontri con le altre forme d’arte, che hanno affascinato e formato Del Grande, anche l’interesse per il Tango non si riduce alla pur consistente dimensione della danza: tiene insieme l’importanza della tecnica del movimento, la storia, le diverse musicalità, il peso specifico culturale… Con questo bagaglio, questa profondità, e con una personalissima visione della tecnica, Victor Hugo Del Grande nei primi anni ’90 apre a Milano una scuola di tango, quando il Tango non era di moda, ma qualche pioniere scommetteva sulla possibilità di diffondere, anche fuori dai confini argentini, lo spirito popolare e la potenza espressiva di quella altissima manifestazione culturale ed artistica che il tango rappresenta, e gli ha consentito di essere proclamato ‘patrimonio universale’dall’Unesco. Per anni il Maestro alterna l’attività di canto lirico nei teatri italiani con l’insegnamento del tango argentino, che struttura in modo estremamente ricco di approfondimenti storici e culturali, attraverso stage, corsi, rassegne cinematografiche incentrate sul tango, cicli di lezioni storiche resi unici dalla contaminazione di innesti autobiografici e approfondimenti storiografici. E’ con questo vasto e approfondito repertorio di competenze, con una inesauribile passione per la ricostruzione filologica delle origini e al tempo stesso per la modernità intrinseca del tango che nel 2007 fonda l’Associazione culturale Tango Azul,per valorizzare, promuovere ed implementare la cultura del tango argentino. Oggi Tango Azul rappresenta ancora per Victor Hugo Del Grande l’occasione di mettere al servizio di chi lo desidera una grande esperienza artistica maturata in anni di pratica e ricerca nel campo della musica, del teatro, della danza. Alla pratica costante dell’insegnamento si affiancano oggi le radicate passioni in campo musicale, cui si devono le recenti composizioni di brani inediti di musica popolare argentina in un proficuo connubio artistico con Mariano Speranza, amico ed ispiratore e regista del gruppo musicale ‘Tango Spleen’. Le atmosfere di questa ormai lunga carriera maturata nella storia della cultura argentina si possono avvicinare e ‘respirare’ sia nei corsi di tango che nelle milonghe domenicali organizzate da Tango Azul, luoghi un po’ incantati, dove vale una regola: “​Esibire, ostentare appartengono al mondo della materia. Il tango parla alla dimensione dell'anima, che non conosce il tempo: ci si può fermare durante una pausa in un abbraccio interminabile, mentre si ascolta la frase di un violino o si è colpiti dalla metafora di un testo che ci commuove”.

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