El Abandono IV

Viaggio psicanalitico nel tango

PUBBLICATO IL 23 marzo 2018

di Victor Hugo Del Grande

Riprendendo le ultime frasi del lavoro di tango e psicoanalisi,  ricordo il passaggio che parlava della fragilità dell’essere umano quando è piccolo.

«Se durante quel periodo di passività il bambino ha il timore di essere abbandonato, è facile che creda di poter morire. Da questi timori infantili nascono gli “adattamenti masochisti” che saranno responsabili della condotta basica dell’individuo per il resto dei suoi giorni. Per questo non è strano che nelle canzoni e nelle poesie si associno l’abbandono e la morte»​.

Mentre leggevo queste parole, mi venne in mente un ricordo vivo della mia infanzia. Avevo su per giù cinque anni, ogni sabato  mattina passava il fruttivendolo per la nostra strada, con un carretto malandato, trainato da un cavallo vecchio, che scricchiolava ad ogni movimento, come il famoso pezzo di Atahualpa Yupanqui che dice “perché non lubrifico gli assi del carretto, mi chiamano ‘il trasandato’, tale quale”.

Io quella mattina lo aspettavo con ansia, perché le piantine di sedano che vendeva, erano legate a pezzi di canna di mezzo metro, e mi servivano per tagliarle a metà e costruire lo scheletro di un aquilone.

L’autunno grigio di Rosario offriva ai bambini dei pomeriggi di vento ideali per far volare i propri sogni, disegnati sulla carta di un aquilone costruito con canne, acqua, farina e carta e tanta voglia di volare con lui.

E così, in mezzo al vociare delle casalinghe che sceglievano le verdure, mi feci avanti e gli chiesi le canne. Con la matita consumata  nell’orecchio e i baffi che occultavano le labbra, mugugnò qualcosa, strappò le canne dai sedani e me le lanciò dal carretto.

Io con il bottino in mano corsi verso casa, aprii la porta con un piede, chiamai mia mamma per fargli vedere le canne, ma in mezzo al cortile mi ritrovai in un silenzio surreale, lei non c’era.

Mi guardai intorno, solo le sue piante ed io. Ricordo come fossi ora, inizia a chiamarla ad alta voce , poi il suo nome si trasformo in urlo, ma niente, lei non c’era.

Allora pensai che se ne era andata, che mi aveva lasciato da solo. Le canne ad un tratto non mi interessavano più, una paura fredda si fece largo tra i miei pensieri, iniziai a piangere sconsolato e a picchiare ogni cosa avessi davanti con le canne per l’aquilone, dopo un po’ mia madre tornò, era in fondo alla casa a chiacchierare con una vicina e non mi sentiva.

La settimana successiva ebbi modo di chiedere ancora le canne e di dimenticare l’arrabbiatura verso mia mamma, quello che non riesco a dimenticare e che ebbi veramente paura di morire nel  sentirmi abbandonato.

Fortunatamente oggi mi sono conquistato un’esistenza serena, lontana da patologie esistenziali, ma la traccia inconscia della poesia ancora viaggia su quei ricordi ed ogni tanto mi scappa un pezzo che nuota nelle acque dell’abbandono.

Quasi tutta la produzione di Pascual Contursi cita la tematica dell’uomo abbandonato, a partire da “Mi noche triste” che è entrato nella storia del tango, il resto della sua opera racconta storie più o meno simili.

Contursi con la sua poesia profonda ha trasformo il testo del tango in un racconto di senso, farcito di un lunfardo ben calibrato, capace di fare accettare alla classe media argentina questa parlantina di “arrabal”.

Dopo la fama, e anche una certa tranquillità economica data dal successo,  Contursi si trasferì a Parigi. Là scrisse il suo ultimo tango: “bandoneon arrabalero”.

La notte, l’alcol e a vita dissoluta lo portarono ad uno stato di salute precario. Dicono che Gardel insieme ad altri amici lo fecero imbarcare con destinazione Buenos Aires. Era in condizioni pietose e aveva contratto  la sifilide. Mori poco dopo, malato di mente, tutti parlano della sua fragilità psichica , ma adesso che abbiamo analizzato il discorso dell’abbandono e il tango  capiamo che la demenza dovuta alla sifilide non centra niente con la produzione artistica di Contursi, bensi il suo vissuto personale .

Intorno alla storia di “Bandoneon arrabalero” c’è un aneddoto particolare, raccontato da Enrique Cadicamo, di come nacque la musica, attribuita a “Baschicha” (Juan B. Deanbroggio), che in realtà fu composta da Pettorossi

che cedette i diritti a Bachicha per mille franchi… Ma questo è un altro tango, in  realtà mi premeva parlare di Contursi che proiettando la propria immagine sul bandoneon abbandonato ci regalò il suo ultimo capolavoro, eseguito dai più  grandi artisti del tango di tutte le epoche.

“Bandoneon, tu che vedi che sono triste e cantare più non posso,​

tu sai che porto nell’anima la marca di un dolore.”

HA SCRITTO PER NOI #
Victor Hugo Del Grande

Il Maestro VICTOR HUGO DEL GRANDE nasce a Rosario, grande città portuale dell’Argentina, attraversata dal Paranà. Insegna tango da tempo, dopo aver dedicato molti anni allo studio e alla pratica della lirica che lo ha portato in Italia, negli anni’90, a cantare come tenore. La sua formazione, in Argentina, è però poliedrica: studia canto e tecnica vocale, ma anche teatro, compone ed interpreta musica popolare argentina e tango. Con la serietà e la passione che hanno attraversato gli incontri con le altre forme d’arte, che hanno affascinato e formato Del Grande, anche l’interesse per il Tango non si riduce alla pur consistente dimensione della danza: tiene insieme l’importanza della tecnica del movimento, la storia, le diverse musicalità, il peso specifico culturale… Con questo bagaglio, questa profondità, e con una personalissima visione della tecnica, Victor Hugo Del Grande nei primi anni ’90 apre a Milano una scuola di tango, quando il Tango non era di moda, ma qualche pioniere scommetteva sulla possibilità di diffondere, anche fuori dai confini argentini, lo spirito popolare e la potenza espressiva di quella altissima manifestazione culturale ed artistica che il tango rappresenta, e gli ha consentito di essere proclamato ‘patrimonio universale’dall’Unesco. Per anni il Maestro alterna l’attività di canto lirico nei teatri italiani con l’insegnamento del tango argentino, che struttura in modo estremamente ricco di approfondimenti storici e culturali, attraverso stage, corsi, rassegne cinematografiche incentrate sul tango, cicli di lezioni storiche resi unici dalla contaminazione di innesti autobiografici e approfondimenti storiografici. E’ con questo vasto e approfondito repertorio di competenze, con una inesauribile passione per la ricostruzione filologica delle origini e al tempo stesso per la modernità intrinseca del tango che nel 2007 fonda l’Associazione culturale Tango Azul,per valorizzare, promuovere ed implementare la cultura del tango argentino. Oggi Tango Azul rappresenta ancora per Victor Hugo Del Grande l’occasione di mettere al servizio di chi lo desidera una grande esperienza artistica maturata in anni di pratica e ricerca nel campo della musica, del teatro, della danza. Alla pratica costante dell’insegnamento si affiancano oggi le radicate passioni in campo musicale, cui si devono le recenti composizioni di brani inediti di musica popolare argentina in un proficuo connubio artistico con Mariano Speranza, amico ed ispiratore e regista del gruppo musicale ‘Tango Spleen’. Le atmosfere di questa ormai lunga carriera maturata nella storia della cultura argentina si possono avvicinare e ‘respirare’ sia nei corsi di tango che nelle milonghe domenicali organizzate da Tango Azul, luoghi un po’ incantati, dove vale una regola: “​Esibire, ostentare appartengono al mondo della materia. Il tango parla alla dimensione dell'anima, che non conosce il tempo: ci si può fermare durante una pausa in un abbraccio interminabile, mentre si ascolta la frase di un violino o si è colpiti dalla metafora di un testo che ci commuove”.

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