El Abandono II

Viaggio psicanalitico nel tango

PUBBLICATO IL 6 marzo 2018

di Victor Hugo Del Grande

Molte sono le controverse opinioni degli studiosi e storici sull’origine del bandoneòn. Chi fu il suo vero inventore in Germania, in che anno eccetera.
Non meno travagliate le discussioni su chi lo portò sul Rio de la Plata.
Una cosa è certa, sembra che questo strumento sia nato per essere la voce del tango argentino.
Sull’origine del nome “bandoneon” ci sono tante opinioni , documenti di dubbia autenticità storica che certificano questa o quella versione dei fatti.
Ma il bandoneon è, fondamentalmente, uno “strumento”.
La definizione sul dizionario è : “Strumento: Arnese, apparecchio, dispositivo con cui si eseguono determinate operazioni nell’ambito di un’arte, di un mestiere, di una tecnica”
A me sembra più importante parlare della possibilità espressiva che il bandoneon diede al tango, più che perdersi in f’utili discussioni sulla sua origine.
Ho sentito Uruguaiani e Argentini battersi a colpi di stupidaggini sulla nascita e nazionalità di Carlos Gardel, piuttosto che emozionarsi insieme per l’opera di questo artista irripetibile.
Sinceramente mi importa poco se fu questo o quel tedesco, ad inventarlo, o lo svizzero Schumacher, l’inglese Tomas o il brasiliano Bartolo a portarlo a Buenos Aires.
Quello che non posso togliermi da davanti agli occhi è lo stupore di Arolas sentendo il bandoneon sulle sue ginocchia, tentando di strappargli qualche suono.
Tornando al tema dell’abbandono, lo psichiatra che aveva fatto quel lavoro di ricerca su tango e psicoanalisi, mi fece notare come la parola “Bandoneon” contenesse al suo interno quasi tutte le lettere di “non abbandonare”, in spagnolo “no-abandone”(bandone-on).
Pascual Contursi scrisse in “Bandoneon Arrabalero”:

Bandoneon arrabalero (di periferia)
vecchio mantice sgonfiato,
ti trovai come un bambino che la madre abbandonò.

Suo figlio, Jose Maria Contursi,scrisse in “Cada vez que me recuerdes”:

Se c’è qualcosa che io mai ti perdono
è che dimenticasti qui, con il tuo abbandono,
quella cosa tua,quella cosa tua, che avvolge tutto il mio essere.

Catulo Castillo in “El ultimo cafè”:

Ricordo il tuo sdegno, ti evoco senza ragione
ti sento anche se non ci sei.
La nostra storia è finita, dicesti in un addio
di zucchero e fiele.

Enrique Santos Discepolo conobbe presto l’abbandono quando da bambino rimase orfano,
scrisse in “Esta noche me emborracho”:
Rimasi senza un amico, vissi in mala fede,
quella mi ha avuto in ginocchio, senza morale
diventai un mendicante,quando se ne andò.
Rodolfo Taboada scrisse in “Frente al mar”:
Io non so cosa è successo, non so perché
la luce dell’amore si spense, solo so che te ne vai
e che il vento nel tuo nome sembra che urlasse !mai più!

Gabino Coria Penaloza scrisse in “Caminito”:

Dal giorno che te ne andasti, triste vivo io,
sentiero amico, anch’io me ne vado.
Da che se ne andò, mai più tornò.
Seguirò i suoi passi, sentierino, addio!

Enrique Cadicamo in “Garua”:

Notte piena d’astio e di freddo,
non si vede nessuno attraversare la strada,
sulla via, la fila di lampioni
fa luccicare l’asfalto con una luce fioca,
e io vado come uno scarto, sempre da solo,
sempre appartato, ricordandoti.

Abel Aznar in “Jamas lo vas a saber”:

Non mi vedrai facendo pena, disperato e distrutto
Dopo averti perso, non saprai mai se il tuo oblio
lasciò tenerezza o rancore.

Horacio Sanguinetti in “Nada”:

Niente, niente rimane nella tua casa natale,
solo ragnatele che tesse l’erba.
ed il roseto non esiste più
è sicuro che è morto quando andaste via.

Forse tutto ebbe inizio ufficialmente con “Mi noche triste” di Contursi:

Di sera quando vado a letto, non riesco a chiudere la porta
perche lasciandola aperta mi illudo che tornerai.
Un fatto curioso è che la nostra musica rioplatense all’inizio era giocherellona, divertente e figlia di un linguaggio poco raffinato mischiato al lunfardo.

Si inizia a parlare di argomento elaborato nel testo con Pascual Contursi e “Mi noche triste”, ma da notare che la maggior parte degli autori di questo tango malinconico,
di “un pensiero triste che si balla, erano immigrati o figli d’immigrati europei, con una carica inconscia di malinconia, di abbandono dei propri affetti, terra natale e cultura.

Sarebbe un buon argomento di ricerca e studio da parte degli storici, ma questo è un altro tango.

HA SCRITTO PER NOI #
Victor Hugo Del Grande

Il Maestro VICTOR HUGO DEL GRANDE nasce a Rosario, grande città portuale dell’Argentina, attraversata dal Paranà. Insegna tango da tempo, dopo aver dedicato molti anni allo studio e alla pratica della lirica che lo ha portato in Italia, negli anni’90, a cantare come tenore. La sua formazione, in Argentina, è però poliedrica: studia canto e tecnica vocale, ma anche teatro, compone ed interpreta musica popolare argentina e tango. Con la serietà e la passione che hanno attraversato gli incontri con le altre forme d’arte, che hanno affascinato e formato Del Grande, anche l’interesse per il Tango non si riduce alla pur consistente dimensione della danza: tiene insieme l’importanza della tecnica del movimento, la storia, le diverse musicalità, il peso specifico culturale… Con questo bagaglio, questa profondità, e con una personalissima visione della tecnica, Victor Hugo Del Grande nei primi anni ’90 apre a Milano una scuola di tango, quando il Tango non era di moda, ma qualche pioniere scommetteva sulla possibilità di diffondere, anche fuori dai confini argentini, lo spirito popolare e la potenza espressiva di quella altissima manifestazione culturale ed artistica che il tango rappresenta, e gli ha consentito di essere proclamato ‘patrimonio universale’dall’Unesco. Per anni il Maestro alterna l’attività di canto lirico nei teatri italiani con l’insegnamento del tango argentino, che struttura in modo estremamente ricco di approfondimenti storici e culturali, attraverso stage, corsi, rassegne cinematografiche incentrate sul tango, cicli di lezioni storiche resi unici dalla contaminazione di innesti autobiografici e approfondimenti storiografici. E’ con questo vasto e approfondito repertorio di competenze, con una inesauribile passione per la ricostruzione filologica delle origini e al tempo stesso per la modernità intrinseca del tango che nel 2007 fonda l’Associazione culturale Tango Azul,per valorizzare, promuovere ed implementare la cultura del tango argentino. Oggi Tango Azul rappresenta ancora per Victor Hugo Del Grande l’occasione di mettere al servizio di chi lo desidera una grande esperienza artistica maturata in anni di pratica e ricerca nel campo della musica, del teatro, della danza. Alla pratica costante dell’insegnamento si affiancano oggi le radicate passioni in campo musicale, cui si devono le recenti composizioni di brani inediti di musica popolare argentina in un proficuo connubio artistico con Mariano Speranza, amico ed ispiratore e regista del gruppo musicale ‘Tango Spleen’. Le atmosfere di questa ormai lunga carriera maturata nella storia della cultura argentina si possono avvicinare e ‘respirare’ sia nei corsi di tango che nelle milonghe domenicali organizzate da Tango Azul, luoghi un po’ incantati, dove vale una regola: “​Esibire, ostentare appartengono al mondo della materia. Il tango parla alla dimensione dell'anima, che non conosce il tempo: ci si può fermare durante una pausa in un abbraccio interminabile, mentre si ascolta la frase di un violino o si è colpiti dalla metafora di un testo che ci commuove”.

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