Loca

Ottava Tappa di Finché c’è tango c’è vita! Viaggio all’interno del nostro sentire

Nella nostra tappa precedente abbiamo indagato il tema del ritorno: un cardinale proposito nella vita ripreso nel tango che spesso canta di questo bisogno che tutti noi abbiamo.

Tornare è molto difficile: non si può essere come prima, ma non si può essere nemmeno così diversi da prima. Bisogna essere rinnovati nel profondo, essere noi e non essere noi, un equilibrio delicato tra origini e innovazione. Quasi un filtro magico.

Tornare rinnovati: non è ciò che stiamo provando a mettere in pratica tutti noi in questo “mezzo cammin” del 2020?

Tutti i grandi artisti hanno sempre avuto una forte volontà di modificare sé stessi e ciò che stava attorno a loro per generare nuove idee, combattendo a volte grandi battaglie di pensiero.

Nella storia del tango argentino uno di questi personaggi è stato Juan D’Arienzo.

“Dal mio punto di vista, il tango è, prima di tutto, ritmo, nervo, forza e carattere. Il tango delle origini aveva tutte queste caratteristiche, e noi dobbiamo cercare di non perderle mai…Da quando le abbiamo perse, alcuni anni fa, il tango argentino è entrato in crisi. Modestia a parte, ho fatto tutto il possibile per far in modo che ritornasse in auge!”

D’Arienzo: musicista, autore, direttore d’orchestra, nasce da immigrati italiani nel 1900 e nei suoi 76 anni di vita compone, arrangia e dirige centinaia di brani che tuttora fanno letteralmente correre i ballerini di tango a riempire la pista della milonga.

I piedi dei tangueri, se pur stanchi e doloranti dopo una nottata di ballo, non resistono al ritmo energico e vigoroso di questo straordinario artista.

Qual è il suo segreto, il suo filtro magico?

D’Arienzo con la sua musica è tornato alle radici del tango, diluite se non perse negli anni ’30 per una sorta di rallentamento nel ritmo della musica che aveva lasciato grande spazio ai cantanti dell’epoca e poco alla parte strumentale, all’orchestra e quindi al ballare.

D’Arienzo riprende le orchestre dei così detti anni d’oro del tango e ritorna alla musica in 2/4, al dos per cuatro, al ritmo della pulsazione naturale del cuore.

Ritorna all’ incalzante ritmo originario del tango che a volte lascia il fiato corto, e ne raffina però il tratto, il gusto, lo arricchisce di arrangiamenti moderni, strumentali, di pause e di rincorse, togliendo tutto ciò che era prevedibile all’ascolto e aggiungendo la sorpresa nell’esecuzione.

La sorpresa, ecco D’Arienzo ancora oggi sa sorprendere: bisogna essere dei ballerini molto preparati per ballare D’Arienzo, sia dal punto di vista tecnico, sia soprattutto dal punto di vista dell’ascolto. Bisogna avere ascoltato i suoi pezzi un numero infinito di volte per riuscire a entrare nella sua dinamica e a non cadere nei “tranelli”, negli scherzi di ritmo che creano una forma di competizione con sé stessi con le altre coppie danzanti.

Forse anche D’Arienzo voleva competere con i grandi nomi del tango venuti prima di lui e forse anche con quelli che dopo di lui sono arrivati.

E così ha lasciato il segno, riuscendo a trovare quel delicato equilibrio fra origini e innovazione, ha saputo far tornare il tango a nuovi splendori tanto che ancora oggi i ballerini vogliono la tanda di D’Arienzo.

Il tempo musicale è fatto di vado e torno, di arresto e riprendo, accelero, rallento e sto! Proprio come quando nella vita pensiamo di ritornare in un luogo caro o dal nostro amato: dubbi, certezze, desideri, paure, vado non vado, incalzo, mi fermo.

Balliamo tutti D’Arienzo nella vita!!!

I passi dei ballerini con i suoi brani si fanno leggeri, quasi silenziosi come gli assoli degli strumenti, trasformandosi, dopo una sagace pausa, in passi marcatamente marcati che quasi moltiplicano le gambe mentre ballano, esattamente come l’insieme corale degli strumenti della sua orchestra quando riprende a suonare all’unisono.

Juan D’Arienzo ha creato una grande orchestra perché per lui suonare musica era suonare con tanti strumenti:

“La base della mia orchestra è il pianoforte. Lo credo irrimpiazzabile. Io formo il mio gruppo con il piano, il contrabbasso, cinque violini, cinque bandoneones e tre cantanti. Mai meno elementi. Mi è capitato in alcune registrazioni di impiegare fino a dieci violini.”

La discografia di questo artista è immensa, difficile scegliere il tango preferito: come tanti tangueri, amo particolarmente il brano intitolato Loca, pazza in italiano, cosi travolgente, dissennato e d’altro canto un po’ pazzi bisogna essere per tornare!

D’Arienzo riprende la parte strumentale dal tema originale del 1922 di Manuel Joves: nel video dove dirige la sua orchestra durante Las Noches de Los Maestros al Teatro dell’Affratellamento nel 1936 si può vedere tutta la sua passione e la sua follia visionaria che lo hanno reso eterno.

Il suo sguardo completamente pervaso dalla musica, in estasi e rapito, trasmette una sorta di pazzia, come cita il titolo del brano, un’energica e ritmata pazzia, così come narra il testo originale che D’Arienzo abbandona per lasciare spazio unicamente al ritmo puro, per segnare e marcare ciò che per lui doveva tornare ad esser l’essenziale del tango: il ritmo, il tempo, il compas che gli fece meritare l’appellativo di El Rey del compas.

Se tutto passa nella vita, c’è invece chi come lui non passa e lascia il segno, restando nel tempo nonostante il cambiamento del tempo, ben in equilibrio fra radici e innovazione.

Per tornare lo sappiamo ci vuole un filtro magico a base di origini, innovazione e un pizzico di follia! Agitato, non mescolato 😊

Un abbraccio!

Vittoria Maggio

 

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Giacomo Medici

Casanova Tango Symphony è il nuovo disco di Giacomo Medici, “l’italiano che canta il tango”. e che abbiamo avuto il piacere di intervistare.
Giacomo, raccontaci questo tuo nuovo progetto discografico…

Ho voluto immaginare un viaggio metaforico del poeta, filosofo e seduttore italiano all’interno del mondo del tango, come se fosse lui stesso ad interpretare i brani che nel cd sono contenuti, legati a temi quali la nostalgia, la sofferenza per un amore che finisce e, per l’appunto, la seduzione. La tracklist è composta da classici come Esta noche de luna, Nostalgias, Pata ancha, Remembranza, Milonga sentimental, Mi Buenos Aires querido e La viruta, per citarne alcuni.
Questo progetto discografico, inciso con la Giacomo Medici Tango Orchestra, vede la partecipazione di Gianni Iorio, già collaboratore di Luis Bacalov e tra i massimi esponenti del bandoneón nel mondo del tango e della musica classica. Lavorare con la supervisione di Gianni, che tra l’altro per l’occasione ha composto una versione davvero interessante di Mi Buenos Areis querido, è stato un vero privilegio ed ogni volta per me è una preziosa opportunità poterlo avere come bandoneonista nella mia orchestra; a tal proposito ci terrei a citare gli altri musicisti che mi accompagnano ormai da anni e che hanno partecipato all’incisione: Mauro Gubbiotti al pianoforte, Giannina Guazzaroni al violino, Aurelio Venanzi alla viola e David Padella al contrabbasso.
Il mastering del disco è stato affidato al G & G Studio di New York, per creare un suono che potesse rappresentare al meglio l’anima di un progetto al quale mi dedico da anni, con l’obiettivo di trasformare in musica un percorso che unisce diverse sensibilità. Mi piace infine segnalare che la versione di La viruta contenuta nell’album vanta l’arrangiamento di Alfredo Marcucci, bandoneonista del grande Carlos Di Sarli negli anni ’50.
Possiamo affermare che l’Italia e l’Argentina si fondono in questo nuovo disco? Hai infatti scelto di inserire due canzoni italiane. 

Per mia fortuna ho ormai da tempo un ottimo rapporto, artistico ed umano, con il pubblico argentino, ed anche per questo ho voluto inserire due capolavori italiani, noti nel mondo, che mi capita spesso di cantare proprio quando mi trovo in tour in America Latina, ovvero Malafemmena e Caruso; quest’ultima canzone è stata scelta ed incisa perché il famoso tenore italiano era uno degli artisti più ammirati da Carlos Gardel, simbolo del tango, e quindi racchiude una sorta di abbraccio  simbolico tra la sensibilità argentina e quella italiana, due mondi strettamente connessi tra i quali mi sento artisticamente diviso.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Le prossime collaborazioni?
Proprio in questi giorni sono usciti tre nuovi videoclip: Historia de un amor, Alma de bohemio e Remembranza, tutti già disponibili su youtube. Sarei poi dovuto partire nuovamente per un tour di presentazione del disco in Argentina e Colombia, ma a causa delle problematiche legate al Corona Virus abbiamo dovuto rimandarlo a dicembre. Da settembre ripartirò però con una serie di concerti in territorio italiano ed europeo, durante i quali canterò con la mia orchestra o sarò ospite di altre. A tal proposito, durante il prossimo tour sudamericano, tornerò a collaborare con alcuni artisti della scena argentina con i quali, negli anni, si è instaurata una bella collaborazione, come i ragazzi dell’Orquesta Tipica La Juan D’Arienzo, il cantante Ariel Ardit ed altri colleghi, nonché amici, con cui sono davvero onorato di potermi esibire. Inoltre avrò il piacere di essere di nuovo coinvolto in un progetto promosso dall’associazione di tango terapia L’OltreTango di Roberto Nicchiotti; prossimamente ne presenteremo le peculiarità.

Il disco “Casanova Tango Symphony” è gia disponibile ed acquistabile nelle migliori piattaforme digitali, tra le quali iTunes e Amazon. Copia fisica del disco, presto in distribuzione, può essere richiesta (in edizione limitata) inviando i propri dati in un messaggio privato alla pagina FB Giacomo Medici Tango Orchestra. Giacomo Medici farà un gradito regalo alle affiliate di Faitango inviandogli gratuitamente alcuni brani del nuovo disco. Restate in attesa!

Giacomo Medici, passione e canto: sono queste le anime del cantante, impegnato da anni sulla scena internazionale come baritono e noto, anche in Argentina, come “l’italiano che canta il tango”; vanta nel suo curriculum importanti collaborazioni, tra le quali possiamo ricordare quelle con i premi Oscar Woody Allen, Dante Ferretti, Santo Loquasto, Gabriella Pascucci, il cantante di tango Ariel Ardit, i bandoneonisti Gianni Iorio e Daniele Di Bonaventura, il sassofonista Javier Girotto, nonché alcuni tra i musicisti e  ballerini più noti nel panorama del del tango; inoltre è spesso ospite, come “cantor invitado”, di orchestre argentine, tra le quali La Orquesta Tipica Juan D’Arienzo. Con la Giacomo Medici Tango Orchestra ha inciso tre dischi: “Pasión y Canto Vol I”, “Bohemian Tango” e “Casanova Tango Symphony”. Il suo ultimo tour lo ha portato a calcare diversi palcoscenici, dall’Europa all’America Latina, toccando in Argentina (da Buenos Aires alla Terra del Fuoco, passando per tutta la Patagonia) luoghi che hanno fatto la storia del tango; questa esperienza musicale è diventata un documentario intitolato “l’italiano che canta il tango”, presentato nelle televisioni italiane e latinoamericane. Ricordiamo inoltre la sua recente partecipazione alla serie televisiva, prodotta da Sky Cinema e Palomar, “I delitti del Barlume”. La rivista Cosmopolitan lo ha inserito tra le realtà più interessanti della nuova scena musicale italiana.

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Canyengue

Settima tappa di Finché c’è tango c’è vita! Viaggio all’interno del nostro sentire

Ritornare: un grande tema nel tango e nella vita.

In questo nostro particolare momento storico anche noi stiamo ritornando alle radici di una vita considerata “normale”. E se invece l’opportunita’ che ci è stata data in questo 2020 fosse stata il ritrovare le nostre radici in una vita fermata e cristallizzata?

Sapere chi siamo e da dove veniamo è tema dell’esistenza umana: se da un parte infatti il nostro viaggio di vita è teso alla scoperta del nuovo, dall’altra sapere dove ancorarci per sapere dove tornare è altrettanto vitale. È una sorta di danza che mettiamo in atto tra il nostro passato e il nostro futuro stando nell’equilibrio del presente.

Anche il tango ha le sue radici e spesso torna a loro per ritrovarsi e rinnovarsi.

La radice è l’organo della pianta che assorbe acqua e sali minerali dal terreno, fondamentali per la vita delle piante. Se tagliate le radici, la pianta morirà!

Tornare alle proprie radici è un tema molto forte per l’uomo, soprattutto nei momenti storici legati all’immigrazione dove si è costretti ad abbandonarle.

C’è sempre qualcosa di triste e obbligato nella rinuncia alle proprie radici, ai propri culti, ai propri avi. Le radici ci agganciano alla nostra madre terra, al nostro da dove veniamo, per legarci ad essa e per darci la possibilità di esplorare altro.

In sanscrito la parola radice ci aiuta in questo concetto perché “vardh-ati “ comprende l’idea di elevazione, la crescita che fa prosperare; ecco perché nei miti dei molti popoli antichi ricorre la simbologia dell’albero perenne con le radici rivolte verso il cielo.

Più profonde sono le nostre radici e più facilmente potremo aprirci all’altro.

Le radici del tango sono ancora più profonde della loro origine argentina, poiché sono nell’Africa oscura, nel ballo Canyengue che è la forma di tango più antica.

La parola Canyengue infatti è di derivazione africana: molto probabilmente il significato allude al “camminare cadenzato “ tipico dei neri.

Non tutti sanno che il tango infatti ha una lontana origine nei ritmi portati dagli schiavi africani all’epoca della colonia spagnola in Argentina: i neri ballavano in luoghi noti come “Tambo” durante il loro giorno libero, accompagnati dai loro tamburi “Candombe”.

In quella parte di terra conosciuta come Rio della Plata, c’erano anzitutto gli schiavi africani ad attendere gli emigranti europei e i Gauchos argentini, c’era la loro musica a confondersi e fondersi con quella portata dagli europei e quella suonata dagli indigeni.

Il ballo di coppia era nuovo per gli africani: si ballava fianco a fianco o faccia a faccia, senza abbraccio, in una sorta di parodia delle danze europee, cui aggiungevano i loro movimenti risultando lascivi. Gli europei ne presero gli elementi essenziali, cercando di mettere più rigore nei passi e nella postura.

Il Canyengue fu ballato negli anni 1880-1920 con successo, poi la naturale evoluzione della vita rioplatense, la trasformazione della società trasformarono il tango nelal forma più simile a quella che conosciamo.

La coppia nel Canyengue è completamente “apilada”, uomo e donna ballano cioè sullo stesso asse condiviso, sono di fronte, con lo sguardo nella stessa direzione: la dama balla con il suo braccio sinistro che va a cingere completamente la spalla sinistra del compagno che le abbraccia la vita e la mano destra è stretta invece in quella dell’uomo verso il fianco di lui in una sorta di “ stringimi, stringimi”!

Si tratta di uno stile picaresco e divertente, leggero ma danzato verso la terra, le ginocchia sono più flesse del normale consentito nel tango; rilassato e giocoso, non favorisce la competizione fra i ballerini e tutti si godono l’origine ludica e “anti stress” del tango di una volta.

Per poter ballare un buon Canyengue bisogna apprendere a scaricare il peso a terra, a sentire le proprie radici, rilassarsi e abbandonarsi a se’ stessi. E’ un ballo dolce, morbido anche se fatto di puro contatto carnale tra i partner che costantemente si sfiorano le gambe e rimangono uniti col petto nei loro movimenti di piedi rapidi e corti. Considerato un ballo popolare o comunque di nicchia, forse proprio per il suo essere estremamente giocoso, carismatico e un po’ provocatorio, è a tratti decisamente spavaldo!

Se oggi da una parte c’è molta ricerca verso nuove forme di interpretazioni del tango, dall’altra c’è invece una forte rivalutazione dei suoi inizi.

Simbolo di questo concetto è stato l’ultimo spettacolo portato in scena da Miguel Angel Zotto, che aveva proprio il titolo evocativo di Raices, radici, e che portava in scena la potenza selvaggia degli indios del Nuovo Mondo, le violenze subite da parte dei conquistadores, le nuove nascite meticce che hanno aperto e cambiato il corso della storia, il ritmo dei tamburi e delle percussioni degli schiavi africani, il folklore delle prime danze intorno al fuoco dei gauchos, gli abitanti oriundi delle pampas sudamericane.

Canyengue, Malambo, Chacarera, Zapateado, Habanera… elementi che mischiandosi negli anni con la nuova vita, si trasformeranno e costituiranno la base per lo sviluppo del tango.

Da una parte le radici, l’equilibrio dell’uomo, e dall’altra innovazione, la “visione” dell’uomo: che sia questo il segreto del tango, della vita, del nostro viaggio? Che sia questa la lezione appresa e che dobbiamo tenerci stretta stretta e portarla con noi in questo anomalo 2020 e negli anni a venire?

Un abbraccio!

Vittoria Maggio

 

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Mi Noche Triste

Mi Noche Triste: un tango per la quarantena nasce all’interno del corso di culture ispanofone dell’Università Statale di Milano, di cui è titolare Irina Bajini, che quest’anno ha dedicato al tango nella letteratura argentina un ampio spazio, curato da Monica Maria Fumagalli.

Dovendo affrontare la nuova situazione della didattica a distanza, le due docenti hanno fatto di necessità virtù, intervenendo sempre l’una alle lezioni dell’altra e coinvolgendo anche due autori argentini: Rafael Flores Montenegro e Cucurto.

Il progetto del video è nato da una coinvolgente lezione su Carlos Gardel e sulla nascita del tango-canción con Mi noche triste, che descrive la solitudine di un uomo abbandonato nella Buenos Aires degli anni ’20.

<<Dagli studenti è partita l’idea di tradurre non solo in italiano, ma in tutti i dialetti e in tutte lingue che li rappresentavano – come spiega la docente Monica Maria Fumagalli – il “la” iniziale è stato dato dalla studentessa Micol Maria Vittoria Bianchi, che ha poi anche realizzato il video, seguita da altri studenti, alcuni tornati a casa e altri invece “prigionieri” a Milano e che nella traduzione hanno coinvolto familiari e amici.
Con questo video abbiamo reinterpretato un tango antico negli accenti delle nostre attuali quarantene. Proprio una danza ha paradossalmente favorito la realizzazione di un gesto collettivo liberatorio: la celebrazione di un abbraccio, vero e sincero nella sua impossibilità>>.

Le traduzioni di Mi noche triste e di altri tanghi, realizzate durante il corso, saranno curate da Monica Maria Fumagalli ed entreranno nel catalogo di LaTina Cartonera, progetto universitario coordinato da Irina Bajini e ispirato a  Eloísa Cartonera, casa editrice indipendente nata nel 2003 a Buenos Aires che utilizza materiali di scarto raccolti dai cartoneros.

 

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Cruzando Aguas

Fabrizio Mocata – piano & Fabian Bertero – violino

Foto di Antonio Porcelli

Il disco, composto da brani originali e da classici del Tango, nasce nel 2019 dall’incontro tra il pianista Italiano e il violinista Argentino, tra Buenos Aires e Montevideo.
La scelta è stata quella di attraversare il Rio de La Plata e di incidere con due musicisti di Montevideo, il contrabbassista Jorge Pi e il chitarrista Julio Cobelli. Si aggiunge al progetto anche il percussionista argentino Edgardo Lopez. Il progetto viene presentato a Buenos Aires il 18 Agosto 2019 in occasione del Festival Mundial di Tango presso il palco più importante, quello della Usina del Arte. Fabrizio Mocata viene nominato dal comunicato ufficiale tra gli ospiti internazionali di spessore accanto a José Mosalini e Olga DelGrossi. Il lavoro discografico viene pubblicato da Acqua Records, etichetta simbolo del Tango di Buenos Aires. Il progetto è stato seguito fin dalla nascita e in tutte le sue fasi dal produttore Ivan Pantarelli – GRUVITA MEDIA production, partecipe sia delle scelte artistiche che della concezione tecnica.

Lo spirito del progetto di Mocata e Bertero è proprio quello di usare la musica come mezzo di unione e comunione. Le culture di Buenos Aires e Montevideo, le terre del Tango, si riuniscono con quella italiana che le ha profondamente influenzate nel momento della loro genesi. Proprio attraverso l’acqua i nostri migranti giungevano in quelle terre sperando di poter coronare i loro sogni e trovare una realtà migliore. In questo viaggio c’è l’essenza di una musica che non può essere considerata estranea alla nostra impronta culturale. Le melodie ricordano l’Opera e la canzone Napoletana e i temi trattati sono intrisi della nostalgia dell’emigrante. Il disco è stato inciso in un edificio storico di Montevideo chiamato Palacio Salvo, progettato dall’italiano Mario Palanti, che aveva concepito quello che allora era considerata una vera e propria sfida nel pieno centro di Montevideo. Costruito nel 1925, sorge in Piazza indipendenza, di fronte alle porte della “ciudad vieja” e a pochi metri dal Rio de la Plata. Nello stesso punto, nel 1917, era stato eseguito per la prima volta in pubblico il Tango più celebre del mondo: “La Cumparsita” che i due hanno voluto incidere in una nuova versione.

Il disco è disponibile in tutti in stores digitali e la distribuzione fisica, in Argentina e Giappone, è gestita da Acqua records con sede principale nel famoso negozio “Zivals” di Av. Corrientes a Buenos Aires.

Cruzando Aguas e il precedente disco di Mocata Swango sono entrambi candidati nella categoria miglior gruppo di Tango strumentale per i prestigiosi “Premios Gardel” 2020.

Fabrizio Mocata è il primo italiano che è stato invitato in Festival che hanno fatto la storia del Tango come Montevideo, Medellin, Granada, Valencia e in tantissimi eventi in tutto il mondo in Europa e nelle americhe. Negli anni ha avuto sempre uno sguardo molto ampio prima rileggendo le arie di G. Puccini e G. Verdi in trio Jazz nei lavori “Puccini Moods” e “Free The Opera!” e poi curando la direzione artistice del progetto Recital CanTango dove il cantante d’Opera F. Armiliato ha fa un appassionato tributo a Carlos Gardel e Tito Schipa e le loro Tango Cancion.Il Jazz il Tango e l’Opera sono tre generiche hanno accompagnato da sempre il percorso musicale di F. Mocata. Ha di recente pubblicato il CD Swango che unisce in una comunione lo Swing e il Tango con la partecipazione della grande voce di Buenos Aires Sandra Luna. Conta con il privilegio si essere l’unico italiano che ha presentato il suo lavoro con un concerto presso l’Academia Nacional del Tango

Fabian Bertero è uno dei violinisti, compositore e arrangiatori più noti di Buenos Aires. Comincia la sua carriera come violinista classico nella filarmonica de Buenos Aires e seuccesivamente nell’orchestra del Colon. Nello stesso tempo ha la possiblità di cominciare a lavorare con grandi maestri come Leopoldo Federico, Daniel Binelli, Osvaldo Piro e Carlos Garcia, con cui va in tour in Giappone. Col passare degli anni viene convocato da grandi musicisti come Osvaldo Berlingeri, José Colangelo, Julian Plaza e da cantanti del livello di Alberto Podestà e Raul Lavié. Suona nello storico palco del Michelangelo dove può collaborare con figure di prima importanza come Libertad Lamarque e Roberto Goyeneche. Segue nel 1997 una esperienza televisiva come solista e arrangiatore insieme all’orchestra di Carlos Galvan. La sua carriera internazionale si caratterizza con partecipazioni in concerti in Finlandia, Svezia, Israele, Francia, Martinica, Cile e Danimarca. Negli ultimi anni si registrano due progetti da lui diretti che sono Fabian Bertero y los musicos de buenos Aires e la Bertero Big Band Tango, che vede 14 musicisti sul palco da lui diretti. Segue inoltre gli arrangiamenti e la produzione artistica delle importantissime cantanti Sandra Luna e Maria José Mentana.

 

 

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Il tango di Stravinsky

Sesta tappa di Finche c’è Tango: Viaggio all’interno del nostro sentire 

Tango, seduzione, profumo. Spesso il ricordo di qualcosa o qualcuno è legato al suo profumo che nella nostra mente è fissato in maniera forte e indelebile. Il profumo del ricordo è seducente e in pochi attimi ci riporta a quella determinata persona, sensazione o esperienza vissuta.

In questo momento il tango è ancora un ricordo per noi ballerini, un ricordo che rimane vivo dentro di noi grazie a tutte quelle magiche sensazioni che conserviamo nella nostra memoria e il profumo è una di queste. Profumo di donna non a caso è il titolo del film con la scena di tango più famosa della storia del cinema.

Quando ci si prepara alla serata di tango infatti non si dimentica mai di indossare il profumo preferito che avvolgendoci si mischia a quello naturale della nostra persona. Diventa un tutt’uno, come un tutt’uno sono i corpi dei due ballerini.

“Una delle cose che spesso mi resta addosso anzi dentro dopo una serata di tango è il profumo. La camicia spesso assorbe i profumi delle dame, ovvio non tutti sono da ricordare, ma a volte qualcuno rimane distinto da tutti gli altri e ti riporta al ricordo di quella dama, di quel momento, di quel gesto, di quel respiro che vuoi ritrovare e ballare di nuovo…il profumo che risenti il giorno dopo mi ha sempre coinvolto…”

Spesso infatti il profumo dell’altra persona resta addosso, nonostante una buona doccia: le parole di questo ballerino colgono molto bene lo scambio di odori e sensazioni che circolano nella rotondità dell’abbraccio tanguero. Non sempre capita in maniera così intensa, ma quando capita riesce a “incollare” nella mente un ricordo indelebile.

D’altro canto l’olfatto è il nostro senso più ancestrale, più animalesco di cui abbiamo lontana reminiscenza poiché oggi non siamo abituati ad usarlo per la nostra sopravvivenza come invece facevano i nostri antenati.

Il tango è anche questo: un mezzo per riappropriarsi del nostro sentire più profondo che nella quotidianità spesso si perde. Quando attraverso il tango ci capita quindi di riappropriarci di questa nostra modalità del sentire, l’emozione vissuta ci coglie di sorpresa.

Il profumo è legato strettamente alla danza in generale, al profumo del palcoscenico, della cipria, dei costumi anticati, dei mazzi di fiori, ma il tango lo esalta in quell’abbraccio che racconta molto di più di noi di quanto possano fare mille parole.

Il tango e la danza rivelano e mettono a nudo attraverso il linguaggio del nostro corpo ciò che siamo e per quanto possiamo coprirci con un profumo, questo non farà che danzare col nostro odore naturale, mischiarsi ad esso e diventare solo nostro, o forse noi stessi scegliamo il profumo che un po’ sa già di noi!

C’è una breve storia da raccontare legata al profumo, al tango e all’amore, una storia poco conosciuta raccontata da Paolo Pietroni, noto giornalista e scrittore italiano creatore del teatro-tango.

È l’amore fra la stilista e creatrice di profumo per eccellenza, M.me Coco Chanel e l’istrionico musicista Igor Stravinsky.

Pare che i due si siano incontrati a Parigi nel 1913 durante una rappresentazione de La Sagra della Primavera: M.me Coco, donna visionaria e anticonformista ne rimase affascinata. Sette anni dopo i due si incontrarono nuovamente e nacque una passione travolgente.

Come capita a molti grandi amori, pare che Coco&Igor abbiano avuto una storia complessa segnata da dolorosa rottura.

Del loro amore lui scrisse un tango, dissonante nelle note come dissonante la loro relazione, ma della loro storia rimane per sempre un profumo, uno spartito e la sua musica: Il Tango di Stravinsky.

https://www.youtube.com/watch?v=__IfuUH8MTY

Un abbraccio!

Vittoria Maggio

 

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Il giorno prima che cambiasse il mondo

(https://www.storieditango.it/il-giorno-prima-che-cambiasse-il-mondo/)

Venti febbraio duemilaventi. Il mondo è com’è sempre stato. Cioè a un punto dal cambiare. Cioè in bilico come ogni giorno.

Ma non sempre pende nello stesso modo.

A volte l’inclinazione non è percepibile dagli esseri umani, o è percepibile solo da alcuni. È quando l’inclinazione è percepibile da tutti che il mondo sta davvero cambiando.

Viola Vento cammina sul limite senza saperlo – ma che ne sai, quando ti ci trovi, che sotto i piedi hai quella linea divisoria tra un prima e un dopo?

Viola è a una milonga di quasi-carnevale in cui tutti sono quasi-mascherati, nel senso che si sono finalmente tolti almeno metà della maschera che portano durante l’anno.

Viola Vento siede a un tavolino con due amiche e tre amici. Si conoscono da anni, da ancora prima di cominciare a ballare tango. Si conoscono da quando uno attaccava le gomme da masticare sotto il banco dell’altra e da quando tutti e sei passavano le estati sui muretti a cercare di capire chi piacesse a chi e perché essere corrisposti in amore fosse, a turno, fulmineamente immediato o drasticamente inarrivabile.

Poi non se ne è fatto nulla. Nessuno si è messo con nessuno. Sono rimasti tutti solo amici.

Dall’altro lato della pista c’è un uomo sui trent’anni. Sembra timido ma deciso, impostato ma vulnerabile, a proprio agio ma in allerta. Dall’altro lato della pista c’è un uomo che incarna la contraddizione dei trent’anni e Viola Vento adora le contraddizioni da quando appiccicava chewing gum sotto i banchi e sui muretti, chiedendosi perché l’amore fosse, a turno, una freccia al centro del bersaglio o un’intera faretra di frecce lanciate a vuoto.

Viola ha già notato quell’uomo in altre milonghe. È forse da tre mesi che vuole ballarci.

«Fai pure quattro» le dice Arianna.

Viola annuisce.

«Che aspetti? Vai, invitalo! Lui è troppo timido, non lo farà mai».

«Cioè vado lì e lo invito?»

«Sì».

«No».

«Dio santissimo, ma perché no?»

«Troppo esplicito».

«E allora miralo da qui».

«Lo sto facendo da mezz’ora».

«E lui?»

«Niente».

A un certo punto Viola è convinta di incrociarne lo sguardo. È persino convinta di stare annuendo mentre lui sta annuendo. Fa il cenno definitivo: sì. Con il cuore in rivoluzione vede però che dall’altro lato si alza l’uomo accanto a quello con cui desiderava ballare. Viola Vento segna fra le proprie priorità una visita dall’oculista.

Viola balla con l’uomo sconosciuto. Non se l’è sentita di dire: «Scusami, credevo di stare fissando il trentenne contraddittorio e invece ho incrociato te, o tu hai incrociato me, o insomma ci siamo male incrociati».

Quando finisce la tanda, Arianna le dice: «Adesso arriva l’ultima, baby. O vai da lui o per stanotte hai finito le occasioni».

«Massì. Sarà per la prossima milonga. È bello aspettare, no? C’è qualcosa di potente nell’attesa».

Arianna storce il naso, beve il suo cocktail dalla cannuccia. «Sarà».

Viola, Arianna e gli altri quattro amici lasciano il locale con l’idea di avere un fiorire di milonghe davanti: tutto l’inverno, poi la primavera e tutta l’estate.

Alla porta d’uscita nessuno dice a Viola: guarda che domani cambi mondo, guarda che domani cambiate tutti mondo. Viola pensa che ci saranno infinite possibilità simili, che il coraggio che manca una sera verrà la sera successiva.

Non ha imparato niente da quelle estati sui muretti in cui taceva le frasi d’amore e le sublimava con il gesto di una gomma appiccicata, come a imprimere un silenzio dove ci sarebbe stato lo spazio per una parola. Ogni chewing gum segnava che qualcosa da fare c’era, e pure importante, ma in assenza di coraggio, bisognava metterci un tampone, un tappo, una pezza, per dire l’ho fatto anche se non l’ho fatto. L’ho fatto in altro modo.

Il ventun febbraio Viola legge le notizie. Comprende che per molto tempo di milonghe non ci sarà nemmeno l’ombra. Riesce solo a pensare che a volte ci vorrebbe qualcuno dal futuro che ti fermi per strada e ti dica: guarda che domani cambi mondo. Così la smetti di tenerti quel desiderio sotto la pelle. Così la smetti di prestare la tua vita alla paura.

 

***

 

Per leggere altre storie: www.storieditango.it

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Una storia di Tango

Come hai scelto il tango? Non l’ho fatto. Il tango ha scelto me.” Con la celebre frase di Pablo Veron dal film Lezioni di Tango con Pablo Veron e Sally Potter condividiamo la storia di Stefano Gazziano, un uomo che è stato scelto dal tango per raccontare il tango e uno dei suoi protagonisti.

<<Mi chiamo Stefano Gazziano, sono un fisico attualmente al CNR di Pisa, ho 64 anni con una esperienza tra Accademia e industria cominciata nel 1981.  Laureato in Fisica a Roma, Fulbright in USA, tornato in Italia ho lavorato prima in ENI poi con un gruppo di aziende di cui ero parte e da una venticinquina d’anni all’ENEA con incarichi spesso internazionali. Da vent’anni insegno alla John Cabot University, Università americana con sede a Roma. In gioventù ho imparato lo spagnolo e non saro’ mai abbastanza grato alla meravigliosa fanciulla che scelse di accompagnarsi a me per un certo periodo e mi attrasse all’apprendimento dell’altrettanto fascinoso idioma. Il mio incontro con l’Argentina è avvenuto quasi una trentina di anni fa.

Nei primi anni ’90, diciamo dal 1991 al 1994 quando l’Argentina era in iper-inflazione. A fine anni’80 la situazione era catastrofica, il disordine amministrativo seguito alla caduta della dittatura dopo la sconfitta delle Falkland ed al governo Alfonsin era inimmaginabile per noi. Il governo Menem frenò l’inflazione agganciando il peso al dollaro statunitense e privatizzando numerose aziende statali tra cui le telecomuncazioni, Aerolineas Argentinas e l’energia, utilizzando parte dei ricavati per ridurre il debito pubblico. L’inflazione si azzerò, ma con costi sociali tremendi. Vidi con i miei occhi cosa vuol dire “un paese in fallimento”.
La situazione era drammatica e l’Unione Europea varò un piano di Fortalecimiento Institucional” guidato fondamentalmente dalla Spagna e dall’Italia per ripristinare l’efficienza delle strutture governative.
A quell’epoca ero consulente “residente” ossia fisso all’ENI, e mi occupavo dei sistemi informativi appunto.

Fui incaricato come esperto indipendente di aiutare la sistemazione del nuovo sistema informatico del Ministero dell’Industria argentino che era in uno stato spettrale. Mi pare che fosse in Avenida de Julio al numero 9, ma posso sbagliare. Si entrava in un enorme androne senza luci dove nessuno sapeva esattamente bene che cosa stesse succedendo, sembrava un mercato centrale di quelli monumentali italiani, ma alla sera: poche persone che girano, sostanzialmente nessuna organizzazione. Era un periodo in cui i pacchi spediti dall’Italia tornavano indietro dopo due mesi con la dicitura indirizzo sconosciuto. Questo accadeva perché non era stato indicato ”piano ottavo stanza 23”, nessuno sapeva chi stesse dove,  cosa facesse e nemmeno che esisteva.

Nessuno sapeva quanta energia venisse prodotta e dove, quanta venisse distribuita; più della metà delle famiglie di Buenos Aires e quasi tutte le aziende a quell’epoca si attaccavano alla rete elettrica in maniera clandestina senza pagare le bollette. In queste condizioni parlare di ottimizzazione della prestazione energetica era pura fantascienza. Ebbi la fortuna di incrociarmi con una componente più giovane nel Ministero dell’industria argentina con cui feci un buon lavoro così mi fu rinnovato l’incarico per i successivi tre anni.

Il mio referente in Argentina era un simpaticissimo personaggio probabilmente di una generazione più grande di me: Luigi Calabrese, grande appassionato della storia del tango. Mi portava nei locali in cui si parlava di tango, dove non si ballava, ma c’era un uomo che si sedeva su una seggiola intorno una cinquantina o forse anche a un centinaio di persone e raccontava le vecchie storie del porto e le vecchie storie dei primi personaggi del tango. Ricordo la prima sera un “Chamuyando sobra el negro Cele”. Erano serate affascinanti e poi naturalmente mi portavano anche al Viejoo Almacen. Lì vedevo questi ballerini ballare irradiando passionalità e sentimento, ma non mi sono mai azzardato a muovere passi perché la sera ero piuttosto stanco essendo lì per lavoro;  insomma mettermi a fare a scuola di tango nei periodi di 2 o 3 settimane che passavo lì non era fattibile e poi erano così bravi i ballerini che non mi sono mai sentito a mio agio per tentare.

Luigi non ballava, o perlomeno non lo ho mai visto danzare. Il Tango era per lui una passione filologica e musicale, una filosofia da accarezzare e da cui trarre sentimento e tenerezza e ovviamente una passione, la tensione viva che si prova vedendolo suonare e danzare.
L’Argentina era un Paese non sull’orlo, ma già in fondo al “baratro”, da cui poi si rialzò per ricadere e riemergere ancora altre volte con una forza interiore ed un orgoglio mai sopiti, una caratteristica tipica dei popoli latini, consapevole di essere un Paese con un gran passato e un futuro più volte sfumato. Considerazione certamente malinconica , direi tanguera.

Il Sito Web Corrado Miotti. Italiani alle origini del tango

Una delle storie che ogni tanto Luigi mi raccontava e che poco tempo fa, in età abbastanza avanzata, mi ha chiesto di divulgare in rete era quella di Corrado Miotti.
Luigi voleva che la storia di questo virtuoso del Bandoneon fosse conosciuta. Si era appassionato, forse perché la moglie era vicentina come Miotti, e voleva dare un suo contributo personale alla storia del tango approfondendo un aspetto poco noto.

Il sito web corradomiotti.it è nato quindi per adempiere alla promessa che ho fatto al mio amico, a Luigi: far conoscere  al mondo Corrado Miotti attraverso la creazione di un sito internet a lui dedicato.
Una testimonianza di una storia che potrebbe essere leggendaria e potrebbe essere vera o potrebbe essere vera solo in parte.
Una storia d’emigrazione, dalla provincia di Vicenza fino allo sbarco in Argentina, a Buenos Aires dove Miotti trovò verosimilmente lavoro come scaricatore o  in qualche altro lavoro di fatica.
Corrado Miotti potrebbe essere stato tra i primissimi bandoneonisti e portò il Bandoneon, lo strumento dall’inconfondibile suono con cui si suona il tango, dall’Argentina in Paraguay.

Tra i frammenti di articoli di giornali e locandine e molto artigianali, quasi scritte a mano che annunciano concerti, o meglio persone che a un certo punto avrebbero suonato in un localino sul porto o per strada emerge a volte il finora ignoto nome di Corrado Miotti, citato come tra i più bravi suonatori di Bandoneon Se fosse il più valente non lo sappiamo, ciò che possiamo capire è che fu senz’altro tra i primi al mondo, e probabilmente tra i primi italiani.

               
E’ una storia in cui ci sono dei particolari che corrispondono: corrispondono le date di emigrazione, corrispondono le storie dei primi italiani e della nascita del bandoneon,  corrispondono le questioni del rapporto che gli italiani avevano con i neri dell’epoca e poi corrisponde anche la vicenda del passaggio in Paraguay.
Anni dopo mi è capitato di lavorare anche in Paraguay ed effettivamente ho scoperto che tra il 1860 ed il 1870 ci fu la guerra della triplice alleanza e nella quale il Paraguay, guidato all’epoca da un Caudillo militarista,  aveva avuto la bella idea di dichiarare guerra nello stesso momento all’ alleanza fatta dal Brasile, Argentina e Uruguay.   Il risultato fu effettivamente che non solo perse il 40% del territorio, ma che il paese si spopolò di uomini. Fu quindi un richiamo per gli italiani immigrati. Forse anche per il nostro bandoneonista.

Ho pubblicato le notizie relative a Corrado Miotti per scoprire se altri hanno informazioni che possano essere d’ interesse culturale, almeno per noi amanti del tango. Sarei lieto se qualcuno potesse contribuire al materiale che ho raccolto e descritto nel mio sito e raccontare questa storia, di un musicista e della sua musica, del tango e della sua cultura che mi ha affascinato e a cui mi sono affezionato.

Faccio ammenda di non avere mai imparato il Tango, è uno spettacolo che vale la pena anche di essere solo visto, sentito e percepito.
Il Tango, mi ha strappato una promessa: raccontare un suo protagonista e la sua storia.

 

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Danzarin

Quinta tappa di Finche c’è Tango: Viaggio all’interno del nostro sentire 

Abbiamo parlato dell’amore nel tango nella nostra precedente tappa, effimero o eterno chi può dirlo. In qualsiasi amore c’è sempre un ultimo tango, un ultimo incontro, un ultimo momento,  quel preciso attimo in cui vorresti ancora una seconda possibilità, in cui vorresti ballare “un ultimo tango”.

Ecco perché oggi la nostra rubrica racconta di Un tango mas, quello splendido film che molti tangueri hanno visto, ma non tutti perché distribuito in un circuito ristretto.

Un film ben diretto, ben recitato, dove viene narrata una reale storia d’amore legata al mondo del tango.

Raccontata con calde immagini, brani musicali incantevoli e interpreti sapientemente scelti, durante la quale assistiamo all’infinita passione tra  i due più grandi ballerini del secolo scorso Maria Nieves e Juan Carlos Copes, oggi entrambi meravigliosi ottantenni in grado ancora di ballare e incantare.

Nel film diretto dal regista German Kral intitolato appunto Un tango mas, in inglese Our Last tango, la Nieves e Copes raccontano per la prima volta la loro storia d’amore,  sofferta ma mai terminata.

I due appassionati danzatori sono stati una coppia in scena e nella vita per più di cinquant’anni,  hanno cambiato insieme la storia del tango dando a questo ballo la dignità del palcoscenico.

Si sono amati visceralmente e visceralmente odiati, il loro colpo di fulmine, la gelosia, il matrimonio, il tradimento, l’abbandono e il ritrovarsi.

L’amore nel tango è totale e infinito e a volte può essere anche vendicativo:  i due reali protagonisti non hanno voluto incontrarsi sul set del film: entrambi hanno accettato di essere ritratti nelle loro verità a patto di non dover condividere lo stesso momento di ripresa cinematografica.

La promessa di Copes fatta a sua moglie “giurami che non rivedrai più Maria Nieves” è stata mantenuta e lo sdegno pieno di strazio e di amore di Maria nel domandarsi in una scena del film “quien conio es este Copes?” (chi diavolo è questo Copes?”) non è stato languito nel tempo!

I due tangueri innamorati per più di mezzo secolo, ancora oggi non hanno acquisito la serenità che solo il tempo della maturità può forse dare, per perdonarsi reciprocamente dei dolori subiti e regalare al mondo e soprattutto a se stessi il reciproco perdono e un altro meraviglioso tango…un tango mas!

L’amore nei tanghi è forse il tema più ricorrente: esprime sentimenti ed emozioni che raramente oggi siamo capaci di accettare di provare ed esprimere così intensamente.

Oggi viviamo tutti nel fragile consumismo non solo di oggetti, ma soprattutto di pensieri, emozioni, desideri, opinioni, parole. Forse il difficile contesto che stiamo vivendo ci sta lanciando un messaggio importante, se sapremo coglierlo fino in fondo.

Le parole, specchio del nostro sentire, una volta dette, sono difficili da far tornare indietro: compiono il loro cammino e arrivano a destinazione. Comprendere bene il nostro sentire prima di trasformarlo in parole è difficile perché spesso tanta è la difficoltà del nostro ascolto interno. Questa malato anno 2020  ci sta offrendo un’occasione su un piatto d’argento, a noi abbracciarla.

Forse anche per questo l’abbraccio del tango è muto in questo momento di pausa forzata, lasciando che sia il solo ascolto a farci ballare coi nostri fantasmi.

Il brano Danzarin che è il motivo musicale principale del film Un tango mas è una rara melodia che combina sia ritmi staccati sia profondamente legati, grazie all’incantevole tema che unisce due caratteri musicali cosi diversi, come quelli personali dei due innamorati, li unisce con un incedere deciso, con un crescendo e un adagio, con quel vado e torno tipico di tante storie d’amore, le più belle generalmente.

Danzarin è un tango degli anni cinquanta, scritto nel 1958 da Julian Plaza, compositore, direttore d’orchestra e bandoneonista, che lo ha composto pensando ai passi dei ballerini nei loro mille volteggi che si intrecciano pericolosamente senza mai scalfirsi: cosi dovrebbe essere l’amore, un intreccio continuo di infinite attenzioni atte a non colpire mai. Questo brano e fra i maggiormente amati dalle coppie di tango escenario ed è stato reso famoso proprio da Copes e Maria Nieves.

E ora perché non ascoltarlo nella versione del grande musicista  Anibal Troilo il “bandoneon” per antonomasia del tango argentino, che lo rese applaudito dal grande pubblico? A voi!

https://www.youtube.com/watchv=BdFC9k3Q3zg

Un abbraccio!

Vittoria Maggio

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Da quel giorno io ti penso

 

Mi hanno detto: per un po’ non si fa.

Non si fa che cosa?

Gli abbracci, il tango. Questa storia di avere un corpo.

Ma quanto dura per un po’?

Nessuno lo sa. Però un po’ dura.

All’inizio hanno chiuso le milonghe, poi hanno ridotto le lezioni, distanziato le persone, castigato le braccia, ammonito i cuori. Alla fine hanno sigillato tutto. Figurarsi: proprio il tango, che si sta appiccicati; proprio il tango, che ci si respira addosso. Proprio il tango, che è il modo più diretto di inabissarsi nell’abbraccio di un altro.

Sembrava di essere improvvisamente sotto una dittatura, quelle situazioni in cui la prima cosa che viene bruciata è la cultura, annientati i corpi, azzerati i desideri.

È stato quel giorno – il giorno in cui hanno davvero chiuso tutto ed è divenuto chiaro che per un po’ significava una mezza eternità – che ho cominciato a immaginarti.

Ho visto la scena di noi due. Io e te. Divisi da un vetro. Come quando non ci si riesce a parlare. Come quando uno urla e l’altro è sordo. O uno ama e l’altro no.

Ci abbiamo messo del tempo a capire che c’era una persona oltre il vetro. Non ricordo chi se ne sia accorto per primo. Forse io, perché mi ero chinata a prendere una cosa e risollevando lo sguardo ho indovinato il tuo riflesso. Poi mi hai vista anche tu.

Ci siamo fatti da specchio con i palmi.

Hai battuto sul vetro con un pugno. Ti ho pregato di smettere, scuotendo la testa. Era energia sprecata. Più che vetro, sembrava acciaio.

Nell’immagine, io non vedo davvero la tua faccia. Come in quei sogni annebbiati dove si cerca inutilmente di compiere un’azione. Si viene ostacolati di continuo rimandati al punto di partenza. In questo sogno io cerco in tutti modi di guardarti il viso, ma è impossibile.

Siamo solo riusciti a prometterci che la prima tanda la faremo insieme. E forse anche la seconda e poi tutta la notte.

Non so chi sei. Ma è da quel giorno – dal giorno in cui hanno chiuso tutto – che non riesco a smettere di immaginare l’abbraccio che ti darò.

Se vorrai stare in silenzio, d’accordo. Farò io rumore per te.

***

(https://www.storieditango.it/da-quel-giorno-io-ti-penso/)

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