Le arti e il Tango Argentino

Il Tango rappresenta la storia e la cultura dell’Argentina e racconta i sentimenti eterni come la malinconia, la nostalgia, la sensualità, la passione, la rabbia. Esso non è solo una musica che si balla, ma rappresenta uno stile di vita, una filosofia e un modo di sentire l’esistenza da parte della popolazione in senso generale. La musica nel tango si accosta alle parole che affrontano temi profondi, ma sempre attuali, quali la vita, il tempo, l’amore e la morte, emozioni e sentimenti provati dalla totalità degli esseri umani.
L’idea di scrivere un libro fotografico sul Tango Argentino nasce come essenza primordiale e sostanziale rappresentata da un disegno della mente del fotografo che da un lato ferma l’immagine su di una pellicola e dallo scrittore, che dall’altro lato mette su carta per meglio incidere sulla comprensione di chi guarda e legge al tempo stesso il significato intimo di questo modo di muoversi.
La musica e le parole del tango saranno pertanto rappresentate dalle emozioni, provate in prima persona sia dal fotografo, nel momento in cui produce uno scatto fotografico, sia dallo scrittore nell’attimo in cui una parola, sporca d’inchiostro, un foglio bianco di carta.

Chi ama il Tango Argentino può esprimere la propria passione ballando, scrivendo, fotografando, componendo musica oppure cantando. Sono tutte forme attraverso le quali corpo e mente avvertono emozioni e sensazioni utilizzando i cinque sensi, ma non solo. L’essere umano, infatti, si avvale anche del sesto senso inteso come intuizione quando percepisce l’intenzione del partner prima ancora di vederlo muovere tra le sue braccia e del settimo senso. Quest’ultimo rappresenta la chiave di lettura che interpreta se il nostro corpo senziente è armonicamente in equilibrio psichico nel ballare questa danza coinvolgente e appassionante.
Il fotografo che ama questo ballo s’intrufola, cogliendo l’attimo, tra la gente, sentendo già a priori queste emozioni ancor prima siano realizzate dai danzanti, così come fa lo scrittore, quando tramando alle spalle della mente di chi legge lo porta a sentire quel piacere da lui stesso provato, nel descrivere l’amore sentito per questo ballo.

Scopo del libro è di condividere suggestioni e passioni, attraverso un viaggio, ricco di esperienze, vissute e provate in prima persona dagli stessi autori con modi differenti ma accomunate però da un unico modo di sentire la realtà, attraverso le vibrazioni, le sensazioni e le emozioni, percepite nello spazio confinato e dedicato al Tango Argentino.

L’arte è umana. E’ l’espressione estetica creativa di un individuo, con il quale egli è capace di trasmettere emozioni e messaggi soggettivi usando diversi linguaggi comunicativi e codici differenti. In sostanza attraverso l’arte, il soggetto, esprime la sua interiorità e la sua anima. L’arte della fotografia nasce alla fine del settecento insieme al concetto di “bello”. La fotografia difatti è un’immagine ottenuta tramite un processo di registrazione permanente e statica della luce emanata dagli oggetti presenti nel mondo fisico. In pratica la foto scrive un disegno di luce. L’artista vede dapprima la bellezza del mondo nella sua immaginazione e poi mette su carta ciò che ha nella mente che è poi catturata dalla penna per chi scrive o dall’obiettivo per chi imprime l’immagine sulla pellicola. Lo scrittore è chi crea un lavoro scritto per esprimere idee e immagini, il fotografo invece è chi, attraverso una macchina fotografica, riproduce un’idea su carta. Uno si esprime utilizzando le parole, l’altro tramite immagini, colpendo gli occhi di chi guarda. Eppure un’immagine racconta un segreto che lo scrittore svela, ma ognuno di noi sarà sempre libero di capire, nel caso della scrittura o di vedere, nel caso dell’immagine, ciò che meglio crede ovvero quello che ha dentro di se, per la verità.

La fotografia riconosce simultaneamente in una frazione di secondo, il significato di un evento, così come lo scrittore in una frase, offre una lettura di una realtà vera o bugiarda. Quest’ultimo quindi può essere allusivo, ma lo è anche il fotografo quando inquadra un particolare senza far capire il resto della situazione. Vero è che la foto rende un passato presente, ma anche lo scrittore fa la stessa cosa poiché i suoi pensieri diventano presenti nel momento in cui sono letti. La fotografia fa notare cose che nessuno riesce a vedere prima di essere fotografate mentre la carta stampata può attivare la creatività del lettore portandolo in mondi fantastici mai visti da nessuno. Il fotografo trattiene il respiro nel momento dello scatto così come lo scrittore lo fa fare al lettore nell’istante in cui crea l’attesa di un’emozione attraverso l’uso della parola. La musica è l’arte di organizzare suoni e rumori nel corso del tempo e nello spazio per ottenere effetti sonori che riescono a esprimere ciò che l’individuo sente ascoltando la melodia. Il musicista è chi attraverso l’utilizzo dell’acustica provoca una percezione uditiva e un’esperienza emotiva che chi accoglie, interpreta come vuole.

Il tango è una poetica interpretazione musicale, che esprime attraverso un linguaggio corporale, qualcosa di espressivo. Il tango è movimento a tempo di musica espresso attraverso passi, quelli che in pratica, si fanno in una camminata e la foto in contraddizione in termine, ferma l’andare della coppia per fissare e cogliere un momento, un attimo, un’emozione, che lo scrittore può descrivere senza essere bugiardo ma solo in parte poiché inficiato da ciò che vede l’anima stessa del poeta. I passi si fanno dentro un abbraccio, dove l’uomo guida e la donna segue attraverso un linguaggio fatto di gesti seguendo i tre ritmi musicali del tango stesso e con uno stile di ballo che più aggrada. Le tre arti sono connesse l’una all’altra per brindare e rendere omaggio al Tango Argentino e nel corso della lettura sarà descritto ciò che può accadere in questo ballo.
Il Tango Argentino si balla muovendo i piedi in un abbraccio dinamico quale fosse una scusa per farlo. Si compiono gli stessi gesti come quando usciamo da casa per fare una passeggiata. Nel camminare, infatti, facciamo dei passi. Questi ultimi sono intesi come la distanza che separa i due piedi quando si cammina. Gli antichi romani per passo intendevano invece, la distanza tra il punto di distacco e quello di appoggio di uno stesso piede, durante il cammino. Il Tango dunque è essenzialmente fatto di passi. Questi ultimi danno origine alla danza poiché creati a tempo di musica. Più passi messi insieme formano le figure caratteristiche del Tango all’incirca conosciute da tutti. I ballerini utilizzano come fossero i pennelli del pittore le gambe e i piedi creando disegni melodici seguendo le note di un pentagramma. L’uomo si pone di fronte alla donna e avanza, invitandola e guidandola, attraverso la marca, a fare un passo indietro all’unisono con lui, come se la dama fosse il riflesso dello specchio della sua interiorità. Non è facile per chi è ai primi passi, eseguire, pur nella sua semplicità, la complessità del camminare a tempo e al ritmo della melodia del tango dove l’ampiezza e la velocità dei passi, assecondano, in ogni momento, le note che compongono quel brano musicale. Fin dalle prime battute l’uomo deve indicare alla donna, dove portare il proprio peso e su quale piede deve appoggiarsi per liberare l’altro che dovrà muoversi mantenendo sempre il peso sul piede d’appoggio e staccandosene solo quando il contro laterale arriva a destinazione. Un bel tango può essere ballato anche solo attraverso una camminata elegante alternata a pause intense ed espressive per accentuare un momento vissuto dall’emozione prima di addentrarsi nel mondo del sentire intensamente, ma questo, richiede una capacità e una sensibilità che si acquisisce nel tempo e con l’esperienza.

Il tango pur essendo improvvisazione richiede studio e impegno da parte degli allievi poiché ogni movimento ha una struttura ben definita. Il primo passo, generalmente spiegato dai maestri, è la Salida o salida basica e avviene quando l’uomo passa all’esterno rispetto alla donna prima di riprendere la frontalità nella camminata speculare dove i passi dell’uno e dell’altra disegnano un triplo binario che marcia a tempo di musica. Questo passo può proseguire, se l’uomo decide, con l’incrocio o cruce della donna. Altri passi quali l’ocho contado o ocho milonguero, la parada e la mordida, il boleo, la barrida, i fuori asse in volkada o colgada sono ancora passi che si apprendono man mano che si acquisisce consapevolezza del proprio corpo e di quello della ballerina che si ha di fronte. In media dopo circa un mese dalle lezioni gli allievi cominciano a camminare, ma non è una regola assoluta perché dipende dalla predisposizione individuale dell’individuo.
Fare esperienza è fondamentale affinché i movimenti diventino fluidi ma solo quando si svilupperà la sensibilità necessaria, si avranno la conoscenza e la consapevolezza dei movimenti eseguiti dal corpo. Attraverso la pratica pian piano si riuscirà a saggiare dall’interno la reale postura assunta, diventando così evidente ciò che appare. Arduo il compito dei maestri nell’accomodare i corpi degli allievi plasmando, modellando e sistemando gomiti, piedi, braccia affinché tutto sia pronto per spiccare il volo. I primi passi sono come il primo amore… non si scordano mai!!!

Il Tango Argentino si balla abbracciati più o meno strettamente. L’abbraccio, in generale, è una espressione di affetto o amore espresso da chi abbraccia nei confronti di chi ricambia. Il busto delle due persone combacia reciprocamente anche se qualche ballerino tende a tenere la donna più lateralmente senza togliere niente al sentire che ne deriva nell’essere avvolti da braccia accoglienti. Durante un abbraccio aumenta fisiologicamente il livello di ossitocina nell’organismo umano, ormone capace di diffondere un senso di benessere in tutto l’organismo. Anche l’abbraccio più semplice diventa, attraverso questo ballo, caloroso e passionale e, la massima espressività, è visibile nei volti di chi è impegnato nel ballo del Tango Argentino.
Alle volte per meglio assaporare questo benessere si sta ad occhi chiusi per farlo sentire meglio al corpo e all’anima che si riscalda. Tutti gli abbracci ci raccontano in silenzio qualcosa della coppia che in quel momento si muove a tempo di musica. L’abbraccio nel tango è una forma di comunicazione il cui primo assioma è quello di non poter non comunicare e pertanto, non c’è sensazione, stato d’animo o emozione, che un abbraccio non sia capace di trasmettere all’altro, anche a chi osserva dall’obiettivo dalla macchina fotografica o allo scovare il ricordo, da parte di chi scrive, per renderlo leggibile sulla carta stampata. Ogni abbraccio ha un suo perché ed esprime quello che in quel momento entrambi i ballerini stanno provando. Tra le braccia dell’altro si può ridere, scherzare, essere imbarazzate, ma niente viene tenuto celato all’occhio attento di chi osserva e all’orecchio sensibile di chi ascolta con il cuore.
Man mano che si acquisisce esperienza cambia il modo di abbracciare perché spariscono le tensioni per far spazio alla morbidezza fino a farlo diventare perfetto, quando il corpo senziente parla da se esprimendo beatitudine nei tratti di un viso rilassato. Perfetto è quel abbraccio in cui ti senti a tuo agio e ti incastri perfettamente al corpo dell’altro come lo yang e lo ying, come il chiaro e lo scuro fino a formare un ombra di luce nella semioscurità di una sala milonguera. In ogni abbraccio diamo e riceviamo qualcosa in maniera autentica in maniera del tutto personale, intima, unica. Poco importa ciò che vede un obiettivo di una macchina fotografica che ferma un istante, come poco importa quel che scrive chi ha voglia, perché all’interno di quella coppia accade qualcosa di straordinario, un dialogo interiore dove due anime in quel momento si scambiano qualcosa. Anche quando la musica inizia e l’abbraccio non c’è ancora stato esso viene introdotto dallo sguardo che i due si scambiano, in un attimo di sospensione, creando una tensione impercettibile nel tentativo di cercare una comodità per entrambi poiché non è detto che sia per l’uno che per l’altro, giusto, quel modo individuale caratteristico, di abbracciare.

Il tango in se ha la capacità dinamica di cambiare l’abbraccio stesso in base al ritmo di una musica del momento, rendendolo alle volte saldo come un bastone, leggero come le ali di una farfalla, stretto o largo se l’ispirazione del momento sollecita un passo o una figura che meglio si effettua se i corpi dei ballerini sono più distanti. Il braccio della donna che si appoggia alla spalla dell’uomo e le due mani giunte disegnano un cuore nell’aria dentro il quale possiamo ridere, piangere, soffrire, parlare solo con lui: Il Tango. Bello pertanto diventa lo scivolare dentro un abbraccio e sentirsi davvero a casa, la casa forse, più bella del mondo dove tu esisti poiché ci sei. Accostati così vicini possiamo sentire i due cuori che battono allo stesso ritmo, sentire l’odore della pelle, il solletico dei capelli, quello che finita la musica ti fa restare vicino perché, smettere di volare, richiede qualche tempo che va oltre l’ultima nota di chiusura di quel brano. La musica si interrompe spesso troppo presto quando ancora le vibrazioni si stanno affievolendo ma fortunatamente prima di esaurirsi c’è il brano successivo che consente di prolungare quel sentire. Avvicinarsi all’altro e tendersi verso un corpo sconosciuto dove le braccia cercano un contatto nel tentativo di saperne qualcosa di più, dove aspetti di sentire la consistenza della presa per regolarsi di conseguenza e nel contempo, l’abbraccio si approfondisce, fino a capire se stringere o aspettare perché prima ne devi percepirne l’abbandono, la fiducia, la reciprocità. Solo allora scatta la trappola sperata diventando la gabbia dorata nella quale entrambi sono prigionieri.

Tutto per sentire la libertà di muoverti nello spazio ristretto tra le mura delineanti un unico corpo, intrappolando i pensieri che ne scaturiranno, in una maglia fitta nella primitiva percezione dell’essenza di chi ti sta di fronte, facendosi cullare dalle onde di un mare struggente di emozioni. Il fotografo, in maniera precisa e puntuale, nel fotografare un abbraccio mette in luce il rapporto esistente in quella coppia catturandone il respiro, la forza e l’energia in una sinfonica armonia.

Lo scrittore naviga con il tom tom quando conosce il PIN d’accesso che gli consente di capire e di sentire veramente cosa accade nella realtà di un abbraccio dove perfino la dissonanza estetica passa in secondo piano portando alla vittoria o alla sconfitta secondo il proprio punto di vista, poiché vittime di una seduzione senza uguali. Nel tango si naviga a vista e si viaggia su una baca a vela. Si provano le medesime sensazioni di chi conduce, poiché calibra le vele, considera se il vento è a favore dentro a un tramonto e chi segue mette alla prova con il suo essere presente, la capacità del velista che pur piegandosi e resistendo alle sollecitazioni di un mare in tempesta ti porta comunque a destinazione in una nuova alleanza che unisce un corpo e un’anima. Il modo di ballare il tango ha permesso all’abbraccio di essere accettato pubblicamente soprattutto ai tempi, in cui era considerato trasgressione farlo in pubblico, nel tango difatti, diventa indispensabile perché per definizione esso è un abbraccio in movimento. In una fotografia, considerata sempre troppo piccola, viene espressa dietro un foglio di carta a colori o in bianco e nero, la complessità dell’abbraccio nell’equivalente di un click, ma il tentativo di scrivere quanto viene visto in una foto ciò che rappresenta un abbraccio, necessita di un uno spazio come quello della fotografia a grandezza naturale.

I gesti sono parole silenziose espresse attraverso il corpo, facilmente osservabili, utilizzati per comunicare qualcosa. Si tratta di un’amplificazione della comunicazione non verbale, perché essi più o meno codificati, parlano direttamente alla mente di chi guarda. Nel tango argentino esiste un codice da rispettare composto di gesti quali ad esempio la mirada usata per l’invito, alla quale si risponde con un altro gesto, cenno del capo o cabeceo se si vuole rispondere affermativamente. Se si accetta l’invito i ballerini avvertono la sensazione meravigliosa di quando finalmente un destino si chiude e diventa sentiero distinto, ormai inequivocabile e direzione certa verso la tanda. Il tempo diventa interminabile nell’avvicinamento dei due ballerini. Quel accostarsi. Si vorrebbe non finisse mai, poiché rappresenta il gesto di consegnarsi al destino, a quell’emozione, senza più dilemmi, senza più bugie, poiché si sa dov’è, si sa di poterlo raggiungere, qualunque sia l’esito della tanda. Appare ovvio che le parole sono più facilmente componibili dallo scrittore che descrive un gesto, ma essi meglio si prestano invece ad essere immobilizzati in uno scatto del fotografo. Osservando le mani dei tangueri ne possiamo intuire il loro stato d’animo, la loro personalità e il carattere. Esse toccano parti del corpo proprio e altrui nell’atto di porgere la mano al partner, nell’abbraccio dietro la schiena o nella stretta di mano del saluto a fine o inizio tanda. Ogni stile di tango ha un modo singolare di usare le mani e le dita ma in tutti i casi esprimono passione, coinvolgimento, determinazione, distacco, ecc. Tutte le persone sedute in milonga attraverso la postura assunta e con i gesti osservabili comunicano i loro desideri, la loro disponibilità e viceversa. Chi ad esempio si tocca i capelli richiama l’attenzione su di se, così come chi usa un ventaglio per coprire in parte il viso forse non è molto disponibile a concedersi per quella tanda, oppure chi inclina la testa per dimostrare interesse. Le gambe accavallate segno seduttivo da parte delle donne o le braccia conserte di chiusura sono indizi importantissimi da tenere presenti, quando siamo in una sala da ballo. Gli adorni stessi eseguiti da parte dei ballerini sono gesti che rivelano la personalità di soggetto inquadrato o descritto, a parità di livello di ballo ovviamente.

I gesti, strano a dirsi, vanno ascoltati, anche se sono fatti per essere osservati, poiché parlano e danno indizi su chi li fa. I gesti nel tango diventano spettacolo come fossero rappresentazioni scenografiche di una commedia di un ballo sociale rivolto verso se stessi. Coinvolge tutti indistintamente sia i partecipanti sia gli osservatori come può esserlo il fotografo o lo scrittore poiché entrambi contribuiscono a costituire lo spettacolo di quella coppia che sta ballando il suo tango, e seppur seduti a bordo pista a monitorare i corpi che si muovono, possono in ciascun momento, diventare attori confondendosi con lo spettacolo. Fotografare un gesto da la possibilità di registrare un fenomeno che non poteva essere osservato direttamente poiché compiuto in brevissimo tempo dal soggetto e la descrizione dello stesso risulta più dettagliata ed efficace se osservato attraverso una foto piuttosto che in tempo reale in milonga. Durante un gesto difatti, assumendo il significato delle parole umane, viene tolto il volume al Tango per permettere a chiunque voglia di concentrarsi su di loro, di instaurare un discorso in un film muto. I gesti qualche volta tradiscono le intenzioni del protagonista diventandogli nemico, quando non avrebbe voluto svelassero qualcosa di lui e invece essi, sinceramente dispettosi, parlano spontaneamente e direttamente, quali fossero dei bambini piccoli incapaci di discernere ciò che va detto rispetto a quel che va taciuto per buona educazione.
E poi, invece ci sono i gesti dei maestri fatti allo scopo di insegnare agli allievi a vivere le pause, a dare i comandi impercettibili con gesti appunto che nessuno vede ma che la coppia sente al suo interno durante le mosse melodiche di un tango. I maestri devono insegnare agli allievi a consegnare il loro corpo alla grammatica del tango fatto di gesti, pesi e direzioni come se in realtà il corpo stesso si dovesse pentire, andare in direzioni sbagliate, precipitare e tornare indietro quale comandante di una nave traghetto che con il suo andirivieni nel braccio cortissimo di un insidioso brano musicale, deve fermarsi, accelerare, farsi trascinare dalla corrente, dai vorticosi mulinelli e soprattutto dai ritorni come fa il mare dopo una tempesta. Importanti sono i piccoli gesti quotidiani fatti da chi ha il compito di educarci al tango specie se accompagnati da una parola al momento giusto, una pacca sulla spalla, un sorriso, una gentilezza. Questi gesti, si rivelano indispensabili per l’apprendimento perché come sono come le gocce d’acqua che con il tempo scavano la roccia del non sapere al fine di favorire la nascita di nuovi tangheri da inserire in quest’universo mai banale e scontato.
Nei gesti possiamo notare la passione più che nelle parole dette. L’emozione nasce improvvisa e dura pochi secondi, ma la passione è un’emozione che persiste nel tempo. Due tangheri mentre ballano una tanda appassionata, s’isolano dal resto del mondo e vivono quei minuti nel luogo incantato creato dalla loro mente, ma paradossalmente quel posto può essere personale dove ognuno vive nella propria dimensione senza necessariamente essere quella dell’altro. Nel tango, non può comprendere questa passione chi non l’ha provata. Il fotografo e lo scrittore sono alla ricerca spasmodica della passione da poter osservare o leggere a posteriori, quale fosse la conferma del loro stesso sentire. Le foto e gli scritti sono gelosamente conservate nel magazzino emotivo oppure impacchettato in scatole o cassetti poiché se rimanessero sempre in vista susciterebbero emozioni allo stato puro mal gestibili nella quotidianità ma quelle scatole sono sempre lì pronte ad essere aperte quando l’artista ha voglia di confrontarsene. Quel piccolo click o quel segno lasciato dalla punta fine di una matita si trasformerà in immagine di figure o parole e li resteranno per chissà quanto tempo, passando per chissà quante mani nella condivisione.

Quasi tutti i tangheri hanno uno scatto e un ricordo da conservare ma non tutti hanno un racconto personale perché non possiamo fotografare il generale senza far vedere il particolare, mentre chi scrive lo fa in generale e difficilmente riguarda un singolo soggetto. Le fotografie si amano perché portano con se mille significati primi fra tutto il piacere innato d’ogni essere umano nel vedersi riflessi diventando una vera e propria conferma della propria identità così come lo scrivere un diario consente di esternare e fissare emozioni da rileggere nel tempo quando saranno cioè dire talmente affievolite da non colpire più. Sia la foto sia il diario conferma all’individuo, il suo esistere. Anche gli autori di foto e di racconti riflettono la loro immagine nascondendosi un poco dietro ai soggetti fotografati o ai protagonisti raccontati per non far trapelare esplicitamente il proprio mormorio interiore, nella speranza non diventi uno tsunami.

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Abrazo

“Abrazo”è il titolo del nuovo cd pubblicato dal Quartetto Marcucci nel 2018 grazie anche alla collaborazione di FaiTango!
Il Quartetto Marcucci, costituito dai solisti dell’Orchestra Tipica Alfredo Marcucci, Gianni Iorio direttore e bandoneon, Marco Fringuellino pianoforte, Enrico Luxardo violino, Ciro Cirri contrabbasso, è attivo dal 2006.
Con questo CD i quattro musicisti hanno voluto rendere omaggio alla eredità che l’amato maestro Alfredo Marcucci ha loro lasciato, grati di avere potuto condividere un tratto della storia del tango con chi quella storia l’ha fatta davvero, immergendoli irreversibilmente nel tango più autentico.
Ciò spiega la scelta artistica di voler incidere dei tanghi ballabili con arrangiamenti di Marcucci, anziché optare per un repertorio meno storico e più moderno. Gli autori incisi spaziano dalla Guardia Vieja di Greco, Villoldo, Bardi e Rodriguez, alla Guardia Nueva di Fresedo, Pasqual e Laurentz fino agli anni d’oro con Pugliese e Demarco. Piazzolla fa capolino solo in tre tracce, di cui due (Prepàrense e S.V.P.) sono tanghi degli anni ’50, anche essi ballabili sebbene già pervasi dello spessore artistico e innovatore dell’autore, mentre la terza è un capolavoro musicale assoluto a sé stante: Oblivion.
L’Orchestra Tipica Alfredo Marcucci (www.tipicamarcucci.it) è stata la prima orchestra tipica di tango argentino formatasi in Italia, fondata nel 2004 a Torino. La denominazione “tipica” si riferisce al fatto che l’organico ad otto elementi è sul modello che avevano le famose orchestre di Buenos Aires negli anni d’oro del tango nella prima metà del novecento: 2 bandoneon, pianoforte, sezione di archi (contrabbasso, violoncello, viola e 2 violini). I musicisti dell’orchestra sono tutti professionisti, di solida formazione classica, selezionati attraverso una audizione nazionale dal grande maestro argentino Alfredo Marcucci, che è stato direttore musicale, arrangiatore e primo bandoneon dell’orchestra fino alla sua morte, avvenuta il 12 giugno 2010.
L’orchestra si è esibita in tutta Italia in concerti, spettacoli, milonghe e festival di tango ed è stata ospite delle prime tre edizioni dello European Tango Championship svoltesi rispettivamente a Torino nel 2010 (trasmessa su Rai2) e 2011 (trasmessa su Rai1) e a Roma nel 2012. Nel 2014 ha riscosso un plateale successo nel concerto di ferragosto tenutosi all’Auditorium di Milano Fondazione Cariplo nell’ambito del “Festival Tango”, rassegna creata sotto la direzione artistica del premio Oscar Luis Bacalov.
La formazione ha lavorato con artisti di caratura internazionale come Louis Stazo del Sesteto Major ed ha accompagnato ballerini del calibro di Miguel Angel Zotto y Daiana Guspero, María y Carlos Rivarola, Gabriel Missé y Natalia Hills, Geraldine Rojas y Ezequiel Farfaro, Roberto Herrera y Silvana Capra.
Una menzione speciale merita la collaborazione con l’ormai scomparso Horacio Ferrer, massimo poeta del tango, paroliere di Astor Piazzolla e presidente della Academia Nacional del Tango di Buenos Aires, con il quale nel 2007 l’orchestra è stata protagonista del recital El Poeta y la Música, spettacolo del quale nel 2011 è uscito il dvd Horacio Ferrer poeta del tango, edito da Sam Produzioni (http://www.sam-produzioni.it/sam-produzioni.it/Intro.html)
Il Cd è in attesa di una distribuzione, ma può essere acquistato direttamente dai musicisti ai loro concerti, o contattandoli per email e sui social.
Contatti:
Web: www.tipicamarcucci.it
Email: info@tipicamarcucci.it
Youtube channel: http://www.youtube.com/user/tipicamarcucci/playlists
Facebook: https://www.facebook.com/tipicamarcucci
Gianni Iorio, direttore e primo bandoneón: Tel. +39 338/338.7709 gianniiorio@virgilio.it
Marco Fringuellino, pianista: Tel. +39 334/387.3203 marco.fringuellino@alice.it
Ciro Cirri, contrabbasso: Tel. +39 335/561.8323 cirocirri@libero.it

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Juan D’Arienzo

A partire dalla metà degli anni 30, il tango visse un periodo di profonda rivoluzione, nel quale si innescò Juan D’Arienzo con la sua orchestra. Il 24 giugno 1935 Carlos Gardel era perito in un incidente aereo a Medellin, in Colombia, ed il tango nella sua interezza corse il rischio di essere seppellito con lui. In quegli anni, a Buenos Aires dominavano due correnti stilistiche ben distinte, da un lato la “guardia vieja” rappresentata dal tradizionalismo di Francisco Canaro e Roberto Firpo, dall’altro l’evoluzionistico filone della “guardia nueva” facente capo alla scuola di Julio De Caro. Entrambe le scuole stavano allontanando i cultori ed i ballerini dalle sale dove si ascoltava e si ballava tango.

Rispetto al tango delle origini, queste orchestre si distinguevano per un ritmo piuttosto lento e compassato, lontano dalla pulsazione in 2/4 tramite la quale tanta parte del tango si era caratterizzato fino a quel tempo. Di conseguenza, molti ballerini si sedevano ad ascoltare, piuttosto che scendere in pista. Anche Juan D’Arienzo, agli albori della sua carriera artistica si allineò agli stili allora dominanti, tanto che alcuni suoi brani più vicini al 4/8 che al 2/4 sembrano profondamente distanti dal D’Arienzo universalmente conosciuto. Un brano esemplificativo può essere Callejas solo del 1928, con la voce di Carlos Dante.

Tuttavia, fu proprio nel 1935 che D’Arienzo diede un impulso fondamentale alla rinascita dell’interesse per il tango ballato. Con un ideale ritorno al tango delle origini, e poi un arrangiamento volto ad eliminare i vuoti nella melodia, D’Arienzo propone al pubblico dei cabaret la sua ricetta semplice, quanto efficace: ritmo, ritmo incessante. Le sospensioni e gli improvvisi silenzi, di cui la produzione di D’Arienzo è ricca, perdono il loro carattere espressivo e risultano piuttosto un modo per rimarcare l’inesorabile ritmica del brano. Parte del successo di questa “nuova” proposta fu legato anche alla presenza di un pianista dalle “mani magiche”, Rodolfo Biagi. Il ritmo che Biagi impose alle esecuzioni, assai più serrato rispetto a quello dei suoi contemporanei, divenne in breve la cifra dell’orchestra, ma anche dei numerosissimi musicisti che di lì a poco andarono a ingrossare la schiera dei seguaci di D’Arienzo e del suo stile. Fu così che nacque l’epiteto di “Rey del Compás” coniato da Príncipe Cubano nel “Cabaret Florida”. Il confronto tra la versione de El flete di Francisco Canaro e di Juan D’Arienzo può esemplificare le differenze tra l’impostazione della Guardia vieja e la nuova proposta darienziana. L’impatto quasi aggressivo della musica di D’Arienzo è forse ancora più evidente nei brani cantati, dove la voce stessa viene tenuta vicinissima allo scheletro ritmico del pezzo.

Strumentazione ed arrangiamento al servizio del ritmo. In sostanza, è possibile dire che D’Arienzo recuperò l’aspetto ritmico della fase pionieristica della “guardia vieja”, riproponendo uno stile bien marcado che si caratterizza nell’accentuazione di tutti i quarti della battuta, con la contestuale e notevole velocizzazione del tempo di esecuzione. La frequenza di pulsazione delle sue esecuzioni rimane sempre a due battiti al secondo, descrivendo una struttura ritmica che si impone come elemento essenziale del brano. Un ulteriore esempio è rappresentato dalla quadratura ritmica di “Pensalo bien”, del 1938, un tango con un riempimento strumentale che non lascia alcun vuoto nella melodia, se non i consueti silenzi e sospensioni darienziani, di evidente utilità ritmica più che espressiva.

Come nota Luis Adolfo Sierra, lo stile di D’Arienzo è tutto in un “rigido marcare, tagliare, accelerare, in un movimento incessante nel contrasto tra ‘staccato’ e silenzi, con rapidi passaggi di un pianoforte che enfatizza con la mano destra il soggetto o il tempo di una melodia, nella stessa forma esecutiva… tecnicamente semplice, ma impreziosita da una notevole capacità strumentale”.

Dal punto di vista dell’arrangiamento, le esecuzioni di D’Arienzo mostrano quasi sempre lo stesso schema: sullo staccato del pianoforte (spesso a solo) o degli altri strumenti, volto a determinare inesorabilmente la quadratura ritmica battuta per battuta, si innesta invariabilmente l’assolo di violino in quarta corda (detto “la vaca”) ed in chiusura le variazioni in assolo dei bandoneones. Seppure con il passare degli anni le scelte musicali di D’Arienzo divennero più interessanti, egli non cambiò mai il modo di trattare l’aspetto ritmico. Comparve, specie nelle esecuzioni degli ultimi vent’anni della sua carriera, qualche timida attenzione in più per il chiaroscuro e per soluzioni armoniche un pò più inventive. Tuttavia si tratta di aggiornamenti stilistici marginali, forse determinati principalmente dalla necessità di mantenere un qualche mercato durante gli anni più bui del tango (dopo la metà degli anni ’50), e che non intaccano comunque la fedeltà dell’Orquesta Típica D’Arienzo al suo approccio interpretativo originario.

Il pianoforte fu lo strumento cardine di tutta la produzione musicale di D’Arienzo. Le caratteristiche del pianoforte dell’Orchestra di D’Arienzo sono costanti e facilmente riconoscibili: frequenti passaggi che sottolineano, perlopiù con la mano destra, il tema della melodia del brano, ed un largo indugiare in ornamenti e controcanti molto evidenti ed accentuati. Questi elementi si rilevano nelle incisioni con Biagi, come in quelle realizzate con i diversi pianisti che si avvicendarono nell’orchestra dagli anni ’30 sino alle ultime esecuzioni.

Mi piace chiudere con una considerazione di D’Arienzo, rilasciata in un intervista del 1975, poco prima della sua dipartita: “I giovani mi amano. A loro piacciono i miei tanghi perché sono nervosi, ritmici. La gioventù è proprio questo, felicità e movimento. Se gli suonassi un tango melodico e non ritmato, sicuramente non gli piacerebbe, questo è quel che succederebbe. Oggigiorno ci sono buoni musicisti e grandi orchestre che pensano di suonare tango, ma non è così, se non hanno ritmica non c’è tango. pensano di poter rendere popolare un nuovo stile, e magari vi riescono avendo un colpo di fortuna, ma io continuo a pensare che senza ritmo non c’è tango. Come professionisti li rispetto, ma quello che fanno non è tango. E se mi sbaglio vuol dire che sono più di cinquant’anni che mi sbaglio”.

Juan D’Arienzo morì a Buenos Aires il 14 gennaio 1976.

Fonti consultate

  • Sierra L.A. (1966). Historia de la Orquesta Típica: Evolución instrumental del tango.  Corregidor Editore.
  • Brunamonti M. (2002). Il Tango – Musica e Danza. Edizioni Auditorium.

 

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Il Tango come Terapia

Due corpi s’incontrano per ballare insieme, ma solo se seguono alcune regole possono farlo. Sorprendentemente queste stesse regole sono spesso anche alla base della vita di coppia e più in generale dei nostri rapporti umani.

In una dimensione magica di tre minuti si sperimenta l’incontro più autentico con l’altro, grazie ad una comunicazione profonda fatta di corpo, emozioni, energia. Una comunicazione che appare oggi così ardua nelle nostre relazioni quotidiane.
Quando oggi si dice che è difficile comunicare ci si riferisce all’incapacità di dirsi reciprocamente quali sono i propri sentimenti e i propri bisogni, perché spesso frenati da pensieri giudicati ed egoici che non ci permettono una reale volontà di connessione.

Nel tango nasce una comunicazione aperta e spontanea poiché diretta e non filtrata dal pensiero. E’ un ballo che non permette di mentire, né al partner né a se stesso, in quanto il dialogo non è fatto di parole, ma di vibrazioni e sensazioni.

La prima cosa che si insegna nel Tango è il “Radicamento“

Per comunicare con l’altro è essenziale essere prima di tutto consapevoli del proprio corpo, del rapporto con lo spazio e con il pavimento, del respiro, del proprio peso e del proprio asse. Per prima cosa si crea una profonda connessione con se stessi, che permette di essere in Equilibrio, stabili nel proprio Io, al Centro di se stessi.
Il movimento partirà da questo Centro verso l’altro, portando il proprio asse verso il partner, nell’Abbraccio, formando un nuovo Equilibrio. Questo non è un equilibrio dei singoli, ma un equilibrio della coppia, che si raggiunge quando iniziamo a sentire l’altro come un’opportunità e un arricchimento. In una Relazione non armonica, può accadere che ci avviciniamo all’altro senza aver maturato un nostro Equilibrio interiore: difendiamo il nostro equilibrio senza mai metterci in gioco oppure cerchiamo di essere sostenuti diventando un peso per l’altro e creando una fusione (con-fusione).
Non dimentichiamoci che nel Tango è essenziale il rispetto dello Spazio: al di là dei punti di contatto, c’è sempre una grande attenzione nel lasciare all’altro lo spazio di espressione, così come un impegno nel prendersi il proprio spazio.

L’Equilibrio con l’altro è essenzialmente dinamico e si costruisce, si riorganizza e si rinnova costantemente.

Come il corpo nel ballo non fa errori, ma fa esperienze di consapevolezza, così nella Relazione nascono delle incomprensioni che possono rafforzarci sia a livello personale che di coppia.
Nell’Equilibrio e nell’Abbraccio, inizia l’ascolto profondo che permette il movimento.Uno dei partner indica la direzione, cioè fa una proposta relazionale, l’altro, se sa ascoltare e se è d’accordo, può seguirlo. Ognuno esprime se stesso, in armonia con l’altro.

Nel Tango si balla anche il momento dell’Attesa

La “sospensione” (Attesa) è possibile soltanto se c’è una connessione e un ascolto profondo: ci si ferma insieme e si riparte insieme, in uno spazio temporale che ognuno può gestire come vuole improvvisando.

Nei rapporti si alternano sempre periodi in cui si è più orientati a fare cose insieme e periodi in cui si è orientati di più alla riflessione. Uno dei due può avere la necessità di fermarsi, di essere più concentrato su di sé, di ritrovare un nuovo equilibrio personale. In questo spazio l’Attesa è viva, perché si è in ascolto di se stessi e dell’altro e dei bisogni reciproci.

Nelle Relazioni umane l’altro ci fa sempre da specchio, riflettendo i nostri limiti e le nostre potenzialità, le paure e i nostri schemi ripetitivi, la nostra bellezza interiore.
Nella connessione profonda del Tango, questo avviene in maniera immediata e spontanea, creando la possibilità di uno spazio di crescita personale e relazionale. Uno spazio potenziale di cura e di terapia.

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Milonga Solidaria

Faitango è lietà di contribuire all’organizzazione della 14° Milonga Solidaria che si terrà sabato 30 giugno dalle ore 20.00 alle 2.00 nella suggestiva cornice della Terrazza Mascagni a Livorno.
La “Milonga Solidaria” è una serata evento di tango argentino promossa e organizzata dall’associazione Ixnous in compartecipazione con il Comune di Livorno, con FAITANGO e con 38 associazioni di tango Europee. Il programma della serata prevede alle ore 20  l’inizio della Milonga con i dj Carlos Anso’ e Alfredo Petruzzelli e l’esibizione di Nicoletta Tinti e Silvia Bertoluzza in “Evoluzione di una farfalla”.

L’intero ricavato dell’iniziativa, che si avvale del patrocinio dell’Ambasciata Argentina, sarà devoluto all’associazione argentina non governativa CICOPS che gestisce lo Espacio Cultural de Socorros Mutuos “Casa Torquato Tasso”, nel quartiere La Boca di Buenos Aires.

Contatti:
info.ixnous@gmail.com
Alessia tel. 338/2279029 – Alessandra tel. 348/3887672  – Simona tel. 349/5520295
Eva tel. 347/8285582 – Lorella tel 338-3871772 – Loredana tel 3478241501

 

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Le figure nel tango

La figura nel tango argentino è una particolare posizione armonica assunta dal corpo e risultante dai passi eseguiti dai ballerini durante la danza, figura che può essere riprodotta sulla pellicola oppure letta dagli occhi di chi scrive.
Le figure non sono predefinite, ma scaturiscono dall’improvvisazione data dall’attimo, dal sentimento, dalla musica: attraverso l’andare avanti, indietro, di lato, in obliquo, di traverso.

I tangueri, come i cuochi mettono insieme ingredienti diversi e creano piatti non solo squisiti al palato, ma talmente ben decorati, da meritare di essere fotografati o descritti, delle vere e proprie opere d’arte.

Sono proprio le figure improvvisate  che sfociano in un applauso del pubblico, soprattutto di fronte alle esibizioni di grandi ballerini di tango. Il tango si contraddice quando parla di improvvisazione poiché il termine in sé definisce un’azione fatta in fretta, senza preparazione né programmi, ma assumendosi un compito per il quale non si ha alcuna competenza specifica. Di conseguenza si intuisce che per improvvisare occorre non solo un saper fare, ma anche un saper essere, una forma mentis che aiuti ad approcciarsi all’improvvisazione scomponendo le sequenze e le figure imparate. Questa è la vera difficoltà dei tangueri e la cartina tornasole che ne definisce il livello di danza. In pista infatti molti, eseguono sequenze memorizzate a scuola, ma quando cambia il contesto rimangono bloccati nel tunnel di gente che blocca l’iniziale intenzione della coppia tanguera. Ogni movimento nel tango è scomposto. Si parte dalla parte superiore del corpo per poi passare al bacino e successivamente alle gambe e infine ai piedi con i loro adorni. I movimenti non sono simultanei anche se l’occhio poco esperto li percepisce come tutt’uno. Quando si padroneggia il tango, va da sé,  in ogni momento possiamo fare una infinità di cose e tutte completamente diverse tra loro cogliendo un ventaglio di possibili modi di continuare e interpretare la musica del momento. Non è facile infatti disabituarsi ai gesti che si sono abituati a noi e che facciamo continuamente in automatico. La funzione catartica del tango è proprio questa: richiede la massima attenzione e non si può inserire il pilota automatico: tutto riaffiora alla mente come per magia.

Durante la realizzazione delle figure i ballerini si donano reciprocamente creatività nello spazio di un tango, in una milonga. In ogni figura sono rispettati i dettami del saper ballare per cui asse, postura ed equilibrio non devono mai mancare nonostante si improvvisi. Non è affatto facile contestualizzare e cogliere in una foto due corpi nell’atto di svolgere una figura.

Quasi tutti oggi abbiamo un cellulare o una macchina fotografica per scattare foto, nel tentativo di cogliere un momento, ma non tutti siamo veri fotografi così come non tutti siamo in grado di descrivere minuziosamente ciò che gli occhi osservano spontaneamente. Oggi non occorre più una camera oscura, aspettare lo sviluppo dello scatto, se la foto non va bene viene immediatamente eliminata. Oggi si scrive al computer con il correttore automatico e non occorre più cancellare con la gomma quanto scritto con la matita poiché il mouse con una passata lava via le macchie dallo schermo. Anche nella modernità però i ballerini continuano a fare le loro figure a tempo di musica e noi fotografi o scrittori, nel frattempo le abbiamo perse. Oggi la magia dell’attesa si è persa dentro ad una tecnologia che  valorizza meno l’arte e il suo artigiano; attendere la stampa e toccare con mano una foto o un libro di carta contenenti parole è oramai  solo un ricordo nostalgico di chi con questo ci ha lavorato per anni.

Il bravo fotografo così come lo scrittore è colui che sa già quale figura farà la coppia di ballerini che sta ritraendo su quel brano, in quel momento poiché rappresenta il suo stesso sentire. L’attesa prima dello scatto diventa il momento in cui si rivive la camera oscura e la valutazione successiva fa la differenza tra errore e spunto creativo. Lo scrittore descrivendo una figura trasmette i pensieri, i sentimenti e le emozioni provate durante l’esecuzione della figura, ma la valutazione della giusta interpretazione è meno ovvia di quanto si pensi. Un errore di interpretazione nel descrivere o nel fotografare può essere definito come deviazione dell’aspettativa di entrambi gli artisti.
Chi balla però può modificare e trasformare ogni figura perché improvvisa. L’intenzione non può essere creata prima dell’azione e quindi la figura pur avendola imparata a scuola può trasformarsi in qualcosa di diverso se i due attori decidono in quel momento di cambiare le carte in tavola. Mosse nuove, in situazioni impreviste, possono risultare figure straordinariamente uniche che aduna prima impressione potrebbero non sembrare tango. Il giudizio è solo nella mente di chi osserva e limita l’inevitabile evoluzione del tango.
Nella teoria tutto si può fare: nulla si crea e niente si distrugge, ma tutto si trasforma in qualcosa di nuovo mai realizzato prima. Ciò spiega il tango nuevo, l’abbraccio largo e quant’altro che oggi osserviamo nelle nostra milongas.

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Juan D’Arienzo

Violinista, direttore e compositore. Nacque il 14 dicembre 1900 a Buenos Aires. All’età di 8 anni iniziò i suoi studi musicali al conservatorio Mascagni e successivamente completò il suo percorso al conservatorio Thinaud-Piazzini. Sebbene si avvicinò alla musica studiando il pianoforte, fu il violino lo strumento nel quale si specializzò prima di diventare direttore d’orchestra.
Nel 1918 entrò nella formazione di Carlos Posadas, il quale si esibiva frequentemente nel Teatro Avenida, ed in seguito collaborò con diverse orchestre come quella jazz di Nicolás Verona. Nel 1925 D’Arienzo fece parte della prima orchestra Paramount, patrocinata dalla medesima casa cinematografica, per rallegrare i film muti proiettati nelle proprie sale. In questa orchestra suonarono insieme a D’Arienzo (al violino) altri nomi famosi del mondo del tango: Angel D’Agostino al piano, Alfredo Mazzeo al secondo violino, i fratelli Bianchi ai bandoneones e José Puglisi al contrabbasso. Due anni più tardi, l’orchestra Paramount adottò il nome de “Los ases de tango”, con Luis Viscara al piano, Anselmo Aieta e Navarro ai bandoneones, D’Arienzo e Cuervo ai violini, e Alfredo Corletto al contrabbasso.
Nel 1928 D’Arienzo formò l’orchestra “D’Arienzo-Visca” fino al 1934, anno in cui Visca si ritirò per problemi personali. Da quel momento, e fino al termine della sua carriera, D’Arienzo conobbe un successo intramontabile, venendo riconosciuto come l’indiscusso “Rey del compás”. Nelle diverse orchestre che formò passarono pianisti del calibro di Rodolfo Biagi, Juancito Díaz, César Zagnoli, Juan Polito e Fulvio Salamanca, bandoneonisti come Héctor Varela, Enrique Alessio, Ernesto Franco e Carlos Lázari, violisti come Cayetano Puglisi, Bernardo Weber, Mauricio Mise e Milo Dojman. Molti cantanti passarono sotto la sua direzione: Alberto Echagüe, Armando Laborde, Carlos Dante, Francisco Fiorentino, Héctor Mauré, Mario Bustos e Jorge Valdéz tra i tanti. Come compositore D’Arienzo firmò 43 composizioni, tra le quali si segnalano “El vino triste”, “Paciencia”, “Bien pulenta”, “Chirusa” e “Bailate un tango Ricardo”.
Juan D’Arienzo iniziò ad incidere con la propria orchestra nel 1928 per la casa discografica Electra, per proseguire fino al termine della sua carriera con l’etichetta Victor. Prima del 1928 non esistono registrazioni a lui attribuite, pertanto non abbiamo testimonianze sonore della sua partecipazione alle prime formazioni (ad esempio la Orquesta Paramount). Alcuni riferimenti alle performance di D’Arienzo antecedenti il 1928 le ritroviamo nei manifesti di presentazione delle serate presso i locali dove abitualmente il maestro si esibiva dal vivo.
In totale, El Rey del Compás incise 1012 temi, focalizzandosi su tango, vals e milonga. Questa discografia non ha la pretesa di essere perfetta e definitiva, eppure molti storici ritengono che siamo prossimi, salvo scoperte inaspettate, alla discografia effettiva di quanto prodotto da Juan D’Arienzo.

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El Filete Porteño II parte

Le immagini che si disegnavano nel filete portegno sono nate dal mondo dei conducenti dei “carros” e dei camionisti. Erano da loro scelte, con le conseguenti limitazioni alla libertà creativa dei fileteadores: alla fine del lavoro ci voleva l’approvazione del cliente e soprattutto di sua moglie! In realtà gli argomenti e i temi erano tra i più svariati, basta ricordare che il mio amico si era fatto disegnare Beethoven sul cofano della macchina, però c’erano dei temi che si usavano in modo ricorrente, ad esempio:

“La cornucopia”: Il corno dell’abbondanza tratto dalla mitologia greca, riempito di fiori, è un’immagine ideale per il filete portegno.

“Le navi”: generalmente era il disegno preferito dagli immigrati italiani che evocavano la nostalgia per la propria terra e il desiderio di tornare avendo fatto fortuna.

“Il sole”: preso dalla bandiera nazionale, utilizzato in diversi modi. Nell’ambiente dei fileteadores quando il sole era nascente veniva citato con la frase: “El sol sale para todos” (il sole esce per tutti).

“Il teatro”: è un disegno che riprende un palcoscenico con il sipario aperto e sul palco troneggiano le iniziali del proprietario del mezzo.

“La stretta di mani”: un altro simbolo patriottico, i fileteadores lo chiamano: “Los hermanos sean unidos” (frase del poema gauchesco Martin Fierro, i fratelli siano uniti, perché quella è la prima legge).

“I personaggi”: il tema ne comprende di svariati, ma i più usati sono la madonnina di Lujan, protettrice dell’Argentina, e l’immagine del zorzal, Carlos Gardel.

“Le bandiere e i nastri”: si vedono soprattutto sui camion e gli autobus. A parte il significato patriottico, ha permesso a un’intera classe sociale di immigrati, soprattutto italiani, di esprimere il proprio simbolo nazionale e la riconoscenza per la nuova terra che li aveva accolti.

“I fiori”: uno dei temi principali del filete è sempre stato il fiore, generalmente di cinque petali.

“Gli animali”: si è usato di tutto, ma un capitolo a parte meritano gli uccelli, ogni fileteador aveva un uccellino particolare che lo identificava come una firma. Erano uccelli inventati, non necessariamente copia delle specie viste in natura, da questo si deduce che anche il loro canto non fosse tradizionale se non un repertorio immaginario fatto di tangos e milongas. I cavalli furono i primi animali, dal momento che erano stati parte del primitivo carro a trazione a sangue. Si disegnavano quelli di razza creola, più forti, da tiro o quelli da corsa, più stilizzati: quando si vede in un angolo anche un cappello e dei guanti in pelle, stiamo parlando di un “burrero” (aficionado delle corse di cavalli).

“I draghi”: si dice che fu Miguel Venturo il primo a copiare delle immagini di draghi dalla facciata del Teatro Cervantes. Poi i fileteadores diedero il via libera all’immaginazione dei loro pennelli, nel loro ambiente le immagini dei draghi vengono chiamate “los patos” (le papere). A volte venivano deformate per assomigliare a pesci o uccelli.

“Le lettere”: la forma più usata era quella chiamata “esgrostica” che nel linguaggio del fileteador definiva la fusione della lettera gotica con la loro fantasia. Secondo l’aneddoto di un vecchio fileteador derivavano dalle immagini delle banconote argentine, che in quell’epoca erano impresse a Londra. Le lettere gotiche furono adattate all’estetica del filete in una proiezione tridimensionale, che veniva chiamata “repiquè”.

Un capitolo a parte è rappresentato dalle frasi che si trovavano scritte sui mezzi, ma questo è un altro tango.

Ricordo………..Quando il maestro Gerardo Quilici mi raccontò di aver organizzato tanti anni prima un festival di tango, in un paese vicino a Rosario. Era con “El Polaco Goyeneche” nei camerini quando arriva un ragazzo e chiede al famoso cantante perché, nonostante tanto si impegnasse, non gli piaceva il tango.

Fu allora che il “Polaco” sparò la famosa frase: “Il tango ti sa aspettare”. Ricordo quando mio padre si lamentava della situazione politica in Argentina e diceva: “Te afanan hasta el color” (ti rubano persino il colore), frase presa dal tango di Discepolo: “Chorra” (ladra) che recitava “por ser bueno me pusiste a la miseria, me dejaste en la palmera, me robaste hasta el color” (per essere buono mi lasciasti nella miseria, ” sulla palma”(espressione per dire senza soldi), mi rubasti persino il colore). Ricordo la cara maestra Vittoria Colosio a Rosario che, quando vedeva i cialtroni e gli impreparati che imperversavano già da allora, diceva: “Il tango è cosi generoso”… oppure “Ti si sporcano gli occhi”. Ricordo anche che quando vedevi un autobus o un camion “fileteado” con la frase “Cada dia canta mejor” si riferiva a Gardel (ogni giorno canta meglio) o “que me van a hablar de amor” era tratta dal tango di Homero Exposito e H. Stamponi.

Negli anni ‘70 il filete portegno si caratterizzava soprattutto per le frasi e i detti popolari che i clienti facevano dipingere nei carri o sui camion. Uno dei più famosi fileteadores di Buenos Aires, Carlos Carboni, diceva ai clienti: “Tu me lo porti scritto e io te lo dipingo dove vuoi”. Ai fileteadores non faceva impazzire di gioia realizzare questi motti o barzellette nel loro lavoro, che era un’arte popolare tramandata nel disegno e che si doveva interrompere per scrivere delle frasi che a volte facevano ridere solo al cliente. Per questo, la maggior parte delle volte, il fileteador si vendicava realizzando queste frasi con lettere senza grazia o impegno artistico nella ricerca della forma. Generalmente i camionisti facevano mettere il loro nome sul fronte del mezzo e sul retro le famose frasi. Nel libro di Barugel-Rubiò sono raccolte alcune di queste frasi, prese dai camion e carri dell’epoca:

Frase di consiglio: “Si con caldo vas ganando, seguile dando” (se stai vincendo con brodo, continua in quel modo).

Frase di umiltà: “Disculpen, yo soy del campo” (Scusatemi, vengo dalla campagna).

Frase di condotta: “A fuerza de trabajar, el caido se levanta” (a forza di lavorare, chi è caduto si rialza).

Filosofia popolare: “El hombre es fuego, la mujer estopa, viene el diablo y soplaede la chiave (l’uomo è fuoco, la donna stoppa, arriva il diavolo e soffia.)

Frase tanguera: “A tu memoria, maestro” (Alla tua memoria maestro).

Frase di destino: “Yo ando a los saltos como rengo en tiroteo” ( vado saltando come uno zoppo in una sparatoria).

Frase di orgoglio: “Que milonga ni que tango, con esto me gano el mango” ( che milonga né tango, con questo mi guadagno il soldo).

Frase culturale: “Yo se quien es Chopin” ( Io so chi è Chopin).

Frase d’identità: “De Almagro soy la flor, de Pompeya el mejor” ( di Almagro sono il fiore, di Pompeya il migliore).

Frase di sufficienza: “Yo mate al mar muerto” (Ho ammazzato il mare morto).

Frase filosofica: “Para que te vas a matar si vas a morir igual” ( perché ti vuoi ammazzare se comunque devi morire?).

Frase di disprezzo: ” Se doman suegras a domicilio” (si domano suocere a domicilio).

Frase maschilista : “Si su hija sufre y loora, es por este pibe, senora” (Se sua figlia soffre e piange, è per questo ragazzo, signora).

Frase di arroganza: “En la cama de los vivos, este gil duerme su siesta” ( nel letto dei furbi, questo scemo dorme la siesta).

Buon ascolto! ​ Victor

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Desde el Alma. Un tango per il commissario

Antonio Marongiu è un commissario di polizia che vive a Palermo. Ha superato i cinquant’anni ed è entrato nella fase della vita nella quale si comincia a guardare indietro invece che avanti. Ama la sua città, della quale è profondo conoscitore, e nell’indagare si addentra nella sua storia e nei suoi luoghi. Su iniziativa della moglie, Maria, ha da poco cominciato a studiare il tango. Si trova a dovere risolvere l’omicidio di una giovane maestra della danza rioplatense accoltellata nella sua scuola. La giovane donna, figlia di un senatore della Repubblica, era sposata con un grand commis della Regione Siciliana, incaricato della gestione dei rifiuti nell’isola, che aveva sposato senza grande convinzione. Protagonista della narrazione resta la città di Palermo, con la sua storia terribile, le sue atmosfere e i suoi luoghi, spesso nascosti anche ai suoi abitanti, raccontata al ritmo del tango, tra i ricordi del commissario, la poesia di Alfonsina Storni e la sua storia cantata da “la negra” Mercedes Sosa.

Intervista all’autore Giovanni Balsamo 

1) Desde el Alma, un tango per il commissario è il titolo della sua terza pubblicazione che racconta “a ritmo del tango” le indagini del commissario Antonio Marongiu. Quale significato ha per lei questo titolo?

Quando ho cominciato a scrivere il romanzo avevo pensato al titolo “Dall’anima”, in italiano. Partivo dal concetto intrinseco delle parole Desde el alma, ma non c’era ancora un riferimento diretto al vals.
Il brano scritto da Rosita Melo ha, poi, caratterizzato il romanzo per almeno due motivi: Desde el alma è il vals che Marongiu vede ballare a Lucia Pietrangeli, la vittima dell’omicidio sul quale indaga, e in qualche modo gli entra nel cuore; il suo testo, nella versione di Homero Manzi, rappresenta poi in maniera perfetta il travaglio dell’anima di Lucia, che emerge dalla lettura della sua storia. Inoltre, ed era questo il motivo del titolo iniziale, la sofferenza esistenziale del commissario gli viene “dall’anima”, nel ricordare la storia terribile della sua terra, unita al suono soave del vals che rappresenta un po’ l’armonia dei luoghi che avvolgono il racconto.

2) Immagino non sia stata casuale la scelta dell’ambientazione nel mondo del tango, come contribuisce alla storia e in cosa l’arricchisce?

Desde el alma non è un romanzo sul tango ma, se così posso dire, è un romanzo “con il” tango e a volte “nel” tango. Marongiu lo ha da poco scoperto, prende lezioni con la moglie, e nello scorrere della storia acquisisce consapevolezza della musica e del ballo, scoprendoli a poco a poco, per epifanie successive. La vittima è una maestra di tango, che attraverso la danza recupera un rapporto possibile con la sua esistenza. Il tango è la vita di Pedro, il compagno di Lucia, e nel corso del racconto, che non svelo per ovvi motivi, gli sarà di estremo conforto e gli mostrerà una nuova visione delle cose. Le parole di alcuni tanghi, come appunto Desde el Alma, Adios Muchachos, Tristeza Marina, entrano in qualche modo nella storia, così come altri, quali A Evaristo Carriego, Corazon Encadenado, o Remembranzas, ne segnano alcuni momenti. Il libro si sviluppa su livelli diversi. C’è il plot del giallo, la storia di Palermo, i ricordi del commissario, la vita interiore di Lucia. Il tango è il filo rosso di tutta la storia, permea le pagine con la sua meravigliosa malinconia.

3) Alla base della sua scelta narrativa c’è una passione personale per il tango?

Certamente sì. Mi sono avvicinato al tango nel 2000, quando ho cominciato a prendere le prime lezioni, e da allora la passione per la musica, per le parole e per l’abbraccio non mi hanno più abbandonato. Da tempo volevo scrivere una storia che fosse anche la mia personale dichiarazione d’amore per questo mondo e, principalmente, per la musica. Il tango mi ha regalato molto, anche in termini di vita vissuta, oltre a farmi conoscere mia moglie. Ho vissuto per anni ascoltando solo musica in due quarti. A ogni viaggio le scarpe per la milonga erano la prima cosa che entrava in valigia, ovunque andassi, per lavoro o in vacanza. Adesso ho instaurato con il tango un rapporto più equilibrato, comunque sempre intenso.

4) Con la poesia di Alfonsina Storni e le melodie di Mercedes Sosa che messaggio vuole trasmettere?

L’esergo del romanzo è una citazione della poesia di Alfonsina Storni “Petto bianco”, tratta dal volume “Languidezza”. La involontaria protagonista femminile del romanzo, Lucia Pietrangeli, ama la sua poesia, che ha conosciuto presto, perché quando era bambina il padre le cantava “Alfonsina y el mar”, la canzone scritta per la voce di Mercedes Sosa da Alex Ramirez e Felix Luna e che racconta del suicidio della poetessa. Nel romanzo Lucia va a Mar del Plata, sulla spiaggia La Perla, dalla quale Alfonsina, quell’ottobre del 1938, si tolse le scarpe e si lasciò annegare. E’ l’Alfonsina intimista dell’ultima ora, quella di “Voy a dormir”, la sua ultima poesia, lasciata in albergo insieme alla lettera per il figlio. Desde el Alma è un giallo, ma vuole anche essere una riflessione sull’esistenza e sulle sue contraddizioni. In questo la storia viene aiutata dalla sua struttura. Il lettore sa che Lucia è stata uccisa, e ne ripercorre, parallelamente all’indagine del commissario, i pensieri e la vita, mentre il poliziotto mischia il presente con i suoi ricordi e con la storia della città. Quindi non un messaggio politico diretto, connesso alle vicende della “negra” e al suo esilio durante la dittatura; neppure un rimando alle tematiche care della poetessa, ma la contemplazione della vita e degli eventi che ne determinano la direzione e, in fondo, il suo stesso epilogo. Ma è chiaro, in ogni caso, che ogni citazione, ogni rimando, contengono in sé lo spirito e il messaggio propri del soggetto cui si fa riferimento.

Il romanzo è già acquistabile online presso tutti gli e-store, e sarà nelle librerie da giugno.

 

 

 

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El Filete Porteño I parte

Verso la fine dell’800 l’Argentina subì una ondata migratoria di massa, prevalentemente dall’Europa. La maggior parte degli immigrati si distribuì in Buenos Aires, Rosario e Montevideo, ed altri in altre città nell’interno del paese. Questo fenomeno nuovo diede origine a tre forme di espressione artistica, totalmente originali: una fu il tango, un’altra “il sainete criollo” ( teatro popolare originario della Spagna che in Argentina, contaminato da elementi circensi, diede origine a una forma originale di teatro popolare che rifletteva la vita degli immigrati e dei conventillos”) e una terza forma artistica, il “filete”. Ognuna di queste manifestazioni artistiche sintetizza un aspetto della vita dei nuovi immigrati. Il “filete”, ad esempio, è una celebrazione della prosperità del lavoro. Diciamo che il filete era la decorazione dei mezzi di trasporto dei lavoratori, soprattutto di quelli che vendevano alimenti.

Ho dei ricordi indelebili da bambino, di quelle mattinate di sole quando arrivava il fruttivendolo con il suo “carro” tutto “fileteado” tirato da un cavallo un po’ malmesso. Tutte le mamme si avvicinavano per comprare la verdura fresca, ed io per prendere le canne che sorreggevano le piantine di sedano, erano leggere e ideali per costruire gli aquiloni. La zona più famosa dove avveniva questo smercio era il mercato dell’Abasto a Buenos Aires, dove il volume d’affari della verdura era il più importante. Queste particolari decorazioni si estesero poi ai camion e, più tardi, agli autobus urbani. Ricordo che era ​comune​ vedere un autobus decorato con filete e che il conducente avesse una foto di Gardel vicino allo specchio retrovisore.

Ma come nacque quest’arte popolare così singolare? Se quelli che vendevano il pane, il latte, la verdura e la frutta, usavano i carri per trasportarla, c’erano ovviamente quelli che li costruivano. Si verniciavano quasi sempre di colore grigio fino a che il destino decise di fare una virata. In una fabbrica di carri vicina al porto lavoravano due ragazzini di dodici o tredici anni, Vicente Brunetti e Cecilio Pascarella. Le mansioni dei bambini che lavoravano in quell’epoca erano per lo più di fare delle commissioni, pulire, fare il “mate” per gli adulti ecc. Tanti, come il grande Francisco Canaro e i suoi fratelli, vendevano i giornali per strada, o lucidavano le scarpe. Accadde che l’incaricato di verniciare i carri un giorno non si presentò a lavorare, e c’era una consegna da fare. Il titolare disse ai ragazzini se se la sentivano di verniciarlo loro, dal momento che tutti i giorni vedevano come si faceva. Questi accettarono il lavoro e gradirono la promozione.
Una domenica il padrone chiese ai ragazzi se volevano dare l’ultima mano di vernice ad un carro. I ragazzi si trovarono da soli nella carrozzeria e lavorarono, giocarono e si divertirono, ad certo punto videro un barattolo di vernice rossa e pensarono di verniciare i bordi del carro di quel colore.
Quando il lunedì il padrone vide il carro andò su tutte le furie, rimproverando i ragazzi disse loro “Ma cosa avete fatto? Dovremo verniciarlo di nuovo e ci pagheranno domani!”. Ma quando si presentò il titolare del carro, il dettaglio di rosso sui bordi gli piacque moltissimo e quello che prima per il padrone era un autentico disastro fu motivo di vanto, tanto che disse “E’ una speciale offerta della nostra carrozzeria”. Ma la vera sorpresa fu l’indomani quando gran parte dei possessori dei “carros” del mercato vicino si presentarono nella fabbrica chiedendo di far verniciare il loro mezzo con i bordi colorati.
Questo avvenimento curioso provocò un cambiamento nel modo di verniciare i “carros”. L’operaio che dava la verniciatura di base si chiamò, da allora, “verniciatore liscio” e quello che decorava il carro “Fileteador”.

A metà del 2000 andai a casa in Argentina, passai a trovare un amico d’infanzia, con cui suonavamo e parlavamo dei massimi sistemi in gioventù. Suonava il violoncello, il pianoforte e la chitarra, ma la sua vera passione erano il disegno e la pittura. Sapendo che vivevo in Italia, le sue domande non finivano mai.
I suoi genitori da ragazzo gli avevano dato la massima libertà. Così lui, un giorno, dipinse per intero l’appartamento dove abitava con i disegni delle copertine dei dischi dei Beatles, dei Pink Floyd e degli Yes. Come un moderno artista del filete, gli venne in mente di dipingere anche il maggiolino di un nostro amico con la faccia di Beethoven sul cofano e il resto della macchina con note musicali e spartiti. Inutile dire che il maggiolino del nostro amico diventò famoso in quell’epoca, a Rosario. Così un giorno, parlandomi del “Fileteado” che era la sua ultima passione, mi regalò un piccolo libro del “filete portegno”, scritto da Esther Barujel e Nicolas Rubiò. Oggi lo conservo come un piccolo tesoro.
Tornando al filete, i padroni dei carri si facevano dipingere sul mezzo il nome, l’indirizzo e l’oggetto del loro commercio, come verdura , pane, ecc. I disegnatori di lettere all’inizio del secolo erano quasi tutti di origine francese, i futuri “Fileteadores” presero da loro le tipologie di pennelli e le tecniche di disegno.
I francesi usavano il termine “Filet” (rete, filo). Sicuramente i verniciatori locali presero da loro la tecnica di “el espulvero” (specie di tampone). Ma questi furono gli inizi e di allora non è rimasto nulla. Le carrozzerie, buttavano tutte le matrici in legno, finiti i lavori.
Il filete portegno nacque così, a richiesta dei padroni dei carros, i pittori dovettero inventarsi un’arte popolare senza riferimenti ne antecedenti. Mentre il tango, contemporaneamente, si sviluppava nutrendosi di radici musicali come la milonga campera, l’habanera e usanze e culture europee, il filete portegno cercava di prendere spunto dalle figure dell’architettura di Buenos Aires, dai disegni delle banconote, ecc.
Diceva Discepolo che il tango è un pensiero triste che si balla, invece il filete portegno e l’arte popolare della celebrazione del lavoro. Presero due strade diverse per crescere, il tango scelse la malinconia del abbandono, e il filete la festività dei colori. Mentre il musico o il poeta realizzano l’opera con puntigliosa pazienza, il fileteador ha fretta di finire per essere pagato alla consegna.
Tra i vari personaggi dell’epoca parliamo di un italiano, Salvatore Venturo. Venturo era capitano della marina mercantile italiana, ma già in pensione si trasferì a Buenos Aires dove viveva suo fratello. Venturo era anche pittore e si può pensare che abbia utilizzato le tecniche e i modelli del carretto siciliano, ma quando iniziò a lavorare come fileteador, seguì la linea di disegno che si stava usando in quel momento nel filete di Buenos Aires e non riprodusse nulla della pittura del carretto in Sicilia. Ebbe un figlio, Miguel, che si presume abbia studiato la pittura e il disegno, presto superò i lavori di suo padre e quasi tutti convengono nel sostenere che “Miguelito” fu il pioniere che diede forma definitiva al filete portegno.
Si dice che le figure dei “Draghi” dei filetes siano una invenzione di Miguel, suggerita dalla facciata del teatro Cervantes di Buenos Aires. Altra sua invenzione fu probabilmente l’applicazione del filete nelle portiere dei camion. Le scritte sotto una certa misura non pagavano tasse ma i testi erano piccoli e si perdevano nella portiera. Miguel pensò di incorniciare le parole con ornamenti, draghi e fiori.
Quando il camion fece la sua comparsa, per i fileteadores fu faticoso passare della superficie ridotta di un carro ai metri quadrati di un camion. Quando in Buenos Aires, capital federal, tra l’anno 1967 e il ’68 fu proibita la circolazione dei mezzi a trazione animale, non c’era la minima coscienza dell’arte del fileteado, e si perse tutto, delle migliaia di carros che circolavano per la città si è conservato solo una portiera. 
Il suo padrone abbandonò il suo carro in un​ terreno incolto​, ma poi dal rimorso tornò indietro e gli strappò la portiera d’ingresso, che aveva un ritratto di Carlos Gardel. Oggi è conservata nel museo della città.
All’inizio, nessuno dei creatori né del tango né del filete, avrebbero mai pensato che queste arti popolari sarebbero diventate l’immagine stessa dell’Argentina nel mondo.

​Buona lettura e buona visione!

Victor.

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