Intervista ad Angelo Vicini

Ricercatore e poeta Vogherese, biografo di Pierino Codevilla

PUBBLICATO IL 3 maggio 2018

V: Lei dove è nato signor Angelo?​

A: Io sono nato a Voghera, e l’interesse per Pierino Codevilla è nato come tutti gli interessi che ho per la mia città. Quando ho cominciato a scrivere avevo quindici anni, collaboravo con i giornali, facendo ricerche.
Io sono molto legato al mio territorio e alla mia città, quindi Codevilla era un personaggio che sentivo nominare, poi l’ho conosciuto occasionalmente, ero molto giovane ma lo seguivo, sapevo chi era.
Leggevo e sentivo gli appassionati del tango, del ballo, parlare del Maestro, il “re del tango”. Poi capitava di vederlo in giro, questa figura molto schiva, che amava prendere il gelato con la sua seconda moglie alla gelateria “Turini”, in fondo alla via Emilia, che è la via principale di Voghera. Era una figura appassionante, burbero, poco socievole, questo faceva parte del personaggio.

V: Come ha iniziato a scrivere?

A: Ho iniziato nel 1961, mi piaceva scrivere ma non avevo ancora studiato. Quell’anno partecipai ad un concorso indetto da “Il cittadino”, un settimanale di Voghera, lo vinsi e iniziai a scrivere per quel giornale fino alla sua chiusura.
Mi sono occupato sempre di Voghera. Non ho mai smesso di scrivere

​V: Sappiamo come la definiscono gli altri, ma lei come si definisce?

A: Per me è difficile trovare un’etichetta; non sono uno storico, uno storico è un’altra cosa. Mi piace definirmi come un ricercatore documentale, perché quello che mi metto in testa di fare lo faccio, in base ai documenti che trovo.
Poi, se riesco ad avere anche una conferma attraverso testimonianze, benissimo, si arricchisce il lavoro.​ Mi baso sui documenti, in base alla mia passione giornalistica mi definisco un cronista, il fatto è quello ed io lo riporto com’è.

V: L’idea di scrivere su Codevilla come gli è venuta?

A: L’idea è venuta a Piero Milanesi. Mi ha cercato un giorno insieme al musicista Greguoldo e mi hanno proposto di fare un libro con un cd dedicato a Codevilla. Io stavo finendo un libro e ho detto loro: se avete pazienza…
memore di quello che sapevo su di lui, un personaggio che mi ispirava, volevo fare un lavoro completo, loro hanno avuto la compiacenza di aspettarmi ed è nato un libro completo.

​V: La documentazione dove l’ha reperita?​

A: Grazie a Piero Milanesi, ai giornali… questo rientra nel mio modo di fare, spulciare negli archivi, cercare documentazione, fotografie.

V: Quanti libri ha scritto?

A: Con quello che presentiamo sabato prossimo sono venticinque, quasi una media di uno all’anno.

V: (con ironia gli dico): non è uno scrittore allora.

A: No… non mi ritengo tale, mi sta anche un po’ stretta la parola “poeta”, però nel dizionario c’è scritto che chi scrive in rima può considerarsi poeta, diciamo che….. Parlando di poesia, ho cominciato col dialetto, con cui scrivo tutt’ora.
Ho cercato di fare sempre una distinzione tra la poesia dialettale e la poesia in dialetto, è molto importante, non sono la stessa cosa. Poi mi sono appassionato alla filosofia orientale, ho scritto degli Haiku, il metro della poesia giapponese,
sono stato tradotto anche in Giappone con la calligrafia dei mandarini, penso di essere l’unico in Italia.

V: Pensa di essere conosciuto a Voghera?

A: A Voghera … abbastanza, sì.

V: E valorizzato?

A: Qualcuno si sente sminuito per quello che fa, io no, sento di essere valorizzato nella giusta misura. Secondo me se fai le cose per il piacere di farle, per te stesso, riescono sempre bene, magari dopo vent’anni qualcuno te lo riconosce.
Se lo fai per la voglia di apparire sul giornale, andare in televisione ecc. poi non sei mai contento se non ti valorizzano. Io penso di essere valorizzato il giusto, magari a volte anche di più.
Il fatto che sia stato tradotto in Giappone, pochi lo sanno, e non vanno a vedere che il mio lavoro sta in una mostra permanente, vorrei che più persone lo vedessero, perché è un patrimonio da condividere tra il Giappone e Voghera.

​V: Negli anni bui, quelli dell’oblio del tango in Argentina, con l’avvento del rock, della televisione e quant’altro, ​un buco nero di più di vent’anni……..ho questo ricordo da bambino, di vedere in televisione che gli unici interessati al tango erano i giapponesi,
che venivano sempre in Argentina a studiare , a vedere, mentre il tango non interessava più neanche a noi argentini.

A: Il giapponese, intellettualmente parlando, è uno dei popoli più evoluti del pianeta, secondo me. A me piace avere testimonianze della mia terra, conservo molta documentazione degli anziani, di cui ho registrato la voce.
Prima di tutto perché il dialetto va scomparendo, ma in seconda battuta per avere proprio la testimonianza loro, fare raccontare proprio a loro la storia, è un modo per conservare la nostra memoria.

V: Signor Angelo, ci racconta qualcosa di Codevilla?

A: Lui era del 1897, ha studiato alla scuola di musica di Voghera. All’epoca tutti i musicisti avevano una formazione classica.
Finalmente nel ‘32, lui che era un tipo burbero, schivo, ma conosceva “l’erba che fa il grano”, per valorizzare il suo fenomenale pianista e dargli modo di mettersi in evidenza, una sera -finito un concerto – va in camera e scrive un pezzo,
un tango, che secondo lui era adatto alle potenzialità del suo pianista. Quello fu l’inizio della leggenda che lo fece diventare “il Re del tango”.
Che poi tanto leggenda non fu … quando in Italia si cantava: “se potessi avere mille lire al mese”, lui mille lire le prendeva per una sola registrazione. Così iniziò a diventare famoso con il tango.
Prima ebbe un’orchestra di musica classica con i fratelli e qualcun altro, ma poi dovette abbandonare. In Germania stampavano i suoi spartiti.

V: Da quello che ho potuto ascoltare della sua musica è molto probabile che lui avesse contatti con i tangueros argentini che giravano qui in Europa.
Ad esempio Gardel che era già una stella a Parigi e Nizza, o un mio paesano nato a Rosario, Eduardo Bianco .

A: Sicuramente. C’era Eduardo Bianco ma qua c’era Pierino Codevilla, a volte era più considerato lui. La curiosità del suo cognome Codevilla, con la doppia l, che sembrava spagnolo, tanti lo confondevano; lui ci rideva sopra e lasciava fare.
Nella mia personale ricerca del personaggio mi interessa molto il suo carattere, lo fa conoscere più profondamente. Ad esempio è strano che uno che ha fatto i soldi in quell’epoca non abbia mai posseduto un’automobile,
però si è fatto fare un ritratto da Luxardo, a Roma, quindi le caratteristiche di un grande personaggio ce le aveva.

V: Andava bene allora il tango, per lui, in quell’epoca.

A: Sicuramente ha guadagnato molto e ha avuto un grandissimo successo.

V: E a Milano?

A: In Galleria era conosciuto, per le sue esibizioni si mettevano fuori dei cartelli: “Questa sera suona Pierino Codevilla, il Re del tango”. Erano gli anni quaranta, prima della guerra, e abitava a Milano. Due sue figlie avevano formato il duo ” Capinere”.
E’ stato in auge fino a quando hanno funzionato le famose balere. E’ rimasto fedele a se stesso fino in fondo, non si è mai adattato a suonare cose scritte da altri.
Compositore, grande musicista, quando qualcuno gli andava a chiedere di suonare un tango diverso diceva “io suono solo la musica che scrivo io”. Personaggio fino alla fine.

V: Come ha conosciuto Piero Milanesi?

A: Beh, a Voghera ci conosciamo tutti, lui ha qualche anno meno di me, partecipavamo insieme agli spettacoli di beneficenza, lui come cantautore ed io con le poesie.

V: L’idea di fare il Libro su Codevilla quando è venuta.

A: E venuta dopo tanti anni. Un po’ come questo incontro. Mi riallaccio a quello che dicevo prima; io faccio le cose perché mi piace farle. Arriva un momento in cui magari tornano importanti, come adesso, con questa intervista.
Sono passati undici anni dalla pubblicazione del libro, sono state fatte tante presentazioni, però è raro trovare un interesse musicale mirato proprio alla figura del Maestro Codevilla …
quello che fa piacere è che spesso e volentieri i personaggi di Voghera vengono raccontati, non dai vogheresi, ma da qualcuno fuori Voghera.

V: Nessuno è profeta in patria.

A: Ci sono una decina di artisti e musicisti vogheresi di livello mondiale. Ma se vai in giro per Voghera a chiedere chi è Eros Cristiani, Marco Forni, Fabrizio Poggi, nessuno sa chi siano.

V: Cosa le piacerebbe che succedesse con il materiale che avete fatto su Codevilla.

A: Mi piacerebbe che non fosse lasciato nel dimenticatoio. Una cosa più semplice di così non c’è: il ricordo deve essere lì.
Ad esempio Valentino, lo stilista, è di Voghera, e qui non son stati in grado di avere neppure una stanza con quattro abiti di Valentino.
Alberto Arbasino, grande scrittore di fama mondiale, è un altro vogherese, ma qui non c’è una stanza in biblioteca intitolata ad Arbasino.
Maserati è nato qui, ma non c’è un progetto di Maserati appeso in un ufficio comunale. Con Codevilla Piero Milanesi ha avuto l’idea di intitolare un aula nella scuola di musica; hanno spostato la scuola ed è sparita la targa.
Come dicevo prima quello che speriamo è di lasciare una traccia.
Alessandro Maragliano che è stato un grande poeta, ha ricostruito tutta la storia popolare di Voghera, noi siamo i suoi tris nipotini e cerchiamo di fare qualche cosina. A lui almeno una scuola l’hanno intitolata.
Quello che secondo me dovrebbe essere fatto, è che un progetto non venga lasciato morire… Tutto si evolve, come la scrittura, la musica.
La scrittura non si inventa. Ti vengono in mente delle cose perché ti piace leggere e, se leggi, qualcuno ha scritto prima di te. A me piacerebbe che questo progetto sopravvivesse, con la speranza che altri giovani appassionati di musica lo riprendano e lo portino avanti.
La continuità di una cosa è far sì che diventi immortale per gli altri. Possiamo immaginare che il primo suono di un cavernicolo, che magari soffiava dentro un bambù, abbia dato origine alla musica.
Questo è quello che penso per quanto riguarda la conservazione di una tradizione o della memoria storica della città, l’importante è conservare tutto.
Ogni tanto vado nelle scuole a parlare dei libri che ho scritto.
Vorrei​ ​e​ssere di stimolo per un ragazzo​,che​ miglior​i​ quello che io faccio.
Io non ho studiato, scrivo, dando modo a qualcuno che ha studiato ed ha le basi culturali per farlo, di continuare quello che ho messo sul banco a favore degli altri; fino ad ora non è capitato, in questo caso sta accadendo.
Tu arrivi dall’Argentina e ti sei interessato ad un Vogherese.

Buon ascolto! Victor.

HA SCRITTO PER NOI #
Victor Hugo Del Grande

Il Maestro VICTOR HUGO DEL GRANDE nasce a Rosario, grande città portuale dell’Argentina, attraversata dal Paranà. Insegna tango da tempo, dopo aver dedicato molti anni allo studio e alla pratica della lirica che lo ha portato in Italia, negli anni’90, a cantare come tenore. La sua formazione, in Argentina, è però poliedrica: studia canto e tecnica vocale, ma anche teatro, compone ed interpreta musica popolare argentina e tango. Con la serietà e la passione che hanno attraversato gli incontri con le altre forme d’arte, che hanno affascinato e formato Del Grande, anche l’interesse per il Tango non si riduce alla pur consistente dimensione della danza: tiene insieme l’importanza della tecnica del movimento, la storia, le diverse musicalità, il peso specifico culturale… Con questo bagaglio, questa profondità, e con una personalissima visione della tecnica, Victor Hugo Del Grande nei primi anni ’90 apre a Milano una scuola di tango, quando il Tango non era di moda, ma qualche pioniere scommetteva sulla possibilità di diffondere, anche fuori dai confini argentini, lo spirito popolare e la potenza espressiva di quella altissima manifestazione culturale ed artistica che il tango rappresenta, e gli ha consentito di essere proclamato ‘patrimonio universale’dall’Unesco. Per anni il Maestro alterna l’attività di canto lirico nei teatri italiani con l’insegnamento del tango argentino, che struttura in modo estremamente ricco di approfondimenti storici e culturali, attraverso stage, corsi, rassegne cinematografiche incentrate sul tango, cicli di lezioni storiche resi unici dalla contaminazione di innesti autobiografici e approfondimenti storiografici. E’ con questo vasto e approfondito repertorio di competenze, con una inesauribile passione per la ricostruzione filologica delle origini e al tempo stesso per la modernità intrinseca del tango che nel 2007 fonda l’Associazione culturale Tango Azul,per valorizzare, promuovere ed implementare la cultura del tango argentino. Oggi Tango Azul rappresenta ancora per Victor Hugo Del Grande l’occasione di mettere al servizio di chi lo desidera una grande esperienza artistica maturata in anni di pratica e ricerca nel campo della musica, del teatro, della danza. Alla pratica costante dell’insegnamento si affiancano oggi le radicate passioni in campo musicale, cui si devono le recenti composizioni di brani inediti di musica popolare argentina in un proficuo connubio artistico con Mariano Speranza, amico ed ispiratore e regista del gruppo musicale ‘Tango Spleen’. Le atmosfere di questa ormai lunga carriera maturata nella storia della cultura argentina si possono avvicinare e ‘respirare’ sia nei corsi di tango che nelle milonghe domenicali organizzate da Tango Azul, luoghi un po’ incantati, dove vale una regola: “​Esibire, ostentare appartengono al mondo della materia. Il tango parla alla dimensione dell'anima, che non conosce il tempo: ci si può fermare durante una pausa in un abbraccio interminabile, mentre si ascolta la frase di un violino o si è colpiti dalla metafora di un testo che ci commuove”.

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