El Filete Porteño I parte

Arte popolare argentina

PUBBLICATO IL 22 maggio 2018

Verso la fine dell’800 l’Argentina subì una ondata migratoria di massa, prevalentemente dall’Europa. La maggior parte degli immigrati si distribuì in Buenos Aires, Rosario e Montevideo, ed altri in altre città nell’interno del paese. Questo fenomeno nuovo diede origine a tre forme di espressione artistica, totalmente originali: una fu il tango, un’altra “il sainete criollo” ( teatro popolare originario della Spagna che in Argentina, contaminato da elementi circensi, diede origine a una forma originale di teatro popolare che rifletteva la vita degli immigrati e dei conventillos”) e una terza forma artistica, il “filete”. Ognuna di queste manifestazioni artistiche sintetizza un aspetto della vita dei nuovi immigrati. Il “filete”, ad esempio, è una celebrazione della prosperità del lavoro. Diciamo che il filete era la decorazione dei mezzi di trasporto dei lavoratori, soprattutto di quelli che vendevano alimenti.

Ho dei ricordi indelebili da bambino, di quelle mattinate di sole quando arrivava il fruttivendolo con il suo “carro” tutto “fileteado” tirato da un cavallo un po’ malmesso. Tutte le mamme si avvicinavano per comprare la verdura fresca, ed io per prendere le canne che sorreggevano le piantine di sedano, erano leggere e ideali per costruire gli aquiloni. La zona più famosa dove avveniva questo smercio era il mercato dell’Abasto a Buenos Aires, dove il volume d’affari della verdura era il più importante. Queste particolari decorazioni si estesero poi ai camion e, più tardi, agli autobus urbani. Ricordo che era ​comune​ vedere un autobus decorato con filete e che il conducente avesse una foto di Gardel vicino allo specchio retrovisore.

Ma come nacque quest’arte popolare così singolare? Se quelli che vendevano il pane, il latte, la verdura e la frutta, usavano i carri per trasportarla, c’erano ovviamente quelli che li costruivano. Si verniciavano quasi sempre di colore grigio fino a che il destino decise di fare una virata. In una fabbrica di carri vicina al porto lavoravano due ragazzini di dodici o tredici anni, Vicente Brunetti e Cecilio Pascarella. Le mansioni dei bambini che lavoravano in quell’epoca erano per lo più di fare delle commissioni, pulire, fare il “mate” per gli adulti ecc. Tanti, come il grande Francisco Canaro e i suoi fratelli, vendevano i giornali per strada, o lucidavano le scarpe. Accadde che l’incaricato di verniciare i carri un giorno non si presentò a lavorare, e c’era una consegna da fare. Il titolare disse ai ragazzini se se la sentivano di verniciarlo loro, dal momento che tutti i giorni vedevano come si faceva. Questi accettarono il lavoro e gradirono la promozione.
Una domenica il padrone chiese ai ragazzi se volevano dare l’ultima mano di vernice ad un carro. I ragazzi si trovarono da soli nella carrozzeria e lavorarono, giocarono e si divertirono, ad certo punto videro un barattolo di vernice rossa e pensarono di verniciare i bordi del carro di quel colore.
Quando il lunedì il padrone vide il carro andò su tutte le furie, rimproverando i ragazzi disse loro “Ma cosa avete fatto? Dovremo verniciarlo di nuovo e ci pagheranno domani!”. Ma quando si presentò il titolare del carro, il dettaglio di rosso sui bordi gli piacque moltissimo e quello che prima per il padrone era un autentico disastro fu motivo di vanto, tanto che disse “E’ una speciale offerta della nostra carrozzeria”. Ma la vera sorpresa fu l’indomani quando gran parte dei possessori dei “carros” del mercato vicino si presentarono nella fabbrica chiedendo di far verniciare il loro mezzo con i bordi colorati.
Questo avvenimento curioso provocò un cambiamento nel modo di verniciare i “carros”. L’operaio che dava la verniciatura di base si chiamò, da allora, “verniciatore liscio” e quello che decorava il carro “Fileteador”.

A metà del 2000 andai a casa in Argentina, passai a trovare un amico d’infanzia, con cui suonavamo e parlavamo dei massimi sistemi in gioventù. Suonava il violoncello, il pianoforte e la chitarra, ma la sua vera passione erano il disegno e la pittura. Sapendo che vivevo in Italia, le sue domande non finivano mai.
I suoi genitori da ragazzo gli avevano dato la massima libertà. Così lui, un giorno, dipinse per intero l’appartamento dove abitava con i disegni delle copertine dei dischi dei Beatles, dei Pink Floyd e degli Yes. Come un moderno artista del filete, gli venne in mente di dipingere anche il maggiolino di un nostro amico con la faccia di Beethoven sul cofano e il resto della macchina con note musicali e spartiti. Inutile dire che il maggiolino del nostro amico diventò famoso in quell’epoca, a Rosario. Così un giorno, parlandomi del “Fileteado” che era la sua ultima passione, mi regalò un piccolo libro del “filete portegno”, scritto da Esther Barujel e Nicolas Rubiò. Oggi lo conservo come un piccolo tesoro.
Tornando al filete, i padroni dei carri si facevano dipingere sul mezzo il nome, l’indirizzo e l’oggetto del loro commercio, come verdura , pane, ecc. I disegnatori di lettere all’inizio del secolo erano quasi tutti di origine francese, i futuri “Fileteadores” presero da loro le tipologie di pennelli e le tecniche di disegno.
I francesi usavano il termine “Filet” (rete, filo). Sicuramente i verniciatori locali presero da loro la tecnica di “el espulvero” (specie di tampone). Ma questi furono gli inizi e di allora non è rimasto nulla. Le carrozzerie, buttavano tutte le matrici in legno, finiti i lavori.
Il filete portegno nacque così, a richiesta dei padroni dei carros, i pittori dovettero inventarsi un’arte popolare senza riferimenti ne antecedenti. Mentre il tango, contemporaneamente, si sviluppava nutrendosi di radici musicali come la milonga campera, l’habanera e usanze e culture europee, il filete portegno cercava di prendere spunto dalle figure dell’architettura di Buenos Aires, dai disegni delle banconote, ecc.
Diceva Discepolo che il tango è un pensiero triste che si balla, invece il filete portegno e l’arte popolare della celebrazione del lavoro. Presero due strade diverse per crescere, il tango scelse la malinconia del abbandono, e il filete la festività dei colori. Mentre il musico o il poeta realizzano l’opera con puntigliosa pazienza, il fileteador ha fretta di finire per essere pagato alla consegna.
Tra i vari personaggi dell’epoca parliamo di un italiano, Salvatore Venturo. Venturo era capitano della marina mercantile italiana, ma già in pensione si trasferì a Buenos Aires dove viveva suo fratello. Venturo era anche pittore e si può pensare che abbia utilizzato le tecniche e i modelli del carretto siciliano, ma quando iniziò a lavorare come fileteador, seguì la linea di disegno che si stava usando in quel momento nel filete di Buenos Aires e non riprodusse nulla della pittura del carretto in Sicilia. Ebbe un figlio, Miguel, che si presume abbia studiato la pittura e il disegno, presto superò i lavori di suo padre e quasi tutti convengono nel sostenere che “Miguelito” fu il pioniere che diede forma definitiva al filete portegno.
Si dice che le figure dei “Draghi” dei filetes siano una invenzione di Miguel, suggerita dalla facciata del teatro Cervantes di Buenos Aires. Altra sua invenzione fu probabilmente l’applicazione del filete nelle portiere dei camion. Le scritte sotto una certa misura non pagavano tasse ma i testi erano piccoli e si perdevano nella portiera. Miguel pensò di incorniciare le parole con ornamenti, draghi e fiori.
Quando il camion fece la sua comparsa, per i fileteadores fu faticoso passare della superficie ridotta di un carro ai metri quadrati di un camion. Quando in Buenos Aires, capital federal, tra l’anno 1967 e il ’68 fu proibita la circolazione dei mezzi a trazione animale, non c’era la minima coscienza dell’arte del fileteado, e si perse tutto, delle migliaia di carros che circolavano per la città si è conservato solo una portiera. 
Il suo padrone abbandonò il suo carro in un​ terreno incolto​, ma poi dal rimorso tornò indietro e gli strappò la portiera d’ingresso, che aveva un ritratto di Carlos Gardel. Oggi è conservata nel museo della città.
All’inizio, nessuno dei creatori né del tango né del filete, avrebbero mai pensato che queste arti popolari sarebbero diventate l’immagine stessa dell’Argentina nel mondo.

​Buona lettura e buona visione!

Victor.

HA SCRITTO PER NOI #
Victor Hugo Del Grande

Il Maestro VICTOR HUGO DEL GRANDE nasce a Rosario, grande città portuale dell’Argentina, attraversata dal Paranà. Insegna tango da tempo, dopo aver dedicato molti anni allo studio e alla pratica della lirica che lo ha portato in Italia, negli anni’90, a cantare come tenore. La sua formazione, in Argentina, è però poliedrica: studia canto e tecnica vocale, ma anche teatro, compone ed interpreta musica popolare argentina e tango. Con la serietà e la passione che hanno attraversato gli incontri con le altre forme d’arte, che hanno affascinato e formato Del Grande, anche l’interesse per il Tango non si riduce alla pur consistente dimensione della danza: tiene insieme l’importanza della tecnica del movimento, la storia, le diverse musicalità, il peso specifico culturale… Con questo bagaglio, questa profondità, e con una personalissima visione della tecnica, Victor Hugo Del Grande nei primi anni ’90 apre a Milano una scuola di tango, quando il Tango non era di moda, ma qualche pioniere scommetteva sulla possibilità di diffondere, anche fuori dai confini argentini, lo spirito popolare e la potenza espressiva di quella altissima manifestazione culturale ed artistica che il tango rappresenta, e gli ha consentito di essere proclamato ‘patrimonio universale’dall’Unesco. Per anni il Maestro alterna l’attività di canto lirico nei teatri italiani con l’insegnamento del tango argentino, che struttura in modo estremamente ricco di approfondimenti storici e culturali, attraverso stage, corsi, rassegne cinematografiche incentrate sul tango, cicli di lezioni storiche resi unici dalla contaminazione di innesti autobiografici e approfondimenti storiografici. E’ con questo vasto e approfondito repertorio di competenze, con una inesauribile passione per la ricostruzione filologica delle origini e al tempo stesso per la modernità intrinseca del tango che nel 2007 fonda l’Associazione culturale Tango Azul,per valorizzare, promuovere ed implementare la cultura del tango argentino. Oggi Tango Azul rappresenta ancora per Victor Hugo Del Grande l’occasione di mettere al servizio di chi lo desidera una grande esperienza artistica maturata in anni di pratica e ricerca nel campo della musica, del teatro, della danza. Alla pratica costante dell’insegnamento si affiancano oggi le radicate passioni in campo musicale, cui si devono le recenti composizioni di brani inediti di musica popolare argentina in un proficuo connubio artistico con Mariano Speranza, amico ed ispiratore e regista del gruppo musicale ‘Tango Spleen’. Le atmosfere di questa ormai lunga carriera maturata nella storia della cultura argentina si possono avvicinare e ‘respirare’ sia nei corsi di tango che nelle milonghe domenicali organizzate da Tango Azul, luoghi un po’ incantati, dove vale una regola: “​Esibire, ostentare appartengono al mondo della materia. Il tango parla alla dimensione dell'anima, che non conosce il tempo: ci si può fermare durante una pausa in un abbraccio interminabile, mentre si ascolta la frase di un violino o si è colpiti dalla metafora di un testo che ci commuove”.

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