Massimo di Marco si racconta

Tango & letteratura

PUBBLICATO IL 25 ottobre 2018

Massimo Di Marco, giornalista senior, è entrato nel mondo del tango, ballato e scritto, nel 1996. Ha pubblicato 5 libri (4 sono su Amazon) e, con la MInimal Flores, ” Scintille di tango”, un recital di poesia e musica. Su YouTube il dvd con una poesia in italiano e castellano dedicata a Carlos Gavito (“Eduardito”) ha avuto oltre 4000 visualizzazioni.
Il suo blog “tangocaffe.it” è una tangoteca con molte narrazioni

Scrittore, giornalista, nel suo sito culturale Tangocaffè  raccoglie storie e miti del tango argentino. Cosa l’affascinata di più del mondo tanguero?

Mi piacciono le origini della sua storia. Mi fanno pensare ad un bambino incantato che si ingegna per crescere  soltanto con le sue forze, come Eduardo Arolas  che compone “Una noche de garufa” senza distinguere le note o Matos Rodriguez che abbozza “La Cumparsita“ appena con la competenza artistica pretesa da quella che doveva essere una musichetta di carnevale fra studenti. Ragazzini che studiano musica per suonare poi nei cinema dei film muti, Paquita di Villa Crespo che è un fiorellino non ancora sbocciato e si mette sulle ginocchia  il bandoneón come se fosse la sua bambola. Un giorno dopo l’altro il tango trova le sue note sparse nelle tane dei barrios più miseri, affollati di emigranti, e diventa un sentimento e la ricchezza anche di chi ha le tasche vuote.

Mi affascina anche il viaggio di Pina Bausch a Buenos Aires, sempre alla ricerca di una danza espressiva ma genuina, tanto da creare una fusione tra chi la sta praticando e chi è lì a guardare. Incontra Tete Rusconi in una milonga e rimane fulminata: ecco qual era la danza che aveva sempre sognato. Balla con lui e poi se lo porta a Wuppertal, nel suo teatro-scuola. Cos’era successo? Il tango aveva rivelato la sua natura di arte popolare con le porte aperte a tutti.

Nel suo “Io e il tango scritto” racconta il suo amore per la scrittura e per il tango, spiegando come il tango fosse diverso da quello di oggi “un mese di promenade, un mese per il cambio di direzione, un mese per il molinete e le sue varianti. Ogni tanto uno stage”.Raccontare le storie dei grandi miti di tango argentino come Carlos Gavito, El Cachafaz, Elvino Vardaro è un modo per ricordare il tango delle origini? Come è cambiato oggi il tango  e cosa si è perso del mondo di allora?

E’ così, nei miei libri racconto i fuoriclasse del tango nei loro anni, e nel mondo in cui abitano. I dettagli ricordano la vita. El Cachafaz, Arolas, Gavito,Vardaro si trascinano dietro i pezzi di un mosaico che poi diventa pagine di storia e di cultura tanguera. Mi prodigo affinché le cose che scrivo non siano romanzate o bugiarde. La ricerca diventa un lavoro da minatori e questo spiega perché per scrivere “Il tango nel cuore”, che è la vita di Arolas, ci ho messo cinque anni. Però a Parigi ho potuto leggere un vecchio diario semibuttato con righe che racontavano lembi della sua vita agitata ed è stata una felicità. I libri su Gavito sono stati dei missili, praticamente li ho scritti davanti a lui, domanda e risposta. Durante le pause ascoltavo i suoi pensieri, è stata una lezione di tango parlato lunga due mesi che poi sono sfociate in “Carlos Gavito, ritratto d’artista”, pubblicato in quattro lingue. Era il 2005 e da almeno 5 anni il tango era già cambiato, trasformato da un affollamento immaginato ma non così irruente. Le scuole sono state costrette (in parte) a modificare l’insegnamento e ad accelerarlo : gli allievi avevano fretta di scoprire finalmente la milonga. E oggi che vento c’é? Il tango ha moltiplicato e rimoltiplicato il popolo degli appassionati. Abbiamo tangueros da scenario in prima linea, si nota una certa voglia di diventare più bravi sui passi fondamentali e di possedere uno stile firmato. Il periodo delle acrobazie da circo è quasi scomparso. Rispetto a vent’anni fa , quando il tango viaggiava sulla Milano-Torino e sulla Bologna-Roma prolificano le associazioni autogestite ( Aosta ha dato l’esempio) che hanno idealizzato il tango in tutti i modi. L’ultima novità sono i migranti dal ballo liscio: imparano presto, conoscono gli spazi e in milonga hanno l’umiltà di rimanere seduti rubando con gli occhi. I disc jockey di una volta erano argentini o anche italiani che passavano le loro vacanze a Buenos Aires accanto alle bancarelle di San Telmo, cariche di musica. Avevano una gran vicinanza con il maestro della milonga, spesso preparavano assieme il programma della serata privilegiando i tanghi strumentali perché quelli cantati vanno bene In Argentina ma qui non sono nulla anche per chi mastica lo spagnolo perché tanti testi hanno attinto al lunfardo. Il ballo, la scuola, la musica formavano un triangolo che funzionava bene e che sarebbe molto bello ricomporre. Le milonghe avrebbero una personalità con caratteristiche proprie. Qualche passo in avanti bisogna ben farlo.

Il connubio tra tango e letteratura è riassunto nella frase “I libri di tango raccontano la musica, la storia, la poesia, la danza.  Ogni pagina spesso è custode di un’emozione che ci arriva al cuore. Per questo li leggiamo”. Come si arricchiscono a  vicenda il mondo del tango e della letteratura?

Il tango è nato in un violino e ha sempre rappresentato un mondo affamato d’arte. E’ canto, musica, poesia, danza, una felice complicità. E’ anche prosa? La domanda tocca il conflitto mai risolto tra la scrittura e il testo poetico, inteso come espressione di sentimenti. Parlando di tango si devono scartare meccanismi dedicati a invenzioni  elaborate dalla fantasia specifici del romanzo. Il racconto  di tango non esiste mentre esiste il tango raccontato o, in forma meno frequente ma preziosa, il saggio: inteso come relazione critica con una funzione divulgativa. Il soggetto però è sempre il poeta  o l’addizione della poesia applicata alla musica. Questo è un versante artistico che la letteratura del tango, intesa come prosa, non possiede. Quindi non si tratta di un gemellaggio: per quanto si possano riconoscere lati intimi, la letteratura  del tango è un ricordo messo in prosa, possibilmente con il compito di comunicare la sua bellezza artistica e i suoi valori. E di riprodurre, pur in una forma ritrattistica, i moti dell’anima che hanno dato potenza poetica a musicisti, poeti e cantanti, rendendoli percepibili. Se la scrittura raggiunge questo scopo si può intendere che esista uno scambio, ma non alla pari. Il tango è arte popolare, il libro è il suo cronista.

Il tango è un pensiero triste che si balla?

Nella lunga storia di questa definizione si è verificato prima il tentativo di attribuirla a Osvaldo Pugliese, poi ad Astor Piazzolla. E’ stato un fallimento. Allora è stato fatto un passo indietro ed è stato riesumato, come presunto autore di quello che è divenuto il più consumato degli stereotipi, Enrique Santos Discépolo. Presunto perché? Perché queste parole non sono mai state rintracciate nel suo tango fatto di poesia, musica, o nei suoi lavori per il teatro e per il cinema. Lo attestano le ricerche compiute dal “Centro Cultural Enrique Santos Discépolo “ che ha anche ascoltato e riascoltato le registrazioni delle sue numerose conferenze, avvenute soprattutto in Cile.

Due eccellenze della letteratura argentina sono intervenute sull’argomento in modo diverso. Lo scrittore Ernesto Sabáto ne parla in uno dei suoi libri dichiarando che Discépolo ha proprio centrato la definizione. Presumendo però, poiché l’ha solo sentito dire, che Discepòlo avesse effettivamente battezzato il tango in quel modo. Borges, che ha sfiorato il Nobel, ha detto di non poter riconoscere in Discépolo un intellettuale del tango che affermi di rendere ballabile un pensiero e che poi il tango è un sentimento: ma non si balla neanche un sentimento, si balla la musica. Queste saggezze hanno dato luogo a molte illazioni. Forse  si sono generati degli equivoci. Forse Discépolo intendeva dire che il tango è “un sentimento triste che si balla” o che “ si può anche ballare”. Ma c’è chi ha sostenuto che Discépolo forse ha scritto testi amari ma non era un uomo triste e nemmeno nostalgico. Dire che “ La vida es un tango “ è tutt’altra cosa. Borges incalza. “ Perchè il tango dovrebbe essere triste? Direi che è poetico”. O romantico se si pensa al vals, allegro se si pensa alla milonga o al canyengue”. I collezionisti argentini  che del tango sanno proprio tutto, concludono che Discépolo quella frase non l’ha mai detta. Allora?

Gira questa storiella. Arriva a Buenos Aires un turista tedesco che quando esce da un salone avrebbe pronunciato la famosa definizione. Ma in quale lingua, sarà stato tradotto bene? Mah?! Come sempre il versante storico delle radici del tango traballa tra la verità , l’invenzione, la leggenda. E anche la favola che forse questa volta la racconta giusta. Sia bruciato lo stereotipo che troneggia sul tango da un secolo e le ceneri vengano sparse, una volta per tutte, lontano dagli organetti. Il tango non è  triste. E’ forse accettabile pensarlo come  la colonna sonora di una nostalgia che è l’eco di  vita lontana, mescolata  tra infelicità e felicità. Infatti la nostalgia è melanconia e gioia.

Quali sono i suoi prossimi progetti letterari e/o tangueri?

In Italia balliamo il tango argentino ma non il tango argentino degli argentini. Non capiamo cosa ci stia dicendo un tango cantato o un tango dedicato, gioioso ma anche no, lo balliamo come se fosse solo musica. La storia straziante di Gricel ( Mariano Mores con José Maria Contursi) o la vittoria francese nelle acque divenute sangue del Marne (Eduardo Arolas)  o la graziosa ansia di “ Yo no se porqué te quiero ( Francisco Canaro con Ivo Pelay)  vengono percepite come un brano vale l’altro, cioè banalizzando. Propongo a me stesso e a chiunque di realizzare mini narrazioni che conducano dentro questo o quel tango. La poesia (quando c’è) potrebbe essere recitata da chi lo sa fare, in una milonga si trova sempre un volontario.

Saranno brevi interventi, uno, due, tre o quattro. Occuperanno i tempi delle cortine lunghe che in certe milonghe vengono offerti alla salsa o al boogie-woogle. Proposta un po’ folle? Vamos, vamos!
Un altro progetto è un libro che credo sarà sorprendente. Prima lo scrivo, poi ne parlerò. Al momento c’è il titolo. Ma nella mia stanza c’è il caos. Insomma, non lo trovo.

ARTICOLI CORRELATI #

1 commento

  1. ruben Costanzo ha detto:

    Parole molto ma molto sagge, da qualcuno che il tango lo conosce

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*