Ti ho amato tre volte, dimenticato due

Seconda parte

PUBBLICATO IL 8 marzo 2019

Incontrarsi, lasciarsi, ritrovarsi… esiste un punto oltre il quale è troppo tardi?

Il bene e il male di un amore tanguero: seconda parte, raccontata da lui.

***

Ti ho amato tre volte, dimenticato due (Seconda parte)

(https://www.storieditango.it/ti-ho-amato-tre-volte-seconda-parte/)

La prima volta che mi sono innamorato di te mi hai guardato male per tutta la sera. Mi è parso divertente. I tuoi occhi concentrati: divertenti. L’espressione quasi offesa: divertente. Quel dito che ogni tanto infilavi tra le labbra, come se il gesto potesse in qualche modo aumentarti la vista: divertente.

Avrei desiderato raggiungerti e parlarti. Chiederti: «Allora, hai deciso quale parte di me ti dà più fastidio?». Invece sono rimasto dov’ero. Qualcosa mi diceva di non fare nulla. Non agire, non pensare, non mettere fretta al tempo. Qualcosa mi diceva che il momento andava bene così, che era già importante esserci riconosciuti. Il resto sarebbe venuto.

Per resistere alla voglia di avvicinarti, a fine serata ho dovuto distendermi nel mezzo della sala, dove tutti erano passati. Ho cercato il contatto con il pavimento, ho cercato di sentire l’effetto della gravità su ogni cellula del mio corpo. Tenetemi giù, tenetemi a terra, tenetemi saldo.

Quindi no: non ci siamo parlati. Ho ballato con tutte tranne che con te. Non era un rifiuto. Era l’averti eletta a unico centro. Intoccabile. Dovevo lasciare che tu fossi com’eri sempre stata: senza di me.

Non ti ho dimenticata. Ci ho provato. Non è vero, sto mentendo. Non ci ho provato, ho deciso deliberatamente che non l’avrei fatto. Avevo una donna, una ballerina della compagnia con cui giravamo l’Europa. Sai che cosa significa stare con qualcuno e pensare a un’altra persona? Certo che lo sai. Credo che ogni essere umano ci sia passato. E chi non ci è passato ha la mia invidia e al tempo stesso la mia pietà.

Sai, quando lavori in una compagnia di ballo il tuo corpo diventa un po’ quello di tutti e i corpi di tutti diventano un po’ il tuo. Non sto parlando di sesso. Sto parlando di sentirsi un unico grande mezzo d’espressione. Il suo braccio diventa il mio, afferro la sua gamba come fosse mia, stringo le mani attorno al suo bacino per sollevarla in un salto, ma in realtà tocco me stesso e sollevo me stesso e tutti gli altri insieme. Ci si cambia nel medesimo camerino, ci si prestano i vestiti, ricuciamo bottoni che si erano allentati sulle camicie di tutti, uno fa un massaggio ai piedi dell’altro, ci baciamo a stampo sulla bocca, ma è solo un modo più fondo di essere amici, non amanti.

La seconda volta che mi sono innamorato di te ho desiderato che il mio corpo tornasse solo mio, per potertelo dedicare. Bottoni cuciti sulle camicie per te, baci a stampo per te, cambiarsi solo di fronte a te, massaggi ai piedi per te, i miei vestiti addosso a te, le mie mani per alzarti in volo e alzare te e solo te.
Abbiamo ballato, finalmente. Erano trascorsi tre anni ed eri arrabbiata come sempre. Ma a un certo punto ti sei calmata. È allora che ho sentito di rivolere il mio corpo, per curare il tuo nell’abbraccio.

Sono sparito. Ti chiederai perché. La mia compagna era incinta. Non l’avevamo previsto. Non l’avevamo cercato. Se non sono rimasto non è stato per non tradire lei, ma per non tradire mio figlio.

Nemmeno allora ti ho dimenticata. Rifiutarsi di tradire i propri figli non significa dover uccidere tutto quello che ci vive dentro.

La terza volta che mi sono innamorato di te (ma in realtà i miei ultimi trent’anni sono stati tutti un’unica volta in cui mi sono innamorato di te) la mia compagna mi aveva lasciato per un altro e mio figlio era ormai grande.
Ti ho abbracciata come un uomo bacia il suolo di casa dopo anni di prigionia.
«Ora sono qui» ti ho detto.
Mi hai risposto di essere sposata.

La verità è che capisco. Capisco che il mio tempo non è allineato al tuo. Che abbiamo le mani legate a fasi alterne e i nostri lacci sciolti non coincidono.
Ma i cuori non li puoi legare.
È per questo che balliamo tango.
Per ridare al cuore la sua libertà.
Ogni volta.
E anche la volta successiva.
E per la vita che resta.

Per leggere altre storie: www.storieditango.it

HA SCRITTO PER NOI #
Anna Mio

Anna Mio ha studiato filosofia e lavora all’università. Ha vissuto in Italia, Germania e Australia. A ventinove anni ha iniziato a ballare tango, ogni giorno si chiede perché non abbia cominciato prima. Osserva le persone dal tram, ama il gelato al pistacchio, soffre se non scrive. Uno dei suoi dispiaceri più grandi è che le scarpe da tango non vadano mai in saldo. Una delle sue gioie più grandi è che il tango non vada mai in saldo.

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