Juan D’Arienzo

Lo stile

PUBBLICATO IL 3 luglio 2018

A partire dalla metà degli anni 30, il tango visse un periodo di profonda rivoluzione, nel quale si innescò Juan D’Arienzo con la sua orchestra. Il 24 giugno 1935 Carlos Gardel era perito in un incidente aereo a Medellin, in Colombia, ed il tango nella sua interezza corse il rischio di essere seppellito con lui. In quegli anni, a Buenos Aires dominavano due correnti stilistiche ben distinte, da un lato la “guardia vieja” rappresentata dal tradizionalismo di Francisco Canaro e Roberto Firpo, dall’altro l’evoluzionistico filone della “guardia nueva” facente capo alla scuola di Julio De Caro. Entrambe le scuole stavano allontanando i cultori ed i ballerini dalle sale dove si ascoltava e si ballava tango.

Rispetto al tango delle origini, queste orchestre si distinguevano per un ritmo piuttosto lento e compassato, lontano dalla pulsazione in 2/4 tramite la quale tanta parte del tango si era caratterizzato fino a quel tempo. Di conseguenza, molti ballerini si sedevano ad ascoltare, piuttosto che scendere in pista. Anche Juan D’Arienzo, agli albori della sua carriera artistica si allineò agli stili allora dominanti, tanto che alcuni suoi brani più vicini al 4/8 che al 2/4 sembrano profondamente distanti dal D’Arienzo universalmente conosciuto. Un brano esemplificativo può essere Callejas solo del 1928, con la voce di Carlos Dante.

Tuttavia, fu proprio nel 1935 che D’Arienzo diede un impulso fondamentale alla rinascita dell’interesse per il tango ballato. Con un ideale ritorno al tango delle origini, e poi un arrangiamento volto ad eliminare i vuoti nella melodia, D’Arienzo propone al pubblico dei cabaret la sua ricetta semplice, quanto efficace: ritmo, ritmo incessante. Le sospensioni e gli improvvisi silenzi, di cui la produzione di D’Arienzo è ricca, perdono il loro carattere espressivo e risultano piuttosto un modo per rimarcare l’inesorabile ritmica del brano. Parte del successo di questa “nuova” proposta fu legato anche alla presenza di un pianista dalle “mani magiche”, Rodolfo Biagi. Il ritmo che Biagi impose alle esecuzioni, assai più serrato rispetto a quello dei suoi contemporanei, divenne in breve la cifra dell’orchestra, ma anche dei numerosissimi musicisti che di lì a poco andarono a ingrossare la schiera dei seguaci di D’Arienzo e del suo stile. Fu così che nacque l’epiteto di “Rey del Compás” coniato da Príncipe Cubano nel “Cabaret Florida”. Il confronto tra la versione de El flete di Francisco Canaro e di Juan D’Arienzo può esemplificare le differenze tra l’impostazione della Guardia vieja e la nuova proposta darienziana. L’impatto quasi aggressivo della musica di D’Arienzo è forse ancora più evidente nei brani cantati, dove la voce stessa viene tenuta vicinissima allo scheletro ritmico del pezzo.

Strumentazione ed arrangiamento al servizio del ritmo. In sostanza, è possibile dire che D’Arienzo recuperò l’aspetto ritmico della fase pionieristica della “guardia vieja”, riproponendo uno stile bien marcado che si caratterizza nell’accentuazione di tutti i quarti della battuta, con la contestuale e notevole velocizzazione del tempo di esecuzione. La frequenza di pulsazione delle sue esecuzioni rimane sempre a due battiti al secondo, descrivendo una struttura ritmica che si impone come elemento essenziale del brano. Un ulteriore esempio è rappresentato dalla quadratura ritmica di “Pensalo bien”, del 1938, un tango con un riempimento strumentale che non lascia alcun vuoto nella melodia, se non i consueti silenzi e sospensioni darienziani, di evidente utilità ritmica più che espressiva.

Come nota Luis Adolfo Sierra, lo stile di D’Arienzo è tutto in un “rigido marcare, tagliare, accelerare, in un movimento incessante nel contrasto tra ‘staccato’ e silenzi, con rapidi passaggi di un pianoforte che enfatizza con la mano destra il soggetto o il tempo di una melodia, nella stessa forma esecutiva… tecnicamente semplice, ma impreziosita da una notevole capacità strumentale”.

Dal punto di vista dell’arrangiamento, le esecuzioni di D’Arienzo mostrano quasi sempre lo stesso schema: sullo staccato del pianoforte (spesso a solo) o degli altri strumenti, volto a determinare inesorabilmente la quadratura ritmica battuta per battuta, si innesta invariabilmente l’assolo di violino in quarta corda (detto “la vaca”) ed in chiusura le variazioni in assolo dei bandoneones. Seppure con il passare degli anni le scelte musicali di D’Arienzo divennero più interessanti, egli non cambiò mai il modo di trattare l’aspetto ritmico. Comparve, specie nelle esecuzioni degli ultimi vent’anni della sua carriera, qualche timida attenzione in più per il chiaroscuro e per soluzioni armoniche un pò più inventive. Tuttavia si tratta di aggiornamenti stilistici marginali, forse determinati principalmente dalla necessità di mantenere un qualche mercato durante gli anni più bui del tango (dopo la metà degli anni ’50), e che non intaccano comunque la fedeltà dell’Orquesta Típica D’Arienzo al suo approccio interpretativo originario.

Il pianoforte fu lo strumento cardine di tutta la produzione musicale di D’Arienzo. Le caratteristiche del pianoforte dell’Orchestra di D’Arienzo sono costanti e facilmente riconoscibili: frequenti passaggi che sottolineano, perlopiù con la mano destra, il tema della melodia del brano, ed un largo indugiare in ornamenti e controcanti molto evidenti ed accentuati. Questi elementi si rilevano nelle incisioni con Biagi, come in quelle realizzate con i diversi pianisti che si avvicendarono nell’orchestra dagli anni ’30 sino alle ultime esecuzioni.

Mi piace chiudere con una considerazione di D’Arienzo, rilasciata in un intervista del 1975, poco prima della sua dipartita: “I giovani mi amano. A loro piacciono i miei tanghi perché sono nervosi, ritmici. La gioventù è proprio questo, felicità e movimento. Se gli suonassi un tango melodico e non ritmato, sicuramente non gli piacerebbe, questo è quel che succederebbe. Oggigiorno ci sono buoni musicisti e grandi orchestre che pensano di suonare tango, ma non è così, se non hanno ritmica non c’è tango. pensano di poter rendere popolare un nuovo stile, e magari vi riescono avendo un colpo di fortuna, ma io continuo a pensare che senza ritmo non c’è tango. Come professionisti li rispetto, ma quello che fanno non è tango. E se mi sbaglio vuol dire che sono più di cinquant’anni che mi sbaglio”.

Juan D’Arienzo morì a Buenos Aires il 14 gennaio 1976.

Fonti consultate

  • Sierra L.A. (1966). Historia de la Orquesta Típica: Evolución instrumental del tango.  Corregidor Editore.
  • Brunamonti M. (2002). Il Tango – Musica e Danza. Edizioni Auditorium.

 

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Nasco come musicista nel 1987, all'età di 10 anni, ma "solo" nel 2010 ho incontrato il Tango e, iniziando per gioco, mi sono cimentato nel ruolo di musicalizador. Per "deformazione professionale" amo studiare la musica, la storia delle orchestre e gli stili, dedicando gran parte del mio tempo libero all'ascolto e alla lettura. Per condividere il frutto delle mie ricerche ho aperto da poco il mio "locale virtuale", La Milonga di Alvin, uno spazio dove è possibile scaricare gratuitamente una varietà di risorse per tutti i gusti (elenchi discografici, testi con traduzione, partiture musicali, documentari, documenti, ecc).

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