Il viaggio a Buenos Aires e il pianto fatto tre volte

PUBBLICATO IL 28 aprile 2014

il viaggio a Buenos Aires 1di Tiziano Acqua

Io non amo il tango. Lo ballo per mia moglie. E sono andato a Buenos Aires per lei, perchè il viaggio a Buenos Aires 2mio suocero le ha pagato il viaggio e io l”ho accompagnata, non volevo mandarla da sola.

E’ stata proprio lei che mi ha portato al tango, quando cinque anni fa ho iniziato a prendere lezioni, l’ho fatto per vederla, altrimenti non ci incontravamo mai. Io lavoro di giorno in ufficio, insegno arti marziali il pomeriggio e la sera rientro tardi. Lei insegna tango di pomeriggio e di sera. Impossibile continuare così senza rischiare il divorzio.

Finalmente a dicembre 2013 siamo andati a Buenos Aires. Anzi, purtroppo. Io non ne avevo nessuna voglia. Arrivato ho visto la città “sgarrupata”, la gente per strada che protestava, sembrava la periferia di Napoli. Albergo in “microcentro”, quattro stelle ma piccolo che sembrava che ci avessero fregato, per tutti quei soldi che gli abbiamo dato. Fuori c’era il marciapiede con un mattone sì e uno no. Le buche di Buenos Aires a confronto con quelle di Roma, sono niente.

Ma poi la situazione si è ribaltata e quando sono ripartito: laggiù ci ho lasciato il cuore.

Le milonghe senza aria condizionata in piena estate (mentre qui è inverno, lì siamo dall’altra parte del mondo) è stata una cosa durissima all’inizio. Ma la cosa più difficile è stata quando mi hanno collocato in un tavolo- nicchia dietro tutti gli altri tavoli dei maschi, la prima sera che siamo andati a ballare al Beso. In questa milonga infatti le donne e gli uomini sono rigorosamente schierati su due fronti. Quella sera ho iniziato a ballare con mia moglie, fingendo di non conoscerla: la guardavo, lei capiva e la invitavo con il cabeceo. Dopo tre tande potevo incrociare gli occhi di tutte le donne, avevo superato “la prova dell’invito”.

Ma le prove non finivano qui. E subito ho capito un’altra cosa: se gli organizzatori ti vedono ballare, la volta successiva ti mettono due o tre sedie più avanti. Così è stato, con mia grande soddisfazione. Ma poi il divertimento è continuato: alla terza notte di milonga i saluti all’entrata si sono trasformati in baci e abbracci. Io che non parlo una parola di spagnolo – solo romano – capivo benissimo gli amici organizzatori e i tangueri già incontrati. E loro capivano me. A breve le risate e le pacche sulle spalle si sprecavano. Così è stato al Salon Canning, al Beso, alla Baldosa, a Porteno y Bailarin, a Villa Malcom… Poi siamo stati alla Viruta, ma mi è piaciuta meno. E in definitiva nelle milonghe di Buenos Aires devo dire che quello che più ho apprezzato è stata l’energia. La grande energia che ci ho trovato.

A Buenos Aires, inoltre, mi è tornata  la vista. Io che sono miope e non ci vedo niente a un metro di distanza, una sera al Salon Canning, ho fatto una mirada a quaranta metri di distanza. La donna dalla parte opposta della sala, mi ha risposto! Penso che le donne abbiano il laser, che ti colpisce e ti brucia… Io stavo al bar e lei dalla parte opposta del salone… incredibile.

E’ così che sono passato dalla diffidenza al divertimento, dalla partenza del viaggio fatta controvoglia, al desiderio di non andare più via. E ho sperimentato che vuol dire la frase del film, “Benvenuti al sud” quando in una scena il protagonista dice: “Piangi due volte, una quando arrivi e l’altra quando te ne vai”. Ecco per me questa frase vale anche per Buenos Aires. Anzi, in questo caso il pianto l’ho fatto tre volte: anche quando sono rientrato nelle milonghe italiane.  Questa volta, però, dalla disperazione.

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