Intervista a Gustavo Negrotto y M. Laura Collavini

 

Intervista a

Gustavo Negrotto y M. Laura Collavini

di Maura Comotti

M –       Ciao. Per iniziare a conoscerci mi piacerebbe che vi presentaste. Parlateci un po’ di voi.

G/L –    Bene. Siamo Gustavo Negrotto e M. Laura Collavini, siamo ballerini e insegnanti di tango salon e milonga, e siamo specializzati nel canyengue. Siamo argentini e viviamo a Buenos Aires.

Il tango è un elemento fondamentale nelle nostre vite; oltre a insegnare e ballare organizziano eventi e milonghe a Buenos Aires.

M –       Come siete arrivati al tango?

G/L –    Oh… è stato molti anni fa!!!!

G –       Mi sono avvicinato al tango per via della musica. Come studente di chitarra ho studiato e suonato il tango e, per curiosità, ho iniziato ad avvicinarmi al ballo. Sono stato catturato! Ho iniziato nel 2000  a prendere lezioni e ballare e non potevo smettere. Ed ora non suono più solo la chitarra… Ora ballo!

L –        Sono arrivata al tango “per caso”. Stavo camminando lungo una strada di Buenos Aires con mia sorella e un’amica e abbiamo visto una coppia ballare in Calle Florida. Una di noi, o io stessa… non ricordo nemmeno chi fosse, ha detto: “Ho sempre voluto imparare a ballare il tango”, e abbiamo scoperto che anche per le altre era un desiderio in sospeso. Il giorno seguente mia sorella ha visto un cartello nel Municipio: “Oggi iniziano le lezioni di tango”. Era vicino, era quel giorno ed ero euforica.

Conclusione: ho preso quella lezione e non mi sono più fermata. Il tango ti cattura. Il tango ha cambiato la mia vita. Anni dopo lasciai il lavoro d’ufficio, lasciai il computer per i tacchi.

M –       E col canyengue, come è andata?

L –        Ho incontrato il canyengue nel 2004, ho la data esatta, dato che coincide con il matrimonio di Martha e Manolo, era lunedì 15 marzo.

Altra casualità. Ballavo il tango e mi hanno invitato a una milonga che non esiste più, Zapatos Rojos, non posso dimenticarlo. Quella notte ballò il MoCCA. (Movimento Culturale Canyengue Argentino) Fu un’occasione speciale, la coppia che si esibiva si era appena sposata, Martha Anton e Gallego Manolo. Martha ballò con il velo da sposa.

Li ho visti ballare e mi sono innamorata dello stile. Mi ha affascinato la musica, la gioia che emanava, tutto. Immediatamente ho preso contatti con il gruppo e il mercoledì seguente ero già in classe. Ora, scherzando, dico che sono un “regalo di matrimonio” per Martha e Manolo, di quelli che non chiedi ma non puoi restituire.

G –       Ballavo il tango e mi specializzavo nella milonga. Poi Laura ed io abbiamo iniziato a lavorare insieme e lei mi ha trascinato nel canyengue. Hahaha.

L –        In realtà durante gli anni in cui abbiamo lavorato insieme – abbiamo iniziato a lavorare insieme nel 2012 –  c’è stato uno scambio reciproco, abbiamo imparato l’uno dall’altro, collaborando e crescendo. La grande formazione musicale di Gustavo, lo stile e il ritmo, la musicalità della sua danza fusi nel canyengue che porto dentro di me.

G –       Ognuno di noi si è formato con una didattica diversa; questo ha contribuito a creare lo stile della nostra coppia.

M –       A proposito di didattica, potete dirci chi riconoscete come vostri insegnanti?

G –       Una mia maestra è Marta Famá, mi ha insegnato il tango Milonguero e con lei ho iniziato a lavorare come insegnante. Abbiamo lavorato insieme per più di 8 anni. Mentre lavoravo con Marta ho continuato la mia formazione; i miei maestri e riferimenti sono Fernando Galera e Vilma Vega, Julio Balmaceda e Corina de la Rosa, Roberto Leiva e Maricel Gomez e Olga Besio.

L –        Oltre a Martha e Manolo la mia Maestra, con la M maiuscola, è Olga Besio. Da lei ho imparato a ballare e ad insegnare il tango. Ho la fortuna di avere la sua considerazione e la sua fiducia al punto che ha scelto me per sostituirla nelle sue lezioni, quando impossibilitata a partecipare. Anche i suoi figli Ariadna e Federico Naveira e i loro partner Fernando Sanchez e Sabrina Masso mi hanno formato molto

M –       Parliamo del canyengue. Non molte persone conoscono lo stile. Di cosa si tratta?

G –       The Canyengue è uno stile dentro al Tango. Uno stile originale. Viene suonato e ballato secondo i principi del tango alla fine del XIX secolo. Poi, verso il 1930, il tango comincia a cambiare. Cambia il modo di suonarne la musica e quindi il modo di ballarlo.

L –        Possiamo dire che nel tango canyengue sono presenti le origini afro del tango.
Anche il suo nome deriva da un termine africano e  significa camminare ritmicamente. La relazione del corpo con il movimento è particolare. Fondamentalmente possiamo dire che balliamo a terra: il nostro asse di movimento sarà fondamentalmente, sebbene non esclusivamente, all’altezza dell’anca.

G –       Da qui l’abbraccio caratteristico. Un po’ di lato, con il braccio dell’uomo intorno alla vita della donna e la presa delle mani all’altezza dell’anca.

M –       Perché pensate che sia importante o interessante imparare il canyengue?
Cosa apporta questo stile al ballerino di tango?

G –       La sua musicalità è molto chiara; lavorare gli elementi della composizione dal canyengue e poi spostarli su orchestre più nuove è una scelta eccellente. Si potrebbe dire che il canyengue “apre le orecchie”, o addestra le percezioni.

L –        Il canyengue ti dà l’opportunità di usare differenti  relazioni con il pavimento e di lavorare un movimento molto particolare. Relazioni che sono proprie di questo stile ma che, allo stesso tempo, contribuiranno e arricchiranno altri stili.

M –       Come impostate le vostre lezioni?

L –        Fondamentalmente lavoriamo nella musica. Nelle nostre lezioni di tutti gli stili (salon, canyengue o milonga) iniziamo con l’ascoltare la musica, sia che si tratti di elementi ritmici, fraseggi o composizione – qualità del movimento in relazione al suono,  pesi, come legare i passi, taglio, rallentamenti, accelerazioni, sospensioni, ecc. Durante lo sviluppo dei nostri corsi usiamo elementi ludici. Essere in grado di divertirsi, giocare “seriamente e liberamente” sembra fondamentale per lo stile personale che dovrebbe emergere in ogni ballerino.

M –       Quanto rempo resterete in Europa? Quali seminari state preparando?

L –        In questa occasione viaggiamo per 1 mese. Faremo seminari di canyengue naturalmente e di tango salon – incentrati sulla musica e sulla connessione – di milonga e di musicalità. Abbiamo anche in programma di organizzare seminari misti in cui lavoreremo un movimento e adatteremo la sua musicalità ed energia ad ogni stile.

G –       Daremo anche lezioni private per coloro che sono interessati. E poi ad aprile vi aspettiamo nelle nostre milonghe a Buenos Aires, a Tres Arroyos, a El Taller e alla Rotonda di Versailles. Sono milonghe di quartiere, dove sperimentare il tango nel suo stato più puro. Il tango come evento sociale e di scambio. Come dovrebbe essere, una festa popolare.

L –        Sono sicura che sarete soddisfatti delle nostre milonghe. Inoltre, Gustavo è un DJ molto preparato.

M –       Anche DJ?

 

G –       Sì, sono anni che musicalizzo in diverse milonghe, oltre alle nostre naturalmente.

M –       Bene, vedo che avete molteplici ruoli all’interno del tango!

G/L –    Sì, il tango ci appassiona totalmente.

M –       Grazie mille per questo interessante dialogo. Ci vediamo presto nei vostri workshop!

G/L      Ci vediamo!

 

52320349_2327780810790982_43517483184312Gustavo e Laura saranno  in Italia il 9/10 marzo, a Seregno.  Le  informazioni  sulle  lezioni sono  disponibili  anche  sul   sito  web:  https://claseslauraygustav.wixsite.com/lauraygustavo

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ti ho amato tre volte, dimenticato due

Incontrarsi, lasciarsi, ritrovarsi… esiste un punto oltre il quale è troppo tardi?

Una storia sul bene e sul male di un amore tanguero.

***

(https://www.storieditango.it/ti-ho-amato-tre-volte/)

La prima volta che mi sono innamorata di te l’ho fatto perché ti detestavo. Ancora non ti avevo incontrato e già mi riempivano di discorsi su chi eri. La tua fama era noiosa. Bravissimo ballerino. Noioso. Ti guarda e riesce a leggere di che cosa hai bisogno. Noioso. La sua voce è terapia. Noioso.

Quando ti ho visto – e già ti amavo, e già ti odiavo – non capivo che cosa di te mi irritasse tanto. Dopo averti osservato per un’intera notte, mi è divenuto chiaro. Il tuo corpo era molto più libero del mio. Il tuo corpo è molto più libero del mio. In tutto. Non solo nel ballare. Ma nel salutare, nell’abbracciare, nello spostamento della mano mentre ridi, nel modo di sederti, di scavalcare un ostacolo, nel modo di sdraiarti anche se per terra è sporco. È così che hai fatto: a fine milonga ti sei disteso sul pavimento, dove tutti avevano impresso suole, dita, adorni.

Non ci siamo parlati, quella volta. Forse non ti sei accorto di aver invitato tutte tranne me.
Ti ho dimenticato. Mi ci è voluto un po’. Muscoli della mente allenati a non tornare troppo indietro, camminata dritta, sguardo mio.

La seconda volta che mi sono innamorata di te erano passati ormai tre anni dal nostro incontro. Mi hai invitata per prima. Forse non ti ricordavi chi ero. O chi non ero. Mi hai abbracciata come una casa abbraccia un cuore che non ha mai saputo dove prendere fiato. Mi hai abbracciata come abbraccia la pace. Ho sentito che mi calmavo. Che tutto di me si rilassava. Il tuo corpo era un letto, una culla, un modo di stare fra tanti modi di non riuscire a stare. Non dovevo più lottare. Contro nulla. Bastava muoversi insieme al tuo muoversi. Bastava entrare nella tua libertà.

Forse anche per te è stato così. Ma sei sparito.
Ti ho dimenticato. Stavolta ci ho messo molto di più.
Mi sono sposata. Non ho voluto figli.
La tua fama si è ingrandita e da noiosa è diventata noiosissima.

La terza volta che mi sono innamorata di te non avevo più nulla da perdere. Ero invecchiata. Eri invecchiato. Ti ho rivisto quasi senza energia, quasi cercando di separare il tuo abbraccio da te, come foste due entità distinte. Ho accettato di ballare solo per scoprire se quell’abbraccio ce l’avevi ancora. Magari custodito dentro una tasca, o nel risvolto dei pantaloni, magari tra i lacci delle scarpe.

E sì: ce l’avevi. E sempre più potente.
Mi hai sussurrato: «Sono trent’anni che ti porto con me».
Ho interrotto il ballo e ti ho guardato negli occhi. Mi veniva da piangere. Ti odiavo tanto e ti amavo tantissimo.
«Perché non hai parlato prima?». Credo ci fosse rabbia nella mia voce, o forse solo un’esausta, strisciante tristezza.
«Non l’hai fatto nemmeno tu».
«Credevo di non interessarti».
«Io invece sapevo di piacerti, ma avevo le mani legate».
«Perché?»
«Non posso dirtelo. Ora sono qui, però».
«Sono sposata».

Siamo tornati nell’abbraccio. Mi hai stretta come la pace stringe quando ha perso molto sangue.
«Come hai fatto a resistere?»
«Ho ballato tango. Tu?»
«Ho fatto lo stesso».

Per leggere altre storie: www.storieditango.it

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Scatti in Mostra alla Fabbrica del Vapore

FAItango Federazione & Famiglia Margini sono lieti di annunciare l’avvio del 1° Concorso Nazionale di Fotografia di Tango. Il progetto, destinato alla promozione della cultura del Tango, si propone l’obiettivo di cogliere l’ampiezza dei valori storici e sociali del Tango attraverso la fotografia e il suo importante ruolo di testimonianza, d’indagine e di condivisione sociale.

Il 12 febbraio si è conclusa la fase di raccolta e la selezione delle opere fotografiche che saranno esposte dal 3 al 10 marzo nelle Mostra dedicata al Primo Concorso FAItango di Fotografia nella particolare cornice della Fabbrica del Vapore in via Procaccini 4, a Milano.

Le sezioni fotografiche che raccontano il mondo del tango sono quattro: Tango Callejero che mira a valorizzare l’originale spirito ribelle del Tango di Piazza, Tango Milonga che punta ad esaltare la tradizione del tango di Milonga, La Passione del tango che valorizza la componente poetica, intimistica dell’abbraccio tanguero e la Musica del Tango  che ritrae musilicazadores, musicisti ed orchestre al    lavoro.

Un’ampia selezione di fotografie per ogni categoria sarà presentata, in un ritratto contemporaneo della crescente passione per il Tango all’interno della mostra che ospiterà milonghe e eventi per raccontare la cultura del tango nelle sue molteplici declinazioni.

Domenica 3 Marzo dalle 20 all’1.00: Inaugurazione della mostra, premiazione vincitori della giuria  e milonga

https://www.faitango.it/scheda-evento-47750/milonga-di-inaugurazione-del-10-concorso-nazionale-di-fotografia-di-tango-faitango?ndx=57

Martedì  5 Marzo dalle 19 alle 22: Gli Antipodi della Blockchain 

https://www.faitango.it/scheda-evento-55814/gli-antipodi-della-blockchain-tra-innovazione-speculazione?ndx=67

Giovedì 7 Marzo dalle 20 alle 22L’anima di Buenos Aires – Il Tango Canciòn 

https://www.faitango.it/scheda-evento-55772/lanima-di-buenos-aires-il-tango-cancion?ndx=74

Venerdì 8 Marzo dalle 21 alle 23.30Marinella e le altre.. Mimose, canzoni e racconti

https://www.faitango.it/scheda-evento-55804/marinella-e-le-altre-mimose-canzoni-racconti-e-pianeti-delluniverso-femminile?ndx=76

Domenica 10 Marzo dalle 20 all’1.00 Premiazione dei vincitori della giuria popolare e  Milonga

https://www.faitango.it/scheda-evento-47751/milonga-della-giuria-popolare-del-10-concorso-nazionale-di-fotografia-di-tango-faitango?ndx=0

La mostra sarà aperta al pubblico da domenica 3 marzo dalle 17 all’1.00, dal lunedì al sabato dalle 15 alle 19 e domenica 10 marzo dalle 17 all’1.00. L’ingresso è gratuito

 

 

 

 

 

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Lucio Demare

L’opera artistica di Lucio Demare fu caratterizzata dall’innato talento del maestro per la composizione musicale ed il delicato temperamento dei suoi temi. Collocato tra i grandi compositori della linea romantica per la raffinata linea estetica, l’orchestra di Lucio Demare condivide un ruolo di primo piano nelle pagine romanzate del tango tra il 1915 ed il 1935, insieme a Juan Carlos Cobián, Enrique Delfino, i fratelli De Caro, Agustín Bardi e Carlos Vicente Geroni Flores.

Alcune sue composizioni, tra il 1926 ed il 1932, possono essere considerate degli ottimi esempi di spiccato liricismo e ricchezza melodica, elementi stilistici inequivocabili di Demare; si prendano ad esempio Mañanitas de Montmartre, Capricho de amor Dandy.

Orquesta Lucio Demare – Mañanitas de Montmartre (versione del 1952)

Orquesta Lucio Demare – Dandy (Radio El Mundo – en vivo)

Successivamente, durante la Epoca de Oro, Lucio Demare scrisse pezzi stilisticamente inseriti nella linea Troileana, di Eduardo Pereyra e Joaquín Mora, molti dei quali accompagnati dai versi di Homero Manzi. Tra i brani che rientrano in questa linea si possono citare Telón, Malena, Solamente ella, Tal vez será mi alcohol. Con egual qualità di immaginazione e sviluppo musicale si affacciò nell’opera di concezione strumentale componendo temi come Punto muerto, Cascarita Sentimiento tanguero.

Orquesta Lucio Demare y Juan Carlos Miranda – Telón (1938)

Orquesta Lucio Demare y Juan Carlos Miranda – Malena (1942)

Orquesta Lucio Demare y Horacio Quintana – Solamente ella (1944)

Il pianoforte di Lucio Demare fu senza dubbio un elemento inconfondibile con il suo timbro e fraseggio unico del maestro. Una modalità di interpretare lo strumento molto intimo, che emerge in alcuni brani come La casita de mis viejos, Mañana zarpa un barco, La calle sin sueño, Gricel Nunca tu novio.

Orquesta Lucio Demare y Juan Carlos Miranda – Mañana zarpa un barco (1942)

Orquesta Lucio Demare solo de piano – Gricel (1957)

Allo stesso tempo gli arrangiamenti strumentali e vocali della sua orchestra posero Lucio Demare tra gli artisti dalla personalità più delicata e ricca di sfumature, trasmessa attraverso una sapiente gestione delle sezioni dell’orchestra. Esempi sono Florcita, Milonguero viejo, No te apures Carablanca, El pescante, En un rincón e molte altre.

Orquesta Lucio Demare – Florcita (1942)

Orquesta Lucio Demare y Juan Carlos Miranda – No te apures Carablanca (1942)

Orquesta Lucio Demare – Milongueroi viejo (1954)

In conclusione, Lucio Demare rappresentò uno degli imprescindibili interpreti del pianoforte nel tango; i suoi inizi nel jazz alimentarono il ricco linguaggio armonico che successivamente sviluppò nelle sue composizioni tanguere. Lo stile interpretativo del pianoforte di Demare è essenziale per linguaggio ed assolutamente completo senza la necessità di virtuosismi eccessivi, in grado di trasmettere un sentimento chiaro ed emozionante.

Fonti consultate

  1. TodoTango – Biografía de Lucio Demare por Horacio Ferrer
  2. Arcángel Pascual Vardaro – El Tango en la década del ’50 y otras cosas más
  3. Página 12 – Tres pianos para un creador refinado por Karina Micheletto
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Il tango argentino a Vienna

La tradizione dei balli a Vienna è una pratica consolidata da secoli, durante il corso dell’anno infatti nella capitale austriaca si celebrano oltre 400 balli organizzati in un vero e proprio calendario.
Questa tradizione risale al XIX secolo quando le varie corporazioni professionali, farmacisti, gli avvocati, i cacciatori, notai e via dicendo, si riunivano ed organizzavano una festa per celebrare la loro professione. Ancora oggi molte di queste categorie continuano ad organizzare i loro eventi, in cui ovviamente il Walzer è sempre il protagonista.
Stefano Elefante, fondatore dell’associazione Argentine Tango@TU Wien ci racconta il traguardo storico nella promozione del tango argentino ottenuto grazie all’organizzazione di due eventi di tango all’interno degli storici balli viennesi.

Il 2017 è stata una data particolare per il tango argentino in quanto per la prima volta  questa danza e’ stata inserita nel programma di uno dei piu’ prestigiosi balli di Vienna, il ballo del Politecnico di Vienna, il Technische Universität Ball, nel palazzo imperiale di Vienna, l’Hofburg, si è infatti svolto un evento di tango argentino con relativa milonga. La realizzazione di un evento di tango argentino all’interno di un ballo tradizionale ad Hofburg ha avuto un gran significato culturale e storico in quanto nel palazzo imperiale viennese si e’ sempre ballato il Walzer viennese  e adesso anche il tango argentino puo’ essere considerato al suo stesso livello.

Anche quest’anno l’associazione Argentine Tango@TU Wien  ha  allestito all’interno di due Balli tradizionali viennesi due eventi di tango argentino, il 26 Gennaio il primo appuntamento per gli appassionati di tango  è stato al Wissenschaft Ball  nei locali del Muncipio di Vienna, la Wiener Rathaus e il 31 Gennaio il secondo all’interno sempre del Technische Universitat Ball nel palazzo imperiale, l’Hofburg. Come si  sono svolti questi due eventi?

I balli tradizionali di Vienna si celebrano nei meravigliosi palazzi della capitale austriaca ed a parte il walzer i ballerini hanno la possibilità di danzare anche altri stili musicali, dalla salsa al rock’n ‘ roll, dalla bachata alla musica jazz, ciascuna sala ha un suo distinto genere musicale.

Il Technische Universität Ball risale ai tempi del Congresso di Vienna (1815) e si celebra ad Hofburg l’ ultimo giovedi di gennaio. Durante questo evento il tango argentino ha diviso la sala con una band di musica latino americana , alternando  musica di tango argentino con salsa e bachata.

Il Wissenschafts Ball e’ invece molto piu’ recente (2015) e si festeggia nel Wiener Rathaus l’ ultimo sabato di gennaio. In questo ballo il tango argentino ha avuto piu’ spazio in quanto avevamo una sala dedicata ed è quindi stato possibile organizzare una milonga con musica dal vivo  fino alle 4 del mattino.

 

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CONSIDERAZIONI TANGUERE

La Cumparsita lascia i presenti a finire la serata con il rituale cambio di scarpe e il ritorno a casa.
Una volta sotto le coperte come accade oramai da più di dieci anni, faccio le mi considerazioni sulla serata. Sola nel mio letto con le coperte rimboccate fin sopra i capelli, provo ancora la strana sensazione di essere sì in pigiama, ma di sentire ancora le note del tango risuonare nella mia mente, restando pertanto sospesa tra la realtà e l’illusione.
Questa sera sono stata guardata più del solito, sia dalle donne che dagli uomini presenti in sala, mi sono sentita un po’ il centro, ma forse era solo per via del vestito che mi faceva sembrare una sirena.
Le donne, mie amiche, mi fermavano per farmi i complimenti e io ballavo più leggera del solito anche se in parte temevo l’eventuali critiche da parte dei più esperti proprio per il fatto che davo più nell’occhio.
Forse durante una tanda, con un bravo e affascinante tanguero mi è mancato il controllo dei miei movimenti, del mio asse, della mia postura. Forse ho ascoltato troppo il suo corpo e la sua vicinanza. Già questo è un mio difetto! Mi faccio coinvolgere! Non ballo solo con la tecnica, ma ballo soprattutto con il cuore.
Ma come potrei  ballare senza sentire? Come potrei fare a eseguire passi solo pensando alla corretta posizione della testa, dei piedi, del busto? Come potrei ballare con il ballerino di turno senza considerarlo? Senza guardarlo? Senza interrogarsi cos’è il tango e cosa vuol dire amare il tango? Senza chiedersi ogni volta perché ballo il tango? Dopo tanti anni è ancora un mistero.
Il tango provoca in me delle sensazioni meravigliose, dei cambiamenti sulla fisiologia del mio corpo, sul mio battito cardiaco, sulla mia respirazione, sul calore che pervade il mio cuore, tanto facili da sentire quanto difficile è spiegarne la causa.
Una cosa è certa ci sono due modi di ballare il tango o lo si fa superficialmente o si va in profondità o addirittura verso il cielo, verso l’infinito! Ecco forse il tango è una cosa che riguarda lo spirito non solo il corpo, l’anima non solo il fisico. Il tango divide e lacera l’anima con sentimenti profondi e contraddittori, poiché del tango si diventa “servi” volontari, dove la fatica, il disgusto per certi atteggiamenti di tangueros bigotti, di comportamenti antisociali, si sono sempre mescolati alla passione e alla fiducia che un giorno possa cambiare qualcosa, dove ci si scoraggia ma si rimane entusiasti.
E’come se fosse un gioco dove ognuno ha le sue ragioni per continuare a giocare, pur sempre ignorando le motivazioni individuali degli altri. Non lo si capisce, non lo si spiega. Nonostante le delusioni, in questo tango che appunto illude, tutto è ancora stupendo, anche se non lo comprendiamo del tutto. Chi sono queste persone che vengono a ballare in milonga?
Chi sono queste donne sedute composte, schiena dritta, gambe accavallate? Chi sono coloro che ballano in sala, seguendo una ronda, ballando ognuno con il suo stile? Chi è colui che organizza? Che fa eventi? Chi sono coloro che suonano la musica del tango? Chi sono i compositori di brani di tango? Chi sono i dj?
Alla fine c’è sempre una sorta d’insoddisfazione! Se faccio un passo indietro, mi vedo solo a imparare sempre di più come ci si deve muovere, come tenere l’abbraccio, ecc, a ballare, a sentire le sensazioni più vicine a me, sempre più a fare nuove scoperte su di me e sugli altri, e ancora, sono curiosa di sapere altro, di imparare altro!
Infatti non ho scoperto ancora tutto e continuo a ceracre cosa il tango significhi per me, per gli altri, per tutti quelli che in qualche modone hanno bisogno!!!

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L’Oltre tango

Il 22 gennaio l’ASD L’Oltre Tango e i ragazzi dell’associazione Diaphorà hanno portato il tango argentino nella Casa Circondariale di Latina per un’esperienza d’inclusione sociale davvero unica. I ragazzi speciali della Diaphorà Onlus che ballano il tango come terapia da tre anni, guidati dal maestro Roberto Nicchiotti si sono infatti esibiti in uno spettacolo davanti alle detenute, coinvolgendole con il loro entusiasmo e bravura.
Roberto Nicchiotti, insegnante di tango argentino ed operatore di Tangoterapia de L’Oltre Tango, ci racconta come è nata l’idea dello spettacolo in carcere e la bellissima esperienza vissuta insieme ai ragazzi di Diaphorà e alle detenute.

Questa esperienza c’è stata proposta da Pina Sorrentino Presidente dell’Associazione Soroptimist di Latina e ovviamente abbiamo accettato subito perché ero sicuro che sarebbe stata un’esperienza formativa e positiva per noi, per i ragazzi e una novità per le detenute che si sono presentate quasi tutte all’appuntamento. Dopo un’iniziale diffidenza già dal secondo numero l’ atteggiamento di chiusura è svanito  e abbiamo visto negli occhi delle persone un’emozione evidente,  per 45 minuti, il tempo di tutto il piccolo spettacolo, è stato un crescendo di applausi e un susseguirsi  di sensazioni e alla fine ci hanno persino chiesto di ballare insieme, con il permesso della responsabile. 

Il tango diventa uno strumento di socializzazione e d’inclusione sociale dove ognuno, disabile o meno, partecipa in base alle proprie capacità e potenzialità. Quali sono i benefici e in quali ambiti il tango può diventare terapia?

Nel metodo L’Oltre tango si svolgono una serie di esercizi fisici, divertenti e emozionanti usando la musica e i passi del tango argentino. La Tangoterapia si può applicare in tanti ambiti, come attività  per i malati di Parkinson e di Alzheimer come il riabilitango. Nel  caso dell’Oltre Tango la Tango terapia è rivolta alla disabilità fisica e cognitiva; attualmente  organizziamo  tre corsi: a Latina, Pomezia e a  Fondi.
In totale abbiamo 69 ragazzi dai 6 ai 50 anni che svolgono lezioni di tango argentino attraverso questo metodo.

L’esibizione al Carcere di Latina era un estratto dello spettacolo Passi nel tempo-storia di un abbraccio, portato in scena per la prima volta il 18 maggio scorso presso il Teatro Comunale di Latina e riproposto in altri teatri per 6 repliche fino al prestigioso teatro Ghione di Roma il 22 Dicembre 2018. Che significato ha avuto per i ragazzi di Diaphorà questa esperienza teatrale? Quali sono i prossimi progetti e sfide che vi vedranno coinvolti?

I ragazzi sono parte della compagnia, ballano e alcuni recitano insieme a ballerini ed attori a  professionisti e per loro ogni volta questa è un’esperienza diversa, ricca di coraggio e emozione. L’andare in scena, la preparazione, la  cura di sè stessi e del proprio corpo aumenta la consapevolezza di ciò che sono e possono diventare, aldilà degli schemi imposti dalle persone o dalla società.
Per il futuro abbiamo tanti progetti in essere: esibizioni in ospedale, nelle scuole, uno spettacolo da portare a Bolzano, la partecipazione ai campionati italiani paralimpici per confermare i nostri dieci campioni italiani paralimpici del 2017/2018. Due esibizioni interessanti a marzo con l’associazione Nazionale dell’INAIL proprio per gli infortuni sul lavoro dove balleremo con le sefie rotelle per dimostrare che anche dopo un infortunio sul lavoro si può continuare a ballare, si può andare avanti. 

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Lucio Demare

Demare faceva scivolare le sue dita sulla tastiera del piano con la stessa sensibilità con la quale componeva tanghi dalla melodia ricca di sentimento. L’uomo e la sua espressione attraverso la musica furono una sola cosa, senza differenze; la sua bonomia traspariva nella sua musica. Romantico come nessuno nelle interpretazioni con il suo strumento. Così lo descrive Osvaldo Soriano, cogliendo l’essenza del pianista e dell’uomo.

Raccogliendo gli estratti dell’intervista al celebre maestro leggiamo direttamente alcuni episodi della sua vita raccontati in prima persona.

“Nací en la zona del mercado de Abasto, cerca de la esquina de las calles Gallo y San Luis. Era el corazón de la ciudad. A mí siempre me gustó lo que es porteño, el barrio, los amigos. A los cinco años mis padres me llevaron un poco más allá, a Colegiales. Yo no tuve calle a esa edad, tuve piano. Pero fue piano auténticamente porque lo sentía así. Vivíamos toda la familia en dos piezas. Mi madre me llamaba diciéndome que se enfriaba la comida, y como no iba, me amenazaba con tirármela, pero yo seguía en el piano. Esas cosas en mí eran sinceras, yo las sentía así. Creo que nací para la música. Ahora de donde me salió, no sé. Papá era músico, alumno de Galvani en el conservatorio de Santa Cecilia, un buen violinista. No sé si yo heredé la música de él. Me enseñó algo de teoría, solfeo y teclado. Después tuve un maestro por dos años. Pasado ese lapso el maestro me dijo: «Yo no tengo más nada que enseñarte”.

“A los seis años me senté por primera vez al piano y a los ocho ya me ganaba la vida con la música. Sacaba cuarenta pesos mensuales en un cine cerca de mi casa acompañando la proyección de las películas mudas. Tocaba desde las dos de la tarde hasta las doce de la noche. Aun siendo un trabajo lo hacía con cariño, esto era por el año 1914, desde entonces no paro de trabajar”.

“En ese cine, una vez vino un señor con su hija para hacerla ensayar. La chica era también precoz. Esperó hasta las doce de la noche cuando terminaba el cine. Puso las carpetas en el piano y preguntó por el maestro. Cuando me vio venir a mí, de pantalón corto, levantó las carpetas y se quiso mandar a mudar. No entendía razones, hasta que llegó el dueño y le propuso: «Escúchelo a este chico que anda bien». El hombre lo volvió a pensar y decidió escucharme. Yo comencé a tocar. Al rato comenzó a acercarse a mí y a dar vuelta las hojas, y cuando habían pasado seis u ocho temas le dije: «Mire señor, me imagino que su hija canta muy bien, porque yo dos veces no ensayo”. Questo signore era il padre di Imperio Argentina.

“Mi maestro en el tango fue Minotto Di Cicco. Él fue quien me dijo lo que tenía que hacer. Todo esto lo hacía cuando Canaro se iba, a las tres de la mañana porque él no quería que su orquesta funcionara con otros elementos que no fueran los suyos. Unos meses más tarde, le dije a Canaro que me llevara a Europa. Me preguntó que quería hacer y le respondí: «Tango». «Usted no sabe tocar el tango»”.

Così Lucio Demare raccontò il suo incontro con Carlos Gardel, Francisco Canaro ed altri grandi della musica.

“En 1927 conocí a Carlos Gardel, era la época en que yo con Canaro solamente hacía tangos y compuse algunos a los que no recuerdo si les puse títulos, así de entrada. Uno de ellos fue luego “Mañanitas de Montmartre”. A Canaro le decíamos Pirincho, pero los hermanos lo llamaban Kaiser, porque era un tipo muy duro. Tuve con él muchas cosas gratas, como el viaje a Europa, en donde lo vi serio, responsable, con visión para las cosas.
“Mañanitas de Montmartre” lo estrené en público sin título y sin anunciarlo. Y desde varias mesas más allá me mandaron a preguntar cómo se llamaba el tango. Me entusiasmé por la receptividad e hice “Dandy”. Que por supuesto no se llamaba así, no tenía nombre. Después le pusieron la letra y el título y me lo estrenó Gardel.
El día del estreno tocaba el piano y de repente me lo veo a Gardel al lado mío. Estábamos en el Ambassador, de París, en la Place de la Concorde, un lugar como podía haber sido en Buenos Aires el Armenonville, un restaurante muy distinguido. Allí vi debutar a Paul Whitman. Yo no lo podía creer. Tomé un cuaderno de él y me lo puse sobre el pecho como quien tiene un hijo. Estaban sus atriles, sus cuadernos y llegó para un ensayo con la orquesta en pleno, y su cuarteto vocal donde estaba Bing Crosby.”

“Canaro era un personaje. Recuerdo que tenía una hermosa voiturette y había decidido comprarse unos guantes para manejar. Un día, se encontró con mi viejo y le pidió que lo acompañara a una tienda. Los atendió una vendedora muy simpática. «¿Qué quieren?», les preguntó. «Unos guantes para manejar», contestó Canaro. La vendedora preguntó «Quelle mesure?» (¿De qué medida?), y Canaro entendió «Quelle voiture?» (¿Qué auto?). Entonces se puso ancho y respondió: «Renault». La mujer lo miró sorprendida. Entonces, Canaro agregó: «Diez C.V. y otras cosas más». Cuando se aclaró la confusión Canaro estaba muerto de vergüenza. Se dio vuelta y le dijo a mi padre en voz baja: «Estos extranjeros me tienen podrido»”.

“Yo no llegué a tratar mucho a Gardel. Cuando se paró al lado mío en el Ambassador me preguntó cómo era “Dandy”. Entonces concertamos un ensayo en casa. Vino como un señorito, a la hora que habíamos convenido. Después lo invité a comer un puchero y me dijo: «¿Tu vieja qué es, tana o gallega?». «Tana», le contesté. «Entonces quiero comer pasta». Arreglamos para el día siguiente, para comer unos ravioles. Y mientras mi vieja estaba en la cocina preparando los ravioles le cantó “Dandy” y le dijo: «Mire, esta pieza es de su hijo y con ella hago un gol.
Era un tipo serio y de pocas palabras. Un gran tipo por lo que pude ver. Y cuento esto sin el ánimo de mistificar más a alguien a quien nadie le encuentra defectos. Él podría tenerlos, pero no era fácil verlos. Ayudaba a la gente y no pedía nada. Por entonces estaba en la cumbre de su fama, pero a él no le pesaba.
Me contó que lo había elogiado Caruso, que luego de hacerse amigo de él, le aconsejó: «Nunca hagas lo que hacen los cantores de taparse con una bufanda para protegerse del frío. Salí a la calle como uno más. Cuando yo termino de cantar un acto de una ópera y salgo transpirado, me pongo delante de un ventilador». Y hablando de las irritaciones de la garganta le explicó: «No tomés pastillas, no tomés nada. Cuando sientas que estás mal de la garganta cortá un pedazo de jamón crudo, como un dado y masticalo. El salitre es lo que te va a hacer bien».”

Questo ed altro ancora è possibile leggere dai racconti di Demare fatti a Osvaldo Soriano, una lunga intervista vivamente consigliata per una comprensione integrale della personalità e della vita del maestro.

Fonti consultate

Todo Tango – Semblanza de Lucio Demare por Horacio Ferrer
Todo Tango – Entrevista a Lucio Demare por Osvaldo Soriano
Milonga Ideal – Lucio Demare si racconta (intervista di Osvaldo Soriano a cura di Rosanna Remón e Roberto Manfredi)

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E se dicessi di no? II parte

Storieditango prova a entrare nella mente di un ballerino pedinato da una dama che vorrebbe farsi invitare.

(https://www.storieditango.it/e-se-dicessi-di-no-seconda-parte-lui/)

Si è ingegnato in mille modi per evitare che lei gli ficcasse quegli occhi palpitanti nei propri: ha cambiato zona della pista, ha finto di ridere (e ridere a crepapelle) con un amico, ha bloccato il proprio sguardo su una prospettiva retta, eliminando la vista periferica, ha finto di allacciarsi le scarpe, ha controllato almeno quattro chat sul cellulare (Cecilia ancora non risponde).
Ma lei l’ha raggiunto e ora gli gravita intorno con il radar sparato e ipersensibile. Capta ogni variazione della sua volontà, vorrebbe modificargli la volontà.

Sta lì, ondeggiante, nell’unico canale visivo che lui ha lasciato aperto, lo punta fisso, con iridi speranzose: gli mostra che esiste, che un ballo vorrebbe proprio farselo. “Mi inviti?” sembra che dica.

“Mi inviti?”, ha pensato così?
Ha pensato così.

Lui non sa più dove spostare lo sguardo, il panorama è come una piscina in cui hanno occupato tutte le corsie. Si sente un po’ costretto, vorrebbe almeno cinque metri quadri di libertà.
Poco prima aveva osservato la pista facendo una rapida ricognizione delle presenti: con tre ballerine avrebbe preferito non ballare. Una, la volta precedente, gli si era appesa addosso come un mattone potrebbe penzolare da un ramoscello di salice. Lei pesava forse sessanta chili, ma messa in quel modo era come se gliene caricasse in groppa cento.
Un’altra si era scatenata in ganci e bolei che non solo lui non aveva mai guidato, ma neanche immaginato! E invece se li era sentiti nei muscoli come un contraccolpo (sono mezzi caduti, si sono dovuti fermare, hanno riguadagnato l’equilibrio con qualche sforzo).
L’ultima gli aveva infilato il naso nel collo, in quel punto delicato in cui scorre il respiro. Cercava di scostarla con maniere gentili, ma alla fine se la ritrovava sempre lì.
La prima di queste donne gli ha appena chiesto silenziosamente di invitarla.

«Forse dovresti farlo» gli suggerisce una parte di lui. Per quali motivi? Beh, vediamo: per gentilezza, galanteria, perché è giusto così, perché è cortese fare in modo che tutte le signore ballino, perché nel tango di solito ci sono più donne che uomini e quindi già partono svantaggiate, perché almeno poi spegnerà il radar e potrai stare tranquillo per il resto della serata, perché è una questione di resistenza: qualcuno dovrà cedere, perché hai poca voglia di (nell’ordine): essere tampinato senza scampo, continuare a fingere di trovarti impegnato in altro, vedere che Cecilia ancora non risponde.

«O forse non dovresti proprio invitarla» dice l’altra parte di lui. Per quali ragioni? Beh, vediamo: è un fiore di donna ma quando entriamo nell’abbraccio diventa un tronco, ogni tanto azzarda passi che rischiano di farci piombare a terra (forse vuole dimostrarmi qualcosa? forse vuole mostrarsi?), mi tiene stretto stretto ma non per un fatto di connessione quanto di sostenimento: cerca l’equilibrio su di me quando dovrebbe trovarlo in se stessa.

Mentre gli diventa chiaro che non ci saranno modi diplomatici di sgombrare le corsie della piscina, lui valuta le conseguenze del mancato invito. Se continuo così che succede? «Puoi scegliere» dice la voce, «finisci nella lista nera, nella lista degli uomini insensibili, nella lista dei ciechi e cafoni, nella lista degli uomini che tanto non gliene frega niente. Oppure, se per qualche motivo il suo desiderio è superiore alla delusione, alla prossima milonga ti ritroverai nella stessa circostanza. Tu scappi, lei ti pedina. E allora che farai? Ma soprattutto: dove diavolo è Cecilia?»

E se la invito che succede?
«Vai contro il tuo corpo. Contro la tua schiena, nello specifico».
Vado contro il mio corpo?
«Sì, ma anche contro il tuo sentire. Corpo e sentire qui fanno tutt’uno».
Non sarà bello.
«Puoi scommetterci».
Ma almeno per stasera me ne libero.
«La libertà è un’altra cosa».

Lo sguardo nervoso si distende in un sì-finto-lusingato, le indirizza un cenno del capo, come a dire “ma certo, certo che ora balliamo”. Gli occhi di lei si illuminano (ma certo, certo che ha begli occhi, solo che non basta).

Camminano fino alla pista, lei gli si addossa come una montagna a un piccolo albero. Lui si maledice.
Ma Giglio Pabidoro una volta gli ha detto che tutti abbiamo una regina dentro, uomini e donne. Sta in mezzo al petto, come un timone. E la regina è fiera, ma al tempo stesso umile. Ti drizza la schiena senza rendere arrogante lo sguardo. La regina è aria che solleva, un centro d’energia che dà senso anche a ciò che sembra non averlo. Nel tango ogni passo conta.
Se non puoi ballare con lei, balla con la Regina.

Per leggere la prima puntata della storia “E se dicessi di no?”: https://www.storieditango.it/e-se-dicessi-di-no/

Per leggere altre storie: www.storieditango.it

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E se dicessi di no?

Il tango comporta piccole scelte. Dire di sì ha un peso. Dire di no ha un peso.
Storieditango entra nella mente di una ballerina di fronte a una proposta di invito non proprio gradita.

 Prima parte (Lei)

(https://www.storieditango.it/e-se-dicessi-di-no/)

Ha fatto di tutto per evitare il suo sguardo, si è girata verso l’amica, ha sorseggiato il cocktail rosa cupo a occhi bassi, ha finto di cercare un fazzoletto nella borsa, ha controllato almeno tre chat sul cellulare, ha risposto a due.
Ma ora le si è piazzato di fronte: testa di lato, busto in avanti, braccio proteso, palmo aperto, dita distese, pollice che vorrebbe chiudere la sua mano come un granchio chiude le chele.

«Te la senti?» dice. Lui sfoggia un sorriso, una camicia bianca, una giacca a costine di velluto marrone autunno-scarico.
“Te la senti”, ha detto davvero così?
Ha detto così.

Lei abbozza uno sguardo mezzo sorpreso, una mezza torsione del collo, un movimento del piede mezzo in avanti. È quel punto del film in cui il tempo si dilata e nella mente del personaggio sfrecciano le immagini di tutte le reazioni possibili.

Dal tavolino aveva osservato la pista facendo una rapida ricognizione dei presenti: con tre di loro avrebbe preferito non ballare. Uno, la volta precedente, le aveva fatto male tentando una sacada in cui invece di puntare allo spazio tra i suoi passi, le aveva clamorosamente centrato il malleolo. Un altro aveva parlato e parlato e parlato per l’intera tanda. L’ultimo si era incaponito a guidarle un movimento che non le riusciva. Di ganci in aria ce n’erano abbastanza, serviva proprio anche il suo?
Il terzo di questi uomini le ha appena chiesto di ballare. Le ha chiesto se se la sente.

«Forse dovresti dire di sì», le suggerisce una parte di lei. Per quali motivi? Beh, vediamo: scarsità di offerta (la fauna maschile è in minoranza), gentilezza con il prossimo, tatto, vergogna, mancanza di coraggio, timore di deludere, poca voglia di (nell’ordine): discutere, affrontare la sua faccia, sopportare la responsabilità di una risposta negativa.

«O forse dovresti proprio dire di no», dice l’altra parte di lei. Per quali ragioni? Beh, vediamo: è tanto tanto (tanto) sudato, è appena partita una milonga che lui è convinto di ballare a meraviglia, quando non fa che saltellare imbevuto in quella sua giacca color marroncino-autunno-andato-a-male, saltella saltella e non è preciso sulla pressione a terra, si rischia di cadere ad ogni istante, stringe forte ma senza amore, non lascia lo spazio, guida gli ocho tenendo la donna appiccicata al fianco, trascina la ballerina in azzardi coreografici in cui lei non si sente a proprio agio.
Forse no. Forse non me la sento.

In quell’inquadratura del film in cui un secondo dura un’ora, lei valuta le conseguenze dell’eventuale rifiuto. Se dico di no, che succede? «Puoi scegliere» le dice la voce, «finisci nella lista nera, nella lista delle donne-affronto, nella lista delle donne che l’hanno fatto soffrire, nella lista delle donne che tanto non gliene frega niente. Con ogni probabilità ti toglierà il saluto, faticherà a rivolgerti uno sguardo amichevole, ti eviterà, non riproverà ad avvicinarti, forse parlerà male di te. Dirà: chi si crede. Dirà: tanto l’avevo invitata solo per cortesia».

E se dico di sì che succede?
«Vai contro il tuo corpo».
Vado contro il mio corpo?
«Sì, non farà che protestare. Tu ti arrabbierai con lui, poi ti arrabbierai con te stessa».
Mi arrabbierò con me stessa.
«Perché avresti potuto dire di no, ma non l’hai fatto».
Non sempre le scelte sono reali. A volte non si ha scelta.
«Le scelte sono sempre reali».

Lo sguardo mezzo sorpreso si distende in un sì-finto-felice, la mezza torsione del collo si raddrizza sul busto, il piede mezzo in avanti fa perno e accoglie il peso del corpo.
Camminano fino alla pista, lui la stringe ma senza amore, inizia a saltellare. Lei si maledice.
Ma Giglio Pabidoro una volta le ha detto che dentro tutti noi c’è una regina. E la regina brilla ed è fiera anche in mezzo al disastro. Nel tango non va sprecato neanche un passo.
Se non puoi ballare con lui, balla con la musica.

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