LA SPERANZA NEGLI OCCHI

Brano di Laura Fasano

PUBBLICATO IL 25 luglio 2018

Liberamente ispirato a una storia vera

in  ricordo della famiglia Putetto

e di tutti gli emigrati in Argentina

 

Nota introduttiva

Nonostante l’emigrazione italiana abbia toccato i più svariati continenti è solo in Argentina che la comunità italiana è cresciuta, negli anni tra fine 800 e inizio 900, in modo esponenziale, grazie all’articolo 25 della Costituzione Argentina, che favoriva l’immigrazione e garantiva posti di lavoro con assegnazione, in alcuni casi, di terre gratuitamente.

Piccoli gruppi di italiani cominciarono ad arrivare in Argentina già dalla seconda metà del XVIII secolo, tuttavia è tra il 1870 e il 1930 che si ebbe il grande afflusso del cosiddetto periodo della grande emigrazione. Secondo le stime partirono dall’Italia verso l’Argentina circa 3 milioni di persone tra il 1876 e il 1976, con punte massime tra il 1905 e il 1914.

Se da un lato gli italiani partivano per sfuggire a condizioni di diffusa povertà, elevata pressione demografica, d’altro canto in quel periodo l’Argentina era un paese con un forte bisogno di immigrati: l’impegno di accoglienza, sancito fin nella costituzione del 1853, trovava le sue ragioni in un paese di fatto sottopopolato e desideroso di popolare le grandi regioni da poco conquistate (la Patagonia).

Relazioni che sono continuate nel tempo e che sono testimoniate dai molti prodotti della cucina  italiana presenti in quella argentina, che non trovano connotazioni linguistiche solo a causa dell’elevata frammentazione dei dialetti e del forte analfabetismo che ancora colpiva l’Italia in quegli anni.

Molti italiani sono partiti alla volta del nuovo continente in quel periodo, con tanti sogni e pochi soldi, alla ricerca della fortuna.

In pochi sono tornati riuscendo a costruirsi una nuova vita, attraverso il lavoro duro, ma con molta dignità.

Il Tango ha rappresentato, per molti emigrati in Argentina,  un momento di aggregazione, incontro ed è divenuto uno strumento per integrarsi, in un paese che stava crescendo; così come successivamente, nei momenti più bui degli anni 70 e 80, una voce con cui protestare, quando il resto del mondo sembrava sordo a ciò che stata succedendo.

Un processo inverso a quello che caratterizza i giorni nostri, in cui l’Italia è vista come meta di speranza per le persone che arrivano dall’Africa.

I fatti recenti che si stanno verificando, ci danno indicazione di come questa nuova immigrazione sia percepita come un peso; i paesi europei sono impreparati ad accogliere con il sorriso queste persone, ancora oggi il lavoro ci sarebbe per queste persone, e potrebbero divenire un aiuto ad una economia e a paesi anagraficamente vecchi, semplicemente strutturando una rete di solidarietà internazionale, che dia dignità all’individuo e possibilità di integrarsi.

Giovanni e Domenico partirono un giorno come tanti da Revello per arrivare fino a un piccolo paese  del dipartimento di Santa Maria in provincia di Còrdoba, in Argentina.

Era il 1908 quando l’ultimo fratello, il più giovane, Antonio appena maggiorenne, con la tristezza nel cuore di chi lascia le persone care, ma con la speranza negli occhi, si accingeva a salutare le sorelle Margherita Carolina e Vittoria, ormai era pronto per raggiungere chi lo aveva preceduto e lo aveva convinto al lungo viaggio verso le Americhe.

Non quelle conosciute del nord, dove si dirigevano normalmente gli italiani ma terre ancora da scoprire che aspettavano braccia pronte per coltivare la terra.

Un paese sotto popolato che aveva recentemente conquistato e annesso un territorio vastissimo come quello della Patagonia, dove i padroni erano persone buone, così gli aveva scritto suo fratello  nell’ultima lettera.

La povertà era tanta e dopo la truffa subita dal padre, che li aveva costretti ad abbandonare la casa, dove avevano sempre vissuto, l’umiliazione di andare sotto padrone in Italia, non poteva accettarla.

Il governo argentino, si diceva, aver aperto le braccia ai popoli di tutto il modo, offrendo speranza in momento di estrema crisi per l’Europa.

Una politica mirata a ripopolare il paese, e a farlo crescere.

Ciò che si raccontava era vero, c’era lavoro e ben pagato e chi sapeva coltivare la terra, o fare l’artigiano non aveva problemi a trovare lavoro in poche giornate.

Tutti e tre i fratelli Putetto lavoravano presso un possidente terriero della zona e oltre a riuscire a vivere dignitosamente mettevano qualche risparmio da parte per mandare alle sorelle.

Giovanni il più vecchio era riuscito a conquistare la fiducia del proprietario e spesso lo accompagnava nei viaggi di lavoro anche a Buenos Aires.

Nell’ultimo  viaggio era capitato in un quartiere dove aveva trovato moltissimi italiani che negli ultimi anni erano arrivati dal sud Italia.

A dir la verità, se non gli avessero detto che erano sui connazionali non ci avrebbe creduto, parlavano un dialetto talmente diverso che sembravano per lui stranieri più degli argentini.

Si la lingua era un problema, non imparare lo spagnolo, ma trovare qualche italiano in grado di capirti. L’Italia era un paese in cui l’analfabetismo era altissimo e la frammentazione dei dialetti,  rendeva la nazione ancora priva di un collante in cui riconoscersi, oltre a una bandiera.

Uniti sotto il regno sabaudo ma ancora fortemente divisi.

Giovanni era desideroso di trovare moglie e quindi usava  i pochi momenti liberi nei viaggi di lavoro per trovare la sua anima gemella.

Sapeva di voler una donna dolce, che cucinasse bene, disposta a seguirlo  fuori dalla città; la bellezza non era così importante, ma su una cosa non sarebbe sceso a compromessi; doveva essere italiana.

Giovanni era intenzionato a ritornarci nelle pianure della “Granada” ma con moglie e soldi  guadagnati con il sudore.

Aveva un compito come fratello maggiore, riscattare le ingiustizie che la sua famiglia aveva subito.

Lo aveva raccontato a tutti nelle lettere che aveva spedito negli ultimi 2 anni e che il fratello più piccolo, unico ad avere un minimo di istruzione, scriveva alla famiglia.

A Santa Maria di italiani ce n’erano e non pochi, ma si trattava prevalentemente di uomini e le poche donne che avevano raggiunto i familiari erano Napoletane con usi e costumi completamente diversi dai suoi e Giovanni non riusciva a farsi capire.

Lui desiderava una donna con cui poter parlare e condividere le scelte della vita, non solo una madre per i suoi figli.

La vita riserva sempre delle sorprese e fa a volte degli strani scherzi; mentre ormai sull’imbrunire attraversa un quartiere nuovo dove non era mai stato, venne attratto da una musica che usciva da un piccolo locale, dalle note calde, ma molto tristi.

Seguendo la musica che man mano si avvicinava ad un palazzo vetusto diveniva sempre più alta, si ritrovò dentro una piccola stanza dove ballano un ballo a lui sconosciuto.

Il caldo il sudore si mischiavano alla musica, corpi che a volte si accarezzavano, altre si allontanavano, e in alcuni casi sembravano fondersi in un tutt’uno.

Vedeva tanta passione e sensualità negli occhi di chi ballava.

Stordito da ciò che vedeva era rimasto immobile sulla porta di ingresso del locale, quando una donnina minuta e magra dalla pelle olivastra gli si era avvicinata gli chiedeva “balli?”

Ritornato nel presente rispose “non so ballare questa musica”.

Lei lo trascinò per mano nella stanzetta accanto molto buia e dopo avergli chiesto il nome a cui lui non rispose, dopo un attimo di esitazione, si presentò dicendo Soledad Milagros Celeste”.

Gli prese le braccia e le mani e gliele impostò come per gli altri ballerini della sala accanto e subito dopo posizionò il suo seno proprio sotto al petto di Giovanni, aiutandolo a chiudere l’abbraccio.

Era strano non sapeva nulla di quel ballo ma quel contatto fisico gli piaceva.

Lei era leggerissima, come una piuma e riusciva guidarlo, pur facendogli credere che era lui a scegliere quale passo muovere. Un passo indietro, un’apertura e poi avanti, destro sinistro, una pausa e lei finiva in un incrocio proprio davanti a lui.

Giovanni si sentì una scossa, un brivido, lungo tutta la schiena e strinse di più l’abbraccio e condusse la sua musa ballerina nell’altra stanza.

Non stava pensando a nulla perso in quella musica sensuale con il viso di lei che sempre più si avvicinava e si appoggiava al suo. Si sentiva come se qualcuno gli avesse acceso un fuoco sotto le scarpe ma tutto quel calore stranamente era piacevole.

Perdendo il collegamento con la realtà ballò fino a che la gola non era arsa e senza saliva, poi si staccò da quella donna che lo stava turbato così profondamente e si accorse che il tempo era passato velocissimo.

Ormai era sera, quasi notte guardò l’orologio nel taschino, regalatogli dal padre erano le ventuno e trenta e alle ventidue il treno ripartiva.

Lei lo guardo e in punta di piedi quasi fosse sospesa nell’aria lo baciò con intensità da togliergli il fiato: “italiano dagli occhi azzurri, qual è il tuo nome?”

Prese la mano della donna e gli sussurrò nel suo spagnolo stentato “Giovanni, scusa non te lo avevo detto, devo andare non sono di Buenos Aires, ho un treno in partenza, ma ritornerò qui il prossimo autunno aspettami.”

Lei riuscì solo a dire “Ti amo”.

Giovanni uscì e corse verso l’albergo del suo signorotto, non le aveva chiesto dove abitasse, non le aveva chiesto nulla come avrebbe fatto a ritrovarla?

Solo quando sali su treno dopo aver caricato le valigie ebbe il primo momento per riflettere su ciò che era successo poche ore prima.

Come mai aveva detto quelle frasi a quella donna che neanche la conosceva?

Sentiva ancora il profumo di lei sulla sua camicia, i capelli sudati che le incorniciavano il viso, le labbra rosse e carnose che lo avevano baciato, stregato.

Si quella donna lo aveva stregato; una professionista, faceva quello per vivere, gli uomini per lei erano solo un lavoro e sapeva fingere. Chissà quante volte l’aveva fatto in un letto e mentre si ripeteva mentalmente queste frasi quasi fossero un mantra, il viso di lei riappariva.

Risentiva la musica gli odori, ogni singolo istante di quelle poche ore erano scolpite nella sua memoria.

Il suo capo vedendolo assente gli chiese se era successo qualcosa che lo turbava e Giovanni senza sapere il motivo, non aveva mai avuto confidenze personali, tutto d’un fiato gli racconto cosa era successo.

Il signor Alvarez sorpreso dalla confidenza personale e dal suo turbamento cercò di trovare un modo elegante per uscire da quel discorso imbarazzante e troppo personale, soffermandosi sul ballo.

Decise di parlare in italiano che con tutti quegli anni a contatto con i suoi mezzadri aveva ormai imparato discretamente.

“Sono sorpreso che ti sia piaciuto il Tango è un ballo che si balla nei quartieri più poveri della grande città Buenos Aires e a Montevideo, ma che sta sviluppandosi in po’ in tutta l’Argentina, credo che la donna che hai incontrato lavori sopra al locale e stava cercando di guadagnare qualche soldo per mangiare, ma potrei anche sbagliarmi, forse faresti  meglio a dimenticarla, comunque se vuoi mia moglie è una discreta ballerina e potrà insegnarti il ballo, pensa che  è arrivato addirittura ai salotti dell’aristocrazia di Parigi”.

Giovanni sapeva che il suo capo aveva ragione ma una parte di lui era convinta che si sbagliasse, quella donna gli aveva detto che lo amava, e certe parole non si dicono mica così.

L’autunno successivo Giovanni ritornò nella capitale e nonostante avesse chiesto la giornata libera ad Alvarez per cercare quella donna che turbava tutti i suoi sogni, non la trovò.

Nel locale dove era stato la primavera precedente gli raccontarono che si era ammalata pochi mesi prima di un malore che i medici non erano riusciti a curare, ma aveva lasciato una lettera se un uomo fosse venuto a cercarla di nome Giovanni.

Gli consegnarono la lettera che sapeva di fiori, ma non la aprì non sapeva leggere. La strinse forte tra le mani e pianse. Ora sapeva pur non avendo letto ancora nulla che quella donna l’aveva aspettato, lo amava e sarebbe stata l’unica donna che avrebbe mai potuto amare in tutta la sua vita.

Ritornato  dai fratelli chiese ad Antonio di leggergli la lettera, che confermò le sue sensazioni, tre pagine di amore e di sogni.

Lei si era preparate al suo ritorno, aveva cambiato lavoro, ma si era ammalata di tubercolosi e nello scrivere il suo messaggio per l’amato, sapeva che non avrebbe avuto il tempo per poterlo rivedere.

I soldi guadagnati, forse non troppo onestamente negli anni precedenti, erano all’interno della busta, dovevano servire per le loro nozze, ma il fato aveva deciso diversamente.

Le ultime frasi erano  macchiate dal sangue e chiedevano a Giovanni di utilizzare quel denaro per comprare un piccolo pezzo di terreno dove lei avrebbe potuto nella notte venire a trovarlo in sogno.

Nessuno dei tre fratelli tornò più in Italia, mandarono i soldi alle tre sorelle perché li raggiungessero in Argentina, ma alla fine la più grande Margherita decise di tenersi i soldi e rimanere in Italia, senza neanche una risposta.

Giovanni  giustificò il comportamento delle sorelle che erano troppo legate alla mamma per avere la forza di fare di quel lungo viaggio e chiese ai  fratelli di non insistere.

Quei soldi erano serviti di certo per aiutarle, bisognava rispettare la loro scelta.

Negli anni successivi, lavorò instancabilmente, dormendo solo poche ore a notte, facendo ben due lavori per poter comprare il pezzo di terreno per poter costruire la sua casa.

Iniziò a prendere lezioni di tango dalla moglie del padrone, era molto dotato, con un gran orecchio musicale e una ottima predisposizione fisica.

Diventò il ballerino di tango più bravo della sua regione.

La sua casa la condivise con i fratelli che nel giro di  5 anni si sposarono, con due ragazze argentine sorelle, che rimasero subito incinta  a distanza di pochi giorni e gli diedero dei bellissimi nipotini che lo rendevano orgoglioso come zio.

Nelle milonghe era l’uomo più corteggiato dalle donne, bello, bravo e ricco ormai, ma non si sposò mai.

In ogni ballo creava una magia, i volti di quelle donne così diverse, si offuscavano e lui rivedeva la sua Solidad e con lei danzava sicuro e leggero.

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