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L'equilibrio tra origini e innovazione in Juan D’Arienzo

PUBBLICATO IL 26 giugno 2020

Ottava Tappa di Finché c’è tango c’è vita! Viaggio all’interno del nostro sentire

Nella nostra tappa precedente abbiamo indagato il tema del ritorno: un cardinale proposito nella vita ripreso nel tango che spesso canta di questo bisogno che tutti noi abbiamo.

Tornare è molto difficile: non si può essere come prima, ma non si può essere nemmeno così diversi da prima. Bisogna essere rinnovati nel profondo, essere noi e non essere noi, un equilibrio delicato tra origini e innovazione. Quasi un filtro magico.

Tornare rinnovati: non è ciò che stiamo provando a mettere in pratica tutti noi in questo “mezzo cammin” del 2020?

Tutti i grandi artisti hanno sempre avuto una forte volontà di modificare sé stessi e ciò che stava attorno a loro per generare nuove idee, combattendo a volte grandi battaglie di pensiero.

Nella storia del tango argentino uno di questi personaggi è stato Juan D’Arienzo.

“Dal mio punto di vista, il tango è, prima di tutto, ritmo, nervo, forza e carattere. Il tango delle origini aveva tutte queste caratteristiche, e noi dobbiamo cercare di non perderle mai…Da quando le abbiamo perse, alcuni anni fa, il tango argentino è entrato in crisi. Modestia a parte, ho fatto tutto il possibile per far in modo che ritornasse in auge!”

D’Arienzo: musicista, autore, direttore d’orchestra, nasce da immigrati italiani nel 1900 e nei suoi 76 anni di vita compone, arrangia e dirige centinaia di brani che tuttora fanno letteralmente correre i ballerini di tango a riempire la pista della milonga.

I piedi dei tangueri, se pur stanchi e doloranti dopo una nottata di ballo, non resistono al ritmo energico e vigoroso di questo straordinario artista.

Qual è il suo segreto, il suo filtro magico?

D’Arienzo con la sua musica è tornato alle radici del tango, diluite se non perse negli anni ’30 per una sorta di rallentamento nel ritmo della musica che aveva lasciato grande spazio ai cantanti dell’epoca e poco alla parte strumentale, all’orchestra e quindi al ballare.

D’Arienzo riprende le orchestre dei così detti anni d’oro del tango e ritorna alla musica in 2/4, al dos per cuatro, al ritmo della pulsazione naturale del cuore.

Ritorna all’ incalzante ritmo originario del tango che a volte lascia il fiato corto, e ne raffina però il tratto, il gusto, lo arricchisce di arrangiamenti moderni, strumentali, di pause e di rincorse, togliendo tutto ciò che era prevedibile all’ascolto e aggiungendo la sorpresa nell’esecuzione.

La sorpresa, ecco D’Arienzo ancora oggi sa sorprendere: bisogna essere dei ballerini molto preparati per ballare D’Arienzo, sia dal punto di vista tecnico, sia soprattutto dal punto di vista dell’ascolto. Bisogna avere ascoltato i suoi pezzi un numero infinito di volte per riuscire a entrare nella sua dinamica e a non cadere nei “tranelli”, negli scherzi di ritmo che creano una forma di competizione con sé stessi con le altre coppie danzanti.

Forse anche D’Arienzo voleva competere con i grandi nomi del tango venuti prima di lui e forse anche con quelli che dopo di lui sono arrivati.

E così ha lasciato il segno, riuscendo a trovare quel delicato equilibrio fra origini e innovazione, ha saputo far tornare il tango a nuovi splendori tanto che ancora oggi i ballerini vogliono la tanda di D’Arienzo.

Il tempo musicale è fatto di vado e torno, di arresto e riprendo, accelero, rallento e sto! Proprio come quando nella vita pensiamo di ritornare in un luogo caro o dal nostro amato: dubbi, certezze, desideri, paure, vado non vado, incalzo, mi fermo.

Balliamo tutti D’Arienzo nella vita!!!

I passi dei ballerini con i suoi brani si fanno leggeri, quasi silenziosi come gli assoli degli strumenti, trasformandosi, dopo una sagace pausa, in passi marcatamente marcati che quasi moltiplicano le gambe mentre ballano, esattamente come l’insieme corale degli strumenti della sua orchestra quando riprende a suonare all’unisono.

Juan D’Arienzo ha creato una grande orchestra perché per lui suonare musica era suonare con tanti strumenti:

“La base della mia orchestra è il pianoforte. Lo credo irrimpiazzabile. Io formo il mio gruppo con il piano, il contrabbasso, cinque violini, cinque bandoneones e tre cantanti. Mai meno elementi. Mi è capitato in alcune registrazioni di impiegare fino a dieci violini.”

La discografia di questo artista è immensa, difficile scegliere il tango preferito: come tanti tangueri, amo particolarmente il brano intitolato Loca, pazza in italiano, cosi travolgente, dissennato e d’altro canto un po’ pazzi bisogna essere per tornare!

D’Arienzo riprende la parte strumentale dal tema originale del 1922 di Manuel Joves: nel video dove dirige la sua orchestra durante Las Noches de Los Maestros al Teatro dell’Affratellamento nel 1936 si può vedere tutta la sua passione e la sua follia visionaria che lo hanno reso eterno.

Il suo sguardo completamente pervaso dalla musica, in estasi e rapito, trasmette una sorta di pazzia, come cita il titolo del brano, un’energica e ritmata pazzia, così come narra il testo originale che D’Arienzo abbandona per lasciare spazio unicamente al ritmo puro, per segnare e marcare ciò che per lui doveva tornare ad esser l’essenziale del tango: il ritmo, il tempo, il compas che gli fece meritare l’appellativo di El Rey del compas.

Se tutto passa nella vita, c’è invece chi come lui non passa e lascia il segno, restando nel tempo nonostante il cambiamento del tempo, ben in equilibrio fra radici e innovazione.

Per tornare lo sappiamo ci vuole un filtro magico a base di origini, innovazione e un pizzico di follia! Agitato, non mescolato 😊

Un abbraccio!

Vittoria Maggio

 

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