Il tango è poesia

Una riflessione sul nostro tango

PUBBLICATO IL 15 marzo 2018

Il tango è poesia in tutte le sue manifestazioni. Lo è nelle parole dei brani musicali, lo è attraverso i versi di un poeta quando ne decanta il suo valore, lo è nelle mani del fotografo quando ferma il mondo intero, nella figura poetica di due visi vicini, al punto di potersi baciare se solo volessero, lo diventa nella scrittura, quando le lettere sono messe insieme soavemente e dolcemente a descrivere sentimenti, emozioni, pathos, così palesi, se osservati nei tratti dei volti mentre ballano appassionatamente un tango.

Il tango è, come la poesia, un’arte che creano i ballerini attraverso la scelta dei passi e delle figure accostando i due corpi, secondo il particolare sentire di quel momento, seguendo le leggi dettate dalle regole del tango fatte di asse, cambi di peso, equilibrio, giusta energia, come se le frasi musicali fossero versi in cui il significato semantico si legano al suono di ogni singola nota musicale. Attraverso la poesia del tango la coppia che balla riesce a trasmettersi concetti e stati d’animo in maniera evocativa e potentemente danno un senso a quello che i corpi in quel momento stanno facendo, apparentemente senza nessun controllo.

Il tango si prende la sua licenza poetica e lo rende insindacabilmente, funzionale, estetico, empatico, per comunicare quel che si vede durante la danza. Facile per lo scrittore poetizzare il ballo del tango, meno facile per il fotografo, quando pone l’accento sull’insieme e non sul particolare. Il tango è poesia poiché si ascolta e, insieme alla musica, attraverso il proprio linguaggio del corpo, viene spiegato,  descritto, eseguito, ma al tempo stesso offre al lettore o a chi guarda una foto, la libera interpretazione nella quale può aggiungere ciò che meglio crede. Impossibile tradurre tale poesia in altre lingue diverse dall’originale, dal momento che suono e ritmo verrebbero immediatamente persi, se sostituiti e adattati alla nuova lingua, che in genere è solo approssimativa, rispetto all’originale. Il ballo del tango è quindi solo argentino.

La poesia nel tango, insieme al ballo, è nata prima della scrittura e le parole, si cantavano a memoria, attraverso i racconti dei cantastorie. Oggi abbiamo perso il gusto di toccare con mano la carta stampata visto che attraverso i nuovi e potenti mezzi di comunicazione, non è più necessario, cosicché come raramente abbiamo un album dei ricordi da sfogliare. Nessuno apre i file del PC con l’idea di sfogliare le foto, giacché il termine in sé, indica l’utilizzo delle dita della mano. Quel sentire e quello sfiorare la carta lucida, oppure opaca di una foto, più bella se sbiadita e consunta dal tempo, oggi è solo un ricordo nostalgico della poesia di tempi antichi.

Il nostro caro tango porta e fa percorrere viali poetici, dall’alba al tramonto, trattenendo tra le braccia l’altro, rappresentante l’unica possibilità di vivere, quasi fino a toglierti il respiro, perché esso, non è solo un ballo. E’ un gran signore intriso di sudore che bagna il viso dei ballerini, mescolando insieme risate o lacrime, amore o nostalgia, per raccontarci la vita senza mai fermarsi, pur illudendoli al tempo stesso, che al finir della musica finirà tutto il resto. Il tango fa scivolare la vita senza mai fermarla sublimando ciò che avremmo voluto e che invece non abbiamo ancora. Torniamo allora bambini quando il bisogno di essere abbracciati e coccolati è più pressante tuttavia nel ricordo di tutto ciò, si perde l’anima del tanguero. Il tango è poesia scritta, ballata, fotografata.

HA SCRITTO PER NOI #
Maria Caruso

Marilù (Maria Caruso) Marina de Caro ha visto il primocielo a San Felipe (Venezuela), ha fatto il primo ocho atras a Pisa. E’ in Italia dal 1977 e per tre anni ha abitato in Sicilia. Le piace raccontarsi e raccontare con le parole che le passano per la testa ballando un tango in milonga

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