Il lunfardo, la lingua del tango

PUBBLICATO IL 13 novembre 2014

di Simona Bertocchi

Il tango ha una lingua ufficiale, è il lunfardo, colloquialmente lunfa. Questo strano idioma è nato a La Plata, la città dell’Argentina capitale della provincia di Buenos Aires (a 53 km da questa città) e in seguito si è diffuso in tutta la regione di Buenos Aires e Montevideo alla fine dell’Ottocento nel periodo della grande immigrazione, quando circa 3 milioni di italiani portarono in Argentina, oltre ai loro sogni di una vita migliore, anche la loro cultura, i loro dialetti, le loro tradizioni.

Buenos Aires oltre agli italiani aveva raccolto nel proprio grembo altre popolazioni europee, greche, arabe, creole e divenne un crogiolo di lingue, etnie, culture diverse. Una nuova Babele che ha assorbito l’anima e la cultura di tanti popoli.

Prima del lunfardo il nuovo popolo argentino ha usato altre parlate, come il gauchesco e il cocoliche.

Il gaucescho esprimeva antichi vocaboli,  modi di dire in vernacolo spagnolo che si diffusero nella campagna bonaerense usato da allevatori e contadini che trattavano con spregio la città.

Il cocoliche fu il primo lessico degli immigrati italiani, i tanos. Si trattava di una parlata ancora grezza con un altissimo numero di vocaboli dialettali italiani mescolati in modo approssimativo con lo spagnolo.

Si diffuse poi il lunfardo che unisce in modo curioso il castigliano rioplatanese con gli slang del Vecchio Continente. Da questo bizzarro e affascinante suono ne esce un gergo musicale, per quanto incomprensibile.

02 Lunfardo

 

La forma lessicale del lunfa consiste nel rovesciamento dell’ordine delle sillabe di un’unica parola, chiamata vesre, esattamente l’inverso di revés, che significa “contrario”: Tango diventa Gotán, Amigo Gomía, Cabeza Zabeca, e così via.

Questo nuovo gergo argentino ha soprattutto un’anima italiana. Nel 1879 un articolo del giornale La Nación divulgava che su 53 vocaboli, ben 24 erano di origine genovese e proprio la parola lunfardo deriva dal dialetto genovese con il significato di lombardo, cioè balordo, malavitoso (i lombardi nel Rinascimento erano i banchieri, gli usurai, i prestatori di denaro con la fama di essere dei ladri nel mondo della finanza).

Il primo a voler analizzare il lunfardo fu Antonio Dellepiane nel libro “El Idioma del Delito”, del 1894, che sostiene: “I criminali recidivi, i ladri di professione (…) si servono, nelle relazioni private che mantengono fra di loro, di un linguaggio speciale, interamente proprio ricevendo in Francia il nome di argot, quello di gergo in Italia, in Spagna quello di bribia, in Germania, hampa o calò e quello di lunfardo nella Repubblica Argentina” (Antonio Dellepiane. El idioma del Delito, Arnoldo Moen editore, Buenos Aires 1894 (seconda edizione nel 1967).

Il lunfardo fu quindi inizialmente lo slang dei bassifondi utilizzato soprattutto da i compadritos (balordi, arroganti piantagrane, sciupafemmine), quella parlata caratterizzava quindi un certo tipo di persone poco raccomandabili, non erano pericolosi, erano scippatori, ladruncoli, furfanti ben organizzati. Si conta che agli inizi del Novecento circolassero a Buenos Aires circa 20mila compadritos.

Da codice dei malavitosi è poi diventato la voce della strada, la parola della gente, l’espressione delle loro passioni e dei tormenti ma anche delle situazioni ironiche e scanzonate. La lingua del tango insomma!

04 Lunfardo

Non fu facile per la cultura porteña togliersi il marchio di utilizzare la lingua del crimine ma il lunfardo con fatica diventò finalmente la parlata del popolo di Buenos Aires, dai bassifondi ai ceti medi. Fu il tango a dare dignità al lunfardo, a renderlo addirittura poetico.

Celebri e amati scrittori come Julio Cortazar, Mario Benedetti e il grande Jorge Luis Borges lo usarono per rendere più vere e vibranti le proprie opere che dipingevano il quotidiano. Era naturale che dall’incontro di così tante anime e culture nascessero aneddoti, curiosità e situazioni paradossali da esibire.

La lingua del tango entrò quindi nella cultura, nei teatri, nei testi poetici. L’influenza del vernacolo delle regioni italiane e spagnole nella lingua argentina fu strumento di comicità usato nel Sainete (un genere teatrale popolare molto conosciuto nella regione di Buenos Aires intorno agli anni Trenta). L’imperfezione linguistica e i doppi sensi creavano parodie e caricature che divertivano e facevano riflettere.

03 Lunfardo

 

Il lunfardo, gergo dinamico e senza regole fisse, rappresenta quindi l’unione, l’aggregazione, lo scambio, l’ascolto, la diversità, rappresenta il tango che va in scena: da quello proibito nei sobborghi di San Telmo e La Boca, fino a quello che si muove con sensualità nei grandi salotti molti anni dopo; dall’amore venduto a quello sospirato; dal racconto comico, a quello disperato; dalla malinconia, all’ironia. Serve poco: la musica di un bandoneón, le parole in lunfardo, due corpi che si incontrano e si scontrano, due anime che si riempiono e si svuotano.

L’influenza delle parole italiane nel tango racconta e balla vicende ambientate nei bassifondi, mentre nelle milonghe le storie sono prettamente ambientate nelle campagne. In un testo di Santos Discépolo si narra in lunfardo della vita grama che prima abbiamo accennato: “Cuando manyés que a tu lado / se prueban la ropa / que vas a dejar, / te acordarás de este otario / que un día, cansado, / se puso a ladrar …” (“Quando ti accorgerai che al tuo fianco / si provano i vestiti / che stai per lasciare / ti ricorderai di questo stupido / che un giorno, stanco, / ha iniziato a rubare …”).

05 Lunfardo

Non solo a Buenos Aires, anche a Rosario e Montevideo, lo stile lunfardesco ammaliò molti intellettuali: giornalisti, scrittori, poeti, musicisti, cantanti. La poesia tanguera e le opere di tango si respiravano ovunque, gli appassionati del tema erano tantissimi.

Il tango è il riparo dalla realtà fatta di guerre e crisi, è un grido melodioso di libertà, è il trionfo della malinconia e della nostalgia che non è mai tristezza ma si unisce lieve agli altri sentimenti senza mai soffocarli.

Tra i grandi nomi che onorarono il lunfardo nei loro testi ricordiamo Edmundo Rivero, Carlos della Pua, Caledonio Flores, Bartolomé Aprile e tanti, tanti altri, molti dei quali, oltre che autori e compositori, furono anche cantanti delle proprie opere e scrissero versi e prosa da adattare al tango e alla milonga con struggente passione. 

José Gobello, morto a 94 anni nell’ottobre del 2013, è stato il presidente dell’Accademia portena di Lunfardo, e ha portato avanti per tutta la sua vita per nobilitare la lingue del tango creando un vocabolario. El nuevo diccionario lunfardo che continene 5mila e 959 vocaboli. Il lunfardo si è evoluto, modificato, ha aggiunto nuove parole per essere definito la lingua di un popolo.

HA SCRITTO PER NOI #
Simona Bertocchi

Simona Bertocchi, scrittrice toscana, tra i suoi libri uno è dedicato al tango: “Lola Suárez”- Giovane Holden Edizioni. Appassionata di viaggi, di ricerche storiche, di vino e film in bianco e nero e ossessionata dal tango che sente addosso anche quando abbandona la pista. Organizza e conduce eventi culturali in Toscana e si occupa di volontariato in uno sportello d’ascolto antiviolenza per donne e minori.

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2 commenti

  1. chiara ha detto:

    Molto interessante Simona da un punto di vista linguistico, storico e culturale. Non ne sappiamo mai abbastanza e sempre vorremmo sapere qualcosa in più su tutto ciò che è tango, dalle origini a noi. Complimenti anche per le foto: bellissime!

    • Simona Bertocchi Simona Bertocchi ha detto:

      Chiara, sono felice che l’articolo piaccia. La memoria, le origini, le testimonianze del tango ci fanno capire quanto sia speciale e pieno di intrecci questo argomento. Il tango va oltre la danza. Sto preparando nuovi articoli sui personaggi che hanno fatto il tango. 🙂

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