Due vite un tango

“A volte, quando crediamo di poterci prender gioco del destino, è il destino a prendersi gioco di noi. Un legittimo desiderio di evasione dal peso schiacciante della notorietà, un’innocente quanto ben architettata burla rischiano così di cambiare in modo drastico la vita del protagonista, messo di fronte al più drammatico dei dilemmi: essere o non essere più se stesso. Dalle Ande agli Appennini, passando per i Pirenei, per approdare nella Città Eterna e poi più su fin oltre le Alpi, si snoda la nuova e immaginaria vita di Gardel, il più famoso cantante della storia del tango. Vecchi amici ritrovati, nuovi sorprendenti incontri e soprattutto l’amore per una donna, bella, fragile e forte al tempo stesso, l’unica tra tante in grado di rubargli il cuore.
Il tutto sullo sfondo di un America latina dai tratti ancora selvaggi e misteriosi e di un’Europa che si avvia a grandi e inesorabili passi verso la Seconda Guerra Mondiale.Una storia coinvolgente, straripante di tutti i sentimenti che popolano l’animo umano, che si dipana passo dopo passo al ritmo costante della musica e del più sensuale dei balli.
Breve biografia dell’autore:
Giuseppe Baccaro, scultore ligneo e  grande appassionato di tango argentino, negli ultimi anni si è dedicato allo studio della storia di questo ballo e dei musicisti, cantanti, ballerini e direttori d’orchestra, che nella prima metà del secolo scorso, con le loro interpretazioni ineguagliabili, hanno reso popolare il tango in tutto il mondo.
Sulle biografie dei protagonisti degli anni d’oro del tango ha realizzato i documentari:
“Il mito di Gardel” (biografia di Carlos Gardel), “Quando Canaro aveva già l’orchestra”, (biografia di Francisco canaro e Ada Falcon), “Pichuco, il gigante buono”  (Biografia di Anibal Troilo), “Gricel, n amore per sempre.” (biografia di José Maria Contursi e Susana Gricel Viganò), “Recuerdo d’autore” (biografia di Osvaldo Pugliese).
Oltre alle biografie ha realizzato:
“Cinema e tango” un collage di scene cinematografiche dagli anni ’20 ai giorni nostri, “Tango animato” una serie di personaggi dei cartoon che si muovono e ballano al ritmo di vals, tango, milonga, candombe, zamba e chacarera). Questi lavori, proiettati gratuitamente in varie milonghe e cineteche romane hanno contribuito alla diffusione della cultura del tango fra gli appassionati della capitale. Come scrittore, Giuseppe Baccaro  ha pubblicato nel 2013 “D’amore e d’altro”, un libro di poesie e nel 2018, con Aporema Edizioni il suo primo romanzo: Due vite un tango”

 

 

 

 

 

 

 

 

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Aníbal Troilo

Bandoneonista, direttore e compositore, Aníbal Carmelo Troilo nacque a Buenos Aires l’11 luglio 1914. Juan Amendolaro fu la persona che introdusse Troilo ai segreti del bandoneon; dopo circa 6 mesi il maestro abbandonò il giovane Aníbal , il quale continuò lo studio e la sua evoluzione come bandoneonista autodidatta. All’età di 11 anni partecipò ad un festival di beneficienza organizzato nel “Cine Petit Colon” dove si esibì per la prima volta in pubblico. In seguito a questa sua performance, il proprietario della sala Petit Colon propose ad Aníbal Troilo un contratto di lavoro per aggregarsi all’orchestra che allietava normalmente le proiezioni cinematografiche. Di lì a poco Troilo si ritrovò a suonare in un quartetto di giovani ragazze nel Caffè Ferraro e successivamente, nel 1927, entrò nell’orchestra di Eduardo Ferri interpretando musiche popolari internazionali.

Nel 1928, ad appena 14 anni, creò il suo primo gruppo con il pianista Héctor Lagna Fietta, con il quale si esibì nel “Cine Palace Medrano”. Alla fine del 1930 debuttò nel famoso sestetto Vardaro-Pugliese, condividendo per la prima volta le scene con autorevoli personaggi del tango. Fu proprio l’incontro con Ortiz in questo sestetto che influenzò molto il giovane Aníbal nella sua maturazione come musicista e nella definizione di una linea stilistica  definitiva. Una volta sciolto il sestetto, Troilo ebbe l’opportunità di aggregarsi a Tania e Enrique Discépolo in una tournée in Spagna e Nord Africa. Purtroppo la madre di Aníbal si oppose fermamente a questa esperienza, pertanto il suo posto fu occupato da Horacio Pallás, con Lalo Scalise al pianoforte ed Elvino Vardaro al violino. L’anno successivo, Aníbal Troilo fu addirittura richiesto dal leggendario Juan Maglio “Pacho” per integrare la sua orchestra che si esibiva al Caffè  “Germinal” della “Calle Corrientes”.

Seguirono partecipazioni con le orchestre di Ciriaco Ortiz (Los Provincianos), di Julio De Caro dove condivise la fila di bandoneones con Pedro Laurenz, una breve collaborazione con il Trio Irusta-Fugazot-Demare, Juan D’Arienzo, Angel D’Agostino, Alfredo Gobbi, ed infine alcune registrazioni con la Orquesta Típica Porteña e la Orquesta Típica Victor diretta da Federico Scorticatti.

Tutte queste partecipazioni furono effettivamente di breve durata, come nella seconda orchestra di Elvino Vardaro con la quale viaggiò a Montevideo, Alfredo Attadía, Juan Carlos Cobián, ed infine il “Cuarteto del 900”. Insieme a José Maria Rizzuti al piano e Vicente Tagliacozzo al violino realizzò un trio esclusivamente dedicato alle incisioni per la casa discografica Victor. Nel 1937, all’età di 23 anni, Aníbal Troilo formò la sua prima orchestra che debuttò il 1 luglio 1937 al cabaret “Marabú” ed iniziò ad incidere nel 1938. Componevano quell’orchestra i bandoneonisti Juan Rodríguez “Toto” e Roberto Yannitelli (oltre allo stesso Troilo), Reynaldo Nichele, José Stilman e Pedro Sapochnik ai violini, Juan Fassio al contrabbasso, Orlando Goñi al pianoforte e Francisco Fiorentino come cantante.

Nel 1939, Troilo registrò una serie di brani per la casa discografica Columbia rimasti inediti a causa dell’imminente conflitto bellico che scosse tutto il mondo. Il 1 gennaio 1940, Aníbal Troilo debuttò ai microfoni di Radio El Mundo, si esibì al cabaret “Tibidabo”, e dal 1941 fino al 1950 incise per la casa discografica Victor, segnando così la tappa più importante della sua carriera artistica. Durante la decade del 50, Troilo viaggiò in Cile, Brasile e ripetutamente anche in Uruguay. Nel 1968 si presentò con la orchestra al 1° Festival del Tango a Medellín, Colombia. Aníbal Troilo fu sempre un uomo molto attaccato alle sue abitudini quotidiane e poco propenso a viaggiare con una certa frequenza. Si segnalano, infatti, solo due viaggi: il 25 maggio 1971 a New York, invitato dall’Ambasciata Argentina negli USA, e nel 1972 a Madrid unitamente ad una ambasciata culturale in visita nella capitale spagnola. Tra le sue partecipazioni cinematografiche, segnaliamo “Mi noche triste” del 1952 diretto da Lucas Demare, “Vida nocturna” del 1954 e “Buenas noches Buenos Aires” del 1964 diretti da Hugo Del Carril. Contestualmente al ruolo di direttore, dal 1953 partecipò al quartetto Troilo-Grela insieme a Edmundo Saldivar al “guitarrón”, Enrique Diaz “Kicho” al contrabbasso e Roberto Grela alla chitarra. Le ultime registrazioni di questa formazione, che divenne un quintetto, avvennero nel 1963 con Eugenio Pró al contrabbasso, Ernesto Baez al “guitarrón” e le chitarre di Roberto Grela e Roberto Lainez.

A partire dal 1968 Troilo fece parte di un quartetto con il quale registrò per l’etichetta Victor composto da Ubaldo Del Lio alla chitarra elettrica, Rafael Del Bagno al contrabbasso, Osvaldo Berlinghieri, prima, e José Colángelo, poi, al pianoforte. Troilo fu premiato diverse volte con il “Martín Fierro”, il massimo riconoscimento della Asociación de Periodistas de la Televisión y Radiofonía Argentinas. Il pubblico lo acclamò come “El bandoneón mayor de Buenos Aires” ed i suoi colleghi lo omaggiarono con temi come “Pichuco” (Armando Pontier), “Con T de Troilo” (Jorge Caldara), “El último bohemio” (Alfredo Gobbi), “Troilo” (Osvaldo Fresedo), “Bandola triste” (Raúl Garello), “Aníbal Troilo” (Julio De Caro), “Color Tango” (Julián Plaza), “Pichuqueando” (Domingo Mattío). Anche i poeti Julián Centeya, Héctor Gagliardi, Homero Expósito, Julio Camilloni, Carlos Carella, Acho Manzi e Alberto Mastra, tra gli altri, dedicarono versi in suo onore.

Insieme a Carlos Gardel, Troilo fu la figura più amata e riconosciuta nel mondo del tango. Le sue qualità umane ed artistiche si identificarono pienamente con lo stile di vita e di pensiero dell’uomo di Buenos Aires. Troilo morì nella sua città natale il 19 maggio 1975 all’età di 60 anni.

Fonti consultate

  1. Roberto Daus – La historia del Tango, vol. 2.
  2. Todo Tango – Semblanza de Aníbal Troilo por Néstor Pinzón
  3. La Milonga di Alvin – Biografia di Aníbal Troilo “Pichuco”

 

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TANGO APASIONADO

Maria Isabella Piana: terza classificata al concorso letterario Attimi di Tango

Nata a Catania, vive tra il mare e la montagna della sua isola. Dopo un lavoro amato, l’insegnamento, le occupazioni più piacevoli della sua vita sono il teatro e le scrittura. Ha lavorato anche in tv ne “Il commissario Montalbano” e in un paio di film. Ha pubblicato una raccolta di poesie DENTRO ed. Siciliano, due romanzi I RAGAZZI DELLA PIAZZA ed. Bompiani e CIELOMARE ed. Algra. Un suo racconto EMMA, premiato al concorso Themis, è stato pubblicato da Etna Edizioni.
Tre figli e quattro nipoti completano il quadro piuttosto movimentato delle sue giornate.

                                                                           Tango apasionado

Il corpo insegue l’anima

amante vinta

dalle note fuggenti

sulle corde nere danzano

bianche mani oscene

gambe ossute

di vecchio saltimbanco

che segna il tempo

dell’amore e del pianto

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Te le ricordi le nostre Milongas?

<< Sara, te le ricordi le nostre milongas di quando eravamo ragazze?>> Si, quando abbiamo incontrato il tanguero più bello e bravo quando ancora noi eravamo delle principianti, quella di Viareggio, dove andavamo spesso. Fu proprio una milonga speciale, non tanto per le emozioni provate ma perché l’avevamo conosciuto. Sudavamo freddo, quando avevamo capito che stava per venirci ad invitare per una tanda. Io soprattutto ero andata nel panico. Lui sembrava così sicuro di sé, per nulla preoccupato di dover ballare con una principiante. Vestito di tutto punto, elegantissimo in confronto a me che non avevo ancora comprato un vero abito da tango.

Si lo so. A pensarci adesso ti viene da sorridere, Maria. E quando poi ha invitato te invece che me porgendomi la mano ti sei girata verso di me mentre mi alzavo per darti un’occhiata di saluto con orgoglio. Già, sono rimasta male lo sai vero? Speravo nella seconda tanda e invece si eclissò senza degnarmi di uno sguardo. Ma chi cavolo ti credi di essere mi ero detta. Chi sei Gavito? Ma tu, dall’alto del tuo metro e ottanta, guardavi altrove. Non sapevamo nulla di lui, nemmeno il suo nome.

Poi, Sara, sei tornata con un sorriso radiante ed io crepavo di invidia. Per consolarmi sono andata a prendere qualcosa al bar, qualcosa di forte, che non essendo abituata, mi girava la testa e vedevo sfocati tutti i ballerini, figuriamoci se potevo a quel punto provare a fare una mirada. Già che da principianti se ne fanno poche e male. Ti ricordi quando ci rendemmo conto che dopo l’annuncio dell’ultima tanda lui si era avvicinato a me con il suo sguardo intenso e penetrante per invitarmi? Mi avevi dato una gomitata per farmi capire e per svegliarmi dall’ipnosi nella quale ero caduta poiché non mi alzavo dalla sedia. La sua risata aveva sovrastato il mio piccolo grido di dolore. Quella ilarità che metteva allegria, e che lui, sin dalla prima tanda con me, ha sempre manifestato. E poi abbiamo preso a frequentarci anche fuori dalla milonga. Stesse amicizie, stessa compagnia. E abbiamo messo su famiglia. O meglio, ci siamo sposati, come ampiamente previsto quando cupido traccia il suo destino tra un uomo e una donna quando ballano insieme un tango. Hai memoria di quando io venivo in milonga con il pancione? Avere poi un bambino da scarrozzare dietro a tutte le milongas e cercare qualche buon anima che lo tenesse in braccio per consentirmi di fare una tanda?

Mattia era orgoglioso di me! E a me non fregava niente dei bei sorrisi della gente che si soffermava a fare un complimento al bimbo, una carezza, e con ciò avevo cominciato a intristirmi. Da principio credevo fosse perché non potevo ballare tutte le tande che volevo e andare in tutti i posti desiderati e frequentati da sempre. Ma non era quello, poi l’ho capito, che mi aveva spezzato la voglia di sorridere. Le aspettative di tutti i presenti avevano iniziato a pesarmi. Non parlo degli organizzatori che si prodigavano per trovarci il posto migliore o dei nostri amici che erano del tutto sinceri. Erano gli altri che mi avevano fiaccato. Non te ne avevo mai parlato, ma erano quelli che non ti avevano mai considerata fino a quel giorno e che invece adesso non perdevano occasione per dirmi qualcosa. Cercavo sempre di evitarli, con le buone maniere, di tenerli lontani. Ma tanti non capivano proprio che non ero li come mamma, ma come tanguera. Io avrei voluto ballare, ballare, ballare, come se non ci fosse un domani. E spesso i tangueri venivano da me ma non mi invitavano per la tanda. Mattia invece ballava senza tregua con o senza di me. Qualche volta mi dava il cambio, certo, ma non è la stessa cosa poiché l’uomo balla nel momento che decide dato che le donne sono sempre disponibili e in maggioranza mentre noi tangueras, in qualsiasi condizione ci troviamo, un po’ ce la dobbiamo sudare.

Avresti potuto parlarmene, di come stavi, di come ti sentivi veramente, invece di tenerti tutto dentro. Io che venivo a raccontarti di aver ballato con Tizio e Caio e di essermi trovata bene. Ti raccontavo dei ganchi e degli splendidi volei che mi aveva fatto fare Mario. Poi abbiamo smesso di frequentarci e non siamo più andate insieme in milonga. Senza motivi apparenti. Ti invitavo alla milonga del venerdì e tu non potevi. Ti invitavo ai Festival e non potevi mancare per tre giorni consecutivi da casa.
Quando è nato il mio secondo figlio non sei nemmeno venuta a conoscerlo. E poi una delle tante sere passate in milonga era apparso un tanguero di cui non ricordavo il nome, accompagnato da una bellissima donna. << Roberto. Si chiama Roberto>> mi avevi detto quasi arrabbiata. Come facevi a ricordarti il suo nome rimarrà sempre un mistero. Per me erano tutti uguali: tangueri da ballare uno dopo l’altro e buona sera. Avevi presente pure la sua ex fidanzata tanguera come se ti importasse veramente di lui. Fino a che non sei più venuta e hai lasciato il tango. E adesso mi tocca venirti a trovare a casa tua. Ed è successa un’altra cosa strana, di quelle che farebbero risuonare la bella risata di Mattia. L’altro sabato in milonga ho incontrato Silvio, il ballerino con cui avevi cominciato la scuola, con il quale hai ballato per i primi mesi e che ora è diventato bravissimo e fa il maestro di tango. Nei suoi modi ho ritrovato frammenti di te, avvertivo forte, in fondo ai suoi occhi, la tua mancanza, Sara. Mi ha invitata per una tanda e si è ricordato di te: <<Ho saputo che Sara ha un altro figlio adesso…>>.
Poi la voce gli si è come spezzata. In fondo era sempre stato e lo è ancora, innamorato di te.

E’ proprio vero, la prima ballerina con cui si fa la prima tanda, non si scorda mai.

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Carlos di Sarli

Carlos Di Sarli inizia il suo percorso discografico il 26 novembre 1928, incidendo con il suo Sexteto per l’etichetta RCA Victor. I primi due brani che registra sono “T.B.C.” e “La guitarrita”. Curiosamente nel disco viene riportata la dicitura “Carlos Di Sarli y su Orquesta Típica”, invece di Sexteto. Al di là di questa mero dettaglio, Di Sarli si lega alla RCA Victor fino al 14 agosto 1931 come “Sexteto”, realizzando 49 incisioni, per poi continuare la sua collaborazione fino al 1948 come “Orquesta Típica”. Nei due anni successivi (1949 e 1950) il maestro scioglie la propria orchestra, pertanto non si hanno registrazioni relativa a questo biennio. Le attività riprendono nel 1951, questa volta sotto l’egida della Music Hall, fino al 1953. Chiusa la parentesi con questa casa discografica, Di Sarli riprende la propria collaborazione con la RCA Victor, fin quasi al termine della carriera, nel 1958. Gli ultimi 14 brani il maestro li incide nel novembre del ’58 per l’etichetta Philips. Complessivamente le fonti bibliografiche riportano dati non concordanti circa la produzione discografica del maestro. Secondo la banca dati di Bernhard Gehberger 418 sono i  brani attribuibili a Di Sarli. A queste vanno aggiunte 6 tracce, dubbie per attribuzione o avvenuta incisione su disco. Da parte mia, dopo diversi controlli incrociati, sono giunto a 419 incisioni sicuramente attribuibili a Di Sarli.

Pilastro dell’espressione musicale più sofisticata del tango, Carlos Di Sarli fu il creatore di uno stile che ancora oggi porta il suo nome, ed è apprezzato ovunque da migliaia di appassionati, ballerini e musicisti meritandosi l’appellativo “El Señor del Tango”. Ancorato alla prima modalità interpretativa di Osvaldo Fresedo, Di Sarli sviluppa una sua impronta staccandosi dal contesto storico in cui opera, dominato dai successi del “Estilo D’Arienzo” degli anni 30 ed aprendo gli orizzonti alla decade del 40, così prolifica di artisti e variegata di stili, al punto da meritarsi il titolo di Epoca de Oro. La dissonanza tra la ritmica darienzista e la nuova proposta di Carlos Di Sarli è ancora più marcata se si considera che alla fine degli anni 30 la maggior parte delle orchestre tendeva ad assomigliarsi, cavalcando l’onda del “Rey del Compás” con l’intento di contendersi il favore del pubblico nelle milonghe.

In questo contesto, si può ragionevolmente ritenere il contributo di Di Sarli al tango come un prezioso tesoro stilistico, rimasto fedele ad un suono inconfondibile lungo la sua trentennale attività artistica e inimitato. È infatti difficile individuare un altro musicista che abbia saputo combinare la cadenza ritmica del tango con una struttura armonica in apparenza semplice, ed invece così ricca di sottigliezze e sfumature.

Agli inizi della sua carriera, Di Sarli assorbe alcune caratteristiche della figura dominante di quel periodo, Francisco Canaro, soprattutto nell’equilibrio formale degli arrangiamenti. Tuttavia, fin dalla sua prima esperienza nel Sexteto da lui diretto, si allontana sia dallo stile Decareano che da quello tradizionalista di Canaro e Firpo, attingendo a piene mani dal suo maestro Osvaldo Fresedo, al quale sarà sempre riconoscente.

Sebbene tra la fine degli anni trenta e l’inizio dei quaranta anche l’esecuzione di Di Sarli fu in parte influenzata dal darienzismo imperante, già a metà della decade lo stile trattenuto che lo ho reso famoso riprende il sopravvento, per non modificarsi più fino agli ultimi anni di attività. Tuttavia il periodo caratterizzato con un tempo più velocizzato, che comunque non tocca nulla della struttura stilistica di Di Sarli, ci ha consegnato brani pregevolissimi, come Corazón, con la voce di Roberto Rufino.

In effetti, Di Sarli si licenziò rapidamente dallo stile di D’Arienzo per riprendere il messaggio del suo predecessore, ma sviluppando uno schema studiato per esaltare la propria capacità espressiva al pianoforte basata sull’alternanza di sfumature stilistiche (staccato, legato, crescendo, controcanto e pianissimo). Questo ha generato una impronta musicale che alfine si impose come indipendente e non riconducibile ad altro. Uno stile che trova la sua piena affermazione negli anni 40 con grande spazio lasciato alla melodia dei violini ed i bandoneones (con il predominio dei primi sui secondi) per lo più relegati alla sezione ritmica, o al più al canto della melodia.

Di Sarli adotta prevalentemente un ritmo che scandisce l’inizio e la metà della battuta, accentuando ed articolando assai spesso tutte le semicrome tra un quarto e l’altro, con lo staccato dei violini ed i bandoneones. Il pianoforte è il motore di questa struttura, che riempie gli spazi tra le frasi musicali ed abbelisce con una cornice melodica la voce degli archi e dei bandoneones. Il risultato di questo modo di scandire il ritmo è l’accentuazione di una sensazione di lentezza, che rende il sapore delle esecuzioni sempre piuttosto solenne. Differenti strutture si alternano all’interno di un brano, secondo le diverse frasi musicali proposte, eppur sempre differenziando quelle ritmiche da quelle espressive e melodiche (A la gran muñeca, Milonguero viejo, Bahía blanca, ecc). Nel suo schema orchestrale non esistono assoli strumentali. La fila dei bandoneones suonano a tratti al melodia, ma per lo più conserva un ruolo prettamente ritmico e milonghero; solo il violino si stacca in maniera delicata in qualche sporadico assolo o controcanto. L’effetto di questa sezione ritmica è quello di un raffinato suono a metà tra bandoneon e violino. Un effetto estremamente adatto al tango ballato, come si può ascoltare nella bella interpretazione di 9 puntos, esempio diamantino dello stile di Di Sarli, col suo ritmo trattenuto, il suono violino/bandoneon in funzione ritmica, il poderoso pianismo che tutto raccorda sui bassi ed articola tra i quarti con i suoni più acuti. Il pianoforte pilota tutta l’esecuzione, con suggerimenti ricamati nella sezione della tastiera che uniscono i tempi dei brani in forma estremamente delicata ed elegante. Questa caratteristica divenne la firma peculiare delle interpretazioni di Di Sarli. La personalità e l’inventiva di Di Sarli è riscontrabile in maniera evidente nella sua mano sinistra con la quale ideò una forma espressiva, di accentuazione, di modulazione difficilmente eguagliabile. Si noti in particolare il suo modo di trasporre all’estrema sezione sinistra della tastiera del pianoforte il ruolo che era stato, agli albori del tango, quello delle corde basse della chitarra. Fu con questa caratteristica stilistica che Di Sarli seppe rendere il raffinato melodismo di Fresedo in forma milonghera.

Fonti consultate

  1. Sierra L.A. (1966). Historia de la Orquesta Típica: Evolución instrumental del tango.
  2. La Milonga di Alvin Carlos Di Sarli,discografia e stile
  3. Tango-DJ ATdi Bernhard Gehberger
  4. Todo Tango – Semblanza de Carlos Di Sarli
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L’eredità

Alessandra Demichelis seconda classificata al concorso letterario Attimi di Tango

Sono nata e vivo a Cuneo da sempre. Lavoro all’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Cuneo dove mi occupo della biblioteca e di ricerca. Come un archeologo mi piace scavare negli archivi per trovare vicende, personaggi dimenticati e cercare di riportarli alla luce. La scrittura è parte fondamentale di questo impegno, e una passione che coltivo da anni. Ho pubblicato alcuni saggi e un romanzo. Il tango, invece, è incontro molto più recente (un paio d’anni appena), ma ugualmente folgorante.

L’eredità

Avevo ventitré anni e adoravo il vecchio André. Quando morì mi lasciò una valigia decrepita, da cui non si separava mai. La ritirai due giorni dopo il funerale. Me la consegnò il capo infermiere. “Abbine cura – disse – e apri le orecchie”. Non ebbi il tempo di chiedergli spiegazioni. Quella stessa sera l’appoggiai sul tappeto del salotto e restai immobile a fissarne il contenuto.
Erano dischi, ottantasei per la precisione, ognuno conservato nella sua copertina originale. Nomi sconosciuti rimbalzavano davanti ai miei occhi e la parola “tango” rimandava un’idea di cose antiquate, quanto di più distante dai miei gusti e dal mio mondo si potesse immaginare.
Passai la notte a farmi domande cui non trovavo risposte. Perché André aveva voluto che li avessi io? Sapevo degli anni trascorsi in Argentina ma Dio, il nonno ballerino di tango non ce lo vedevo. Solo più tardi trovai la busta, nascosta in una tasca interna della valigia. Dentro, un biglietto con un numero di telefono.

Nei giorni e nei mesi successivi il giradischi cominciò a spandere per casa le note del pianoforte di Pugliese, del bandoneon di quel diavolo di Troilo. A poco a poco imparai a distinguere i musicisti e a stabilire le mie preferenze. Corde insospettabili presero a vibrare dentro di me. Una sera composi il numero scritto a mano sul biglietto. Rispose la voce di un uomo anziano, dall’accento straniero. Sarebbe diventato il mio primo maestro, tanguero di età indefinibile che per un anno mi insegnò tutto ciò che sapeva cominciando con il farmi camminare, camminare, camminare, e muovermi insieme e dentro alla musica. Era come se prima di quel momento il mio corpo non mi fosse mai appartenuto.
Il giorno in cui entrai per la prima volta in una milonga fui risucchiato in una bolla senza tempo. Ricordo i disegni geometrici in bianco e nero del pavimento e le persone assorte, perdute nei loro abbracci. Rimasi inchiodato alla sedia per quasi tutta la sera, diviso tra esaltazione e terrore.
Forse fu lei a catturare i miei occhi e a incoraggiarmi, o forse il desiderio vinse l’insicurezza. Mi alzai. Era una ragazza semplice, con il viso aperto in un sorriso. Le porgo la mano, il suo braccio mi avvolge dolcemente. Il cuore batte così forte contro il suo petto che penso: “se ne accorgerà”. Sento che si solleva un poco, avvicina la guancia alla mia, sfiorandola appena. Quando partono le prime note di Recuerdo ho il tempo di sentire nella mia testa la voce del maestro che dice: “aspetta la frase”. Aspetto, e lei chiude gli occhi.

Ballai la mia prima, vera, tanda come se fosse l’ultima della vita. E a quella ne seguirono altre, così numerose che non posso contarle. Non ho mai smesso. Qualche volta, però, mi piace restare seduto a occhi chiusi. Mi concentro sul fruscio dei piedi e vado in un tempo lontano, diverso, finché riesco a immaginarlo, elegante sulla pista, con i capelli ancora folti, le gambe svelte, che guarda verso di me, e mi strizza l’occhio. André.

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Infinitango

 Giacomo Marchi – Primo Classificato al Concorso Letterario Attimi di Tango 

Brevemente, di me, posso dire che sono nato nella seconda metà del ‘900. Nell’altro millennio, se preferite. Mi piace pensarlo come l’anno in cui Marquez scriveva il suo capolavoro: il ’67. Transitando in un’adolescenza spensierata, sono arrivato all’età adulta senza grossi scossoni emotivi; età che mi ha consegnato due figli stupendi e la voglia di giocare un po’ con le parole: è stato allora che ho scoperto che inchiostro e carta bianca non esercitavano più la stessa terrificante oppressione dei compiti scolastici. Poi – come seme appena germogliato è esposto alle intemperie – la fortuna di incontrare un’amica che ha saputo accudire e irrigare voglia e capacità di scrivere mi ha messo al riparo dalle perturbazioni della vita….e del tango sapevo ben poco, lo ammetto. Ma il fascino della sola parola è stata esca sull’amo. Ho sempre associato la parola “tango” alla copertina di un vecchio disco di Adel Valentine che aveva mio padre: è successo anche nel momento in cui ho letto il vostro bando di concorso. Allora mi sono detto: mi piace,proviamo…

              Infinitango 

Io sono nato in casa. Otto anni fa.
Quel giorno c’era la musica. Ma in casa mia c’è sempre la musica: tango. Solo tango.

–    “Orario?
–    “Av-av-av…”
–    “Antiorario?”
–    “Sv-sv…”
–    “Ebbravo il mio mezzo meccanico!”

Sì, sono balbuziente. E non mi dà neanche il tempo di finire le parole. Una tirata alla sigaretta, una patta in testa, rialza la musica alla radio, e si mette a lavorare dentro a qualche cofano, con quel fumo che gli impedisce quasi di vedere spinterogeni e radiatori.
Il giorno in cui sono nato, mentre mettevo fuori la testa, mio padre disse: “Fermi tutti! E’ finito il disco!”, e andò di corsa a far ripartire Gardel, appoggiando il catino con l’acqua calda e le pezze in terra, lasciando la levatrice con gli occhi sbarrati e la mia testa tra le mani, mia mamma a metà di una spinta dolorosissima, e me, mezzo fuori e mezzo dentro.
Un pazzo.
Una volta tornato in camera, mia madre gli sorrise: “Grazie, amore!”.
Due pazzi.
Forse i miei smisero di ballare soltanto tra la rottura delle acque e il taglio del cordone.
“Io… andrei un momento di là”, disse mio padre, mentre la levatrice mi toglieva dalla testa tutto quello schifo di roba bianca.
‘Di là’ significava in salotto; a ballare.
Antiorario, svita. Orario, avvita. Lo so da quando avevo sei anni. Da quando mio padre mi porta, ogni sabato, all’officina dove lavora.
Prima di entrare si sofferma, guarda la targa sopra alla saracinesca e mi dice: “Quando la compreremo farò un’insegna nuova, Pedro. Rossa. ‘Garage Romero’. Senti come suona bene?”, e tira un’altra boccata di sigaretta.
I miei ballano continuamente il tango.
Mi mandano fuori di testa.
Mio padre ha portato un grammofono sulla terrazza del nostro palazzo. La gente che passa, giù in strada, alza la testa e cerca di capire da dove arrivi quella musica.
Che vista lassù; chissà come sarebbe bello volare sopra Buenos Aires.
E loro ballano su quella terrazza fino allo sfinimento, ore e ore, sudati fradici.
Poi, a un certo punto, quando decidono – e non chiedetemi come – che quella è l’ultima nota dell’ultimo pezzo, attaccano una corsa verso la ringhiera di sicurezza, tenendosi per mano, e con un salto ci si siedono a cavalcioni; al nono piano del palazzo, con una gamba che penzola nel vuoto. E fumano.
Due idioti.
Io non ne posso più di quella musica.
Per fare i compiti devo andare al parco, perché in casa mi scoppia la testa.
Quando la sera vado a dormire, mia madre ha talmente fretta di andare a ballare che raramente mi dà il bacio della buonanotte.
E iniziano. E mi tocca dormire con la testa sotto al cuscino.
Al mattino, dopo che hanno ballato chissà quanto, mia madre dorme sul divano e mio padre si trascina in bagno per prepararsi e andare al lavoro; come sempre in ritardo.

“Non fare tardi a scuola, Pedro, eh!”.

Mio padre non sa neanche dove sia la mia scuola.

Alla maestra ho detto che fa il marinaio e non viene quasi mai a casa.

Stanotte, mentre tutti dormivano, sono salito in terrazza con una chiave inglese, e mi sono avvicinato alla ringhiera.

Antiorario, svita.

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Carlos di Sarli

Pianista, direttore e compositore, Cayetano Di Sarli (il suo vero nome), nacque a Bahía Blanca il 7 gennaio 1903. Fin da bambino coltivò i suoi interessi musicali studiando al Conservatorio Williams, dove suo fratello maggiore, Domingo, era professore.

Ad appena 13 anni Carlos iniziò il suo  percorso professionale in una sala cinematografica ed in un locale per feste gestito da un amico di famiglia (Mario Manara, italiano come il padre di Di Sarli), nel paese di Santa Rosa de Toay, provincia di La Pampa. Nel 1919 tornò a Bahía Blanca dove formò un gruppo musicale con suo fratello Roque; con questa formazione realizzarono alcune performance nella provincia e più in particolare nella sua città natale. Nel 1923 arrivò a Buenos Aires con suo fratello Nicolás, che era tenore, cominciando a proporsi in diverse caffetterie della capitale e accompagnando alcuni solisti. Inizialmente si lega al musicista Alberico Spatola, direttore della banda della polizia di Buenos Aires, e partente ai Di Sarli. Lo stesso Alberico lo mette in contatto con il bandoneonista Anselmo Aieta per unirsi alla sua formazione. Col tempo, Di Sarli si inserì in diverse formazioni, come quelle di Juan Pedro Castillo “El Rey del Pizzicato”, Alejandro Scarpino (autore del tango “Canaro en París”) e dei fratelli Fortunato e Carmelo Mattino. Infine, approdò nell’orchestra di Osvaldo Fresedo, il quale lo mise alla direzione di una delle sue formazioni, inaugurando il Teatro Fénix del barrio “Flores”.

Alla fine del 1927 Di Sarli costituì il suo primo “Sexteto”, chiamando sotto la propria guida i violinisti José Pécora e David Abransky, i bandoneonisti César Ginzo e Tito Landó e il contrabbassista Adolfo Krauss. A se stesso riservò il posto di pianista, oltre che direttore. Di fatto, Carlos Di Sarli fu un pianista talentuoso, forse tra i più importanti nel mondo del tango, e dirisse sempre le proprie orchestre seduto al pianoforte, dal quale dominava la sincronia e l’esecuzione di tutti gli strumenti. Il suo debutto avvenne lo stesso 1928 nel Cabaret Chantecler, ma il suo contratto di lavoro durò per poco, a causa di alcune diatribe con il proprietario del locale. In effetti erano tempi duri per gli impresari ed anche per le orchestre, vista la nascita quasi contemporanea di molte formazioni eccellenti che si facevano una concorrenza spietata. Fu sempre nel 1928, e con questa formazione, che Di Sarli inziò le sue prime incisioni discografiche per la RCA Victor (precisamente il 26 novembre 1928). Nel 1935 collaborò con Juan Cambareri, nel 1937 integrò il “Trío N°1” insieme al violinista Cayetano Puglisi e al bandoneonista Ciriaco Ortíz; lo stesso anno, successivamente, si unì anche a Juan Canaro. Nel gennaio 1939 Di Sarli fa il suo debutto a Radio El Mundo, mentre nel novembre dello stesso anno torna ad incidere per la Victor.

Nelle orchestre composte da Di Sarli passarono eccellenti musicisti ed interpreti del tango, come i violinisti Roberto Guisado, Bernardo Weber, Simón Bajour, Elvino Vardaro, e Adolfo Péreze. Nondimeno, furono i bandoneonisti, tra i quali si citano Roberto Gianitelli, Félix Verdi, Federico Scorticati, Leopoldo Federico, Angel Ramos, Julián Plaza e José Libertella. Al contrabbasso si alternarono Alfredo Sciarreta, Hamlet Greco e Domingo Capurro, mentre le voci di Santiago Devin, Ernesto Famá, Fernando Díaz, Antonio Rodríguez Lesende, Roberto Rufino, Alberto Podestá, Jorge Durán, Oscar Serpa, Mario Pomar e Roberto Florio abbellirono molti dei brani del maestro. Tra le tante opere scritte da Di Sarli, vale la pena menzionare i tanghi “Bahía Blanca”, “Milonguero viejo” (dedicata al suo maestro Osvaldo Fresedo), “Nido gaucho”, “La capilla blanca”, “Porteño y bailarín” e “Verdemar”.

Carlos Di Sarli morì nella sua casa di Olivos, in provincia di Buenos Aires, il 12 gennaio 1960, all’età di 57 anni. In diverse occasioni Aníbal Troilo definì l’orchestra di Di Sarli come la migliore nella storia del tango argentino, una definizione da tenere senz’altro in considerazione.

Fonti consultate

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LA SPERANZA NEGLI OCCHI

Liberamente ispirato a una storia vera

in  ricordo della famiglia Putetto

e di tutti gli emigrati in Argentina

 

Nota introduttiva

Nonostante l’emigrazione italiana abbia toccato i più svariati continenti è solo in Argentina che la comunità italiana è cresciuta, negli anni tra fine 800 e inizio 900, in modo esponenziale, grazie all’articolo 25 della Costituzione Argentina, che favoriva l’immigrazione e garantiva posti di lavoro con assegnazione, in alcuni casi, di terre gratuitamente.

Piccoli gruppi di italiani cominciarono ad arrivare in Argentina già dalla seconda metà del XVIII secolo, tuttavia è tra il 1870 e il 1930 che si ebbe il grande afflusso del cosiddetto periodo della grande emigrazione. Secondo le stime partirono dall’Italia verso l’Argentina circa 3 milioni di persone tra il 1876 e il 1976, con punte massime tra il 1905 e il 1914.

Se da un lato gli italiani partivano per sfuggire a condizioni di diffusa povertà, elevata pressione demografica, d’altro canto in quel periodo l’Argentina era un paese con un forte bisogno di immigrati: l’impegno di accoglienza, sancito fin nella costituzione del 1853, trovava le sue ragioni in un paese di fatto sottopopolato e desideroso di popolare le grandi regioni da poco conquistate (la Patagonia).

Relazioni che sono continuate nel tempo e che sono testimoniate dai molti prodotti della cucina  italiana presenti in quella argentina, che non trovano connotazioni linguistiche solo a causa dell’elevata frammentazione dei dialetti e del forte analfabetismo che ancora colpiva l’Italia in quegli anni.

Molti italiani sono partiti alla volta del nuovo continente in quel periodo, con tanti sogni e pochi soldi, alla ricerca della fortuna.

In pochi sono tornati riuscendo a costruirsi una nuova vita, attraverso il lavoro duro, ma con molta dignità.

Il Tango ha rappresentato, per molti emigrati in Argentina,  un momento di aggregazione, incontro ed è divenuto uno strumento per integrarsi, in un paese che stava crescendo; così come successivamente, nei momenti più bui degli anni 70 e 80, una voce con cui protestare, quando il resto del mondo sembrava sordo a ciò che stata succedendo.

Un processo inverso a quello che caratterizza i giorni nostri, in cui l’Italia è vista come meta di speranza per le persone che arrivano dall’Africa.

I fatti recenti che si stanno verificando, ci danno indicazione di come questa nuova immigrazione sia percepita come un peso; i paesi europei sono impreparati ad accogliere con il sorriso queste persone, ancora oggi il lavoro ci sarebbe per queste persone, e potrebbero divenire un aiuto ad una economia e a paesi anagraficamente vecchi, semplicemente strutturando una rete di solidarietà internazionale, che dia dignità all’individuo e possibilità di integrarsi.

Giovanni e Domenico partirono un giorno come tanti da Revello per arrivare fino a un piccolo paese  del dipartimento di Santa Maria in provincia di Còrdoba, in Argentina.

Era il 1908 quando l’ultimo fratello, il più giovane, Antonio appena maggiorenne, con la tristezza nel cuore di chi lascia le persone care, ma con la speranza negli occhi, si accingeva a salutare le sorelle Margherita Carolina e Vittoria, ormai era pronto per raggiungere chi lo aveva preceduto e lo aveva convinto al lungo viaggio verso le Americhe.

Non quelle conosciute del nord, dove si dirigevano normalmente gli italiani ma terre ancora da scoprire che aspettavano braccia pronte per coltivare la terra.

Un paese sotto popolato che aveva recentemente conquistato e annesso un territorio vastissimo come quello della Patagonia, dove i padroni erano persone buone, così gli aveva scritto suo fratello  nell’ultima lettera.

La povertà era tanta e dopo la truffa subita dal padre, che li aveva costretti ad abbandonare la casa, dove avevano sempre vissuto, l’umiliazione di andare sotto padrone in Italia, non poteva accettarla.

Il governo argentino, si diceva, aver aperto le braccia ai popoli di tutto il modo, offrendo speranza in momento di estrema crisi per l’Europa.

Una politica mirata a ripopolare il paese, e a farlo crescere.

Ciò che si raccontava era vero, c’era lavoro e ben pagato e chi sapeva coltivare la terra, o fare l’artigiano non aveva problemi a trovare lavoro in poche giornate.

Tutti e tre i fratelli Putetto lavoravano presso un possidente terriero della zona e oltre a riuscire a vivere dignitosamente mettevano qualche risparmio da parte per mandare alle sorelle.

Giovanni il più vecchio era riuscito a conquistare la fiducia del proprietario e spesso lo accompagnava nei viaggi di lavoro anche a Buenos Aires.

Nell’ultimo  viaggio era capitato in un quartiere dove aveva trovato moltissimi italiani che negli ultimi anni erano arrivati dal sud Italia.

A dir la verità, se non gli avessero detto che erano sui connazionali non ci avrebbe creduto, parlavano un dialetto talmente diverso che sembravano per lui stranieri più degli argentini.

Si la lingua era un problema, non imparare lo spagnolo, ma trovare qualche italiano in grado di capirti. L’Italia era un paese in cui l’analfabetismo era altissimo e la frammentazione dei dialetti,  rendeva la nazione ancora priva di un collante in cui riconoscersi, oltre a una bandiera.

Uniti sotto il regno sabaudo ma ancora fortemente divisi.

Giovanni era desideroso di trovare moglie e quindi usava  i pochi momenti liberi nei viaggi di lavoro per trovare la sua anima gemella.

Sapeva di voler una donna dolce, che cucinasse bene, disposta a seguirlo  fuori dalla città; la bellezza non era così importante, ma su una cosa non sarebbe sceso a compromessi; doveva essere italiana.

Giovanni era intenzionato a ritornarci nelle pianure della “Granada” ma con moglie e soldi  guadagnati con il sudore.

Aveva un compito come fratello maggiore, riscattare le ingiustizie che la sua famiglia aveva subito.

Lo aveva raccontato a tutti nelle lettere che aveva spedito negli ultimi 2 anni e che il fratello più piccolo, unico ad avere un minimo di istruzione, scriveva alla famiglia.

A Santa Maria di italiani ce n’erano e non pochi, ma si trattava prevalentemente di uomini e le poche donne che avevano raggiunto i familiari erano Napoletane con usi e costumi completamente diversi dai suoi e Giovanni non riusciva a farsi capire.

Lui desiderava una donna con cui poter parlare e condividere le scelte della vita, non solo una madre per i suoi figli.

La vita riserva sempre delle sorprese e fa a volte degli strani scherzi; mentre ormai sull’imbrunire attraversa un quartiere nuovo dove non era mai stato, venne attratto da una musica che usciva da un piccolo locale, dalle note calde, ma molto tristi.

Seguendo la musica che man mano si avvicinava ad un palazzo vetusto diveniva sempre più alta, si ritrovò dentro una piccola stanza dove ballano un ballo a lui sconosciuto.

Il caldo il sudore si mischiavano alla musica, corpi che a volte si accarezzavano, altre si allontanavano, e in alcuni casi sembravano fondersi in un tutt’uno.

Vedeva tanta passione e sensualità negli occhi di chi ballava.

Stordito da ciò che vedeva era rimasto immobile sulla porta di ingresso del locale, quando una donnina minuta e magra dalla pelle olivastra gli si era avvicinata gli chiedeva “balli?”

Ritornato nel presente rispose “non so ballare questa musica”.

Lei lo trascinò per mano nella stanzetta accanto molto buia e dopo avergli chiesto il nome a cui lui non rispose, dopo un attimo di esitazione, si presentò dicendo Soledad Milagros Celeste”.

Gli prese le braccia e le mani e gliele impostò come per gli altri ballerini della sala accanto e subito dopo posizionò il suo seno proprio sotto al petto di Giovanni, aiutandolo a chiudere l’abbraccio.

Era strano non sapeva nulla di quel ballo ma quel contatto fisico gli piaceva.

Lei era leggerissima, come una piuma e riusciva guidarlo, pur facendogli credere che era lui a scegliere quale passo muovere. Un passo indietro, un’apertura e poi avanti, destro sinistro, una pausa e lei finiva in un incrocio proprio davanti a lui.

Giovanni si sentì una scossa, un brivido, lungo tutta la schiena e strinse di più l’abbraccio e condusse la sua musa ballerina nell’altra stanza.

Non stava pensando a nulla perso in quella musica sensuale con il viso di lei che sempre più si avvicinava e si appoggiava al suo. Si sentiva come se qualcuno gli avesse acceso un fuoco sotto le scarpe ma tutto quel calore stranamente era piacevole.

Perdendo il collegamento con la realtà ballò fino a che la gola non era arsa e senza saliva, poi si staccò da quella donna che lo stava turbato così profondamente e si accorse che il tempo era passato velocissimo.

Ormai era sera, quasi notte guardò l’orologio nel taschino, regalatogli dal padre erano le ventuno e trenta e alle ventidue il treno ripartiva.

Lei lo guardo e in punta di piedi quasi fosse sospesa nell’aria lo baciò con intensità da togliergli il fiato: “italiano dagli occhi azzurri, qual è il tuo nome?”

Prese la mano della donna e gli sussurrò nel suo spagnolo stentato “Giovanni, scusa non te lo avevo detto, devo andare non sono di Buenos Aires, ho un treno in partenza, ma ritornerò qui il prossimo autunno aspettami.”

Lei riuscì solo a dire “Ti amo”.

Giovanni uscì e corse verso l’albergo del suo signorotto, non le aveva chiesto dove abitasse, non le aveva chiesto nulla come avrebbe fatto a ritrovarla?

Solo quando sali su treno dopo aver caricato le valigie ebbe il primo momento per riflettere su ciò che era successo poche ore prima.

Come mai aveva detto quelle frasi a quella donna che neanche la conosceva?

Sentiva ancora il profumo di lei sulla sua camicia, i capelli sudati che le incorniciavano il viso, le labbra rosse e carnose che lo avevano baciato, stregato.

Si quella donna lo aveva stregato; una professionista, faceva quello per vivere, gli uomini per lei erano solo un lavoro e sapeva fingere. Chissà quante volte l’aveva fatto in un letto e mentre si ripeteva mentalmente queste frasi quasi fossero un mantra, il viso di lei riappariva.

Risentiva la musica gli odori, ogni singolo istante di quelle poche ore erano scolpite nella sua memoria.

Il suo capo vedendolo assente gli chiese se era successo qualcosa che lo turbava e Giovanni senza sapere il motivo, non aveva mai avuto confidenze personali, tutto d’un fiato gli racconto cosa era successo.

Il signor Alvarez sorpreso dalla confidenza personale e dal suo turbamento cercò di trovare un modo elegante per uscire da quel discorso imbarazzante e troppo personale, soffermandosi sul ballo.

Decise di parlare in italiano che con tutti quegli anni a contatto con i suoi mezzadri aveva ormai imparato discretamente.

“Sono sorpreso che ti sia piaciuto il Tango è un ballo che si balla nei quartieri più poveri della grande città Buenos Aires e a Montevideo, ma che sta sviluppandosi in po’ in tutta l’Argentina, credo che la donna che hai incontrato lavori sopra al locale e stava cercando di guadagnare qualche soldo per mangiare, ma potrei anche sbagliarmi, forse faresti  meglio a dimenticarla, comunque se vuoi mia moglie è una discreta ballerina e potrà insegnarti il ballo, pensa che  è arrivato addirittura ai salotti dell’aristocrazia di Parigi”.

Giovanni sapeva che il suo capo aveva ragione ma una parte di lui era convinta che si sbagliasse, quella donna gli aveva detto che lo amava, e certe parole non si dicono mica così.

L’autunno successivo Giovanni ritornò nella capitale e nonostante avesse chiesto la giornata libera ad Alvarez per cercare quella donna che turbava tutti i suoi sogni, non la trovò.

Nel locale dove era stato la primavera precedente gli raccontarono che si era ammalata pochi mesi prima di un malore che i medici non erano riusciti a curare, ma aveva lasciato una lettera se un uomo fosse venuto a cercarla di nome Giovanni.

Gli consegnarono la lettera che sapeva di fiori, ma non la aprì non sapeva leggere. La strinse forte tra le mani e pianse. Ora sapeva pur non avendo letto ancora nulla che quella donna l’aveva aspettato, lo amava e sarebbe stata l’unica donna che avrebbe mai potuto amare in tutta la sua vita.

Ritornato  dai fratelli chiese ad Antonio di leggergli la lettera, che confermò le sue sensazioni, tre pagine di amore e di sogni.

Lei si era preparate al suo ritorno, aveva cambiato lavoro, ma si era ammalata di tubercolosi e nello scrivere il suo messaggio per l’amato, sapeva che non avrebbe avuto il tempo per poterlo rivedere.

I soldi guadagnati, forse non troppo onestamente negli anni precedenti, erano all’interno della busta, dovevano servire per le loro nozze, ma il fato aveva deciso diversamente.

Le ultime frasi erano  macchiate dal sangue e chiedevano a Giovanni di utilizzare quel denaro per comprare un piccolo pezzo di terreno dove lei avrebbe potuto nella notte venire a trovarlo in sogno.

Nessuno dei tre fratelli tornò più in Italia, mandarono i soldi alle tre sorelle perché li raggiungessero in Argentina, ma alla fine la più grande Margherita decise di tenersi i soldi e rimanere in Italia, senza neanche una risposta.

Giovanni  giustificò il comportamento delle sorelle che erano troppo legate alla mamma per avere la forza di fare di quel lungo viaggio e chiese ai  fratelli di non insistere.

Quei soldi erano serviti di certo per aiutarle, bisognava rispettare la loro scelta.

Negli anni successivi, lavorò instancabilmente, dormendo solo poche ore a notte, facendo ben due lavori per poter comprare il pezzo di terreno per poter costruire la sua casa.

Iniziò a prendere lezioni di tango dalla moglie del padrone, era molto dotato, con un gran orecchio musicale e una ottima predisposizione fisica.

Diventò il ballerino di tango più bravo della sua regione.

La sua casa la condivise con i fratelli che nel giro di  5 anni si sposarono, con due ragazze argentine sorelle, che rimasero subito incinta  a distanza di pochi giorni e gli diedero dei bellissimi nipotini che lo rendevano orgoglioso come zio.

Nelle milonghe era l’uomo più corteggiato dalle donne, bello, bravo e ricco ormai, ma non si sposò mai.

In ogni ballo creava una magia, i volti di quelle donne così diverse, si offuscavano e lui rivedeva la sua Solidad e con lei danzava sicuro e leggero.

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In arrivo il primo Concorso Nazionale di Fotografia del Tango

FaiTango Federazione in collaborazione con l’associazione Famiglia Margini sta organizzando per gli amanti del tango e della fotografia il primo Concorso Nazionale di Fotografia del Tango.

Quest’estate, impegnati tra una Milonga e l’altra, riscaldate la  macchina fotografica, preparate gli obiettivi e collezionate un po’ di scatti perché presto vi torneranno utili.

Quando inizierà e con che modalità? Rimanete in attesa, presto ve lo sveleremo!!! 

 

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