Triste più triste uguale felice

A volte il tango è un viaggio nella tristezza per diventare felici

PUBBLICATO IL 24 ottobre 2019

A volte il tango è un viaggio nella tristezza per diventare felici.

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Triste più triste uguale felice
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Si era alzato per invitare una donna dall’altra parte della sala, ma ora deve sedersi. È la canzone a dirglielo: Siediti. In questo momento non avresti energie per altro. La canzone gli sfiora anche un po’ i capelli, gli aggiusta le sopracciglia in una posa spiovente, gli rilassa le guance. Prima sorrideva. Adesso sarebbe strano farlo.

La voce di Carlos Gardel intona “Te aconsejo que me olvides”.
È andata proprio così, pensa l’uomo, mentre si assicura che la sedia regga lui e il peso del passato. Qualche anno addietro aveva vissuto la cosa più simile al ritrarsi di un universo. Prima un accumulo di momenti e memorie e gioia e pelle (baci dappertutto, mani moltiplicate, sistemi di telepatie sottili), poi uno sparo nell’aria: un invito a dimenticare, e dimenticare tutto. Todo ha muerto entre los dos.

Se ne era andata di primo mattino, perché di primo mattino era più facile iniziare nuove vite. Si era alzata dal letto con un senso di sospensione a cui non avrebbe saputo dare un nome neanche a distanza di anni. Era il senso della fine. Punto. A volte arriva e non sai nemmeno perché.
Gli aveva preparato un’ultima colazione con la poca frutta e il poco caffè che restavano, gli aveva dato un ultimo bacio con la poca convinzione che ancora le galleggiava in corpo, e mentre raccoglieva le chiavi e la pochezza dei sentimenti che scopriva di non avere più, come risucchiati in altre zone del mondo, gli aveva detto che la cosa migliore era dimenticare e dimenticarsi. Te aconsejo que me olvides.

Chi l’ha detto che in milonga si deve per forza ballare, gli sussurra ora la canzone. Puoi semplicemente stare. Stare come si sta in un punto della propria vita in cui non è importante agire ma osservare.

Durante il loro primo incontro, lei gli aveva puntato addosso due occhi scuri e lui non aveva nemmeno provato a opporsi. Il giorno dopo erano già in un prato, poi in un letto, poi in una casa, e infine in qualcosa di simile a una vita insieme, con tutta quella tappezzeria di promesse che ci si scambiano quando si è solo innamorati e ancora non si sa che cosa invece sia l’amore.

Poi era arrivato quel mattino, con il suo invito a dimenticare tutto.
Ma lui ricorda. Ricorda ogni singolo istante. È la canzone a riportargli ogni cosa davanti agli occhi, nelle vene, sotto le piante dei piedi, nel cervello e nella spina dorsale. Lui vede, sente, rivive.

Parlando costantemente di oblio, il tango in realtà costringe a ricordare. Ma lo fa cambiando i piani, spostando le dimensioni, mescolando i sentimenti. Innalza il dolore in un punto in cui diventa arte, in cui chi soffre è un artista del dolore. Il tango è una funzione inversa per cui approfondire la tristezza equivale a trasformarla in felicità.

Sei triste, sì. Ma con gioia.
E sei disperato. Ma con speranza.
E sei morto. Ma con una spirale di vita che ti serpeggia negli organi vicini al cuore.
E tutto va male, malissimo. Ma va anche meravigliosamente.

È iniziata una nuova tanda. L’uomo si alza. Là in fondo c’è una ballerina che forse già sa cosa significhi amare.

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HA SCRITTO PER NOI #
Anna Mio

Anna Mio ha studiato filosofia e lavora all’università. Ha vissuto in Italia, Germania e Australia. A ventinove anni ha iniziato a ballare tango, ogni giorno si chiede perché non abbia cominciato prima. Osserva le persone dal tram, ama il gelato al pistacchio, soffre se non scrive. Uno dei suoi dispiaceri più grandi è che le scarpe da tango non vadano mai in saldo. Una delle sue gioie più grandi è che il tango non vada mai in saldo.

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