Canyengue

Ritorno alle origini

PUBBLICATO IL 11 giugno 2020

Settima tappa di Finché c’è tango c’è vita! Viaggio all’interno del nostro sentire

Ritornare: un grande tema nel tango e nella vita.

In questo nostro particolare momento storico anche noi stiamo ritornando alle radici di una vita considerata “normale”. E se invece l’opportunita’ che ci è stata data in questo 2020 fosse stata il ritrovare le nostre radici in una vita fermata e cristallizzata?

Sapere chi siamo e da dove veniamo è tema dell’esistenza umana: se da un parte infatti il nostro viaggio di vita è teso alla scoperta del nuovo, dall’altra sapere dove ancorarci per sapere dove tornare è altrettanto vitale. È una sorta di danza che mettiamo in atto tra il nostro passato e il nostro futuro stando nell’equilibrio del presente.

Anche il tango ha le sue radici e spesso torna a loro per ritrovarsi e rinnovarsi.

La radice è l’organo della pianta che assorbe acqua e sali minerali dal terreno, fondamentali per la vita delle piante. Se tagliate le radici, la pianta morirà!

Tornare alle proprie radici è un tema molto forte per l’uomo, soprattutto nei momenti storici legati all’immigrazione dove si è costretti ad abbandonarle.

C’è sempre qualcosa di triste e obbligato nella rinuncia alle proprie radici, ai propri culti, ai propri avi. Le radici ci agganciano alla nostra madre terra, al nostro da dove veniamo, per legarci ad essa e per darci la possibilità di esplorare altro.

In sanscrito la parola radice ci aiuta in questo concetto perché “vardh-ati “ comprende l’idea di elevazione, la crescita che fa prosperare; ecco perché nei miti dei molti popoli antichi ricorre la simbologia dell’albero perenne con le radici rivolte verso il cielo.

Più profonde sono le nostre radici e più facilmente potremo aprirci all’altro.

Le radici del tango sono ancora più profonde della loro origine argentina, poiché sono nell’Africa oscura, nel ballo Canyengue che è la forma di tango più antica.

La parola Canyengue infatti è di derivazione africana: molto probabilmente il significato allude al “camminare cadenzato “ tipico dei neri.

Non tutti sanno che il tango infatti ha una lontana origine nei ritmi portati dagli schiavi africani all’epoca della colonia spagnola in Argentina: i neri ballavano in luoghi noti come “Tambo” durante il loro giorno libero, accompagnati dai loro tamburi “Candombe”.

In quella parte di terra conosciuta come Rio della Plata, c’erano anzitutto gli schiavi africani ad attendere gli emigranti europei e i Gauchos argentini, c’era la loro musica a confondersi e fondersi con quella portata dagli europei e quella suonata dagli indigeni.

Il ballo di coppia era nuovo per gli africani: si ballava fianco a fianco o faccia a faccia, senza abbraccio, in una sorta di parodia delle danze europee, cui aggiungevano i loro movimenti risultando lascivi. Gli europei ne presero gli elementi essenziali, cercando di mettere più rigore nei passi e nella postura.

Il Canyengue fu ballato negli anni 1880-1920 con successo, poi la naturale evoluzione della vita rioplatense, la trasformazione della società trasformarono il tango nelal forma più simile a quella che conosciamo.

La coppia nel Canyengue è completamente “apilada”, uomo e donna ballano cioè sullo stesso asse condiviso, sono di fronte, con lo sguardo nella stessa direzione: la dama balla con il suo braccio sinistro che va a cingere completamente la spalla sinistra del compagno che le abbraccia la vita e la mano destra è stretta invece in quella dell’uomo verso il fianco di lui in una sorta di “ stringimi, stringimi”!

Si tratta di uno stile picaresco e divertente, leggero ma danzato verso la terra, le ginocchia sono più flesse del normale consentito nel tango; rilassato e giocoso, non favorisce la competizione fra i ballerini e tutti si godono l’origine ludica e “anti stress” del tango di una volta.

Per poter ballare un buon Canyengue bisogna apprendere a scaricare il peso a terra, a sentire le proprie radici, rilassarsi e abbandonarsi a se’ stessi. E’ un ballo dolce, morbido anche se fatto di puro contatto carnale tra i partner che costantemente si sfiorano le gambe e rimangono uniti col petto nei loro movimenti di piedi rapidi e corti. Considerato un ballo popolare o comunque di nicchia, forse proprio per il suo essere estremamente giocoso, carismatico e un po’ provocatorio, è a tratti decisamente spavaldo!

Se oggi da una parte c’è molta ricerca verso nuove forme di interpretazioni del tango, dall’altra c’è invece una forte rivalutazione dei suoi inizi.

Simbolo di questo concetto è stato l’ultimo spettacolo portato in scena da Miguel Angel Zotto, che aveva proprio il titolo evocativo di Raices, radici, e che portava in scena la potenza selvaggia degli indios del Nuovo Mondo, le violenze subite da parte dei conquistadores, le nuove nascite meticce che hanno aperto e cambiato il corso della storia, il ritmo dei tamburi e delle percussioni degli schiavi africani, il folklore delle prime danze intorno al fuoco dei gauchos, gli abitanti oriundi delle pampas sudamericane.

Canyengue, Malambo, Chacarera, Zapateado, Habanera… elementi che mischiandosi negli anni con la nuova vita, si trasformeranno e costituiranno la base per lo sviluppo del tango.

Da una parte le radici, l’equilibrio dell’uomo, e dall’altra innovazione, la “visione” dell’uomo: che sia questo il segreto del tango, della vita, del nostro viaggio? Che sia questa la lezione appresa e che dobbiamo tenerci stretta stretta e portarla con noi in questo anomalo 2020 e negli anni a venire?

Un abbraccio!

Vittoria Maggio

 

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