Mirada y cabeceo, il cuore del tango/1

PUBBLICATO IL 2 dicembre 2014

Di Franco Garnero

Il tango italiano è malato? Se si prendono in considerazione alcuni aspetti – numero delle milonghe, delle scuole, dei festival, degli eventi, degli appassionati – si direbbe proprio di no. Ma se se ne esaminano altri – dalla qualità delle milonghe a quella delle scuole, all’educazione in pista, la tentazione di chiamare il 118 è molto forte. In molti possono raccontare di aver visto ballerini che fermano una ballerina in pista mentre sta tornando sedersi per “accaparrarsela” prima che inizi una nuova tanda, il transito dei pedoni ai bordi poi spesso è così intenso che sembra di essere in un centro commerciale, senza considerare chi, mentre balla, si guarda distrattamente intorno come se stesse cercando un parcheggio. E poi ancora, inviti di fronte alla ballerina con la mano in basso e aperta come se si chiamasse un cane, ballerine che passano la serata a chiacchierare con l’amica o in braccio al fidanzato e poi si lamentano che nessuno le invita. E la ronda, chi era costei? Quanti la rispettano? E gli scontri senza scusarsi? E chi cerca di sorpassare perché, alla seconda nota del brano ancora stai parlando o perché “vai piano”?. Ebbene sì, il tango italiano versa in cattive condizioni, la speranza è di non essere ancora al punto di non ritorno. Qualcuno combatte strenuamente per migliorare l’ambiente; la terapia, per continuare con l’analogia medica, però forse già esiste, anche se ancora pochi la seguono: si chiama “codice della milonga”, in breve “mirada y cabeceo”. C’è in Italia una dozzina di milonghe dove tutto funziona, tutti sono educati, attenti, rispettosi e gli organizzatori si mettono d’accordo per non avere sovrapposizioni di eventi.

04 Mirada y Cabeceo

 Siamo andati a cercarli e a parlare con loro, appunto, di mirada y cabeceo, per estendere il discorso poi ai codigos in generale, per dare vita a un’inchiesta, in più puntate, sul tango milonguero e le milonghe tradizionali. “Tango y Gotan” e FaiTango hanno unito le loro forze per sentire il parere di organizzatori, maestri, semplici avventori, abbiamo preparato una scheda, speriamo completa, con gli indirizzi, un sondaggio per conoscere l’orientamento di ballerini e ballerine. A molti dedicare tutto questo spazio a un solo aspetto del tango potrà sembrare eccessivo, ma speriamo, con questo sforzo collettivo, di aver dato il nostro contributo alla crescita del movimento in Italia.

Abbiamo cominciato da Nora Rivetti, che organizza a Brescia “Alma portena”. “Abbiamo scelto questo nome per diffondere una cultura così ricca e piena di tradizioni come è il tango, perché il tango è danza, cultura, musica, parole e poesia, è rispetto e tradizione, socialità e storia e la sua anima si rivela in tutte le sue sfumature, quando la si cerca”. “Il nostro obiettivo – continua – è promuovere e diffondere la cultura del tango in ogni sua forma e dal 2006 organizziamo questa milonga tradizionale, un appuntamento settimanale per chi desidera ballare in un ambiente dove si mantengono vive le abitudini, gli usi e i codigos delle milonghe più antiche e tradizionali di Buenos Aires”. “Per noi – spiega – la mirada e il cabeceo rappresentano il modo con cui viene fatto e accettato l’invito a ballare. Un modo naturale, rispettoso e libero di corrispondere o meno al desiderio di unirsi a una persona, in una tanda, per condividere e vivere emozioni intime”. Si dice poi convinta che, parlando delle differenze rispetto a come viene praticato a Buenos Aires, “se parliamo del gesto tecnico, nella mia percezione ed esperienza ho notato che in Argentina viene fatto con discrezione, in modo quasi impercettibile, come per non offendere e non far sentire indesiderato chi ti sta intorno”. “Prima di iniziare la mirada – racconta – l’uomo sceglie, la scelta del partner viene fatta per molte ragioni, per l’orchestra che interpreta una tanda, per qualità del ballo, per senso estetico, per espressione del sentimento rivelato dal volto di una persona, per la ritmica che ognuno di noi possiede in modo diverso e così via”. “In Italia invece – dice ancora – i principi della scelta sono meno profondi perché si tende a invitare persone che conosciamo o che appartengono alla stessa scuola, si invita senza vedere e a volte nemmeno sapere la differenza di stile, per esempio vengo invitata da ballerini che non abbracciano e mi chiedo se avranno visto che ballo abbracciando stretto e quindi perché mi invitano, dato che non amo ballare staccata”. Secondo Nora è anche un problema di ignoranza, perché “in Italia la maggior parte delle persone non sa a quale orchestra appartiene una tanda e a me viene spontaneo chiedermi come sia possibile invitare una donna o accettare un invito se non sai che tipo di ritmo e melodia andrai a interpretare”. “Amo ballare – precisa – tutte le orchestre ma per ognuna mi piace scegliere la persona che, secondo me, interpreta meglio la ritmica e la melodia dell’orchestra proposta”. La conseguenza di questo approccio approssimativo è che “purtroppo sono pochissime le milonghe dove si pratica la mirada y cabeceo a 360 gradi, anche se quelle che frequento io stanno facendo un buon lavoro e credo sia dovuto al vero amore per il tango; per le altre non saprei dire, perché se posso le evito, ma la sensazione è quella che devono fare incasso e quindi va bene tutto”. Da qui la scelta, “del tutto naturale di dare vita alla nostra milonga, perché nei corsi insegniamo a praticare la mirada e il cabeceo, insegniamo la ronda e il rispetto dello spazio, insegniamo a ballare con i piedi sul pavimento e cerchiamo di far capire la differenza tra le varie orchestre e la nostra milonga è nata con lo scopo di dare continuità e coerenza a ciò che insegniamo e pratichiamo”. Per riportare ordine nel tango che si balla in Italia la strada è lunga e in salita. “Secondo me – afferma Nora – si dovrebbe iniziare dai maestri, fare seminari dove si spieghi l’importanza del mantenere codici e cultura, sensibilizzare i gestori delle milonghe a puntare più sulla qualità che sulla quantità, sensibilizzare i ballerini a capirne la cultura, puntare ad avere più contenuti, più qualità che estetica”. “Sfortunatamente però – aggiunge ancora – si può fare ben poco per scoraggiare chi non segue i codici, personalmente declino l’invito fatto senza mirada e cabeceo nella speranza che la persona comprenda ma, inevitabilmente, passo per una che se la tira”. I guai causati da questo modo di ballare poco porteño sono tanti. “Di aneddoti – ricorda Nora – ce ne sono molti, sono stata travolta da un gomito che girava vorticosamente, mi sono state sfilate le scarpe dopo essere state agganciate da piedi volanti, sono stata invitata da uomini con camicie e magliette fradice di sudore”. “Una volta poi – sottolinea – ero seduta alla mia mesa con altre signore, si avvicina Lui (pantaloni con macchia di unto da padella e maglietta sudata con una scritta tipo ‘so er meio’), tende la sua manona e mi dice: Dai vieni!! Lo guardo … No, grazie. … Perché? Non mi va. Perché? Perché non ti ho scelto. Beh, fa niente. Tende la mano alla mia vicina … Dai vieni! No, grazie! Tende la mano all’altra … Vuoi ballare te? No, grazie! Tende la mano all’ultima del tavolo … Te mi dici di sì vero? No grazie … Perché? A quel punto io intervengo e dico: Non capisci che in questo modo hai detto che per te una vale l’altra? È molto poco cortese! Lui si gira e andandosene dice: che tavolo di stronze!”.

05 Mirada y Cabeceo

Anche a Milano c’è una milonga tradizionale, “La Mimada”, promossa da Francesca Bevegni. “Abbiamo iniziato nell’ottobre del 2012 a Milano – osserva – per il desiderio di ritrovare un po’ del tango di Buenos Aires anche qui a casa. Il nome La Mimada (la coccola) vuole da una parte rimandare all’atmosfera calorosa e accogliente della milonga e dall’altra suggerire l’assonanza con la mirada. E si dice convinta che, mirada e cabeceo non sono solo parte fondamentale dei codici ma permettono anche che si stabilisca, ancora prima dell’abbraccio, una complicità tra i ballerini. Anche lei lamenta che le milonghe dove i codici vengono applicati “non sono molte e a volte bisogna fare parecchi chilometri per raggiungerle, ma ne vale la pena, perché si ha la certezza di ritrovarsi con persone che intendono il tango allo stesso modo”. Non si dispiace, però, che non sia questa l’unica modalità presente nel tango italiano. “Io credo – afferma – nell’efficacia della diversità. Mi piacerebbe che ogni milonga dichiarasse un suo stile, in modo da avere ambienti più omogenei in ciascuna milonga. In quelle tradizionali mirada y cabeceo sono la modalità di invito e l’allestimento della sala non consente alternative: uomini e donne, coppie e gruppi, sono in zone distinte. Nelle milonghe non tradizionali è più difficile praticare la mirada e il cabeceo, ma basterebbe che gli insegnanti dedicassero ai loro allievi una lezione sui codici e qualcuno ci potrebbe provare”. Per crescere da questo punto di vista si dovrebbe divulgare questo approccio “nelle scuole, nei siti e nelle milonghe tradizionali. Chi non si sente a proprio agio in questa modalità non dovrebbe frequentare milonghe che la richiedono, pena rimediare tanti rifiuti”. A differenza di tanti altri operatori del settore, Francesca ritiene che in Italia si balli mediamente un tango migliore che nel resto d’Europa. E ricorda che “a Milano non esisteva una milonga dove m&c venissero richiesti esplicitamente, dunque alle prime serate de ‘La mimada’, soprattutto le signore erano un po’ imbarazzate e qualcuna mi ha chiesto una lezione lì per lì. È stato divertente stare tra noi donne e fare esercizio, a cominciare dalla postura sulla sedia”. E sottolinea che ”la milonga è una rappresentazione della realtà e non la realtà; comportatevi come attrici sul palcoscenico, dimenticate timidezza, riserbo e mitezza richiesti dalla nostra educazione e diventate reine e diosas! Ha funzionato”.

02 Mirada y Cabeceo

Più sintetico, nelle sue riflessioni, Piero Leli, presidente di Argentango di Cuneo. E dice che mirada e il cabeceo è quanto lui pratica normalmente a Buenos Aires e che, “diversamente dall’Argentina, in Italia, per lo più, le donne non sono abituate a guardare”. È molto pessimista al riguardo perché ritiene che MyC non sono adeguatamente praticati nelle milonghe che frequenta e “non ho più speranze”, aggiunge. Si dice poi convinto che “è impossibile fare qualcosa affinché in Italia si pratichino di più”. Anche per scoraggiare chi non li pratica, afferma, “non si può fare nulla, siamo circondati da cani e porci che si dedicano, a modo loro, al tango”. E aggiunge che “gli insegnanti argentini che abbiamo assoldato per la nostra scuola lo accennano, ma la cosa non ha mai seguito” e precisa che lui l’ha “imparato e praticato nelle milongas porteñas”. Ritiene inoltre che nelle milonghe italiane, “per lo più non si balli un buon tango”.

Mariella Lazzaro cerca di tenere vivi i codigos in quel di Padova. La sua associazione si chiama “El duende” e lei insegna tango dal 2009. Ricorda che a Buenos Aires “avviene  tutto molto spontaneamente, mentre in Italia a volte il tutto sembra un po’ forzato e poco chiaro, specialmente da parte degli uomini”. Sottolinea che ha scelto questo metodo “perché  rispetta la donna e crea ordine in milonga e, per far sì che si pratichi, basterebbe spiegarlo  inducendo con  dolcezza  questo metodo”. Al contrario, afferma che “per scoraggiare chi non lo pratica, basta dire di no quando ti invitano con la manina”. Ha comunque deciso di insegnarlo regolarmente nella sua scuola. “Le donne – racconta – rimangono estasiate e gli uomini si sentono forti” e pensa che “nella maggior parte delle milonghe italiane si balli un pessimo tango e il buon tango bisogna rincorrerlo facendo chilometri e chilometri”; precisa infine che “se vai al bar per conoscere una ragazza, la miri e attendi di essere ricambiato, così nella vita così nel tango”.

(1. Continua)

HA SCRITTO PER NOI #
Franco Garnero

Torinese, amante dei viaggi, dello sport, della vita all'aria aperta e delle buone letture, inciampa nel mondo del tango nel febbraio del 2010. Grazie a una dedizione ossessiva e monomaniacale è da tempo, per unanime giudizio, il miglior ballerino del suo pianerottolo e l'indiscusso punto di riferimento tanguero di tutto il (piccolo) condominio dove abita.

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29 commenti

  1. marquito ha detto:

    I miei complimenti per l’articolo e la campagna che stai portando avanti . Una buona tanda comincia bene sin dall’inizio :l’invito. Più se ne parla e se ne scrive più aumenta la qualità del tango in in Italia. Ho avuto modo di osservare ballerini non professionisti argentini applicare i codici MyC con una discrezione, naturalezza e una eleganza davvero ammirevoli . Forse le scuole dovrebbero prendere in considerazione che non basta insegnare come camminare e abbracciare per stare in milonga ma anche come ci si comporta con almeno una, due lezioni dedicate sin dal primo trimestre e non considerare MyC un fatto di colore .
    Marquito

    • Franco Garnero Franco Garnero ha detto:

      Ciao Marquito. Grazie per il tuo intervento. Proprio così, con questa ampia serie di articoli contiamo di sensibilizzare tutti i protagonisti del grande mondo del tango sulla questione dell’educazione in milonga. Altre due puntate sono per gli organizzatori, nella quarta invece parleranno i maestri, argentini e no, che lavorano in Italia e diranno della loro posizione sui codigos e di come li trattano o meno nelle loro lezioni. Nelle ultime due infine il dibattito si svilupperà tra i frequentatori delle milonghe, con posizioni a volte sorprendenti.

  2. Cesare Zecca ha detto:

    Qui a Bologna ci sono un paio di milonghe che hanno reintrodotto questa pratica, nelle altre direi che è l’invito diretto che regna.
    Questo crea un problema ai miradores nel senso che… puoi anche tentare ma sono due linguaggi diversi, chiedi in unghrese qualcosa a uno che parla coreano, non ci si capisce. Tu guardi, lei/lui guarda le scarpe, chiacchiera col vicino, spippola sul cellulare, fa tutto meno che guardare tanto quando avranno voglia mi inviteranno direttamente, no!? Non funziona. Ci sono degli accorgimenti per cercare di salvare qualcosa del MyC anche in ambienti “diretti”.
    L’invito diretto porta spesso a situazioni grottesche come quelle raccontate da Nora qui sopra, con inviti diretti seriali e altre ancora (alcuni simpatici siparietti in questo video).
    Non mi stupirei, le regole borghesi di una societa machista (in realtà è un giudizio superficiale perché… MyC danno il potere di scelta alle donne tanto assoluto quando discreto) come quelle di Montevideo o di Buenos Aires ora sono in parte rilevanti assenti qui in Italia.
    Da una parte c’è, in milonga, quindi la società italiana e non quella rioplatense.
    Dall’altra c’è ignoranza, il timore di non conoscere MyC.
    C’è anche la perdita del gusto, la mancata percezione degli aspetti sottili – e inebrianti – del gioco-arte del tango, la percezione che sia un gioco machista, e altro ancora.
    Insomma, uno degli aspetti fondamentali della capacità seduttiva potente dei balli e del mondo milongheri è proprio … la riscoperta di archetipi, di ruoli definiti, del maschile e del femminile.
    Giochiamo a fare questo gioco del maschile e femminile, così distinti, così diversi che si incontrano e si abbracciano, so fondono. Bello, no!? Beh, allora se giochiamo, giochiamo il gioco completo, mica possiamo giocare a scacchi senza alfiere o torre o con pezzi già usciti.
    Io cerco sempre di sottolineare, agli scettici, che il gioco della MyC è la prima caccia, la prima scelta, il primo incontro di occhi, di porte di anime che si incontrano, con gli occhi, io mi apro a te e che è bellissimo.
    Anche solo per questo l’invito diretto è un peccato grave contro il piacere, un atto antiedonistico.
    Del resto, ci sono persone che mangiano brasati, caciucchi, creme e altre leccornie in orribili e “sguisciosi” piatti di plastica con posate di plastica. Ecco, l’invito diretto è un po’… è un po’ plasticaceo. A volte si usa anche la plastica. Teniamola ridotta al minimo.

    • Franco Garnero Franco Garnero ha detto:

      Ciao Cesare. E grazie per la costanza con cui ci segui. C’è poco da aggiungere a quanto dici tu, se non che abbiamo voluto fare questa ampia inchiesta proprio per porre l’attenzione su un aspetto (bello) del tango che purtroppo si va perdendo, almeno qui in Italia. Tuttavia, nella quinta e sesta puntata, quando parlerà chi le milonghe le frequenta, vedrai pareri discordanti. Ci sono anche fieri oppositori al sistema di MyC e, devo dire, alcune loro argomentazioni sono anche convincenti.

  3. Eleonora Rivetti ha detto:

    Grazie per aver riportato correttamente nell’articolo il mio pensiero. Da molti anni l’Alma Porteña di Brescia, fondata insieme a Claudia Rossi e Franco Raffo, lavora per mantenere e diffondere la cultura del tango. Siamo orgogliosi del lavoro fatto sino a oggi e intendiamo proseguire nella speranza che altri organizzatori di milonghe e maestri possano rendere possibile l’integrazione della mirada y cabeceo nelle serate e nelle lezioni. Nelle lezioni quando gli allievi non ascoltano il tempo dico spesso “la musica non è un optional, è compresa nel prezzo”. Mi piacerebbe dirlo anche per il cabeceo e la mirada!

    • Franco Garnero Franco Garnero ha detto:

      Grazie a te Eleonora, per aver trovato il tempo di partecipare alla nostra inchiesta e per intervenire ora. Certo, il buon tango sopravvive anche grazie all’impegno di molti che ci credono. Vero, sarebbe bello che mirada e cabeceo fossero sempre compresi nel prezzo 🙂

  4. Patricia Peñalba ha detto:

    Adoro la mirada e cabeceo, per me è un corteggiamento gentile e disinteressato che inizia e finisce in pista a ogni tanda, però, non essendo radicato nella mentalità italiana, lasciamoli adattarsi poco a poco, tutto ha il suo tempo. Non obbligo nelle mie milongas a un comportamento omogeneo, come M&C, eppure molti lo fanno spontaneamente. Voglio essere ottimista e vedo miglioramenti nel tango italiano in generale, poi quelle che chiamano milonghe, mah, in realta non lo sono … finiscono come iniziano, perché chi le sceglie appunto, cerca altro, che tango non è.

    • Franco Garnero Franco Garnero ha detto:

      Ciao Patricia. Grazie per le tue riflessioni. Concordo in pieno, le cose non vanno imposte ma comprese, condivise, metabolizzate. E ci vuole tempo e tutti quelli che hanno un minimo di responsabilità in questo mondo devono fare la loro parte.

  5. Francesca Bevegni ha detto:

    Questo argomento di solito suscita contrapposizioni e critiche tra i sostenitori dei codigos e quelli di un tango informale. La realtà è che chiamiamo con lo stesso nome balli diversi. Per questo io apprezzo la diversità, perché nel rispetto reciproco ciascuno pratichi quel che corrisponde al proprio gusto, senza giudizi o presunzione. Anche nella nostra amata Buenos Aires le milonghe non sono tutte uguali, così come non lo è lo stile di ballo e di comportamento che vi si trova. Siamo una minoranza che vuole vivere e crescere e che può dare molto a tutta la comunità di chi ama il tango.

    • Franco Garnero Franco Garnero ha detto:

      Ciao Francesca e grazie per aver partecipato all’inchiesta e ora al dibattito. Condivido questo elogio della diversità con un appello: che non si finisca con il considerare, come purtroppo troppo spesso accade, la diversità come un sinonimo di superiorità. Alla fine è il vecchio distinguo che separa “Robinson Crosue” da “I viaggi di Gulliver”. Nel primo c’è chi si crede superiore, nel secondo ognuno si esprime per come è, senza inseguire omologazioni.

  6. Carlo ha detto:

    Ciao ragazzi,

    probabilmente risulterò una voce fuori dal coro, però dopo aver letto sia i precedenti articoli con i relativi commenti che quest’ultimo, mi sono deciso a scrivervi e dirvi come la penso. Premetto che un’etica e soprattutto un’educazione nel tango, ma in particolare nella vita è fondamentale. Ed è anche vero che l’approccio di molti uomini nell’invitare è delirante, ma molte volte, anzi, quasi sempre, è difficilissimo invitare con un cabeceo una donna, qui in Italia.
    Però vorrei essere un tantino più leggero. Mi piacerebbe leggere commenti sul tango in una misura piu’ rilassata. Io sono stato a Buenos Aires diverse volte, e ci sono così tante milonghe che nessuno si sogna di dare consigli e modi di comportamento. Ci sono milonghe di qualsiasi genere. Trovi milonghe super blasonate che terminano anche alle 6 del mattino e vedi ballare soprattutto europei e nord americani come se fossero dei tori.
    Ma anche milonghe cosi tanto rigide, un po’ come le desiderate voi in questo blog, che spesso trasmettono un’aria troppo inquietante. Spesso gli organizzatori di queste milonghe sono condizionati dal loro nasino all’insù e da quella leggera prepotenza che li accomuna, come se fossero dei salvatori della patria. Inoltre, mi dispiace segnalarlo, ma non è vero che in tutte le milonghe si invita con il cabeceo a Buenos Aires.
    Poi vorrei aggiungere anche un altro commento in riferimento alla nascita delle tante scuole di tango in Italia. Su questo devo dire che è giusto che venga “denunciata” la quantità abnorme di insegnanti o forse sarebbe più corretto definirli impostori del tango. Però se ci sono tante scuole vuol dire che c’è tanto mercato, e quindi tanto tango. Io non vivo più in Italia da un anno, e vi dico che il tango dove vivo tuttora si balla poco (una volta a settimana) e male. Su questo aspetto un pochino vi invidio che vi lamentate di quante scuole o milonghe ci sono a Torino cosi come in altre città italiane.
    E con questo vi saluto, vi abbraccio e continuate a scrivere di tango, magari in modo un tantino più rilassato.
    A presto,
    Carlo

    • Franco Garnero Franco Garnero ha detto:

      Ciao Carlo. Grazie per il tuo interessante e articolato intervento che arriva addirittura dall’estero. Non sono mai stato a Buenos Aires ma immagino che sia come dici tu. Non credo però che noi non scriviamo in modo non rilassato. Semplicemente, quando si presenta un problema, occorre farlo con un poco di enfasi altrimenti tutti i lettori si addormentano :-). Va da sé, poi, che quasi sempre, chi interviene, ha qualcosa di particolarmente significativo, eclatante, da raccontare. Il problema che in tanti hanno rilevato è che la grande crescita di praticanti ha comportato, come sempre in questi casi, un calo di attenzione verso regole di comportamento un tempo consolidate. Certo è bene che non si creino ghetti e ci sia spazio per tutti, però è anche vero che se molto spesso alla fine della serata ti ritrovi con le gambe piene di lividi causati dagli entusiastici volei o ganci degli “amici” di pista, allora ti viene voglia di invocare un po’ di moderazione in chi va in milonga. Peraltro, come ho già detto anche in precedenza, i luoghi sempre troppo “perfettini” non sono proprio il massimo. Quindi si scrive per parlarne e discuterne tutti insieme.
      In merito invece alle troppe scuole e milonghe, capisco che chi, come te, vive in posti dove il tango non è poi così diffuso, possa trovare fuori luogo questo lamentarsi dell’abbondanza. Ti posso assicurare che però è molto seccante uscire di casa, fare un bel pezzo di strada, raggiungere una determinata milonga, pagare l’ingresso e ritrovarsi in una ventina invece che in 200 solo perché quella sera ci sono altri otto locali aperti. Allo stesso tempo sul piano etico va segnalato chi, dopo due anni scarsi di pratica, apre una scuola di tango. Difficile che abbia qualcosa da insegnare ma, purtroppo, proprio perché il fenomeno è in rapida crescita, è facile che si siano dei principianti che, nulla sapendo, si iscrivono lì perché magari “è vicino a casa”.

  7. Susy Casalboni ha detto:

    Ma, il discorso è molto complesso e vario … non si può definire in un commento. Le realtà delle milonghe in Italia, come in Europa, a Buenos Aires o negli Usa, sono delle più variegate. Vorrei però sottolineare un aspetto, che mi è rimasto impresso e che bisogna tener presente quando si parla delle milonghe di Buenos Aires. In 15 volte che sono andata nella capitale argentina, mi è capitato più di una volta di avere problemi di sicurezza o di avere paura: una volta siamo stati cacciati tutti da una milonga molto nota e famosa perché è arrivata la polizia e ha fatto chiudere il locale per questioni di sicurezza non rispettata, e due volte, sempre in una delle milonghe storiche e famose, ho visto arrivare l’ambulanza per persone cui spaccarono la testa all’uscita della milonga, essendo queste spesso in zone malfamate della città. Non farei tutto questo mito delle milonghe di Buenos Aires, tanti sono gli aspetti che per fortuna in Italia non abbiamo. Anche questo fa parte della storia del tango, ma è così ancora oggi. Spesso è molto pericoloso.

    • Franco Garnero Franco Garnero ha detto:

      Ciao Susy e grazie per queste parole, davvero interessanti. Hai fatto bene a illuminare questo aspetto poco noto delle milonghe di Buenos Aires, che in tanti celebrano come luoghi mitici. Anche lì ci saranno regole sul numero dei presenti che gli organizzatori, pressati dalle moltitudini di “pellegrini” che arrivano da tutto il mondo per riempire quelle sale, a volte non rispettano. E poi non bisogna dimenticare, come giustamente sottolinei tu, che la realtà sudamericana è, per fortuna, molto diversa da quella italiana. Resto però il fatto che l’obiettivo di questa inchiesta è il comportamento in pista dei praticanti il tango italiani ed è su quello che ci siamo dilungati.

  8. Marco ha detto:

    Condivido i punti di vista di Francesca e Carlo, meno quello di Nora.
    La natura profonda del tango sta nella diversità: la sua anima e le sue origini sono africane, nel suo profondo c’è la improvvisazione, la spontaneità, e nel suo sviluppo la fusione di culture diverse: dunque amo il tango come diversità sia negli stili di musica e di ballo così come nelle modalità di invito, purchè si rimanga nell’ambito della buona educazione e del buon gusto.
    Rispetto chi ama i codigos ed i formalismi MyC ma io preferisco le milonghe con un approccio più spontaneo e Social, il che viene spesso perso nella rigida suddivisione di genere e nell’eccessivo formalismo che trovo in alcune milonghe MyC
    Infine, la maleducazione in milonga è solo il riflesso della maleducazione più generale che trovi in strada o, al limite, sulle piste da sci: non nasce certo dal mancato rispetto dei codigos

    • Franco Garnero Franco Garnero ha detto:

      Ciao Marco. E grazie per il tuo contributo. Come ho avuto modo di ripetere più volte, anche io apprezzo la diversità. A volte questa si manifesta in modi estremi. Può capitare di vedere a Torino ragazzi ventenni vestiti come per andare in spiaggia che ballano apertissimi e con contorcimenti stravaganti. Difficile che questo modo di ballare il tango vada oltre la moda di un momento ma la speranza è che, anche da questo si possa sviluppare qualcosa di positivo e magari questi ragazzi, fra qualche anno, recupereranno comportamenti più tradizionali. Nelle puntate conclusive di questa inchiesta, poi, quando parleranno gli avventori, vedrai che in molti sono allineati sulle tue posizioni. Per il resto hai ragione: non si può pensare che un popolo che considera “normale” parcheggiare in seconda fila possa, una volta entrato in milonga, diventare improvvisamente e magicamente bene educato.

  9. Maria Cogorno ha detto:

    Mirada e cabeceo sono codici di intesa non verbali che appartengono anche ad altri balli di coppia, e in milonga trovano espressione ideale. Il gioco sottile del cercarsi e volersi a sguardi per una tanda, è preludio all’abbraccio, difficile immaginare che qualunque invito verbale possa essere più esplicito e coinvolgente. Ci si sceglie, è un gesto puro, senza mediatori nel suo essere mediazione. Lasciamo che sia libero, non autoreferenziale, non grato né ossequioso, esprime forza, la forza, appunto, della scelta. Difficile impararlo a tavolino, non sempre l’allestimento della sala lo rende possibile, non può essere imposto, ma diventa naturale e istintivo col tempo. Diamoci tempo per entrare nel tango.

    • Franco Garnero Franco Garnero ha detto:

      Ciao Maria. Grazie per il tuo intervento, che dice tutto. Ti segnalo solo che nella seconda puntata di questa inchieste uno degli organizzatori ricorda, proprio come te, che mirada e cabeceo sono propri anche di altri balli di coppia.

      • Maria Cogorno ha detto:

        Si certo, non è una esclusiva del tango scegliersi con uno sguardo ed entrare in pista insieme. Porto l’esempio delle serate caraibiche perché le frequento da anni. L’apparente confusione rispetto ad una milonga rispecchia in realtà dinamiche molto simili. Si notano meno, perché i pezzi, se non sono tagliati malamente durano mediamente cinque minuti, quindi il ricambio il pista è molto più veloce rispetto alla lunghezza e attesa di una tanda, ma anche lì il numero di donne è molto elevato rispetto agli uomini, le fasce di età ormai disparate, “bellezze e bruttezze”, in termini di ballo, di ogni tipo. Ma le modalità di invito, alla fine sono sempre le stesse, c’è chi, appunto, ti fa un cenno, chi fa due chiacchiere e ti porta in pista, gli amici con i quali non c’è neppure da porsi il problema: balli? yes. Il fatto che il tango codifichi in modo più o meno rigoroso, a seconda del tipo di milonga, il codice di invito, non ne cambia la sostanza. In una serata balli con molti, i motivi della scelta cambiano a seconda di chi hai davanti e di quello che ti va di fare in quel momento. Anche il fatto di trovarti in un gruppetto di ballerine non è dettato da un codice, ma da una piacevole consuetudine, con le amiche sudamericane accade spesso, tra un ballo e l’altro ci facciamo due chiacchiere “donnesche”, come fanno gli uomini. Leggevo tra gli interventi che alcune milonghe applicano rigorosamente la separazione uomini – donne – coppie riprendendo la tradizione. Mi domando se questa non fosse semplicemente una naturale disposizione conviviale, favorita dai tavoli, piuttosto che un ferreo codice da rispettare. Sotto questa ottica, il forzare la disposizione, scatenando situazioni di “impraticabilità” per file e file di donne sedute da una parte e altrettanti uomini dall’altra, come descriveva bene Renzo, forse non giova né all’umore né a …mirada e cabeceo! 😉

    • paola ha detto:

      Ma vi accorgete, voi maschietti, che passate davanti alle ballerine con la testa girata altrove o, nella migliore delle ipotesi, guardandole come se attraversaste un vetro per guardare oltre … naturalmente questo non succede per le giovani e belle anche se a volte principianti, allora vi mettete anche in fila e vi spintonate per raggiungere la meta … altro che mirade e cabeceo! Questo succede ovunque, tutto il mondo è Paese.

      • Franco Garnero Franco Garnero ha detto:

        Ciao Paola. Grazie per il tuo intervento. Sta a Maria risponderti soprattutto ma, siccome tiri in ballo l’universo maschile di cui anche io faccio parte, ne approfitto per dirti la mia. Mi può capitare di passare davanti a una ballerina con la testa girata altrove, a volte per distrazione, a volte perché non intendo volontariamente incrociarne lo sguardo per non doverla invitare a ballare, dato che non mi piace ballare con lei o non mi piace ballare con lei quella particolare tanda. Questo vale sia per le amiche che conosco bene e con cui magari amo conversare ma ballare Pugliese e non Calò o proprio non mi va di ballare in quel periodo perché siamo su lunghezze d’onda diverse. E vale anche per le sconosciute, che ho avuto modo di guardare mentre ballano e mi sono fatto un’idea (forse sbagliata, per carità) sulla nostra compatibilità. In altre parole, i ballerini girano la testa da un’altra parte per lo stesso motivo per cui lo fanno le ballerine :-). Come ho già detto in altre parte di questo sito, poi, condanno anche io la stupidità maschile che porta a invitare sempre e comunque le belle ragazze giovani anche se principianti. Beninteso anche le principianti hanno il diritto di essere invitate di tanto in tanto dai più esperti, altrimenti come fanno a imparare? Però è uno scandalo che una bella ragazza di 26 anni che ha iniziato tre mesi fa (dico per dire) non faccia una tanda seduta mentre ballerine strepitose no, solo perché sono meno giovani e meno avvenenti. La cosa però mi tocca poco perché se alla maggioranza dei ballerini piace fare una tanda con un sacco di farina, per quanto ben modellato, che facciano pure. Io ne approfitto per ballare con quelle brave che, grazie a queste scelte dementi, rimangono più sedute e quindi più disponibili ;-). Ultima cosa: ma perché non li rifiutate gli inviti di questi furbacchioni che inseguono solo bellezza e gioventù quando vengono a cercare chi invece sa ballare? Qualche mese passato a ballare solo con dei bei sacchi di farina potrebbe fare miracoli sul fronte della crescita e della maturazione personale …

      • Maria Cogorno ha detto:

        Cara Paola, Franco mi suggerisce, quale donna, di rispondere. Mi piace ballare ma anche molto guardare la gente, cosa fa, come si muove, cosa la muove, mi sento parte di questo gioco e mi diverte. Che dire? Li hai descritti bene, i cucadores, sono prevedibili, puoi puntarci tutto, è una partita vinta: li vedi partire in quarta e sai già per certo dove andranno a…mirare :-)) Ma anche questo fa parte del gioco, ed è un gioco che conosciamo benissimo, perché lo vedi anche al bar o in qualunque balera, di tango o no, la gnocca è gnocca. Però è una parte dei ballerini, neppure la più consistente, a caccia fissa. Se non fosse così, statisticamente, ballerebbe solo una esigua quantità di donne in sala. Una milonga non è un concorso di bellezza, per quante supergnocche ci siano, rappresentano una minoranza. Considerato quindi che noi donne “normali” siamo indispensabili per, ehm, bilanciare (!) e che, condizioni logistiche permettendo (inutile “mirare” qualcuno che è troppo lontano, nascosto dietro un pilastro o impegnato in piacevole conversazione) è ragionevole pensare che un uomo venuto in milonga come ci siamo noi donne, colga uno sguardo e anche lo assecondi con piacere. E’ quella intesa senza parola, con un cenno, che io percepisco bella, potente. Si va insieme, cosa sarà il tango non importa in quel momento. Su questo piano, mirada e cabeceo ci rendono paritari e complici, uomini e donne. Se un ballerino non vuole ballare con me, fatti suoi (si perde qualcosa heheheee 🙂 ) ma se io non voglio ballare con uno di loro, faccio lo stesso, guardo altrove e mi perdo il suo tango, scelta mia. Nell’arco di una serata in realtà gli inviti avvengono in tanti modi, per me è bene che sia cosi, la milonga è una realtà dinamica e sono contraria a qualunque restrizione o costrizione, però quelli che nascono dal vedere un ballerino che piace particolarmente e “catturarne”lo sguardo hanno una bellezza speciale.
        Siamo tutti speciali e nessuno lo è, lo diventiamo solo in due, qualche volta, ballando.

        • Franco Garnero Franco Garnero ha detto:

          Ciao Maria. Grazie per i tuoi due ampi e approfonditi interventi. Mi permetto solo di precisare che non ti ho chiamata in causa, in questa occasione, in quanto donna ma perché il commento di Paola era stato inviato a un tuo precedente intervento. Dettaglio che non si vede come utenti del sito ma che risulta invece se lo guardi dal di dentro. Ho voluto rispondere anche io perché mi è sembrato interessante quanto detto da Paola ma mi sembrava giusto che fossi soprattutto tu a replicare in quanto destinataria principale delle sue parole.

          • Maria Cogorno ha detto:

            Grazie a te, la sequenza degli articoli è interessantissima e cosi gli interventi che permettono di sentire pareri diversi, espressi con grande apertura e tolleranza, una qualità rara nel web. Questa lettura è veramente appassionante!

          • Franco Garnero Franco Garnero ha detto:

            Grazie a te per l’apprezzamento. Spero ti piacerà anche la seconda parte di questa inchiesta, dedicata a maestri e avventori, che dovremmo riuscire a pubblicare tra una decina di giorni.

  10. renzo ha detto:

    Mirada y cabeceo, il cuore dell’Ancien Regime. E sottolinea che ”la milonga è una rappresentazione della realtà e non la realtà;”. Le persone, invece, le vedo ben reali, tant’è che sono esattamente come fuori dal tango, almeno a Milano. O forse sono sempre una rappresentazione di se stesse e quindi mai reali? Forse la questione centrale è proprio questa. Nel pezzo vengono messe insieme questioni diverse; i brutti comportamenti, ai quali se ne potrebbero aggiungere molti altri e la restaurazione culturale ai Bei Tempi Andati a cui ancorarsi per rimettere tutto a posto. Come d’altra parte sta avvenendo in tutti gli altri versanti della nostra vita, a proposito di non realtà. Il ritorno agli anni in cui in chiesa, a scuola e anche nelle balere, maschi e femmine erano rigorosamente divisi e separati, come traguardo del buon ordine fa paura. Mi è capitato solo una volta, qualche anno fa, di entrare in una milonga, che fortunatamente ha aperto e chiuso nella stessa serata, in cui c’era quella divisione di genere e di stato civile. Arrivato in gruppo ma singolo, non sapevo dove mettermi e, agghiacciato dalla visione di decine di signore affiancate, disposte su tre-quattro file, mi sono chiesto se il cabeceo dovevo spararlo col mirino per non essere frainteso da una vicina oppure se avessi dovuto girare dietro al gruppone e segnalarlo con una craniata nella nuca dell’interessata. Beninteso se fosse stata nell’ultima fila. Se invece si fosse trovata nelle file di mezzo mi sarei dovuto sperimentare col cabeceo a palombella. Sul comportarsi da reynas y diosas, per l’amor del cielo. A Milano di quelle che se la tirano, a ragion cecata, non ne abbiamo ulteriore bisogno. E, invece, comportarsi da persone reali che vogliono divertirsi e trovare piacere? E quelle che ballano con te solo per non stare sedute e che, appunto, poi si guardano in giro come se cercassero un parcheggiatore? “Vengo invitata da ballerini che non abbracciano e mi chiedo se avranno visto che ballo abbracciando stretto e quindi perché mi invitano”. Dato che la maggioranza oggi, secondo me, balla il liscio appena impanato da qualche ochos atras e qualche salida con incrocio, è difficile capire se una ballerina può e vuole ballare in modo diverso. E mi piace dedicarmi e giocare a questo. Grande è la soddisfazione, affatto rara, quando mi sento dire, finalmente qualcosa di diverso! Invece che parlare del cabeceo dovremmo trovare la nostra attuale modalità di comunicazione. Credo insomma che pasdaran di uno stile o dell’altro e ritorni antistorici e anacronistici siano la negazione in realtà delle fondamenta del tango. La trasgressione (non quella di 80 anni fa), l’improvvisazione, la passionalità. Quello che ci manca è il trovare oggi, qui e adesso, le modalità per esprimere la nostra personalità e farlo insieme. Abbandonando la sicurezza (?) retriva di clichè o “rappresentazioni” che anche nel ballo e divertimento negano la scoperta delle nostre caratteristiche e bisogni, a noi stessi e agli altri.
    Renzo, Milano

    • Franco Garnero Franco Garnero ha detto:

      Ciao Renzo. Grazie per il tuo articolato e divertente contributo. Ovviamente non tocca a me commentare le affermazioni di chi ha parlato in questo pezzo, questo compito spetta soprattutto a chi le ha pronunciate. Mi piace però commentare le tue opinioni. Non mi sembra così male dire che la milonga è una “rappresentazione” della realtà (posto che la realtà possa essere altro che non rappresentazione, come diceva il noto filosofo nel suo fortunato saggio ;-)). Cioè mi sembra abbastanza vero che in milonga vada in scena qualcosa. Per andare in milonga mi vesto in modo particolare e quegli abiti non li indosserei in nessuna altra occasione. Si può dire altrettanto di molte fanciulle. Sempre a questo riguardo un’amica molto simpatica mi diceva che lei, per ottenere inviti da ballerini con cui si diverte, sorride a persone che, se incontrate al parco o al bar, non degnerebbe di uno sguardo. Molte donne, timide, insicure, in milonga si trasformano. Lo stesso si può dire di uomini che hanno trovato nel tango il riscatto da situazioni non gratificanti. Per cui, in effetti, anche a me sembra che la milonga sia un luogo “altro”. Se invece ci limitiamo all’aspetto che evidenzi tu, vale a dire ballerine che trovano nella MyC la legittimazione a tirarsela ancora di più, beh, non si può che darti ragione. E, pur senza esserci mai andato, tutti gli amici che hanno fatto questa esperienza, mi dicono che Milano è la città più difficile per il tango, dove si balla, ancor più che in Liguria, solo per gruppi chiusissimi. Chissà se è vero. Ma veniamo alla ratio del pezzo. Come dico chiaramente, partendo da MyC si vuole stigmatizzare la scarsa educazione che si trova nelle milonghe italiane. E si è deciso di andare a vedere se esistono realtà diverse. Per esempio le milonghe tradizionali. Come ho scritto, le puntate sono molte, parlano organizzatori, maestri e avventori. E sono tanti gli avventori molto perplessi, come te, nei confronti di queste milonghe come vedrai, se vorrai, nelle puntate conclusive dell’inchiesta. Mi convince meno invece il tuo discorso sulla restaurazione. In primo luogo perché non considero mai le buone maniere restauratrici. In secondo luogo questo non è un tornare indietro nel tempo ma assumere anche da noi comportamenti che sono prevalenti nella capitale mondiale riconosciuta del tango, Buenos Aires, che ne è anche la culla. Concordo poi che di questi tempi sia difficile capire come uno balla, figurarsi come uno abbraccia. E, soprattutto, che la passionalità e la personalità sono i pilastri irrinunciabili del tango, difficili da reperire dove vigono regole rigide e autoimposte e non sono un codice condiviso che nasce dal basso.

  11. Celestino ha detto:

    Bell’articolo, che spero serva a diffondere l’esistenza e il valore dei codigos. Mi spiace solo che non sia stata minimamente citata la Milonga Portena, la prima Milonga tradizionale in Italia, che dal 2006 ripropone fedelmente “los codigos milongueros” delle migliori milongas di Buenos Aires, dove l’invito è proposto esclusivamente con “mirada y cabeceo”.
    Ecco, perchè? Disinformazione o scelta?
    Grazie

    • Franco Garnero Franco Garnero ha detto:

      Grazie Celestino per le parole di apprezzamento. Anche noi speriamo che questi articoli servano a diffondere l’uso dei codigos. Vedo che tu parli di una milonga che non è stata citata. Dato che i nomi dicono poco e spesso sono anche molto simili, per poterti rispondere al meglio dovrei sapere almeno in che città si trova, così posso controllare e dirti di preciso. Di certo non è stata una scelta, può essere invece a causa di disinformazione (ho lavorato su un ampio elenco passatomi da amici che sono abituali frequentatori delle milonghe tradizionali e degli encuentros, mentre io sto cominciando solo ora ad affacciarmi a questo mondo) oppure anche a causa di non risposte dei diretti interessati. Ho mandato un questionario a circa il doppio delle persone che hanno risposto. Alcune, purtroppo, non lo hanno fatto, non so se per cattiva educazione o per disinteresse verso l’iniziativa (anche se un “no grazie” sarebbe stato gradito). Se mi dici di più ti preciso quale dei due casi sia quello evidenziato da te. Ti ringrazio in anticipo.

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