Cumparsita

L’abbraccio alla generazione che se ne va

PUBBLICATO IL 17 aprile 2020

 

Terza tappa di Finché c’è tango c’è vita!

Viaggio all’interno del nostro sentire

La terza tappa del nostro viaggio nel tango continua a deviare da quella pianificata cercando di seguire con rispetto la scia dei tristi eventi di questo periodo.

L’appuntamento di oggi inizia quindi con un estratto dei meravigliosi versi della toccante poesia di Fulvio Marcellitti che tanti di noi hanno letto in questi giorni sul web.

 

“Se ne va una generazione, quella che ha visto la guerra, ne ha sentito l’odore e le privazioni…

Se ne vanno mani indurite dai calli,

visi segnati da rughe profonde,

memorie di giornate passate sotto il sole cocente o il freddo pungente…

Se ne vanno quelli della Lambretta,

della Fiat 500 o 600, dei primi frigoriferi,

della televisione in bianco e nero.

Ci lasciano, avvolti in un lenzuolo,

come Cristo nel sudario,

quelli del boom economico che con il sudore hanno ricostruito questa nostra nazione, regalandoci quel benessere di cui abbiamo impunemente approfittato.

Se ne va l’esperienza, la comprensione,

la pazienza, la resilienza, il rispetto,

pregi oramai dimenticati.

Se ne vanno senza una carezza,

senza che nessuno gli stringesse la mano,

senza neanche un ultimo bacio.

Se ne vanno i nonni,

memoria storica del nostro Paese,

vero patrimonio di tutta l’umanità…”

Sono parole queste che fotografano nel profondo quell’amara realtà che gli occhi fisseranno per sempre nelle nostre anime.

Se ne vanno il coraggio, la determinazione e la speranza che la generazione descritta nella poesia di Marcellitti ereditò da quella precedente che aveva saputo anche varcare l’oceano alla ricerca di una nuova vita da costruire, arrivando fino alla lontana Argentina.

Le storie si intrecciano, si ripetono coi perché del contesto del loro tempo; con nostalgie e sentimenti dolorosi che nessuno può comprendere appieno se non le persone direttamente coinvolte.

C’è sempre bisogno di una forma di conforto, di consolazione, di un abbraccio, “di una carezza” che accompagni al “viaggio”: oggi tutto questo viene negato alla generazione che se ne sta andando.

Ecco quindi che la nostra rubrica regala l’abbraccio del tango, un piccolo gesto che è pur sempre qualcosa. L’abbraccio per questa generazione è quello di uno dei brani più antichi legati alla storia di questo ballo dichiarato patrimonio dell’Unesco nel 2009; sicuramente è il tango più famoso in tutto il mondo, senza dubbio il più conosciuto e venduto e che ha compiuto di recente 100 anni.

Cumparsita fu suonato per la prima volta tra la fine del 1915 e il 1917 a Montevideo nella Caffetteria La Giralda.

Cumparsita è un termine lunfardo, quell’idioma nato dal miscuglio delle lingue parlate dagli immigrati in Argentina.

Deriva forse più dall’italiano poiché rimanda al vocabolo “comparsa” col senso di comparsa teatrale o cinematografica.

La melodia, creata per la sfilata dei carri allegorici del Carnevale di Montevideo, era una sorta di marcetta studentesca allegra e spensierata da canticchiare durante la festa.

Fu inventata dal musicista uruguaiano Gerardo Matos Rodriguez, molto bravo nell’inventare la melodia ma non nello scrivere la partitura che venne quindi affidata a Roberto Firpo, uno dei pianisti allora di moda, che la arrangiò a tango secondo richiesta dello stesso Rodriguez.

Dettaglio non privo di contenuto storico è che Roberto Firpo era di origini genovesi. Grande infatti è stato il contributo dei genovesi alla nascita del tango in Argentina: tanti di loro si sono imbarcati a fine ‘800 e sono approdati a un nuovo porto da amare, dove portare le loro vite e i loro colori solari tipici dei borghi liguri, che hanno dipinto quello che sarebbe diventato il tipico quartiere della Boca di Buenos Aires.

La prima esecuzione del brano fu un successo inaspettato che crebbe progressivamente negli anni venti, quando Maroni e Contursi ne scrissero il testo, proponendo quindi una versione cantata.

Il popolare cantante Carlos Gardel la rese ancora più famosa e ne fece uno dei suoi pezzi preferiti a partire dal 1924 quando ne interpretò la sua versione. Da allora tango e Cumparsita sono quasi sinonimi, tanto che nel 1997 il brano è stato proclamato inno popolare e culturale uruguaiano. Non c’è sala da ballo al mondo che non suoni Cumparsita.

Anche oggi quando noi tangueri andiamo a ballare in milonga, il luogo dove si balla tango, aspettiamo con trepida attesa Cumparsita che generalmente è l’ultimo tango che viene proposto.

La serata in milonga si chiude così: gli irriducibili tangueri rimasti fino a tarda notte sanno che quel tango d’altri tempi è il segnale concordato di fine serata. Si tornerà finalmente a casa e si andrà a dormire, stanchi ma contenti.

Il piccolo contributo che la nostra rubrica desidera offrire oggi è proprio questo tango di altri tempi, antica melodia da processione, affinchè possa accompagnare nell’ultimo viaggio questa generazione che se ne sta andando, in silenzio, e che non verrà mai dimenticata; che questa melodia la affianchi nel cammino col passo dell’eternità del tango, perché tra le mille cose che questa generazione sapeva fare, sapeva anche ballare e nel ballo incontrava e conosceva l’amore.

“Si supieras que aun dentro de mi alma,

conservo aquel carino que tuve para ti.

Quien sabe si supieras, que nunca te he olvidado, volviendo a tu pasado, te acordaras de mi.”

“Se sapessi che ancora dentro la mia anima, conservo quell’affetto che avevo per te.

Chissà se sapevi che non ti ho mai dimenticato, ripensando al tuo passato, ti ricorderai di me”.

Un abbraccio!

Vittoria Maggio

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