JUAN D’ARIENZO -“El Rey del Compás”

PUBBLICATO IL 5 febbraio 2015

Juan D’Arienzo nacque il 14 dicembre 1900 nel quartiere Barbanera  a Buenos Aires da immigrati italiani. Era conosciuto come “El Rey del Compás” (re del ritmo) appellativo datogli dal Principe Angel Sànchez Carreño, animatore del cabaret Chantecler, dove egli si esibì per più di 15 anni. Prima di costituire un’orchestra propria, D’Arienzo, che aveva studiato violino nei conservatori Mascagni e Thinaud-Piazzini, si mise in mostra in molte altre formazioni dell’epoca. Fin dall’inizio restò vincolato ad Angel D’Agostino  assieme al quale, in varie esibizioni, sostituì l’orchestra di Roberto Firpo al Teatro Nazionale. Ciò accadde nel 1919 quando Firpo, per altri impegni di lavoro, non riuscì più a presenziare la rappresentazione di Cabaret Montmartre. Nel 1922 viaggiò in Europa e, al ritorno, ricominciò ad impugnare l’archetto del violino assieme a D’Agostino, unione alla quale presto si aggregò Anselmo Aieta. Nel 1926 già era titolare d’orchestra  assieme a Luis Visca  che poi lasciò per motivi familiari.

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Occorre ricordare che il tango  in quanto genere musicale ebbe, negli anni successivi alla morte di Carlos Gardel  avvenuta nel 1935 nella strage di Medellin, un periodo di forte appannamento: buona parte della gioventù lo aveva abbandonato attratta da altri ritmi. Era, inoltre, scartato dai ballerini per la lentezza delle esecuzioni di allora. In quelle circostanze quasi terminali, fece la comparsa un’orchestra diversa dalle altre,  guidata da un violinista Juan D’Arienzo, che mostrava un’innegabile personalità a partire dalla formazione: 5 violini, 4 bandoneones, 1 contrabbasso e il pianoforte.  Il maestro seppe sorprendere il pubblico con la sua accentazione netta, uniformemente marcata e con il valore aggiunto di rapidi interventi di piano nelle pause della melodia. Sempre pronti  erano i silenzi che rendevano  complici ballerini e musicisti. Con interpretazioni veloci, col suo stile nervoso e aggressivo seppe abbagliare  le giovani generazioni  e obbligò altri musicisti, alcuni di grande talento come Troilo, Pugliese o Di Sarli,  a fare delle esecuzioni accelerate con tempi marcati di tipo milonguero.  D’Arienzo fu, quindi,  artefice di un grande cambiamento e, “restituendo il tango ai piedi dei ballerini”,  rappresentò per certi aspetti un ritorno ad un passato, quello della Guardia Vieja, nel quale il  tango, inteso come musica e ballo, non era sacrificato alla gloria del cantante.

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Tecnicamente, nell’edificio musicale di D’Arienzo il pilastro è sempre stato il pianoforte. Lui ebbe la perspicacia di scegliere grandi interpreti di quello strumento primo fra tutti Rodolfo Biagi. L’inclusione di Biagi significò una svolta per i tempi di esecuzione dell’orchestra di D’Arienzo, che lasciò il tempo dei quattro ottavi per i due quarti; in altre parole,“tornò” ai due quarti, il veloce ritmo dei tangos delle origini. In più di 3000 opere del suo repertorio,  El Rey del Compás  seppe effettuare  prodigiosi riscatti di tanghi quali “Hotel Victoria”,  “Union Civica”, “Independencia”, “Papas Calientes”, “Don Juan”, “Tinta Verde”, “Sábado Inglés”, per arrivare al culmine di una lunga lista di successi con la “Cumparsita”.  Non è causale che sia stato proprio D’Arienzo ad aver rivitalizzato la vecchia scuola tanguera. Ciò è dimostrato dal grande successo che ebbe la sua  avvolgente  versione del tango “La Puñalada”  convertito da lui e per sempre in milonga.

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Cantanti di buona scuola come Héctor Mauré, Juan Carlos Lamas, Armando Laborde, Enrique Carbel, Mario Bustos, Alberto Echagüe, Jorge Valdez, hanno accompagnato il maestro in una conduzione dell’orchestra “coscienziosamente  istrionica”,  consapevoli  della visione che D’Arienzo aveva del tango e, più in generale,  della musica,  vista come  un qualcosa “per le orchestre e non per i cantanti”, per cui la voce  non doveva  essere altro che uno  strumento aggiuntivo.  Non a caso lo studioso  José Gobello ebbe a dire che D’Arienzo: “Restituì il tango ai piedi, al contrario di Pascual Contursi  (inventore del tango  Canción) che lo aveva portato dai piedi alle labbra”.

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Per molti dei suoi detrattori l’abilità di D’Arienzo è stata soprattutto quella di attorniarsi di  musicisti di grande spessore (tra gli altri il pianista Fulvio Salamanca,  il bandoneonista  Héctor Varela,  il  primo violino Cayetano Puglisi e naturalmente Rodolfo Biagi)  che assecondavano i suoi ordini ma facevano arrangiamenti con il proprio marchio. Ma non è serio  pensare che ciò corrisponda a verità,  dal momento che anche quando i migliori lasciarono la sua orchestra, D’Arienzo  continuò con gli  stessi arrangiamenti come fossero stati fatti dalla stessa mano. La realtà è, invece, che Juan D’Arienzo è stato un grande rivoluzionario che ha saputo portare  una ventata di  freschezza nel tango facendo da preludio a quel rinascimento chiamato “la década del cuarenta” che ha rappresentato l’inizio dell’ “Epoca de Oro del tango. Non è casuale che, a distanza di molti anni dalla sua morte avvenuta a Buenos Aires il 14 gennaio del 1976, siano in molti a sostenere che anche ai nostri tempi il tango avrebbe, con ogni probabilità,  bisogno di una figura come quella  del Rey del Compás.

 

Intervista a Juan D’Arienzo

 

Questo è ciò che disse D’Arienzo in un intervista del grande giornalista, Andrés Muñoz:

 

“Dal mio punto di vista, il tango è, prima di tutto, ritmo, nervo, forza e carattere.  Il tango delle origini, quello della vecchia guardia, aveva tutte queste caratteristiche noi dobbiamo cercare di non perderle mai. Dal momento in cui le abbiamo perse, alcuni anni fa, il tango argentino è entrato in crisi.

 

Modestie a parte, ho fatto tutto il possibile per far in modo che ritornasse in auge. Secondo me la maggior colpa per il declino del tango è da attribuire ai cantanti. C’è stato un momento in cui l’orchestra di tango non era altro che un mero pretesto per l’esibizionismo del cantante.

 

I musicisti, incluso il direttore, non erano altro che gli accompagnatori di una cosa simile ad una star popolare. Per me questo non deve accadere.

 Il tango è anche musica, come già detto. Vorrei aggiungere che è essenzialmente musica. Di conseguenza l’orchestra, che questa musica la suona, non può essere relegata a fare solo da contorno alle luci della ribalta del cantante. Al contrario la musica è per le orchestre e non per i cantanti.

 La voce non è, non dovrebbe essere altro che uno strumento aggiuntivo all’orchestra. Sacrificare tutto alla gloria del cantante, alla star, è un errore. Io ho reagito all’errore che ha causato la crisi del tango ed ho messo l’orchestra in primo piano ed il cantante al suo posto. Inoltre, ho usato come soccorso al tango la sua forza maschile, che era stata persa nel susseguirsi degli eventi. In questo modo nelle mie interpretazioni ho marcato il ritmo, il nervo, la forza e il carattere che si distinguono nel mondo della musica e che erano stati abbandonati per i motivi di cui sopra. Fortunatamente, questa crisi è stata temporanea, ed oggi il tango ha ripreso quota, il nostro tango, con la vitalità dei tempi migliori. Il mio orgoglio maggiore è di aver contribuito al rinascimento della nostra musica popolare”.

 

HA SCRITTO PER NOI #
Gianni Marasco

Tanguero dal 2009, appassionato di musica da sempre, fin da subito ho cercato di approfondire la conoscenza del tango ballato e non. Mi sono così trovato ad affiancare lo studio della salida basica a quello delle grandi orchestre, dei poeti e musicisti che ne hanno fatto la storia. E’ così nata la serie “Los Astros del Tango” che nel corso di questi anni abbiamo rappresentato alla milonga "Ai due Ponti” di Siena non a scopo didattico ma con il solo obiettivo di far osservare il tango da un altro punto di vista. (F.B. Gianni Marasco) Frase preferita:"Stiamo navigando nel vasto oceano del tango. La cosa importante è conoscere le correnti che ci conducono al porto del cuore della gente”. (Osvaldo Pugliese)

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