Tango Teheran

“Tango Teheran”è un romanzo d’amore sullo sfondo della cultura del tango. Narra la storia di Gabriel Price, un insolito poliziotto di New York, e di un’attraente ragazza iraniana, studentessa e ballerina di tango, Sareh Kazemi.

Gabriel, immerso in un ristretto mondo newyorkese, dominato da una prepotente e moderna tecnologia invasiva, verrà travolto dalla musica, dal ballo e dalla bellezza di Sareh che unica lo trascinerà fino a Teheran. Per conquistare l’amore di lei, Gabriel si troverà costretto a sfidare la censura in Iran dove il tango è vietato. La cultura del tango non soltanto farà da sfondo alle vicende, ma guiderà Gabriel nel suo lungo e coraggioso viaggio.

Il romanzo esplora nuove vie non ancora battute dalla narrazione specialistica sul tango inquadrando il ballo, la musica e la sua filosofia, entro una nuova luce capace di toccare motivi estremamente contemporanei e riproponendo al lettore, sia appassionato che ignaro di tale arte, la tradizione del tango nella sua più intima essenza.

Avvertiamo che il libro in formato cartaceo può essere comprato durante le presentazioni in milonga oppure nelle seguenti librerie:

Youcanprint: http://www.youcanprint.it/…/tango-teheran-9788892643222.html

La Feltrinelli: http://www.lafeltrinelli.it/…/e…/tango-teheran/9788892643222

Ibs: https://www.ibs.it/tango-teheran-libro-/e/9788892643222

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Coppia a tutto tondo

Qualche sabato fa sono stata invitata a una milonga in cui si festeggiava il compleanno del maestro che gestisce tale scuola. Serata splendida ricca di sorprese e piuttosto divertente. Prima della milonga era stata organizzata una cena a buffet con i piatti classici dell’Argentina che ha ottenuto grande successo poiché i commensali erano numerosi, segno evidente che la cosa è piaciuta molto. Empabnadas y dulce de leche sono state alcune delle prelibatezze assaggiate quella sera. Così arriviamo all’ora in cui cominciano le danze e ci si cambia le scarpe. La sala comincia presto a riempirsi di bella gente. Tutta vestita bene ed elegante, presagio del bel vedere che ci sarà di li a poco. Beh, inevitabile per me fare alcune riflessioni in merito a quanto è accaduto quella sera. Per l’esattezza il compleanno era di Moreno Sgherri, maestro della associazione dilettantistica Mas Tango, costituita nel 2008 insieme a Giusy Cafaro. Ecco, loro sono coppia anche nella vita! Si sente dire che il tango unisce o divide. Nell’osservarli oso dire che in questo caso sono stati uniti da questa grandissima passione per il tango. Il loro è stato un percorso di studi a 360° e dimostrano capacità e tecnica invidiabile. E’ una coppia che si è esibita in diversi palchi ottenendo splendidi risultati e l’ottimo  gradimento del pubblico. Quello che però colpisce in loro è la tenerezza e la bontà del loro carattere. Nel vederli ballare, si percepisce amore puro. L’amore nel tango si può tradurre con l’avere un atteggiamento differente che spazia dall’affetto fino a riferirsi a un forte attaccamento, una dedizione appassionata, insieme a una inclinazione profonda. Le movenze gentili, la vicinanza e la fedeltà sono così evidenti che niente può smentire il loro coinvolgimento. Lei lo cinge dolcemente e lui la accarezza di continuo facendola avanzare con garbo mettendo in evidenza tutta la sua bellezza e femminilità. Per quel giorno in cui si festeggiava il compleanno di Moreno, Giusy ha ben pensato di fargli una sorpresa. Per l’occasione erano presenti le rappresentanze di più scuole segno evidente che la coppia è ben voluta e amata da tutti. Ottimo livello di ballo in cui i maestri hanno dato il meglio anche se qualcuno come spesso capita non si prodiga nell’invitare troppo. Ovviamente, le ronde per il maestro sono state due, anziché una per permettere a tutte le amiche di far qualche passo con lui fino a quando Giusy non è arrivata a reclamare il suo compagno e a cui nessuna poi si è sentita di toccarle la spalla per sostituirla. Nel vederli volteggiare in pista leggeri ed eleganti, i presenti abbiamo provato emozione e commozione, perché i loro volti, esprimevano affetto e tenerezza, quando nelle pause i loro occhi si soffermavano l’uno in quello dell’altro. Sono anni che osservo le coppie ballare ma quando l’amore coinvolge i due ballerini, il modo di ballare diventa unico, irripetibile, diverso. Difatti, con il tango, le coppie che non si conoscono diventano insieme, un’unica entità ma quando sono uniti anche dall’affetto, questo aspetto assume connotati particolari non nascondibili anche ad occhi poco attenti. Subito dopo la ronda sono arrivati i regali dei suoi allievi e dulcis in fundo è partito un video sul maxischermo, montato appositamente, per rimembrare alcuni momenti salienti di questa meravigliosa coppia. Che dire, “rubare” tempo a una milonga per dare all’uomo che si ama una attenzione particolare è, da parte di Giusy, una grande dimostrazione di affetto. Contrariamente a quanto si possa pensare, non ha affatto spezzato il ritmo della serata, piuttosto la ha esaltata creando una atmosfera ancor più festosa. A questa bella coppia di maestri auguro una vita splendida sia nel tango che nel quotidiano perché se lo meritano.

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Io sono Daniel Piazzolla

L’articolo che segue, tradotto dalla pagina facebook di Daniel Piazzolla, mi immagino sia stato scritto come un grido di dolore, un’oppressione durata anni e che, forse ancora dura, un confronto costante e continuo, di aspettative disattese, continue frustrazioni… UN URLO!!! Un padre genio totale e un figlio sovrastato da tale figura; un canone dejà  vu con innumerevoli attuali esempi.

IO SONO DANIEL PIAZZOLLA!

Prima di tutto, voglio affermare che sono orgoglioso di essere figlio di Astor Piazzolla!!!  Ma non tutti i Piazzolla sono geni, alcuni, come me, sono normali!!! Sono, sono stato e sarò costantemente incostante!!! Tra pochi giorni spegnerò 73 candeline e devo dire che…SONO STUFO DELL’ARTE !!! Questo è semplicemente un racconto, in nessun modo un curriculum, ma ha diversi aspetti di prontuario!!!  Mi hanno fatto venire voglia di scriverlo. Sono stanco che mi parlino di musica, pittura, letteratura, ecc. ci sono tante altre cose nella vita ❤❤❤. Mio padre musicista, mia madre pittrice e mia sorella scrittrice… da quando sono nato è stato facile dire che ognuno dei tre era eccellente nel suo campo!!! Loro tre sono stati costanti nella loro vita !!! Con tutto orgoglio io posso urlare……. IO NO!!!

Se non lo sono stato, forse è stato per il benedetto o maledetto viaggio a New York e per la separazione dei miei genitori !!!

Io studiavo e suonavo bene il piano da quando avevo sei anni, fino a quando a tredici anni, nel 1958, siamo andati a New York e per ragioni economiche ho smesso di studiare; il mio vecchio non me lo poteva pagare. Credevo che tutto nella vita avesse a che fare con l’arte!!! Poi ho capito che c’erano altre cose!!!  Così belle e varie!!! Ho imparato che “incostanza”, non è una brutta parola!!!

Passò non molto tempo… all’inizio degli anni ’60 ho studiato e mi sono diplomato “odontotecnico” all’Istituto Americano di Meccanica Dentale. Non supportavo però di prendere stampi in bocche sporche!!! Come potete dire a una persona: lavati i denti “roñoso de mierda” ? E il diploma ?   Che ne so……  non l’ho più trovato né cercato!!!Dopo poco i miei genitori si separano e lì è iniziato quasi tutto: sono andato a fanculo da casa mia e successe tutto quello che viene!!! Ho smesso di vivere in funzione di…  iniziai così a vivere preoccupato solo della mia sopravvivenza!!! Mi rimase solo il Kung Fu!!!

Nessuno sapeva dov’ero e francamente non sapevo se i miei familiari si stessero preoccupando. Mia sorella Dianita era fidanzata, mia madre pensava solo a mio padre e mio padre… già non c’era più.L’ordine di ciò che scrivo non è cronologico, è casuale… aleatorio… non posso ricordare ciò che era prima e quanto veniva dopo. Il decennio dei ‘60 mi ha colpito duramente, alcuni casini mi hanno cercato e altri me li sono cercati!!! Ho lavorato per due mesi in una agenzia immobiliare, la “Martini & White”, come telefonista ma mi si confondevano i cavi!!! Sono durato quello che dura una puzza in un cestino!!! Me ne andai!!! Non mi ricordo quando, nella metà degli anni ‘60 ho preso una nave, l “Enrico C.” e me ne sono andato in Spagna a trombare e vedere cosa succedeva.

Sempre senza un soldo!!! Ero a Puerta de Hierro, in Spagna, e conobbi Peron e Lopez Rega… no comment, non li ho mai sopportati e non mi sono mai piaciuti!!!

Sono stato in Spagna sei mesi, cinque a Madrid e uno a Barcellona, ho lavorato come intervistatore statistico e niente altro, sono morto di freddo e di fame e sono finito in un hotel di “quelli” a le Ramblas, invitato da delle catalane che si guadagnavano la vita “come potevano”. Incantevoli le ragazze, in tutti i sensi; mi accudirono molto!!! Dopo poco ritornai a Buenos Aires con la nave “Augustus” e me ne andai in campagna!!! Grazie al mio caro amico Carlos Meana ho imparato tutti i lavori dei campi, come riempire un abbeveratoio per le pecore con la pompa a mano, ossia pompando a braccia in due giorni 7.000 litri d’acqua, così  sono rimasto sul lato destro Charles Atlas (Maciste) e sul lato sinistro Gandhi.

Ho imparato a riunire il bestiame, marcarlo, castrarlo, gestire le pecore per il consumo, che consisteva nel sceglierle, separarle e sgozzarle. Era il mio lavoro!!! All’inizio appresi l’inseminazione artificiale e lavorai di questo nella “Estancia La Barrancosa” incrociando le razze bovine Charolais con Aberdeen Angus, credo per tre anni, vero Anita ? Dubito sempre che siano stati due o tre anni. Io avevo in dotazione due cavalli, uno “Zaino” e un “Alazan Pampa”, lo Zaino era il mio preferito, molto nervoso ed elegante; ho avuto anche dei purosangue ! Ho corso una “cuadrera” con dei vicini, gli Aguinaga, cavalieri di tutta una vita… io con il mio Zaino, sono arrivato secondo, staccato dal primo per solo mezza lunghezza !   Allentai le redini al mio “pingo” (cavallo) e lo mandai al massimo. Non mi importava se mi uccidevo in gara… volevo vincere !!!

Mi ricordo di essere caduto con il mio Zaino, con la mia migliore faccia di coglione e di voglia di mangiare carne bovina, stufo marcio di mangiare pecore !!!La prima grande emozione della mia vita!!! Era stata una domenica di festa tra i campi della zona!!! Io ero lo straniero cittadino, i locali tremavano, non ci potevano credere!!! Terminai la giornata con la convinzione che tutto fosse possibile nella vita, bisogna semplicemente guardare avanti, senza voltarsi né indietro né tantomeno ai lati.

Una notte ero ben ubriaco e il domatore della Estancia mi sfidò a salire su un puledro molto cazzuto… non ebbi alcun dubbio. Sono salito e dopo un paio di piroette imbizzarrite sono caduto spiaccicato e morto dalle risate, anche se mi facevano male perfino i capelli!!! Quella notte mi lamentai di quanto era dolce la carne che stavamo mangiando e mi nascosero che era di pony !!! Quando l’ho saputo, avrei voluto morire!!!

Una sera stavo percorrendo la campagna con Carlos e ci accorgemmo del peggio: l’afta!!!  Gli animali cadevano in ginocchio!!! Quella notte ho dovuto prendere il cavallo e attraversare i campi di gran carriera, dalla fattoria fino allo stradone senza vedere niente di niente, il mio cavallo conosceva i passaggi dei cancelli e così arrivai alla strada per prendere il pulman fino a Maipu, buttare giù la porta di un laboratorio per farmi dare i vaccini e tornare al campo all’alba e per tre giorni vaccinare tutto il bestiame!!! Il podere era di oltre 4.000 ettari e c’erano più di 1500 bovini. Sono stati anni meravigliosi, duri ed educativi per me, mi fecero uomo!!!

Ai quei tempi fumavo e siccome nella fattoria non mi pagavano perché ero apprendista, dovevo mettere trappole nel podere di 40 ettari per catturare nutrie, le scuoiavo e andavo fino a Ayacucho per scambiarle per un paio di cartoni di sigarette “Particulares 30”.   Nuovamente, grazie alla famiglia Meana!!! Ho fatto il fotografo pubblico per anni nello “Studio Sarmiento” e nello “Studio Metro”, con più di 500 matrimoni alle mie spalle. Ho conosciuto tutti i sacerdoti di tutte le chiese, e così ho iniziato ad allontanarmi da loro !!!

Lavorai presso le chiese “Il soccorso, patronato di San Giuseppe”,”San Nicola di Bari”,”Santissimo Sacramento”,”San Martino di Tours”, etc. etc. etc. I curati ti sposavano e, se avevi soldi, ti mettevano fiori e tappeti rossi, se non li avevi, te li toglievano!!!   Io mi sono sposato nel “Santissimo Sacramento”. Prima di me, si è sposata una coppia umile che era arrivata in taxi: tolsero tutto!! Al momento che mi sono sposato io, tornarono a mettere i fiori, il tappeto rosso e riaccesero le luci !!! Provai una grande vergogna!!!

Sono stato traduttore al giornale economico “The Review of The River Plate”, di Buenos Aires. Esperienza negativa con compagni lugubri, oscuri e senza futuro !!! Sono durato anche qui quel che dura una scoreggia in un cesto! Ho avuto una libreria e un negozio di giocattoli a Mar del Plata, per sei mesi in via Alberti 1555. Mi piacevano i giocattoli importati e con le pile. Tutta la vetrina era in movimento, e tutti si fermavano e si ammucchiavano per guardare, ma nessuno comprava; i dispositivi erano costosi e mi costavano una fortuna in pile !!!

Ciaoooo !!! A qualcos’altro.

Ho avuto un locale da ballo a Villa Gessell, “Studio Uno”. Lì si sono esibiti Moris e Manal con la negra bianca! Mi hanno chiuso più volte per disordini e avvenimenti.   Era un casino bellissimo!!!  La polizia mi odiava, veniva ogni momento a rompere le palle e la gente si spaventava!!! Ho avuto una ragazza al mattino e un altra alla sera, e le due erano al corrente dell’esistenza dell’altra!!! Tutta quell’estate fu così !!!

Pace? e amore !!!

Quell’anno, per i casi della vita, sono stato in prigione in vari commissariati: Commissariato 23 (Botanico) in Capital Federal e nel commissariato di Villa Gessell 3 volte. Sono stato in prigione a Dolores, prov. di Buenos Aires, non ricordo quanto, ma abbastanza….. e ho preso un avvocato della Difesa d’Ufficio per poveri e contumaci con una cauzione di 2.000 dollari negli anni ’60, ricordo che il giudice era il dottor Belloq. Non avevo quei soldi e sotto dichiarazione giurata ho promesso di tornare e pagarla entro sei mesi.

Mi lasciarono per la strada, sporco, senza fare un bagno e con un passaggio gratis per ovunque: ho optato per Buenos Aires per circa due o tre giorni. Sono quindi tornato a Villa Gessell dove la prima visita che ricevetti è stata quella del Prefetto Rincon e del Sergente Manteglio ! Manteglio era un baffuto brasiliano dal pelo rosso che mi odiava profondamente, e lui sapeva che io lo detestavo. Quando lo conobbi, fu odio a prima vista; mi azzuffai una notte in un locale ed erano almeno sei di Villa Gessell contro me ed Eduardo, un amico, e quello che mi picchiò di più fu lui, mentre mi tenevano bloccato !!! Terribile il colorado (nero)!!!

Quando siamo arrivati al Commissariato, accesi un sigaretta e il Manteglio mi disse: spegni la cicca! Io ho fatto il coglione e subito due cazzotti mi colpirono e la sigaretta volò “a la mierda” e un fiume di sangue uscì fuori dalla mia bocca rovinando una camicia di Giesso (marchio di alta moda) nuova di zecca!!!

Avevo la bocca distrutta ma mi lamentai solo per la mia camicia nuova. La prima cosa che mi hanno chiesto quando uscii dal carcere è stata: ora ti comporterai bene Piazzolla?  Una settimana dopo c’ero già ricascato!!! I miei vecchi lo scoprirono molti anni dopo e li affrontai semplicemente, come un signorino inglese…. tra di noi…….
Sono stato di merda !!! Anni dopo, suonando con il mio Octeto nella Casa della Provincia di Buenos Aires in avenida Callao, al termine del concerto sale sul palcoscenico un tipo molto alto per salutarmi e mi dice…. come sta Piazzolla? Lo guardo e mi dice… non so se si ricorda di me, sono il giudice Belloq!!! Sbammmm!!!  Come dimenticarlo!!!

Maria de Buenos Aires  Sala Planet – dall’ 8 Maggio al Settembre 1968.

A oggi 2018, sono passati cinquant’anni dalla“Prima”!!! Senza dubbio, uno dei più bei lavori che mi è capitato di fare nella mia vita!!!
La mia emozione iniziava dalla prima battuta di “Alevare” (il primo quadro) e si è concludeva con l’ultima nota di “Maria di Buenos Aires” !!! Un’ora e mezza di emozione costante!!! Così mi sentii durante tutte le cento rappresentazioni!!!

Lavorai come “corista maggiore” così mi aveva battezzato Horacio Ferrer, facendo i cori nell’operita “Maria de Buenos Aires”.
Lavoravo nella cabina del suono con un registratore Akai a bobina; sulla bobina c’erano, come riferimento, dei nastri gialli che indicavano dov’erano tutti i cori registrati che avrei dovuto far partire al momento giusto. Un sacco di responsabilità da parte mia; nel caso in cui avessi sbagliato coro sarei stato un uomo morto, sopratutto avendo mio padre di fronte a me!!! Avevo perfino uno partitura per non sbagliarmi, e ancora la conservo!!!

Maria de Buenos Aires debuttò l’8 Maggio 1968, e si concluse la prima settimana di Settembre dello stesso anno, dopo 100 spettacoli !!!

Meno male che non ho mai fatto brutte figure con i cori!!! Sarebbe stato fatale perché se avessi toppato si sarebbe confuso tutto e sarebbe crollata tutta l’opera… chiaro!!! Il peggio? Dovere andare ogni mese al piano terra del teatro a pagare l’affitto della sala a Eurnekian… era anche parte del mio lavoro!!! Il tipo con la più grande faccia da culo che conobbi nella mia vita !!!

Erano 5.000 Pesos al mese, una vera fortuna per noi !!! Lo stesso Eurnekian che oggi è il proprietario della società Aeroporti 2000 !!!
Come finì il tutto? Il mio vecchio fuso, scoppiato!!! Lavorai poi da barman, guardarobiere e autista al ristorante “Il vecchio pop” di Mar del Plata !!! Un’estate intera. Grazie Oscar Cataldi!!! Ho potuto così mettere da parte un po’ di soldi per affittare un magazzino in Buenos Aires, dove ho avuto un negozio di dischi all’incrocio di Migueletes con Maure, “Piazzolla Records”, vendevo solo dischi importati che mi venivano portati di contrabbando da diverse hostess!!! Penso che durò un anno… i dischi erano costosi!!! E il quartiere mi odiava per la musica a tutto volume; un giorno da un edificio vicino ci hanno tirato un vaso di mayonese: una bottiglia di 5 chili che esplose sul mio marciapiede, ti ricordi Gari?

Nel 1971, dopo un mese di fidanzamento con Lalla, ci siamo sposati e ce ne siamo  andati in Europa praticamente già con il posto di lavoro: ho lavorato a Gelsenkirchen, in Germania per un anno!!! Lavorai in una fabbrica di calze di nylon, in un laboratorio fotografico e in una fabbrica di scatole, ho imparato un po’ di tedesco e la mancanza del mio paese!!! Siamo poi tornati perché Lalla era già incinta di Pipi!!! A Buenos Aires negli anni 80, sono stato il creatore e il proprietario de “Il più pancho”, un locale antesignano dei fast food, ebbe un successo enorme per dieci anni “Febbraio 1985 – Febbraio 1995 ” in Maure 1565.

Ci veniva tutto il mondo, artisti, sportivi, politici… tutti!!! Mi andò economicamente in maniera eccellente e finalmente rialzai la testa !!!

Grazie alla mia incostanza !!! Sì, amici, un pezzo di cultura, ma non tanto!!! Continuo a essere stufo dell’arte !!! Bel titolo per il mio libro!!!

Ah, dimenticavo, anch’io ero un musicista e il mio sintetizzatore ed io abbiamo avuto la fortuna di suonare nei due octetti elettronici di Astor e anche con il mio proprio octetto. Ho scritto più di trenta temi con Horacio Ferrer, alcuni molto buoni, altri più o meno, colpa mia!!! Ho composto anche con Diana Piazzolla, Hector Chaponik, Julia Prilutzki Farny, Albino Gomez, Alessandro Tarruella, ecc. Ho musicalizzato Jorge Luis Borges e Oliverio Girondo: La ricerca di Buenos Aires e Poema 12!!! Hanno registrato per me Hernan Salinas, Jairo, Ruben Juarez, José Ángel Trelles, Diana Maria, Fernando Soler, Carlos Rossi, Alfredo Sadi.

Nel 1975, il mio sintetizzatore ed io registrammo a Milano con Astor, la musica di tre film: Lumiere, Piove su Santiago e Viaggio di nozze; inoltre la Suite Troileana e l’accompagnamento del disco di José Ángel Trelles, Balada para un loco.Prima di iniziare la registrazione il mio vecchio mi disse: Tu non puoi sbagliare perché sei mio figlio!!!Entrai in sala di registrazione come Di Caprio quando il Titanic stava per affondare!!!   Così andò… non ho mai sbagliato!!! Il primo tema che registrai: Muraglia cinese!!!

Ebbi la fortuna di suonare con il mio vecchio alla Carnegie Hall di New York, 22 concerti all’Olimpia di Parigi, riempire a tappo il Teatro Grande Rex, e fare tournée in 9 paesi. Nel 1977 con il secondo octetto elettronico registrai con il mio vecchio “Piazzolla Olympia 77”, inciso in diretta nel Teatro Olympia di Parigi !!! Un disco incredibile che il mio vecchio ascoltava nella sua auto sino alla fine della sua vita!!! Registrai con il mio octetto un cd con temi di Astor e miei, Piazzolla x Piazzolla. Con Chick Corea, Gary Burton, Danilo Pérez e il mio octetto abbiamo fatto scoppiare il Teatro Opera nel 1996 con Astortango.Ho suonato con Astor, Santiago Giacobbe, Chick Corea, Gary Burton, Danilo Pérez, Julio Pane, Nicolas Ledesma, Prestipino (Pino Presti), Tullio Depiscopo, Luis Ceravolo, Ricardo Sanz, Osvaldo Caló, Gustavo Beytelmann, Hernan Salinas, nico g., Saul Cosentino, Pipi Piazzolla, Raul Lavie, José Ángel Trelles, Sandro, Fito Paez, Victor Heredia, Horacio Ferrer, Juan Carlos Cirigliano, Escalandrum, Nico Sorin, Lautaro Greco, Esteban Sehinkmann, Alejandro Giusti, Adalberto Cevasco, Enrique Zurdo Roizner, Antonio Agri, Arturo Schneider, Roberto Santocono, Horacio Malvicino, Lucio Balduini, Chachi Ferreyra, Raul Luzzi. etc, etc, etc.

Ho scritto un libro insieme a Maria Susanna Azzi, prossimo ad uscire !! Ho piantato tanti alberi e ho fatto piantare più di 1.200 pini nella mia cara Villa La Angostura!!! Ho due figli meravigliosi e quattro nipoti da favola!!! Una donna che mi appoggia e mi aiuta, tra pochi giorni completeremo 47 anni di matrimonio !!  Ma tutto questo è un’altra storia !!!
Importante come le altre però!!!   Ma ripeto, sono stufo dell’arte!!!

Molto stufo del perché mi chiamo Piazzolla, perché devo parlare solo di musica!!! Il musicista era il mio vecchio, io sono un semplice tipo che ho avuto la fortuna di essere una specie di “ragazzo tuttofare” nella vita e l’ho passata come fenomeno sia nei momenti buoni e anche in quelli meno buoni !!! Dalle situazioni cattive si impara più che dalle buone!!!

Il mio capolavoro??? Dani e Pipi!!!  Parola di un Piazzolla comune e selvaggio !!!

Se questo non è onorare la vita, allora cos’è ???

Daniele Hugo “Tiroloco” Piazzolla
20 Febbraio 2018

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El Abandono V

di Victor Hugo Del Grande

Bandoneon, vecchio bambino… Con mio nonno e tanti altri, arrivasti nascosto nella pancia di quella nave. Poi qualcuno ti portò in un “piringundin” di La Boca​ e lì sei rimasto, piangendo note e solitudine. Iniziarono a notare la tua presenza, la tua voce… Qualcuno parlò di te a quel ragazzino, figlio di immigrati francesi … che gli amici chiamavano “El tigre”.

Fu amore “a primo suono”, pensasti di aver trovato con chi condividere l’enorme responsabilità di essere la voce di migliaia di notturni abitanti, di un lunfardo arrabal infreddolito per la nostalgia e tutte le miserie che affollavano la nuova vecchia  Buenos Aires. Ma anche lui morì, in una notte umida di Montmartre, e ti abbandonò.

Una sera camminavamo per le strade di La Boca: Canaro, El Pacho, garrote Greco ed io. Dopo aver bevuto e riso per ore, stupidamente ubriachi, tornavamo a casa. Notai una piccola ombra appoggiata ad un muro, che respirava e ad ogni fiato gemeva teneramente.

– Pascual! Che fai? Dài, andiamo che è tardi.

– Tornate voi, io mi faccio l’ultima sigaretta guardando il riachuelo.

Mi avvicinai guardingo, ma deciso, i lamenti erano costanti. Già a pochi metri ti vidi appoggiato tremante sul muro scrostato e umido. La luce di un lampione a kerosene mi fece vedere il tu viso, le mille rughe del tuo mantice sgonfiato , una targa di ottone  diceva che eri stato abbandonato sotto il portico di un convento di suore.

Mi guardasti dritto negli occhi, ebbi la certezza che avevi capito tutto di me, che già non potevo più cantare e che anch’io avevo l’anima segnata dal dolore.

Come una madre universale, mi chinai per darti calore. Ti alzai in un gesto deciso per farti capire che eri al sicuro e ti cullai sul mio petto mentre intonavo un tango che non avevo ancora scritto.

Ti portai a casa con me, quando arrivammo ti bastò uno sguardo per capire che non eri il solo ad essere stato abbandonato. I tuoi occhi mi guardarono con tenerezza, capii che volevi consolarmi, cantando un tango per me.

Ti misi sulle ginocchia e premendo i tuoi tasti ingialliti per l’oblio, la tua voce rauca graffiò la mia anima.

C’era così tanta tristezza nel tuo canto… Non riuscisti a consolarmi… Crebbe la mia malinconia e in un duetto mistico e tanguero, in quella “noche triste”, mio “bandoneon arrabalero”, il tango ci unì per sempre.

​BANDONEON ARRABALERO   (1928​  musica: Juan Bautista Deambrogio ‘Bachicha’  parole: Pascual Contursi)

Bandoneon arrabalero (di periferia)

vecchio mantice sgonfio​,

ti trovai come un “Pebete” (bambino)

che la madre abbandonò.

Sulla porta di un convento

senza intonaco nei muri,

sotto la luce di un lampioncino

che di sera ti illuminava.

 

Bandoneon, tu che vedi che sono triste

e non posso più cantare,

tu sai che porto nell’anima

il segno di un dolore.

 

Ti portai nella mia stanza,

ti cullai sul mio petto freddo,

anch’io abbandonato

mi trovavo nel “Bulin” (stanza).

Hai voluto consolarmi

con la tua voce rauca,

e le tue note addolorate

aumentarono mi “berretin” (falsa illusione)

 

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Come sono giunte a noi le registrazioni di tango

E’ un tema di discussione che mi ha sempre appassionato, sia per il mio interesse per il Tango, che mi ha portato a mettere in piedi una vasta collezione di brani che utilizzo quando faccio il DJ, sia per la mia natura che mi spinge a ricercare sempre qualcosa di migliore,
anche da un punto di vista puramente estetico.
Su questo punto peraltro potrebbe aprirsi un lungo dibattito, inutile a mio parere, sia per il noto motto “de gustibus …”, sia per la mancanza di un riferimento assoluto. Ai tempi d’oro del Tango infatti le orchestre si esibivano dal vivo ed ogni sera i brani venivano suonati in modo leggermente diverso, soprattutto per quanto riguardava la velocità di esecuzione. La registrazione dei dischi a 78 giri veniva effettuata in sala d’incisione dove a volte si faceva ricorso anche a strane “alchimie”. Daniel (Dany) Borelli, uno dei migliori DJ di Buenos Aires racconta ad esempio come alla fine degli anni 30 il successo dello stile D’Arienzo portò quasi tutte le orchestre a suonare su ritmi molto elevati (fino a raggiungere le 140 battute al minuto); le orchestre che non riuscivano a suonare con un tale ritmo acceleravano i brani in fase di incisione. Per non parlare di quanto avvenuto successivamente in fase di riedizione o ristampa di vecchi brani: basta scaricare da internet uno stesso brano digitalizzato in occasioni diverse (magari dalla stessa casa discografica) per rilevare enormi variazioni in termini di velocità e/o di tono.
Quindi anche il disco a 78 giri, che nel tango rappresenta comunque il supporto originale, non sappiamo quanto fosse rappresentativo della realtà; i supporti messi in vendita successivamente hanno subito ulteriori manipolazioni, non solo i CD e file MP3 (che hanno richiesto la digitalizzazione del suono) ma anche i vinili e le audio-cassette, che pure vengono utilizzati da alcuni DJ per dare un’area “vintage” e una (falsa) impressione di autenticità alle loro selezioni musicali. Ripensando a questi temi è nata comunque in me la curiosità di capire meglio come siano state prodotte e come siano giunte a noi le registrazioni di brani di Tango che oggi ascoltiamo e che balliamo in milonga e perché la loro qualità, mediamente piuttosto bassa, possa risultare così diversa anche per brani dello
stesso periodo e della stessa orchestra.
Per farlo ho cercato di capirne di più riguardo a come i dischi originali sono stati prodotti e alle modalità con cui successivamente sono stati trasferiti su diversi supporti (principalmente dischi in vinile e CD), immaginando che questi siano stati i fattori che hanno avuto il più forte impatto sulla qualità acustica dei brani.

Etichetta di un disco a 78 giri della
Victor registrato nel 1929.
La RCA Victor produsse i dischi
dell’Orchestra Tipica Victor
(ovviamente), D’Agostino, Troilo (dal
1939), Di Sarli, Donato, Lomuto (dopo
il 1931), D’Arienzo, De Caro (nel 1943
e 1944), Fresedo, Laurenz (fino al
1943), Tanturi (dopo il 1940), Firpo
(nel 1944) e Pugliese

 

La registrazione dei dischi

Escludendo le primissime registrazioni, che hanno un valore soprattutto storico, e quelle moderne (dagli anni 60 in poi) per cui il problema della qualità audio non si pone in termini così drammatici, possiamo dire che quasi tutti i brani suonati in milonga sono stati registrati nel periodo che va dal 1925 al 1955; questo arco di tempo comprende anche la cosiddetta “età d’oro” del Tango (1938-1945, grosso modo) durante la quale furono registrati quasi tutti i brani più belli e, soprattutto, quelli più ballati nelle milonghe.
Durante questo periodo le tecniche di registrazione non sono cambiate in modo significativo per cui possiamo considerare che per tutte valgano le stesse considerazioni.
[1] La registrazione avveniva “in presa diretta” in sala d’incisione con l’ausilio di microfoni e amplificatori (la registrazione elettrica fu introdotta nel 1925); mentre l’orchestra eseguiva il brano, un particolare tipo di tornio effettuava la “fonoincisione”, cioè trasformava il suono in sottili incisioni fatte con solchi ondulati su un disco di cera rotante. In quel periodo infatti non esisteva nessun altro sistema per registrare i suoni; solo a partire dagli anni 60 fu possibile disporre in sala di incisione di registratori a nastro magnetico multi-traccia di altissima qualità che consentivano di registrare separatamente i vari strumenti (e soprattutto la voce) per produrre poi una registrazione “master” in cui i vari canali erano opportunamente “miscelati” e che poteva essere usata successivamente come sorgente audio per il fonoincisore.
Successivi passaggi trasformavano immediatamente (o appena possibile) il delicatissimo disco di cera in un supporto via via sempre più resistente e di cui potevano essere riprodotti più esemplari: il disco di cera diventava un disco “padre” da cui venivano generate alcune “madri” che a loro volta
generavano le matrici (stampi) utilizzate per la produzione in serie dei dischi in gommalacca.
La complessità del processo era dovuta al fatto che questi supporti, in nichel o rame, si deterioravano comunque con l’uso per cui risultava opportuno produrne più esemplari e conservarli nel caso fossero richieste, anche in futuro, altre copie. Sicuramente veniva conservato il padre, che rappresentava la vera copia “master”, visto che il disco in cera andava subito distrutto dal processo stesso di lavorazione, e che poteva servire, eventualmente, per
costruire nuove “madri”. Le matrici “madre” invece potevano produrre altri stampi (da cui ricavare nuove copie del disco) ma potevano anche essere ascoltate e registrate (si noti come delle varie matrici solo la “madre” è ascoltabile, le altre infatti rappresentano un “negativo”
del disco, hanno cioè rilievi dove il disco presenta solchi).

[3] I dischi in gommalacca a 78 giri consentivano di riprodurre i suoni nella banda di frequenza 100–5,000 Hz, limitazione dovuta al sistema di amplificazione, a quello di incisione e alle caratteristiche del materiale usato; i dischi in gommalacca erano pesanti, fragili e con una superficie che generava un fruscio molto più forte di quello dei dischi in vinile. Si trattava comunque di un bel passo in avanti rispetto agli anni precedenti (prima del
1925) quando con la registrazione meccanica la banda era 168–2,000 Hz. [4] Con i dischi in vinile, che apparvero all’inizio degli anni 50 e sostituirono progressivamente i dischi a 78 giri (che rimasero comunque in commercio nei primi anni 60 in Asia e Sud America) la gamma di
frequenze diventerà di 20–20,000 Hz, per arrivare poi a 20–44,100 Hz con l’avvento del
digitale (CD).

[2] Un modello di “fonoincisore” usato negli
anni ’70. In questo caso l’ingresso era
rappresentato da un nastro magnetico. Chi
fosse interessato al processo di produzione
dei dischi in gommalacca o vinile può
guardare un bellissimo video su YouTube

 

 

Anche se numerose etichette hanno prodotto brani di Tango nel corso degli anni, nel periodo d’oro ci furono due case discografiche che insieme avevano sotto contratto la quasi totalità delle orchestre famose (alcune incisero con entrambe le etichette in periodi ovviamente diversi della loro carriera): la RCA Victor e la Odeon.
Altre etichette minori (Brunswick, Columbia, Electra,Atlanta, Splendid) furono presenti solo in periodi precedenti (fino al 1932), o in modo marginale (es. la Pampa che produsse i dischi di Laurenz a partire dal 1944).
A partire dagli anni 50 entrarono nel mercato alcune nuove case discografiche (Music Hall e T.K.) che divennero però famose soprattutto per la scarsa qualità dei loro dischi e per la poca cura mostrata nella conservazione delle matrici. Questo spiegherebbe perché la qualità di molti brani degli
anni 50 appare peggiorata rispetto a quella dei brani registrati negli anni precedenti.

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L’etichetta di un disco a 78 giri della Odeon. La Odeon produsse i dischi di De Angelis, Troilo (nel 1938), Domingo Federico, Rodriguez, Canaro, Lomuto (fino al 1931), De Caro (fino al 1942), Demare, Calò, Tanturi (fino al 1938), Biagi.

 

 

 

Il “fattaccio”

All’inizio degli anni 60 avvenne un fatto che sembra abbia avuto un forte impatto sulla qualità delle registrazioni che sono giunte fino a noi e spiegherebbe anche, almeno in parte, perché la qualità audio delle registrazioni sia così variabile. [6] [7] [9] Nel 1962 la più importante industria discografica argentina, la RCA Victor, nominò come direttore artistico Ricardo Mejía, un manager ecuadoregno che, un po’ per convinzione personale e un po’ per ordini ricevuti dall’alto, preso atto dell’evidente e inesorabile declino del Tango in tutte le altre parti del mondo, decise di “voltare pagina” e di promuovere con grande impegno un nuovo genere musicale ritenuto più moderno e allegro e più adatto ad un pubblico
giovane. L’operazione riuscì ma portò, purtroppo, alla distruzione di quasi tutte le matrici dei dischi di Tango che erano conservate nel magazzino della RCA. [10] Secondo alcuni la decisione fu dovuta alla necessità di fare spazio al materiale relativo alle nuove registrazioni, altri invece la legano alla necessità di liberare l’area in cui sorgeva il magazzino per poterla poi vendere. Di certo sembra che molte matrici dei dischi di Tango (e soprattutto di folclore) vennero distrutte e che anche la Odeón in seguito prese una decisione analoga.
Anche se l’obiettivo dell’operazione sembra sia stato puramente commerciale, non si escludono influenze socio-politiche [5]. Secondo alcuni si trattò di un vero e proprio attacco alle tradizioni dell’Argentina, nel tentativo di imporre modelli culturali diversi e che fu seguito infatti da altre restrizioni applicate nel mondo del Tango, come il licenziamento in massa di musicisti, cantanti e autori o la revoca della libertà di trasmettere brani via radio. Con la fine del Peronismo (periodo terminato con il colpo di stato del 1955) iniziò infatti in Argentina una lunga fase caratterizzata da colpi di stato e dittature militari che si rifacevano al modello economico americano.

 

Un raccoglitore per matrici di dischi.

 

 

 

 

Di questa operazione però non si conosce l’esatta portata. Non tutte le matrici della RCA vennero distrutte, alcune furono acquistate da collezionisti; sembra invece che quelle della Odeon prima di essere distrutte vennero trasferite su nastro magnetico, che però a quei tempi era un supporto ancora non del tutto affidabile, tanto che le registrazioni risultarono successivamente inutilizzabili (o almeno persero parte della loro qualità). Secondo altre fonti la distruzione delle matrici non fu un atto specifico (eccetto che per la nota vicenda Mejia in RCA) ma una brutta abitudine mantenuta per lungo tempo da tutte le case discografiche che non ritenevano commercialmente utile mantenere in archivio materiale vecchio.

La riedizione su vinile

A partire dalla fine degli anni ‘50, con l’avvento dei dischi in vinile, i brani di tango di maggiore successo vennero rieditati e distribuiti sotto forma di LP, dischi di migliore qualità e contenenti mediamente 6-7 brani per facciata. Si trattò comunque di una riedizione parziale; si
calcola che solo il 20% dei brani sia stato rieditato (1) ma tra loro c’erano sicuramente i brani per noi più interessanti. Non è neppure chiaro se questo dimostrasse la presenza di un mercato di interesse commerciale o se i dischi fossero destinati a un numero limitato di appassionati e collezionisti.
[8] A prima vista appare molto strana la quasi concomitanza di questa operazione con quella di distruzione delle matrici, due fatti apparentemente in contrasto tra loro. Ma se da un lato le matrici potevano risultare molto utili per la riedizione dei brani, è anche vero che l’avvento dei dischi in vinile rendeva altamente improbabile il ricorso in futuro alla ristampa di dischi a 78 giri, e rendeva quindi inutile la conservazione delle matrici. Questa ipotesi sembrerebbe confermata dalla decisione della Odeon (e secondo alcuni anche della RCA) di copiare su nastro le vecchie registrazioni prima di distruggerle.
Le scarse informazioni disponibili rendono anche difficile capire se per la riedizione su vinile siano state utilizzate le matrici originarie, prima che venissero distrutte, o copie su gommalacca in buono stato di conservazione.
Secondo un’altra stima sono stati registrati circa 50,000 brani di Tango su dischi a 78 giri; di questi ne sono stati rieditati circa 12,000, pari al 24%. Mentre per i brani di successo vennero stampate moltissime copie, per alcuni dei 38,000 (circa) brani usciti solo su disco a 78 giri fu stampata la quantità minima prevista, cioè
300 esemplari. Appare quindi plausibile che molte di queste registrazioni siano andate perse per sempre.

Un disco in vinile contenente la riedizione di alcuni brani dell’Orchestra di Rodolfo Biagi.

I primi LP di cui si ha traccia sono di  Carlos di Sarli (“Nubes De Humo” e “El señor del tango”)  e di Osvaldo Fresedo (“Vida Mia y otros exitos”) e sono datati  1958 e 1959; molti altri vinili furono prodotti negli anni seguenti.

 

 

 

 

 

Di ogni registrazione su vinile dovrebbe anche essere stata prodotta una copia master ottenuta con l’impiego di registratori a nastro magnetico di alta qualità, il cui utilizzo in sala di incisione si andò diffondendo nel corso degli anni ‘50; l’impiego di queste apparecchiature sembra confermato dal grande salto di qualità che si nota in alcune registrazioni a partire dalla metà degli anni ’50; ma anche di questo fatto non si ha conferma (2). Di certo questa operazione ebbe un impatto positivo ma fu limitata al Tango, niente di simile fu fatto per altri generi folcloristici per cui la perdita in termini di patrimonio culturale fu molto più grande.

La riedizione su CD 

Negli anni 80-90 moltissimi brani vennero digitalizzati e riprodotti su CD, sia per sfruttare la disponibilità del nuovo supporto, sia per un ritorno in auge del Tango a livello mondiale, soprattutto come ballo. Gli “eredi” delle due principali etichette (Sony BMG per RCA Victor e EMI Odeon per Odeon) rieditarono molti dei brani di cui detenevano i diritti d’autore utilizzando le matrici dei dischi (ove possibile) e mezzi tecnici
all’avanguardia. Altre etichette, e in alcuni casi collezionisti privati, misero in vendita CD realizzati a partire da 78 giri prodotti originariamente da altre etichette; la qualità in questo caso è molto variabile, dipendendo dalla sorgente disponibile, dalle risorse e dai mezzi tecnici impiegati; in compenso questi CD
comprendono brani di cui le maggiori case non detenevano i diritti. La digitalizzazione avviene “campionando” il suono con una frequenza molto alta (44.1 KHz per i CD, 192 KHz per i DVD audio), cioè leggendo l’ampiezza del segnale in ogni punto e registrandone il valore con sufficiente precisione (numeri a 16 bit per i CD, a 24 bit per i DVD). Questa operazione di per se non presenta particolari criticità ma viene in genere seguita da una processazione del segnale al fine di migliorarne la qualità.
La processazione consente ad esempio di aumentare la brillantezza del suono e ridurre il fruscio tipico dei dischi in gommalacca o in vinile. Con un’opportuna equalizzazione è anche possibile riprodurre in modo più equilibrato le varie frequenze, enfatizzando quelle che erano state attenuate in fase di registrazione o eliminando quelle inutili e dannose (es. suoni a bassissima frequenza). Il fruscio può essere eliminato, o almeno ridotto, misurandone l’ampiezza in corrispondenza
di varie frequenze e attenuando il suono in corrispondenza di quelle frequenze in cui il rumore presenta la maggiore intensità. Purtroppo in questo campo non è possibile fare miracoli, il rumore per definizione occupa una banda di frequenza molto larga e la sua attenuazione porta necessariamente a un suono meno brillante. Gli algoritmi più moderni danno comunque migliori risultati rispetto a quelli utilizzati in passato; l’impiego di opportuni filtraggi ha eliminato ad esempio un suono metallico, molto sgradevole, che presentavano in passato i brani in cui la riduzione del rumore era stata troppo forte.
Recentemente sembra che per rendere il suono più brillante e “moderno”, vengano impiegati anche alcuni “trucchi”, sfruttando il fatto che la riproduzione avviene comunque in modalità stereofonica anche se i brani in origine erano monofonici. Alcuni brani ad esempio presentano segnali uguali sui due canali (destro e sinistro) ma in opposizione di fase, il che dà una maggiore “profondità” al suono; l’effetto aumenta con la presenza di un’eco, ottenibile con un leggero sfasamento dei due canali.
2 Il fatto che in quel periodo si utilizzassero nastri magnetici multi-pista in sala di incisione è confermato anche
dalla successiva pubblicazione di CD contenenti brani strumentali che erano in realtà la “base” di brani
cantati (era prassi comune registrare la voce su una pista dedicata).

 

 

 

 

 

 

 

 

Un CD della serie “Reliquias” della EMI che conta più di 170 dischi con registrazioni della Odeon

La processazione del suono può essere eseguita su un normale PC con un programma “freeware” come “Audacity” (di cui rappresentiamo una schermata) o con
strumenti più professionali.

Riassumendo …
Alla luce di quanto detto possiamo provare a ricostruire le varie fasi del percorso che ha
portato a noi le registrazioni:

  •  1925 – 1955 Vengono effettuate le registrazioni su dischi a 78 giri.
  • Anni ’50 Le tecniche di registrazione migliorano nettamente con l’impiego di registratori multitraccia in sala d’incisione.
  •  Inizio anni 60 Vengono distrutte le matrici di molti dischi a 78 giri. Non si sa quante e quali matrici si siano salvate.
  •  Anni 60 – 70 Molte registrazioni, tra cui quelle per noi più interessanti, vengono riproposte su vinile. Non sappiamo se siano state ricavate da dischi a 78 giri in buone condizioni o da matrici che non erano state distrutte. Come era prassi in quel periodo dovrebbe anche essere stata prodotta una registrazione master su nastro magnetico.
  •  Anni 80 – 90 Molte registrazioni vengono digitalizzate e messe in vendita su CD. Anche in questo caso non si sa quale sia stata la sorgente originale. Si presume comunque che per l’operazione siano stati usati mezzi tecnici all’avanguardia e risorse adeguate.
  •  Anni 2000 I file MP3 di Tango, che possono essere scaricati da internet, sono copie di brani digitalizzati dalle grandi case discografiche o sono prodotti da privati. Solo nel primo caso ovviamente si può ipotizzare l’uso di matrici e registrazioni master. Nel caso i file siano stati digitalizzati da privati l’unica possibile sorgente è una copia di disco a 78 giri o su vinile e i mezzi tecnici utilizzati possono avere prestazioni decisamente diverse.

 

Conclusione
In base all’indagine svolta è possibile elencare i fattori che hanno inciso sulla qualità di un brano e presumere che, ad esempio, un brano possa avere una bassa qualità per uno o più dei seguenti motivi:

  • la registrazione originale era di bassa qualità
  • non è stato possibile trovare una matrice (o registrazione master su nastro magnetico) o una copia su disco in buono stato di conservazione
    
  • il processo di digitalizzazione e post-processazione è stato effettuato con mezzi tecnici inadeguati o con scarsa cura (o pazienza).

Non è però possibile, con le informazioni reperibili oggi (ed è difficile pensare di poterle avere in futuro diventando gli avvenimenti sempre più lontani nel tempo), né capire caso per caso in quale situazione ci si trovi, quale sia cioè la causa principale del problema, né valutare con precisione l’importanza relativa dei vari fattori, come, ad esempio, la disponibilità di una matrice invece di una copia in buono stato di conservazione.
Un esame più accurato della qualità audio dei brani più famosi e più utilizzati in milonga delle varie orchestre conferma una situazione molto complessa e confusa e l’impossibilità di trovare facilmente spiegazioni. E’ possibile fare solo alcune considerazioni generali.
Ovviamente i brani presi da vinile e/o CD e digitalizzati dalle case discografiche (soprattutto i due “giganti”) sono in genere di migliore qualità; questo potrebbe dipendere dalla disponibilità di sorgenti di migliore qualità e dall’impiego di apparati professionali per l’ascolto, la digitalizzazione e, forse, la post-processazione. Potrebbe però dipendere anche dal fatto che nelle raccolte siano stati inseriti proprio quei brani per cui era disponibile una sorgente di migliore qualità. Non si notano differenze rilevanti tra le due principali case discografiche, anche se per la Odeon la qualità sembra essere più uniforme.
Il passare del tempo non rappresenta sicuramente un fattore di miglioramento, almeno finché non si arriva verso la metà degli anni ’50. A parte i brani più vecchi, sicuramente di più bassa qualità, sono frequenti i casi in cui brani più recenti hanno qualità peggiore.
La qualità varia comunque anche nell’ambito di uno stesso CD, in certi casi in modo molto evidente, e questo sembrerebbe confermare il fatto che la distruzione delle matrici (se questa è la causa) sia avvenuta quasi a caso, senza seguire particolari criteri. Peraltro un leggero fruscio e momenti di saturazione del suono (come nelle registrazioni effettuate con volume troppo alto) sono presenti anche nelle migliori registrazioni e questo lascerebbe pensare a difetti che non era possibile eliminare neppure sulle matrici originarie o a una quasi completa indisponibilità di queste matrici. L’indagine ha portato comunque alla luce molte informazioni utili per capire cosa sia successo nel corso degli anni ed individuare quindi i numerosi fattori che incidono sulla qualità di un brano così come giunto ai giorni nostri. L’impressione che se ne ricava, del tutto personale, è comunque che la qualità dipenda principalmente da quella della registrazione originale e dal processo di digitalizzazione e, in misura minore, dalla disponibilità delle famose matrici (l’elemento che resta più difficile da valutare per mancanza di informazioni).
L’importanza del processo di digitalizzazione sembra confermata dall’apparire sul mercato di CD contenenti brani che sembrano avere una migliore qualità dovuta non alla scoperta (ormai impensabile) di nuovo materiale originale ma alla maggiore cura con cui viene effettuata oggi la digitalizzazione. Il miglioramento degli strumenti usati per la processazione del segnale audio rappresenta anche l’unica speranza di miglioramento per il futuro, dovendosi prendere atto del fatto che gran parte del patrimonio culturale, consistente in raccolte private e spesso sconosciute di dischi originali, si va probabilmente perdendo con la morte dei vecchi
collezionisti, evento che in molti casi porta alla dispersione o alla distruzione (a volte inconsapevole) del loro “patrimonio”. Per questo motivo sono già stati lanciati, in varie parti del mondo, programmi tendenti almeno a preservare il patrimonio esistente nella forma migliore in cui è possibile disporne al giorno d’oggi. I risultati però non sono ancora disponibili pubblicamente (forse per problemi legati ai diritti d’autore).
Sitografia
[1] How Were 78 rpm Records Made? http://www.normanfield.com/78manufacture.htm
[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Fonoincisore
[3] https://it.wikipedia.org/wiki/78_giri
[4] https://it.wikipedia.org/wiki/Disco_in_vinile
[5] El Tango y el genocidio cultural https://www.facebook.com/notes/jorge-esposito/eltango-
y-el-genocidio-cultural/10151662545434164/
[6] Domingo Federico y las matrices destruidas
http://www.todotango.com/Comunidad/Mesa/Mensaje.aspx?id=371375
Del libro “Decires y Cantares del Tango” – Héctor Nicolás Zinni – Ediciones del
Viejo Almacén – Rosario (Santa Fe) – 1997
[7] http://www.todotango.com/creadores/biografia/873/Chico-Novarro/
[8] Veamos el color de la verdad
http://www.todotango.com/Comunidad/Mesa/Mensaje.aspx?id=372235
[9] El otoño del tango http://www.artecriticas.com.ar/detalle.php?id=243&c=7
[10] RCA’s Folly – Destruction of Their Master Recordings
http://www.totango.net/rca.html
[11] Sellos – A beginner’s guide to tango record labels
http://users.telenet.be/tangoteca/tango_sellos/

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El Abandono IV

di Victor Hugo Del Grande

Riprendendo le ultime frasi del lavoro di tango e psicoanalisi,  ricordo il passaggio che parlava della fragilità dell’essere umano quando è piccolo.

«Se durante quel periodo di passività il bambino ha il timore di essere abbandonato, è facile che creda di poter morire. Da questi timori infantili nascono gli “adattamenti masochisti” che saranno responsabili della condotta basica dell’individuo per il resto dei suoi giorni. Per questo non è strano che nelle canzoni e nelle poesie si associno l’abbandono e la morte»​.

Mentre leggevo queste parole, mi venne in mente un ricordo vivo della mia infanzia. Avevo su per giù cinque anni, ogni sabato  mattina passava il fruttivendolo per la nostra strada, con un carretto malandato, trainato da un cavallo vecchio, che scricchiolava ad ogni movimento, come il famoso pezzo di Atahualpa Yupanqui che dice “perché non lubrifico gli assi del carretto, mi chiamano ‘il trasandato’, tale quale”.

Io quella mattina lo aspettavo con ansia, perché le piantine di sedano che vendeva, erano legate a pezzi di canna di mezzo metro, e mi servivano per tagliarle a metà e costruire lo scheletro di un aquilone.

L’autunno grigio di Rosario offriva ai bambini dei pomeriggi di vento ideali per far volare i propri sogni, disegnati sulla carta di un aquilone costruito con canne, acqua, farina e carta e tanta voglia di volare con lui.

E così, in mezzo al vociare delle casalinghe che sceglievano le verdure, mi feci avanti e gli chiesi le canne. Con la matita consumata  nell’orecchio e i baffi che occultavano le labbra, mugugnò qualcosa, strappò le canne dai sedani e me le lanciò dal carretto.

Io con il bottino in mano corsi verso casa, aprii la porta con un piede, chiamai mia mamma per fargli vedere le canne, ma in mezzo al cortile mi ritrovai in un silenzio surreale, lei non c’era.

Mi guardai intorno, solo le sue piante ed io. Ricordo come fossi ora, inizia a chiamarla ad alta voce , poi il suo nome si trasformo in urlo, ma niente, lei non c’era.

Allora pensai che se ne era andata, che mi aveva lasciato da solo. Le canne ad un tratto non mi interessavano più, una paura fredda si fece largo tra i miei pensieri, iniziai a piangere sconsolato e a picchiare ogni cosa avessi davanti con le canne per l’aquilone, dopo un po’ mia madre tornò, era in fondo alla casa a chiacchierare con una vicina e non mi sentiva.

La settimana successiva ebbi modo di chiedere ancora le canne e di dimenticare l’arrabbiatura verso mia mamma, quello che non riesco a dimenticare e che ebbi veramente paura di morire nel  sentirmi abbandonato.

Fortunatamente oggi mi sono conquistato un’esistenza serena, lontana da patologie esistenziali, ma la traccia inconscia della poesia ancora viaggia su quei ricordi ed ogni tanto mi scappa un pezzo che nuota nelle acque dell’abbandono.

Quasi tutta la produzione di Pascual Contursi cita la tematica dell’uomo abbandonato, a partire da “Mi noche triste” che è entrato nella storia del tango, il resto della sua opera racconta storie più o meno simili.

Contursi con la sua poesia profonda ha trasformo il testo del tango in un racconto di senso, farcito di un lunfardo ben calibrato, capace di fare accettare alla classe media argentina questa parlantina di “arrabal”.

Dopo la fama, e anche una certa tranquillità economica data dal successo,  Contursi si trasferì a Parigi. Là scrisse il suo ultimo tango: “bandoneon arrabalero”.

La notte, l’alcol e a vita dissoluta lo portarono ad uno stato di salute precario. Dicono che Gardel insieme ad altri amici lo fecero imbarcare con destinazione Buenos Aires. Era in condizioni pietose e aveva contratto  la sifilide. Mori poco dopo, malato di mente, tutti parlano della sua fragilità psichica , ma adesso che abbiamo analizzato il discorso dell’abbandono e il tango  capiamo che la demenza dovuta alla sifilide non centra niente con la produzione artistica di Contursi, bensi il suo vissuto personale .

Intorno alla storia di “Bandoneon arrabalero” c’è un aneddoto particolare, raccontato da Enrique Cadicamo, di come nacque la musica, attribuita a “Baschicha” (Juan B. Deanbroggio), che in realtà fu composta da Pettorossi

che cedette i diritti a Bachicha per mille franchi… Ma questo è un altro tango, in  realtà mi premeva parlare di Contursi che proiettando la propria immagine sul bandoneon abbandonato ci regalò il suo ultimo capolavoro, eseguito dai più  grandi artisti del tango di tutte le epoche.

“Bandoneon, tu che vedi che sono triste e cantare più non posso,​

tu sai che porto nell’anima la marca di un dolore.”

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Vuelvo al Sur

 

Lunedì 12 Marzo trionfo totale del TANGO presso il Teatro Franco Parenti di Milano con lo spettacolo “Vuelvo al Sur” di Live Tango, Tango Danza e Milonga, organizzato da Casa Cambalache, all’interno di Percorso voci dal sur/ Argentina, otto giorni imperdibili di full immersion nella Cultura Argentina al Teatro Franco Parenti di Milano attraverso il Teatro, la Letteratura, la Musica, la Danza, il Tango e la Convivialità della Milonga.  Evento a Corollario dello spettacolo “Cita a ciegas” (in cartellone fino alla fine di marzo) diretto da Andrée Shammah su un testo del drammaturgo argentino  Mario Diament,  a cura di Teatro Franco Parenti/ Associazione Pier Lombardo ed Edizioni Sur.

Nel foyer del Teatro Parenti in un’atmosfera di vera milonga “porteña” di Buenos Aires dalle ore 20.30 sono stati protagonisti la musica dal vivo di Astor Piazzolla  con Paola Fernández Dell’Erba (voce) e Hernan Fassa (piano) in Concerto, lo Show di una coppia di ballerini d’eccezione Barbara Ferreyra & Exequiel Relmuan. 

Lo spettacolo è diventato poi una milonga dove il pubblico è  diventato protagonista danzando con la musica del dj Max Stasi. Agli avventori è stato offerto un calice di Malbec argentino di  Via dell’Abbondanza. Gli ingressi, più di 200, erano esauriti già dal mattino, lo spettacolo è stato “sold out”. Molti, coloro che non sono riusciti a partecipare.  Dopo le ore 22 sono state aperte le porte per la milonga.

Per lo spettacolo si ringrazia FAITANGO per la collaborazione, los tangueros infatti hanno potuto usufruire del biglietto scontato presentando la tessera Acsi/Faitango e il Teatro Franco Parenti per aver accolto il Tango in un luogo dove si respira Cultura.

 

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El Abandono III

di Victor Hugo Del Grande

Continuava a spiegare ​lo psichiatra, nel suo lavoro “Tango e psicoanalisi”:

«L’uomo è una delle poche creature della natura che se è abbandonata dai più grandi, muore. C’è qualcosa di più indifeso di un bambino fino ai cinque anni? potremmo capire mai la sua passività assoluta nella sua infanzia? Se durante quel periodo di passività il bambino teme di essere abbandonato, è facile che creda di poter morire. Da questi timori infantili nascono gli “adattamenti masochisti”, che saranno responsabili della condotta basica dell’individuo per il resto dei suoi giorni. Per questo non è strano che nelle canzoni e nelle poesie si associno l’abbandono e la morte».

Jose Maria Contursi scrive in “Quiero verte una vez mas”:

Tanto nella mia amarezza ti cercai senza trovarti 

quando, quando vita mia morirò per dimenticarti?

Voglio vederti ancora una volta e agonizzante,

un sollievo sentirò e dimenticato in un angolo tranquillo morirò.

O in “Sombras nada mas”:

Vorrei aprire lentamente le mie vene,

e il mio sangue versare ai tuoi piedi

per poterti dimostrare che di più non posso amare

e allora, dopo, morire.

Luis Cesar Amadori nacque a Pescara, all’età di cinque anni arrivò in Argentina con la sua famiglia ed è uno dei grandi nomi del tango. Scrisse in  “Rencor”:

Rancore, il mio vecchio rancore… non voglio soffrire questa pena senza fine.

Se già mi hai ammazzato una volta, perché porto la morte in me?

Lo so che non ha perdono, che fu vile e crudele il suo tradimento.

Homero Exposito in :”Te llaman malevo”:

Dicono che in una notte stramba, con il coltello defogliò l’attesa

e solo, come  fiore di fosso, abbandonò la stanchezza e si ammazzò per lei.

Lo psichiatra finiva il suo lavoro dicendo di non aver le conoscenze per svelare la poesia senza parole che è la musica, che nel caso del tango è possibile mantenga un vincolo segreto con le parole.

Questo meraviglioso incontro accadde a metà degli anni ottanta, passai a trovare il mio amico e conobbi questo personaggio. Facevamo parte di una rivista letteraria. Erano tempi di post dittatura e avevamo una sete incredibile di esprimerci. Generalmente ci riunivamo il sabato mattina in un bar del centro di Rosario, confrontavamo i reciproci scritti e leggevamo le poesie che ognuno aveva scritto. Poi ci riunivamo in una piazza di Rosario; mentre gli altri leggevano testi e poesie io, con la mia chitarra, cantavo le mie prime canzoni. Sono i ricordi più belli e puri che ho del “fare musica”.

Uno degli ultimi pezzi che ho scritto, invece, è una “Chacarera” , si chiama “Dulce pampera” (dolce pampera), racconta la storia di un “gaucho” innamorato di una ragazza giovane e bella con cui vive una storia d’amore nelle campagne argentine, ma poi la storia finisce. Il ritmo è vivace e divertente ma nel testo una delle strofe dice:

Te ne andasti quando usciva  il sole, la tua ombra mai più ritornò,

solo questa chacarera conservò il profumo del tuo amore.

La tua voce sulla mia pelle, la tua assenza un pugnale crudele,

andrò a morire al fiume, li dove ti baciai.

Nella croce del tuo oblio, sanguinai di spine e pianto,

trillo grigio che nella mia gola si trasformò in canto.

Nel “rancho”(nostra casa) il mio cavallo , rassegnato nella “tranquera”(legato ad un palo)

uguale al mio cuore, legato e solo, ti aspetta.

Inconsapevole, dopo averla scritta e suonata parecchie volte, capii che neanche il gaucho di “dulce pampera”, cioè io, era immune né al tango né all’abbandono.

 

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Il tango è poesia

Il tango è poesia in tutte le sue manifestazioni. Lo è nelle parole dei brani musicali, lo è attraverso i versi di un poeta quando ne decanta il suo valore, lo è nelle mani del fotografo quando ferma il mondo intero, nella figura poetica di due visi vicini, al punto di potersi baciare se solo volessero, lo diventa nella scrittura, quando le lettere sono messe insieme soavemente e dolcemente a descrivere sentimenti, emozioni, pathos, così palesi, se osservati nei tratti dei volti mentre ballano appassionatamente un tango.

Il tango è, come la poesia, un’arte che creano i ballerini attraverso la scelta dei passi e delle figure accostando i due corpi, secondo il particolare sentire di quel momento, seguendo le leggi dettate dalle regole del tango fatte di asse, cambi di peso, equilibrio, giusta energia, come se le frasi musicali fossero versi in cui il significato semantico si legano al suono di ogni singola nota musicale. Attraverso la poesia del tango la coppia che balla riesce a trasmettersi concetti e stati d’animo in maniera evocativa e potentemente danno un senso a quello che i corpi in quel momento stanno facendo, apparentemente senza nessun controllo.

Il tango si prende la sua licenza poetica e lo rende insindacabilmente, funzionale, estetico, empatico, per comunicare quel che si vede durante la danza. Facile per lo scrittore poetizzare il ballo del tango, meno facile per il fotografo, quando pone l’accento sull’insieme e non sul particolare. Il tango è poesia poiché si ascolta e, insieme alla musica, attraverso il proprio linguaggio del corpo, viene spiegato,  descritto, eseguito, ma al tempo stesso offre al lettore o a chi guarda una foto, la libera interpretazione nella quale può aggiungere ciò che meglio crede. Impossibile tradurre tale poesia in altre lingue diverse dall’originale, dal momento che suono e ritmo verrebbero immediatamente persi, se sostituiti e adattati alla nuova lingua, che in genere è solo approssimativa, rispetto all’originale. Il ballo del tango è quindi solo argentino.

La poesia nel tango, insieme al ballo, è nata prima della scrittura e le parole, si cantavano a memoria, attraverso i racconti dei cantastorie. Oggi abbiamo perso il gusto di toccare con mano la carta stampata visto che attraverso i nuovi e potenti mezzi di comunicazione, non è più necessario, cosicché come raramente abbiamo un album dei ricordi da sfogliare. Nessuno apre i file del PC con l’idea di sfogliare le foto, giacché il termine in sé, indica l’utilizzo delle dita della mano. Quel sentire e quello sfiorare la carta lucida, oppure opaca di una foto, più bella se sbiadita e consunta dal tempo, oggi è solo un ricordo nostalgico della poesia di tempi antichi.

Il nostro caro tango porta e fa percorrere viali poetici, dall’alba al tramonto, trattenendo tra le braccia l’altro, rappresentante l’unica possibilità di vivere, quasi fino a toglierti il respiro, perché esso, non è solo un ballo. E’ un gran signore intriso di sudore che bagna il viso dei ballerini, mescolando insieme risate o lacrime, amore o nostalgia, per raccontarci la vita senza mai fermarsi, pur illudendoli al tempo stesso, che al finir della musica finirà tutto il resto. Il tango fa scivolare la vita senza mai fermarla sublimando ciò che avremmo voluto e che invece non abbiamo ancora. Torniamo allora bambini quando il bisogno di essere abbracciati e coccolati è più pressante tuttavia nel ricordo di tutto ciò, si perde l’anima del tanguero. Il tango è poesia scritta, ballata, fotografata.

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Mujeres del tango

di Victor Hugo Del Grande

A: Non ci sono state donne importanti nel tango?

V: Certo, e molto importanti.
A: No, siccome scrivi sempre sugli uomini…
V: È vero, è che generalmente sono uomini  musicisti e scrittori.
A: No, siccome è la Festa della Donna si potrebbe scrivere una bella “chicca” per render loro omaggio!

ROSITA QUIROGA – Rosa Rodriguez Quiroga de Capiello nacque il 15 gennaio del 1901 nel quartiere de “La Boca”. Iniziò studiando chitarra niente meno che con Juan de Dios Filiberto. Nella prima decade del secolo  a Buenos Aires era di moda incidere dischi in modo particolare. Un po’ come adesso – che pagando la sala d’incisione si può registrare un pezzo dimostrativo con la propria voce o musica. Un amico di Rosita le chiese di accompagnarlo con la chitarra in una registrazione privata in una sala della RCA Victo​r.​ Lei accontentò l’amico ma dopo volle fare una prova lei, ma questa volta  da sola, chitarra e voce. I responsabili della Victor rimasero a bocca aperta e intuendo il talento di Rosita le fecero incidere il suo primo disco pochi giorni dopo. Poi, immediatamente,  passò alla radio e fu la prima artista femminile a incidere dischi per l’Argentina e l’estero insieme a Carlos Gardel. Fu lei che insistette perché Homero Manzi e Sebastian Piana componessero qualcosa di nuovo che desse un po’ di movimento alla milonga campera. Cosi nacque “milonga Sentimental” la prima milonga portegna.

AZUCENA MAIZANI​ – ​Azucena nacque il 17 novembre del 1902 nel quartiere di Palermo. All’età di cinque anni fu portata dai suoi familiari a vivere nel isola di Martin Garcia perchè i suoi genitori molto poveri non riuscivano a mantenerla. Sull’isola frequentò la scuola  dove fece rappresentazioni infantili cantando e ballando, crebbe in salute e felice. Tornò a Buenos Aires all’età di diciassette anni, trovò lavoro in un laboratorio di sartoria, mentre il canto covava con impazienza nell​a sua ​anima.                                              Una sera prese coraggio e andò al ​”​Pigall” dove suonava Canaro e la sua orchestra. Nell’intervallo si avvicinò al maestro e gli disse :”Scusi, io canto”. Canaro le fece un breve provino e dopo l’intervallo le  fece cantare due tangos. Così iniziò una carriera che la portò alla radio, al teatro e al cinema, ma soprattutto nella storia del tango Argentino con tutti gli onori e meriti.​

LIBERTAD LAMARQUE​ – Sulla strada aperta nel tango femminile da ​Rosita Quiroga e Azucena Maizani, transitò subito dopo Libertad Lamarque, che nacque a Rosario un 24 di novembre tra il 1907 e il 1909, vi è questa incertezza perché non volle mai rivelare la sua vera età. Suo padre Gaudencio Lamarque, noto anarchico di Rosario, stimolò i suoi figli alla lettura e all’arte in generale. Libertad iniziò cosi presentandosi in piccole feste e nei carnevali di Rosario.​ ​Tempo dopo si trasferì a Buenos Aires dove fece un’audizione con l’impresario di teatro Carcavallo che la fece debuttare nell’opera “La muchacha di Montmartre”. La sua carriera nel cinema argentino fu notevole. Nell’anno 1947 si trasferì in Messico. Fu tristemente noto il suo litigio con Evita Peron, qualcuno dice per gelosia artistica, ma anche per divergenze  politiche. Forse condivideva i principi di giustizia sociale del peronismo, ma non la concentrazione di potere che creò intorno a se il generale Peron .

ADA FALCON – “Il gioiello argentino” Ada Falcon nacque il 17 agosto del 1905. Aveva sedici anni quando nel teatro dell’opera cantò il tango “Besame en la boca”. Fu una della artiste più quotate della casa discografica “Odeon” registrando più di quindici dischi al mese soprattutto con Canaro. Quest’ultimo, nonostante fosse  innamorato di Ada, non lasciò mai la sua famiglia, forse fu questo il motivo che spinse Ada Falcon a ritirarsi per sempre in un convento francescano di Salsipuedes nell’anno 1942, trasformandosi in una leggenda.

MERCEDES SIMONE – La data di nascita è in discussione tra il 31  di aprile del 1904 e il 1909. Finita la scuola primaria si diede da fare realizzando diversi tipi di lavori per guadagnarsi ​la vita​, alternando con la sua passione che era cantare. Conobbe un ragazzo che suonava la chitarra, Pablo Rodriguez, con il quale poi si fidanzò. Fecero un duo chitarra e voce con il quale realizzarono ​delle ​tourneè  nella provincia di Buenos Aires. Le doti vocali di Mercedes indussero il marito a diventare il suo rappresentante e cosi iniziò la carriera di solista di Mercedes. Nel 1925 debuttò in Bahia ​B​lanca e nel 1926 in Buenos Aires. Poi arrivò il disco e la radio e il cinema, Mercedes Simone era  contesa tra le radio e i teatri essendo l’interprete femminile più pagata del momento.

TITA MERELLO – Tita nacque nella provincia di Buenos Aires l’11 di ottobre del 1904, fu la creatrice – insieme a Sofia Bozan – di un tango con contenuto umoristico. Lavorò intensamente nella rivista di Buenos ​A​ires, in radio e so​p​rat​t​utto nel cinema, e​s​sendo l’atrice più popolare degli anni cinquanta. Ci sono delle interpretazioni di Tita che prati​cam​ente non si concepiscono con un’altra voce come: “Se dice de mi”, “Pipistrela”, e “Que torcido andas Julian”.

Sapendo di commettere una grossa ingiustizia, dimenticando tantissime artiste, farò alcuni altri nomi come:  Tania, la compagna di Discepolo, la negra Sofia Bozan. L’enorme qualità vocale di Maria Gragna, di Virginia Luque, il talento di Eladia Blasquez, però sapendo che è una questione di gusto personale,​ ​voglio rendere omaggio alla più grande di tutte, quella che sa innescare l’emozione ogni volta che sento la sua voce,​ ​quella che la violenza la sub​ì​ veramente , radiata, messa da parte e portata  nel bisogno estremo.

NELLY OMAR, nacque a Guamini il 10 settembre del 1911. Ci lasciò  fisicamente il 20 dicembre del 2013 all’età di 102. Cantò fino alla fine perché lei nacque per cantare come gli disse sua madre. E inutile  spendere parole per raccontare un’artista del genere. Solo un piccolo aneddoto:​ ​nel pieno del successo, amica di Evita Peron, incise la marcia “Es el pueblo” e la milonga “La descamisada”.​ ​ S​​i esib​ì​ in grandi feste popolari organi​z​zate dal governo peronista. Dopo il golpe del 1955 “La revolucion libertadora”, Nelly fu ignorata completamente e non lavorò più, passa​n​do un periodo di difficoltà economica estrema. L’immagine che tutti hanno nella memoria di Nelly Omar è quella di lei, sul palco, mentre indossa il suo mitico poncho rosso. Beh, non era una questione coreografica o di marketing.  Quando  dopo tanti anni tornò  a cantare non poteva permettersi un vestito decente per salire sul palco. Ebbe l’idea di mettersi il suo vecchio poncio rosso ​per coprire​ i vecchi e poveri vestiti.

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